Il pericolo della deterrenza nucleare

Redazione 10 luglio 2012 0
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di Richard Falk –  09 luglio 2012

Appare sorprendente che la rivista ultra-tradizionale Foreign Affairs arrivi all’estremo di pubblicare, come articolo principale della sua ultima edizione,  “Perché l’Iran dovrebbe avere la Bomba”  del noto studioso di scienze politiche Kenneth Waltz.

In realtà non è tanto il titolo appariscente, bensì il ragionamento dell’articolo che rappresenta uno schiaffo alla filosofia anti-proliferazione che ha costituito la pietra angolare della posizione generale degli stati dotati di armi nucleari. Waltz ha cura di evitare di disconoscere la sua identità politica allineata con la tradizione. Ripete l’assunto, che s’intensifica sempre più, che l’Iran stia attualmente perseguendo senza un momento di pausa gli armamenti nucleari, anche se concede che possa star solo cercando di ottenere un potenziale di “reazione” – la capacità, in un’emergenza nazionale, di assemblare alcune bombe nel giro di mesi – di cui godono il Giappone e diversi altri paesi.

In nessuna parte Walt allude all’opinione condivisa, recentemente pubblicizzata, di 14 agenzie dei servizi d’informazione statunitensi, che conclude che non ci sono prove che l’Iran abbia deciso di riprendere il suo programma militare abbandonato del 2003.

Assieme ad alcuni degli altri argomenti che propone, Walt segnala il suo generale appoggio all’approccio statunitense alla sicurezza d’Israele. Non fraintendiamo: Walt non è né un dissenziente politico né un radicale politico.

I tre scenari di Waltz

Walt insiste che, eccettuata l’opzione di reazione, le sanzioni e una diplomazia coercitiva sono i due scenari possibili che potrebbero indurre l’Iran “ad abbandonare il suo perseguimento di un armamentario nucleare.” Tuttavia egli considera la più desiderabile delle tre opzioni lo scenario in cui il paese sia incapace di superare un sincero appetito per la bomba o in cui esso ignori le pressioni e acquisisca gli armamenti nucleari.

Pare ragionevole chiedersi il perché. Risposta: Waltz ritiene che l’esperienza e la logica impongano che le relazioni tra stati divengano più stabili e meno inclini alla guerra quando si mantiene un equilibrio e che non sia motivo di pensare che l’Iran non si adegui al regime della deterrenza in vigore dal 1945, se acquisirà armi nucleari. Qui Waltz manifesta una fede del tutto esagerata nella razionalità e nella prudenza dei leader che prendono le decisioni in tema di guerra e di pace.

In effetti egli propone un’argomentazione relativa al contesto che è corretta: il fatto che il solo Israele possieda un monopolio regionale del nucleare è più pericoloso e indesiderabile che non il fatto che l’Iran divenga un secondo stato nucleare nella regione. Se Israele subisce la deterrenza ciò contribuisce alla pace e alla sicurezza della regione, riducendo (ma non eliminando) la prospettiva di un qualsiasi uso delle armi nucleari in Medio Oriente

Ma affermare che A (l’Iran ottiene la bomba) è meglio di B (capacità di reazione, ma niente bomba) e di C (le sanzioni e la diplomazia persuadono l’Iran a rinunciare alla bomba) significa dimenticare D, che è di gran lunga meglio di A, B e C in rapporto a una stabilità sostenibile.

Perchè? Perché l’opzione D è un atteggiamento antinucleare che implicitamente riconosce l’abominio morale dell’idea di basare la sicurezza sulla minaccia di annientare centinaia di migliaia d’innocenti.  Quest’atteggiamento antinucleare è stato sostanzialmente sottoscritto, l’8 giugno 1996, dalla maggioranza dei giudizi in un Parere Consultivo innovativo della Corte Internazionale di Giustizia, ma le sue implicazioni per la legge internazionale – non sorprendentemente – sono state accantonate dalle nazioni che possiedono le armi nucleari.

La tesi a favore dell’opzione D

In che cosa consiste, esattamente, l’opzione D? Waltz neppure la cita, anche se indubbiamente vi ha pensato. Deve ritenere l’opzione così incoerente con le dure realtà del potere della diplomazia globale che sarebbe sciocco e irrilevante persino discuterne.  L’opzione D comporterebbe la negoziazione e la realizzazione di una zona priva di armi nucleari in tutto il Medio Oriente, rafforzata da impegni di non aggressione, la normalizzazione delle relazioni economiche e politiche e, idealmente, un Trattato di Pace giusto e sostenibile tra Israele e la Palestina.

Superfluo dire che D non è nel programma politico di Netanyahu e che probabilmente nessun leader israeliano sarà disponibile a rinunciare all’arsenale nucleare che Israele è andato sviluppando nel corso degli ultimi quattro decenni. E sembra corretto ipotizzare che non sia neppure nel programma di Waltz che, se proposto, lo metterebbe in contrasto con lo schieramento realista e probabilmente avrebbe avuto come conseguenza il rifiuto del suo pezzo da parte dei vigili direttori di Foreign Affairs.

