La sconfitta americana in Afghanistan

Redazione 9 luglio 2012 0
Share:
Condividi
Print Friendly

La sconfitta americana  in Afghanistan

 

Di Tom Hayden

7 luglio 2012

 

Il governo degli Stati Uniti è di fronte a una sconfitta in Afghanistan. Non è però una cosa brutta rispetto all’alternativa: combattere per un altro decennio.

Ci saranno ripercussioni dalla sconfitta imminente. In Afghanistan, forse una nuova guerra civile. Negli Stati Uniti e nella NATO, continuerà la garanzia di l’immunità per le elite della sicurezza nazionale rispetto alle  conseguenze dei loro giudizi terribili. Un  dibattito politico paralizzante in patria su: “Chi ha perso l’Afghanistan?” E una nuvola di depressione confusa per gli Americani che hanno mandato i loro figli e le loro figlie nelle “guerra buona”.

Un eccellente resoconto della crisi terminale è un articolo del New Yorker scritto da Dexter Filkins, il miglior corrispondente americano in Afghanistan dell’ultimo decennio. Tuttavia, come giornalista vicino alla gente dell’Afghanistan, Filkins non può  sopportare  le conseguenze di andarsene davvero. Non è il solo. Nessuno nei mezzi di informazione tradizionali ha mai chiesto il ritiro totale dall’Afghanistan. C’è quindi il vero pericolo, come c’era nel “Vietnam del sud”, che gli Stati Uniti persistano a rimanere fino a quando la responsabilità della tremenda sconfitta dell’intera operazione potrà essere addossata a coloro che non vorrebbero continuare a restare. Come risultato di non essere mai stato ritenuto responsabile del Vietnam, l’attuale manuale ufficiale dei combattimenti dei Marine dell’esercito statunitense, fa perfino rivivere la fenice dell’Operazione Fenice ( http://sdz.aiap.it/notizie/5114),cioè il programma di contro insurrezione degli anni ’60 che è terminato tra accuse di tortura e di gabbie di tigri.  L’obiettivo fondamentale del nostro governo e delle elite militari –per non parlare di Wall Street – sembra essere quello di dimostrare il nostro predominio, e di non ritirarsi mai.

Questo è il  motivo per cui l’articolo di Filkins fa riflettere così tanto, è forse una versione del New Yorker della dichiarazione  fatta alla televisione da Saigon nel 1968 da Walter Cronkite che la guerra americana era impossibile da vincere. Speriamo che non ci vogliano altri cinque anni sanguinosi e un’altra crisi del Watergate prima che la profezia di Cronkite si avveri. Ma nessuno dovrebbe illudersi.

Nel suo articolo intitolato “Dopo l’America” (After America), Filkins dichiara decisamente che “gli Stati Uniti se ne stanno andando, missione non compiuta”. Gli obiettivi una volta considerati indispensabili, come la costruzione della nazione, e la contro insurrezione, sono stati abbandonati o sminuiti.” Con 68.000 soldati americani in Afghanistan adesso, le forze di combattimento saranno ritirate entro il 2014.  Non c’è stata “nessuna decisione” da parte degli Stati Uniti riguardo al numero di soldati americani che saranno lasciate nel paese. Filkins calcola, in base a ciò che sente, che il numero potrebbe essere di 10.000-15.000 tra addestratori, piloti, agenti segreti e Forze Speciali, simili alla “forza residua”prevista nel Gruppo di Studio per l’Iraq nel 2007 che non si è mai concretizzato.*

“I talebani non saranno sconfitti” ora che gli Stati Uniti si ritireranno dai combattimenti, dice Filkins.  I colloqui con i talebani potrebbero vacillare, lasciando gli Stati Uniti e la NATO senza un accordo di pace attuabile o senza una copertura diplomatica. Vaste aree dell’Afghanistan meridionale e orientale saranno sotto il controllo talebano, una spartizione geografica. Oppure, se i colloqui con i talebani progrediranno, conclude Filkins,  questo probabilmente provocherà una ripresa della guerra civile con la vecchia Alleanza del Nord. Il paese sarà suddiviso in molteplici “feudi” governati dai signori della guerra. Secondo una delle importanti fonti afgane di informazione che ha Filkins “ognuno si sta [già] preparando per il 2014.”