La preferenza di Waltz per A – favorire una bomba iraniana – è un ampliamento del suo sostengo di lunga data alla proliferazione, ritenuta desiderabile confidando, a un livello assurdo, nella logica della deterrenza. Ma almeno Waltz, ragionevolmente, considera il Medio Oriente uguale al resto del mondo e non si dà alla diffusa pratica della profilazione etnico-religiosa: la bomba di Israele va bene per il paese è razionale e “occidentale”, mentre la bomba iraniana sarebbe un disastro di portata mondiale perché il paese è governato da implacabili fanatici islamici.

Se mai tali distinzioni dovessero essere operate, è Israele che è andato minacciando la guerra, mentre l’Iran ha pacificamente tollerato una varietà di provocazioni gravi, come l’assassinio di numerosi scienziati nucleari, l’infezione delle sue centrifughe di arricchimento con il virus Stuxnet e operazioni clandestine violente, verificate, intese a destabilizzare il regime di Teheran. Se tali incidenti si fossero verificati nella direzione opposta, la probabilità che Israele sarebbe immediatamente entrato in guerra con l’Iran, molto probabilmente incendiando l’intera regione,  è superiore al cento per cento.

Obiezioni all’opzione A

La mia principale obiezione alla posizione di Walt è basata sul dissenso su due suoi assunti guida. Primo: egli assume che gli altri paesi della regione non seguirebbero l’Iran oltre la soglia del nucleare, una valutazione basata in larga misura sul fatto che non hanno acquisito armamenti nucleari. Ma certamente l’Arabia Saudita e la Turchia non vorrebbero, per motivi di status e di sicurezza, essere stati non nucleari in una regione in cui sia Israele sia l’Iran detengano la bomba.

Una simile estensione del club nucleare regionale diverrebbe più suscettibile di incidenti, di calcoli sbagliati e del genere di patologia sociale e politica che rende l’arsenale nucleare generalmente inadatto all’utilizzo umano, qualche che ne sia l’occasione. Da questo punto di vista, quanti più governi possiedono la bomba, tanto più sembra probabile che uno di questi scenari “irrazionali” divenga storia, con conseguenze catastrofiche.

E, secondo, Waltz non individua le armi nucleari come qualcosa da  condannare su basi etiche o prudenziali, nonostante il fatto che costruire la bomba e utilizzarla contro i giapponesi alla fine della seconda guerra mondiale fu certamente uno degli episodi peggiori della storia umana.  I leader, di tanto in tanto, riconoscono questa verità morale; il discorso di Praga del 2009 di Barack Obama, ha recentemente perorato un mondo privo di armi nucleari, ma i politici sembrano incapaci o non disposti ad assumere le responsabilità che certamente ne conseguirebbero.

Alla fin fine l’antinuclearismo dei leader sembra essere principalmente un esercizio di retorica, apparentemente persuasivo in Norvegia, dove il comitato per il Premio Nobel pondera le credenziali dei candidati, ma senza alcuna realtà nei comportamenti. A questo proposito, favorire l’acquisizione della bomba da parte di qualsiasi governo o organizzazione politica significa abbracciare l’errore nuclearista relativo alla sicurezza e l’assurda arroganza del presupporre una razionalità impeccabile.

Si dà anche il caso che la segretezza che circonda la politica che porta agli armamenti nucleari  – specialmente a proposito delle cause del loro possibile utilizzo – inietti un virus assolutista negli organi vitali di un corpo politico democratico. Non c’è partecipazione del popolo e nemmeno dei suoi rappresentanti in rapporto a tale decisione politica finale. Invece è investita una sola persona, e forse i suoi più stretti consiglieri, del potere demoniaco di infliggere la tragedia definitiva. Ora sappiamo che, al di là delle devastazioni e delle radiazioni, il fumo emesso dall’utilizzo di sole 50 bombe nucleari genererebbe una tale nuvola da bloccare la luce solare alla terra per un decennio, condannando l’agricoltura di tutto il mondo a quella che è stata definita “una carestia nucleare”.

Per questi motivi Kenneth Waltz è pericoloso, ma non pazzo. E’ il suo genere di razionalità strumentale, dominante in molte sedi influenti, che contribuisce a spiegare lo sviluppo e la conservazione delle armi nucleari nonostante i rischi e l’immoralità dell’iniziativa. Se mai si vorrà che una società umana sia nuovamente relativamente sicura e moralmente coerente, un primo passo consiste nel rinunciare incondizionatamente alle armi nucleari e procedere con urgenza attraverso un trattato internazionale concordato, per fasi, controllato e verificato per garantirne l’eliminazione. La deterrenza è non soltanto un’aspettativa irrealistica, ma un costante crimine contro l’umanità di dimensione e chiarezza senza precedenti.

Richard Falk è l’Inviato Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Palestina.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-danger-of-nuclear-deterrence-by-richard-falk

Originale: Aljazeera

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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