Date queste realtà, si può capire perché è stato necessario dal punto di vista politico  stabilire la data del ritiro delle truppe statunitensi e della NATO,   due  anni dopo le elezioni americane di novembre. Si capisce perché il Pentagono stia facendo pressioni per avere più “stagioni di combattimenti” possibili prima del ritiro e perché l’intensificazione degli attacchi con i droni in Pakistan è stata cosi gran: è dovuta, in primo luogo, al bisogno disperato di sperare che i talebani grideranno “Uncle Sam” o, secondo, i talebani saranno troppo danneggiati per portare una nazione devastata verso la stabilità senza acconsentire a un contenimento delle politiche occidentali e senza fare concessioni alla compagnie occidentali. Perfino il fatto di cui si è fatto cenno questa settimana  che la Exxon Mobil potrebbe  fare un’offerta per il petrolio afgano, è stato raccontato  come un enorme segnale di fiducia verso  un “obiettivo a lungo cercato”, il piano che una  squadra speciale  del Pentagono cominci ad aprire l’Afghanistan alla possibilità di diventare una  miniera di petrolio e di minerali.

Gli Stati Uniti sperano anche di contenere, anche se non di domare, l’Afghanistan futuro dandogli assistenza economica nel dopoguerra. Sarebbe stato più facile  dieci anni fa. Al momento, l’Afghanistan produce un bilancio nazionale di circa 4 miliardi di dollari all’anno, mentre gli Stati Uniti contribuiscono con 11 miliardi di dollari all’anno. Si fanno stime rosee che la NATO contribuirà con 4,1 miliardi  di dollari all’anno per i prossimi dieci anni o più, ricevendone la metà dagli Stati Uniti. Questo, naturalmente, dipende dal fatto che i parlamenti dell’Occidente decidano di voler finanziare una cleptocrazia afgana ( praticamente, un Governo di ladri, n.d.T.) dominata dai signori della guerra.

In quanto ai diritti delle donne, c’è poca speranza a meno che Hillary Clinton e altri facciano del mantenimento dell’istruzione delle ragazze e della rappresentanza dekkle donne la condizione definitiva del ritiro totale delle truppe e della prosecuzione dell’assistenza umanitaria. Quanto è probabile? L’attuale presidente afgano, Hamid Karzai, sostenuto  completamente dagli Stati Uniti, nel 2009 ha firmato una legge nazionale che permette lo stupro da parte del marito nelle famiglie Sciite. Non è affatto chiaro  da che parte staranno  gli Stati Uniti riguardo a questo problema nel 2014. Ciò che chiaro a tutti, tranne che ai più deliranti, è che gli Stati Uniti non possono assicurare i diritti alle donne in tutto l’Afghanistan inviando altri militari. Dipenderà invece da dibattiti politici e culturali e da sviluppi all’interno della società afgana  e del mondo islamico, con personaggi come la Clinton  che operano nel ruolo di esempio.

 

Il presidente Obama sospettava da vari anni che ci sarebbe stata una sconfitta. Probabilmente immaginava che non poteva essere eletto presidente opponendosi alle guerre in Iraq e in Afghanistan. Secondo quanto racconta Bob Woodward, si è trovato intrappolato  dal Pentagono (e da Hillary Clinton)  nella prima revisione interna,  quando ha garantito al generale Petraeus altri 33.000 soldati americani. E’ stato notato poco all’epoca che  Obama ha fatto obiezione a qualsiasi afflusso di altre truppe in  futuro e ha annunciato che avrebbe iniziato un ritiro costante dopo che la strategia dell’aumento di truppe avesse fatto il suo corso. Ha  eliminato  Petraeus coma critico potenziale (o candidato presidenziale) trasferendolo alla CIA dove poteva tranquillamente intraprendere operazioni segrete di contro terrorismo. (Il risultato di quella pazzia che è fatta passare per logica è stato  che il 74 per cento dei Pachistani hanno considerato gli Stati Uniti il loro nemico, mentre erano soltanto il 64 a pensarla così quando Petraeus aveva preso il controllo della guerra segreta). Obama ha dato l’incarico  a Leon Panetta che è politicamente leale,  della lunga marcia verso l’uscita, con credenziali che erano state “lucidate” dal ruolo avuto da Panetta nell’uccisione di Osama bin Laden e di un suo  assistente nel complesso abitativo della famiglia di bin Laden. Il test più importante per Obama, però, potrebbe essere il tentativo di organizzare una transizione per un accordo fattibile  di condivisione del potere quando viene meno il potere americano. Mentre evita attacchi da parte dei Repubblicani, Obama ironicamente potrebbe avere bisogno di intese non soltanto con il Pakistan, ma anche con l’Iran e la Cina, per far perdere le sue tracce diplomatiche.

La scelta di novembre tra Obama e Romney sarà la scelta tra l’attuale strategia di ritiro  graduale ma reale dai combattimenti in Afghanistan (Obama) e la presidenza di Romney che  darà la possibilità ai militari, ai neo-conservatori e a tutti gli altri irriducibili (il significato è inteso) di continuare a uccidere gli Afgani fino a quando

non ci sarà più   nulla da combattere.

Grazie in piccola parte al movimento contro la guerra –specialmente l’eredità del movimento contro la guerra in Iraq – c’è una grande disillusione rispetto alla guerra afgana che si sta radicando nella pubblica opinione americana.  Alcuni lo  deridono come un nuovo isolazionismo, altri come grossolana indifferenza alle sofferenze del popolo afgano. Viste le opzioni, tuttavia, credo che questo stato d’animo americano dovrebbe essere sostenuto e rinforzato dovunque si possa. E’ sempre possibile che l’opinione pubblica americana venga manipolata e spinta di nuovo ad avere  la febbre per la guerra. Pensate all’Iran. Pensate alla Siria.

Per coloro che  perseguono l’ingrato compito di fare pressioni al Congresso, il messaggio dovrebbe essere di tagliare tutti i finanziamenti per l’Afghanistan tranne i costi per il  ritiro degli Stati Uniti e gli investimenti nell’educazione e nell’assistenza umanitaria in Afghanistan.  I falchi del  deficit (coloro che vogliono tagliare le spese e aumentare le entrate per ridurre il deficit, n.d.T.)) le devono essere avvertiti che non possono essere contemporaneamente sostenitori degli interventi  militari. Le voci dei pacifisti sono troppo poche, ameno che non si uniscano ai lavoratori, agli ambientalisti, e all’elettorato interno progressista (cosa che i Democratici Progressisti d’America e  l’Unione delle  Infermiere  Nazionali hanno tentato di fare con la loro campagna chiamata:” sanità, non guerra”- healthcare not warfare)).

Per coloro che si preoccupano in modo genuino per l’Afghanistan, specialmente nel mondo delle ONG, ci sarà una dura lotta per sostenere la continuazione degli aiuti umanitari   dopo la guerra americana. E per i difensori della pace in generale, ci sarà una lotta intellettuale  per trasformare  il paradigma della Lunga Guerra a – una volta nota come “guerra globale al terrorismo” – in un paradigma che abbia radici nello sviluppo e nella coesistenza. La Lunga Guerra come strategia di guerra aperta  è stata sconfitta. La Lunga Guerra come strategia dei droni e della CIA continua.

Il dibattito sarà particolarmente aspro con i cosiddetti “falchi umanitari” che credono nell’uso della forza militare come mezzo  per portare maggiore democrazia al mondo, e spesso  si sono permessi di essere usati per gli scopi del Pentagono. Dopo aver aiutato a spingere l’America in Afghanistan, nessuno dei falchi umanitari ha chiesto scusa e nessuno lo farà mai. Essere nel sistema significa ancora non dovere dire mai: mi dispiace. Non per il Vietnam, non per il  Salvador o per l’Honduras,  o per il Nicaragua, certamente non per la Libia e non per la Siria e l’Iran, più avanti. L’unica eccezione è stata la recente telefonata di Hillary Clinton al ministro degli Esteri pachistano, Hina Rabbani Khar, per dirle che le dispiaceva  che gli Americani lo scorso novembre avessero ucciso quei 24 soldati pachistani.  Dopo mesi che si era  a un punto morto, la Clinton finalmente è stata capace di dire che le dispiaceva, ma non di dire “chiediamo scusa”, in cambio della riapertura ottenuta dalla NATO delle strade per  i rifornimenti  attraverso il Pakistan.

Gli Americani dovrebbero essere dispiaciuti dei dolori provocati dalla guerra,  naturalmente, ma mentre attendono quel giorno benedetto, la pace arriverà soltanto gradualmente,   lasciando una striscia di sangue, da coloro che non smettono mai di chiedere che  negli Stati Uniti si realizzi la costruzione della nazione.

 

Per ulteriori informazioni, per favore, guardate anche l’articolo di Tom Hayden: : Going Through Withdrawls in Afghanistan and in Iraq.” [Portare a termine i ritiri dall’Afghanistan e dall’Iraq].

 

 *(Una commissione nominata dal Congresso degli Stati Uniti con l’incarico di valutare la situazione in Iraq e di fare raccomandazioni per le politiche da seguire.Da: http://en.wikipedia.org/wiki/Iraq_Study_Group, n.d.T.)

 

**Il termine italiano “ricostruzione nazionale” non rende bene il significato dell’inglese “nation building”, che sta a indicare la creazione di infrastrutture civili, istituzioni, leggi, amministrazione, servizi, tribunali, scuole, organismi rappresentativi e tutto ciò che permette a una nazione di funzionare regolarmente. Da: http://qn.quotidiano.net/2003/04/17/4323183-UE.shtml

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-american-defeat-in-afghanistan-by-tom-hayden

Originale : TomHayden.com

Traduzione di  Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012 ZNET Italy- Licenza Creative Commons- CC BY NC-SA 3.0

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Lascia un commento »

*
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: