Costruzione della Comune Socialista nel Venezuela rurale

Redazione 3 luglio 2012 39
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Radio Comunitaria Hato Arriba

di Correo del Orinoco International –  27 giugno 2012

La piccola comunità agricola di Hato Arriba non compare nella maggior parte delle mappe del Venezuela.  A circa tre ore di macchina dalla cittadina di Tocuyo nello stato occidentale del Lara, l’insediamento agricolo è celato tra le Ande e vanta una popolazione di circa 500 famiglie. I trasporti pubblici verso l’insediamento partono solo una volta al giorno dal centro urbano più vicino e hanno la capacità di accogliere circa sei persone.

Tuttavia nonostante il suo carattere fortemente rurale e la mancanza di collegamenti Internet regolari, Hato Arriba, come molti caserios [villaggi – n.d.t.] agrari di questa parte del Venezuela, è un esempio del genere di socialismo del ventunesimo secolo che il governo di Hugo Chavez promuove dal 2005.

Con un’unica strada sterrata principale che attraversa la sua modesta geografia, Hato Arriba è sede di non meno di dieci consigli di comunità, organizzazioni di base di democrazia popolare create dall’amministrazione Chavez per agevolare un maggiore accesso al potere politico da parte della popolazione del paese.

I consigli di comunità in Venezuela hanno il diritto costituzionale di chiedere all’esecutivo nazionale progetti di sviluppo e servizi al fine di migliorare la qualità della vita dei rappresentati dall’organizzazione di quartiere. E’ attraverso i consigli di comunità che gli abitanti di Hato Arriba sono stati in grado di ottenere crediti agricoli, maggiori servizi elettrici, programmi di alfabetizzazione, un mercato alimentare sovvenzionato e un certo numero di nuove scuole elementari.

Da circa sette anni uno dei progressi che abbiamo visto dal processo rivoluzionario è il decentramento del potere attraverso la creazione di consigli di comunità. Stiamo assistendo a una rottura del modello in cui  [i centri urbani] controllano lo sviluppo. C’è un nuovo tipo di orizzontalità in cui ogni spazio ha importanza, particolarità e necessità proprie,” ha spiegato Carlos Bastia, un leader di comunità della comunità agricola.

Attualmente uno dei principali progetti dei residenti in questo villaggio e in quelli vicini è il consolidamento di quella che è stata denominata “la Comune in Costruzione”, un’organizzazione ombrello che tenta di collegare i diversi consigli di comunità di ogni data regione sotto un unico nome.

Nel caso di Hato Arriba, la Comune in Costruzione sta tentando di unire sei altri insediamenti vicini al fine di amplificare la voce dei residenti, soddisfare necessità locali e ottenere maggiore autonomia dalle strutture burocratiche che possono ostacolare il cambiamento progressista a livello regionale.

Questo, secondo Bastia, è l’obiettivo finale delle comuni: promuovere l’autogestione democratica locale che dia potere alle comunità e riduca nel tempo il ruolo del potere dello stato.

 

Infrangere la barriera del suono

Domenica scorsa Hato Arriba ha fatto un passo ulteriore in direzione del consolidamento della propria comune, quando la comunità ha celebrato il lancio di una nuova stazione radiofonica di base che ha la capacità di raggiungere tutti i sei caserios circostanti.

L’iniziativa fa parte di un movimento per i media comunitari in Venezuela, che nel corso degli ultimi dieci anni ha visto una profonda democratizzazione delle frequenze.

L’inaugurazione di domenica a Hato Arriba ha avuto luogo in una scuola elementare locale ed è stata la sede di un festeggiamento che ha visto l’esibizione di gruppi musicali locali, danze tradizionali, lotterie e la cucina di uno spezzatino comunitario noto in Venezuela come sancocho.

“Per noi è un grande piacere vedere operativa questa radio perché mediante essa saremo in grado di comunicare e di far sapere alla gente tutto ciò che accade politicamente, socialmente e culturalmente in quest’area”, ha detto Norkys Dugarte, un membro della comunità e portavoce del consiglio comunitario di Hato Arriba.

Uno degli aspetti fondamentali della nuova stazione radio, ha spiegato Dugarte, è l’enfasi che pone non solo sulla costruzione della comune, ma anche sul ruolo politico e sociale che le donne svolgono nelle comunità.

Yanahir Reyes, un’attivista di genere che lavora nel settore dell’istruzione popolare del caserio, ha commentato a proposito dell’accresciuta necessità di programmi mediatici, in aree come Hato Arriba, che trattino specificamente i temi di interesse delle donne e delle ragazze: “La cosa bella a proposito di questa comunità è che stiamo collegando lotte diverse.  Tutto questo è stato un processo che ha impiegato del tempo e la radio è uno strumento che ci aiuterà a cambiare paradigmi,” ha detto la Reyes.

La Reyes, che collabora con madri e figli, nell’ambito di un programma del Ministero dell’Istruzione, ha citato il fatto che la nuova stazione radio ha il potenziale di rompere con la prassi tradizionale dominata dai maschi e di dare alle donne il potere di svolgere un ruolo più attivo nel modellare le politiche delle loro comunità.

“Le donne di questa comunità sono state sottovalutate ed è stato detto loro che non erano capaci di mettere insieme una stazione radio, che non sappiamo usare i microfoni o un’emittente. Crediamo che questa radio sia fondamentale per farci riconoscere e valutare in modo che la gente capisca che non siamo il genere di donne che appaiono sulle riviste o nella pubblicità della birra,” ha affermato.

Anche se l’inaugurazione della radio potrebbe essere considerata uno sviluppo modesto alla luce del più vasto processo rivoluzionario che ha luogo in Venezuela, i residenti coinvolti nella creazione della nuova stazione considerano l’evento come un progresso importante verso la costruzione di un nuovo ideale per la comunità.

E’ il loro contributo, o “granello di sabbia” come si dice comunemente in spagnolo, a una visione più vasta che vede il Venezuela e l’America Latina allontanarsi ulteriormente dal modello di sviluppo imposto dall’esterno e avvicinarsi di più alle comunità e alle eredità locali che costituiscono l’essenza del carattere del paese.

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

Znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/building-the-socialist-commune-in-rural-venezuela-by-correo-del-orinoco-international

Originale: Venezuelanalysis.com

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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39 Commenti »

  1. oreste 27 giugno 2012 alle 18:11 - Reply

    “I consigli di comunità in Venezuela hanno il diritto costituzionale di chiedere all’esecutivo nazionale progetti di sviluppo e servizi al fine di migliorare la qualità della vita dei rappresentati dall’organizzazione di quartiere”

    MI lascia ambiguo questa frase, per due motivi:

    1- non mi sembra nulla di rivoluzionario che i “consigli di comunità” possano chiedere all’esecutivo progetti di sviluppo. Anche nel capitalismo è possibile. In Italia è possibile avanzare proposte di legge, cioè un step ancora successivo visto che è il cittadino stesso che partecipa e propone (anche se in realtà il Parlamento non ha un limite di tempo per discutere le proposte di legge, quindi ovviamente non vengono discusse)

    2- “per migliorare la qualità della vita dei RAPPRESENTANTI delle comunità” Cioè io spero che l’autore o il tradurre abbiano sbagliato qualcosa, perchè ciò è tremendamente elitario e gerarchico. Migliorare la qualità di vita non tutti ma dei rappresentanti dei consgili

    • Andrea il folle 27 giugno 2012 alle 18:46 - Reply

      C’è scritto rappresentati.
      Per quanto riguarda l’altro punto potrei chiederti: Questa comunità aveva già il diritto a richiedere all’esecutivo la realizzazione di determinati progetti oppure lo hanno ottenuto recentemente ? Credo che il nocciolo del discorso, a mio parere, sia tutto qui.

      • oreste 28 giugno 2012 alle 22:31 - Reply

        ops hai ragione. figura di merda epocale, mi scuso.
        Per l’altro punto voglio dire che non si tratta di un qualcosa di “socialista rivoluzionario” ma di un forma di comunicazione istituzionale e “partecipativa” presente anche nel pieno del cpaitalismo

    • fabiosallustro 28 giugno 2012 alle 07:23 - Reply

      Ciao Oreste,
      credo che l’elemento rivoluzionario nei consigli di comunità vada, IMHO, contestualizzato.
      Prima di tutto, come per qualunque cosa, come hai giustamente fatto notare rispetto alla realtà italiana, bisogna vedere se dalla teoria si possa giungere ad una pratica altrettanto virtuosa.
      Bisogna capire se un Consiglio di Comunità possa avere il suo peso, la sua influenza e soprattutto possa produrre un processo decisionale collettivo (e non uso “democratico” volontariamente). Non dimenticherei comunque che qualche volta, anche se sembra poco, il risultato maggiore di un processo decisionale collettivo è proprio l’abitudine al processo in sè e non solo o non tanto lo scopo contingente.

      Hai inserito su IOPS un link ad un documento ragionevolmente ampio che non mancherò di leggere.
      Ma non trovo disprezzabile, stante le informazioni attualmente in mio possesso, che questo tentativo decisionale venga messo in piedi.
      Inoltre valuterei questo tipo di processo anche in un ambito macro-regionale.
      Non dico che tutto quanto proponga Chavez vada visto come rivoluzionario.
      Dico che in una realtà come quella della Latino America le cose vadano contestualizzate rispetto al giogo al quale questi paesi sono stati sottoposti.
      Il Venezuela di Chavez presenta, immagino come tutti i paesi, luci ed ombre.

      Faccio alcuni esempi: gli omicidi, cavallo di battaglia dei contro-chavez, non sono solo tanti.
      Sembrebbero in aumento.
      Mi sono preso la briga di lasciare perdere le polemiche sulla rete e cercare direttamente i dati delle nazioni unite.

      Livello di omicidi
      http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/statistics/Homicide/Homicide_level.xlsx
      …e ancora più importante trend degli stessi.
      http://www.unodc.org/documents/data-and-analysis/statistics/Homicide/Homicide_data_series.xls
      Non è un dato edificante. Anzi.

      Quindi?
      Quindi sono andato a cercare anche altre statistiche per me significative.
      Livello di povertà e trend?
      http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=69&c=ve&l=it
      Qua la fonte originale è molto meno neutra (index mundi che prende i dati dalla CIA)
      I dati al massimo in questo caso sono al ribasso rispetto al reale.
      Alfabetizzazione?
      http://www.indexmundi.com/g/g.aspx?v=39&c=ve&l=it

      Cosa cerco di dire?
      In realtà non rispondo ai tuoi dubbi, me ne rendo conto.
      Qua non è in discussione solo il risultato ma il valore del metodo.
      Non posso dire con certezza che il metodo sia quello giusto ma se guardo molti dei paesi vicini mi pongo il dubbio.
      Comunque appena possibile leggerò con attenzione il documento che hai postato su IOPS.

      Grazie

  2. Andrea il folle 27 giugno 2012 alle 18:38 - Reply

    Poche settimane fa mi sono confrontato con alcuni “piccoli” (non in senso dispregiativo) politici di Bologna, sponda PD, sull’operato di Chavez. Dicevo loro quanto ammiro la politica protezionista del Venezuela e del Sud America, sottolineando che, a parer mio, è il metodo migliore per proteggersi dal modello capitalista. Bene, sapete cosa mi hanno risposto? Ve lo riporto in sintesi: “C’è già stato qualche tizio che ha attuato una politica protezionista: erano Hitler e Mussolini; inoltre protezionismo fa rima con nazionalismo”.
    Allorchè mi sono chiesto: Ma come è possibile che analizzino un modello di sviluppo alternativo in maniera così semplicistica? E’ possibile che politici, seppur locali, di una nazione abbastanza avanzata come l’Italia non siano in grado di vedere un progetto politico con lungimiranza?
    Mi spiego meglio: credo veramente che Chavez abbia cominciato una rivoluzione sociale, una rivoluzione che sta facendo scivolare il potere verso il basso. Ma allo stesso tempo credo che per ottenere i risultati sperati nel lungo periodo siano necessarie azioni importanti, drastiche e il protezionismo, nella società odierna che non è quella degli anni ’20-’30, credo sia la prima in ordine d’importanza. Dico questo più per esclusione che per altri motivi: se fino ad adesso si è adottato un sistema neoliberista e i risultati ottenuti sono questi, direi che limitare i danni e chiudersi sia quasi istintivo ma allo stesso tempo non privo di logica.
    Per quanto riguarda l’accostamento al nazionalismo credo che sia fin troppo semplice spiegarla in questi termini, un pò come dire che il fallimento delle teorie socialiste è stato dimostrato dal modello russo. Tutti noi sappiamo che questo non è vero: il socialismo nel senso stretto del termine, alla Chomsky (scusate se lo prendo sempre in ballo, ma è per ovvie ragioni) o alla Russell non si è mai realizzato. L’unico movimento che stava andando concretamente in quella direzione fu il bolscevismo, ma la Storia ha voluto che qualcosa andasse storto.
    E allora mi chiedo: Perchè la politica di Chavez viene così miseramente sottostimata anche dalla sponda politica italiana idealmente più vicina? Secondo voi non meriterebbe un’analisi più approfondita?
    Ultima domanda: Voi cosa ne pensate del protezionismo adottato da Chavez?

    • fabiosallustro 28 giugno 2012 alle 07:35 - Reply

      Chavez meriterebbe una profonda analisi, sotto diversi punti di vista.
      Sicuramente meriterebbe attenzioni ben diverse rispetto a quelle concesse dal PD.
      Anche perché per quanto mi riguarda le politiche finto-liberiste del partito democratico finiscono inevitabilmente per scontrarsi con un elettorato che ormai si scolla giorno dopo giorno dalla sua elitè.
      Mi verrebbe da dire che il PD disprezza Chavez perché Chavez fa quello che gli elettori del PD vorrebbero facesse lo stesso PD.
      Ma è una risposta di comodo.
      Credo che le politiche di Chavez, almeno quelle ufficiali e proposte, siano parzialmente inattuabili nella realtà italiana.
      E quelle attuabili invece non si collochino nello spirito tanto “giovane e grintoso” del PD. (era sarcasmo ovviamente)

      Già Chavez risulta parzialmente indigesto al SEL figuriamoci una forza come il PD.

      Infine per quanto riguarda il protezionismo di Chavez: mi mancano gli strumenti per valutare analiticamente alcune sue scelte. Ma posso dire che le politiche protezionistiche ormai sono una prassi frequente di tutti gli stati che possano permettersi di adottarle.
      Liberismo per portare fuori le proprie merci e protezionismo per non fare entrare quelle altrui.
      A giocare così siamo capaci tutti.

      E non dico che il liberismo sia la soluzione, ci mancherebbe. ANZI.
      Solo che mi fanno sorridere i liberisti (tipo PD) che invocano “liberismo, capitalismo e globalizzazione dal volto umano” salvo poi fare marcia indietro quando vedono che non esiste nulla di tutto questo.

      • Redazione 28 giugno 2012 alle 18:12 - Reply

        Per qualche motivo non sono andati a buon fine almeno tre tentativi di commento: “Errore Token Chaptcha” o roba simile.
        Per cui scrivo sinteticamente, a titolo personale, dalla ‘Redazione’

        a) Rapporti base-vertice da Chavez e da noi: per quel che intuisco l’esperimento venezuelano consente a comunità minuscole di decidere progetti globali, accedere a risorse per realizzarli e gestirli poi autonomamente (ovviamente nell’ambito di priorità e stanziamenti decisi centralmente). Non mi pare ci sia qualcosa di simile da noi. I canali di espressione della volontà di base sono il voto, i referendum (ma solo abrogativi), le proposte di legge (ma dvorei verificare) che richiedono un numero di proponenti importante, hanno un iter farraginoso, possono essere, e lo sono quasi sempre, vanificati dai ‘giochi di palazzo’ o ‘palazzetto’.

        b) PD: boh? Mi pare tanto orientato a conquistare consensi al ‘centro’ o tra i cosiddetti ‘moderati’ e non può certo spaventarli manifestando simpatia a ‘estremisti anticapitalisti’ come Chavez. Una volta che con il suo atteggiamento ‘responsabile’ abbia conquistato, se mai accadrà, numeri sufficienti a governare, vorrei proprio capire quale modello sociale, in concreto, perseguirà. Un percorso riformista prudentissimo e lentissimo, quasi non percepibile, perchè il mondo va come va, il capitalismo è così forte, e poi c’è anche del buono …

        c) Protezionismo = Hitler e Mussolini = nazionalismo
        Mi pare una formuletta facile facile tanto per non affrontare il problema sul serio.
        Dimenticando anche quanto è cambiato nel mondo dai tempi di Adolfo e Benito.
        Sintetizzerei la mia opinione così: un paese che voglia perseguire un modello di sviluppo economico e sociale alternativo al capitalismo non ha altra via che limitare al minimo gli scambi con il mondo capitalista i cui protagonisti economici, una volta che li lasci fare nel tuo paese, ti depredano le risorse e decidono la tua politica.
        Chavez, per come la vedo io, è solo il protagonista più visibile (per i suoi atteggiamenti verbali) e più radicale (nelle scelte di politica interna) di un movimento che è però allargato variamente all’intera regione latino americana. Se è protezionista non lo è nei confronti dei paesi della regione con cui ha accordi di libero scambio. Nazionalista difficile essero in concreto sempre per via dell’appartenenza all’alleanza regionale, pur tuttora in via di creazione.
        Per cui, secondo me, si tratta di vedere chi vuol proteggersi da chi e da cosa e se dispone di risorse sufficienti, proprie e degli alleati, per perseguire il proprio percorso politico-economico.

        Poi, certo bisogna approfondire qua e là e questo e quello e ci sono tanti distinguo, ma credo la sostanza sia alla fin fine questa.

        Giuseppe

  3. oreste 28 giugno 2012 alle 22:36 - Reply

    Su Chavez viene scritto molto anche criticandolo, intendo. In Italia non mi pare ci sia una critica di sinistra. Anche se è stato pubblicato un libro di Raul Zibechi (che devo ancora leggere) che mi pare che, nel contesco macro regionale del latino america, si focalizzi sui movimenti dal basso e quindi sulle discordanze con le politiche di Chavez ma anche di Correa e Morales.
    CI sono stati degli ovvi cambiamenti ma ciò non significa che si sia discostato da un modello economico. In america latina le multinazionali ci sono ed estraggono. Le istituzioni mantengono quel “monopolio della violenza” dello Stato contro le stesse comunità indigene.

    Un mio amico traduce articoli dallo spagnolo e dall’inglese, interessato molto al fenomeno latino americano. Sono articoli critici. Se vi interessa il blog è questo http://ienaridensnexus.blogspot.it/

    • giuseppe 29 giugno 2012 alle 00:47 - Reply

      Ho scorso l’articolo che hai segnalato su IOPS. Devo rileggerlo con calma, ma ho la sensazione che quel che si rimprovera a Chavez e alla rivoluzione bolivarista è, sostanzialmente, di non aver abolito la proprietà privata e pertanto di essere, nientemeno che neoliberista.
      Io tenderei a ritenere che, con il ricordo ben vivo dei tentativi di emancipazione dei popoli latinoamericani finiti nel sangue, sia abbastanza saggio tener conto dei rapporti di forze reali in gioco e perseguire una via democratica al socialismo con tutte le contraddizioni e i tempi che questo percorso richiede.
      Sbaglierò e, come ho detto, rileggerò ma mi pare che l’articolista pretenda da Chavez tutto e subito e sulla base dello stato attuale della partita in corso ne profetizzi pregiudizialmente il risultato finale perchè la partita non è condotta secondo gli schemi che lui preferirebbe.

      • oreste 29 giugno 2012 alle 07:30 - Reply

        Ci sono diversi modi di arrivare ad una situazione più democratica e partecipata di socialismo. A me non pare che la scelta di un parlamento e di un capo di stato dal carisma particolarmente forte sia la migliore. Con l’economia fortemente centralizzata nel settore petrolifero il Venezuela è già messa male in partenza. Sia perchè si è dipendenti dal commercio internazionale sia per problemi ambientali sia perchè le possibilità economiche di questo settore minano lo sviluppo del sistema produttivo del Paese. Inoltre, seppur mi ricordino che ci sono le flotte americane a gironzolare per l’oceano, c’è la lotta ai narco etc, il Venezuela e altri paesi latino americani hanno aumentato la spesa militare. Un paese che si ritiene socialista e che non ha il pericolo di una guerra diretta dietro la porta sarebbe meglio che lo evitasse.
        Io sono curioso di vedere cosa succederà quando Chavez non ci sarà più, dato che mi sembra sia lui la figura cardine del sistema politico latino americano. O magari quando il petrolio sarà soppiantato.
        Anche la Libia aveva dei programmi sociali importanti grazie al petrolio. Tuttavia la sinistra internazionale non li ammirava (tranne rare eccezioni) mossi dai grandi media che hanno falsificato la “rivoluzione” libica. Lungi da me difendere un uomo che scrive un libretto verde dallo stampo libertario e poi va in giro nel mondo con le amazzoni, mi sembra significativo sottolineare che il miglioramento economico di buona parte della popolazione non è l’unica cosa importante. Anche il capitalismo può migliorare le condizioni di vita (in Sud America finora sono stati particolarmente selvaggi e non hanno saputo impostare un sistema più riformistico, per quello che ovviamente sono arrivati Chavez, MOrales etc). Senza guardare agli Stati Uniti che sono particolarmente sfrenati, i Paesi del Nord Europa, contestualizzati geograficamente etc sono messi benino, seppur una crisi di tali dimensioni sia dilaniante per tutti.
        Addirittura l’università reclama la libertà che dovrebbe esserle connaturata, mentre denuncia la violenza subita dal governo ( e si parla di un università pubblica, non privata http://www.acading.org.ve/info/comunicacion/noting/NOT-ING-3-140.pdf )

        Cioè a me pare che il Venezuela come altri paesi dell’america latina, essendosi incentrati sul modello statale (tra l’altro tipico del modello capitalista) stiano riproponendo le forme di autoritarismo tipiche di uno stato. Inoltre a ciò si aggiunge il fatto che in un mercato globalizzato definirsi socialisti anti-capitalisti e poi, per esempio, vendere petrolio alla cina non mi sembra del tutto coerente. Ma per il semplice fatto che è quasi impossibile uscirne a meno di nonn ritrovarsi isolati o a meno di non farte parte di un circuito imponente di stati anticapitalisti. Il socialismo non può impiantarsi in uno o due stati e pretendere di aver risolto.

        • Redazione 29 giugno 2012 alle 11:04 - Reply

          da Giuseppe, senza pretese di sistematicità o autorevolezza.

          > A me non pare che la scelta di un parlamento e di un capo di stato dal carisma particolarmente forte sia la migliore.

          Neanche a me. Ma bisogna vedere quali erano/sono le alternative effettivamente praticabili.

          > Con l’economia fortemente centralizzata nel settore petrolifero il Venezuela è già messa male in partenza. Sia perchè si è dipendenti dal commercio internazionale sia per problemi ambientali sia perchè le possibilità economiche di questo settore minano lo sviluppo del sistema produttivo del Paese

          D’accordo sul problema ambientale. Non d’accordo sulla dipendenza dal commercio internazionale inteso come globale neoliberista. Le esportazioni possono essere dirette a paesi/regioni partner con cui condividere anche progetti/risorse di energie alternative. Pare che tutto il fotovoltaico sia prodotto in Cina, ad esempio. Certo i brevetti e le licenze sono ‘occidentali’, ma non mi pare che la Cina si faccia grandi scrupoli al riguardo. E comunque le tecnologie energetiche alternative non sono poi più questo gran mistero. Non vedo perchè lo sviluppo produttivo del paese dovrebbe essere minato dall’attuale (non necessariamente eterna) dipendenza dal petrolio. Mi pare che il Venezuela sia un grande paese ricco di risorse naturali e comunque partner di un’alleanza in cui le risorse naturali sovrabbondano. OK, bisogna che l’alleanza funzioni.

          > il Venezuela e altri paesi latino americani hanno aumentato la spesa militare. Un paese che si ritiene socialista e che non ha il pericolo di una guerra diretta dietro la porta sarebbe meglio che lo evitasse.

          L’esercito serve anche a difendere un sistema da cambiamenti di regime eterodiretti. D’accordo che, più spesso, i colpi di stato eterodiretti li promuove o li agevola.

          > Io sono curioso di vedere cosa succederà quando Chavez non ci sarà più, dato che mi sembra sia lui la figura cardine del sistema politico latino americano

          Su quel che succederà in Venezuela dopo Chavez sono curioso anch’io. Sul resto dell’America Latina sono più tranquillo. Chavez non è fondamentale per la regione. E’ solo il più ‘petulante’.

          > Anche il capitalismo può migliorare le condizioni di vita

          Non equamente e non sostenibilmente, a mio parere. E comunque, per esistere, il capitalismo deve inevitabilmente passare per una serie di crisi. Su questo pare proprio non ci piova. Pare anche destinato a un’implosione finale che sembra imminente. Su questo ho meno certezze, almeno quanto all’imminenza e al sistema che lo sostituirà. Le classi dominanti sono molto potenti e molto fantasiose. Se per mantenere i propri privilegi dovranno precipitare il mondo in un nuovo Medioevo non credo se ne faranno scrupolo.

          > , i Paesi del Nord Europa, contestualizzati geograficamente etc sono messi benino,

          Mi pare di sì. Ma non mi pare siano neoliberisti. Fin che dura, lo stato è ancora forte nell’imporsi all’economia per garantire il “welfare” dei propri cittadini.

          > Addirittura l’università reclama la libertà

          Cercherò di approfondire.

          > Cioè a me pare che il Venezuela come altri paesi dell’america latina, essendosi incentrati sul modello statale (tra l’altro tipico del modello capitalista) stiano riproponendo le forme di autoritarismo tipiche di uno stato

          Per me il modello statale è tutto l’opposto del modello capitalista che, nella versione neoliberista, vorrebbe lo stato del tutto estraneo all’economia (e finanza). Salvo esigere ogni agevolazione possibile e farsi salvare dallo stato quando in crisi.
          L’autoritarismo non è tipico di uno stato. Se non in una certa visione anarchica che in buona parte condivido, ma qui il discorso ci porterebbe altrove. Le democrazie liberali non sarebbero, teoricamente, autoritarie. Nel caso del Venezuela e di qualsiasi paese operi una transizione da un sistema politico a un altro, credo che l’autoritarismo sia una fase costante. In teoria dovrebbe scomparire una volta che le masse siano divenute consapevoli dei vantaggi del nuovo sistema e protagoniste della sua realizzazione e difesa. Riconosco che non ci sono grandi motivi di ottimismo al riguardo.

          > è quasi impossibile uscirne a meno di nonn ritrovarsi isolati o a meno di non farte parte di un circuito imponente di stati anticapitalisti. Il socialismo non può impiantarsi in uno o due stati e pretendere di aver risolto.

          Si può restare isolati, se si hanno le risorse per farlo. Un circuito di stati pressapoco anticapitalisti, o anti-neoliberisti, mi pare in avanzata fase di creazione: America Latina, in particolare (non tutta e non con lo stesso ritmo, Cina (le cui strategie di lungo periodo sono tutte da scoprire nonostante le forti aperture al capitalismo), Russia, Iran, per parlare solo di paesi che hanno un circuito preferenziale di scambi. Poi bisognerà vedere il futuro dell’Africa del Nord, quella della “Primavera”.
          Per me il socialismo PUO’ impiantarsi in uno o due stati anche se per definizione dovrebbe essere internazionalista. Roma non fu fatta in un giorno. Se una cosa funziona bene in un paese verrà presa a modello da altri. Ma bisogna che funzioni bene e cui nasce il problema di “quale socialismo”. Il socialismo affidato al governo di una ‘nomenklatura’ non è altro che l’alter ego del capitalismo con i dirigenti di partito al posto dei capitalisti. Lì la faccenda è parecchio dura. Il modello “nuovo” di una società realmente partecipativa ha una strada lunga e difficilissima da percorrere per cercare di imporsi, se mai ci riuscirà. Qui bisognerebbe aprire un capitolo a parte sulla reale volontà della popolazione di non delegare troppo potere, senza controllo e senza possibilità di revoca puntuale, a una qualsiasi classe, quale che ne siano l’etichetta e il programma ufficiale. Al riguardo ammetto di essere discretamenmte pessimista. Ma non, ancora, arreso.

          Giuseppe

          • Andrea il folle 29 giugno 2012 alle 18:06 -

            Voglio fare solo una piccola precisazione, che, a dire il vero, non so se conti qualcosa: l’America, di recente (da qualche anno ma non ricordo con esattezza), ha costruito 5 nuove basi militari in Colombia. Mi sembra un buon motivo per aumentare le spese militari, ma non so se sia l’unico.

          • oreste 1 luglio 2012 alle 22:27 -

            Cercherò di essere molto conciso ma, spero chiaro.

            - Il problema economico del petrolio è che, concentrandosi su di esso (ovvero il fatto che sia il prodotto più esportato), si va a incidere engativamente sull’economia in quanto non viene sviluppata un industrai pesante o manifatturiera adeguata che sappia reggere economicamente. La concentrazione è sul petrolio che porta tanti soldi e permette quindi alcuni piani sociali.
            INoltre con il fatto dei ricchi giacimenti in Venezuela sono presenti diverse multinazionali (qui ne hai una bella mappa http://urly.it/1dc9 ) fatto di non poco conto nel paese per essellenza del “socialismo del XXI siglo”. Per di più le esportazioni (almeno da quanto dice wikipedia, anche se in realtà non mi fido troppo)sono al 51% in USA.

            - Un altro utente stava notando l’aumento di basi americana, giustamente. Io avevo sottolineato le flotte americane nell’oceano. Il punto è che, a mio parere, non ci sia il reale pericolo di uno scontro diretto che quindi giustifica un ampliamento della spesa militare. Possono gli Usa partecipare ad una impegnativa guerra diretta in Sud America in un contesto in cui l’Iran è il problema principale dal punto di vista politico-religioso, in un contesto di crisi generalizzata che non farebbe riscuotere successo ad una guerra e al fatto che un conflitto con il Venezuela implicherebbe un’ ampliamento de facto ad altri paesi del sud america facenti parte dell’ALBA? Ci tengo a sottolineare il fatto che sia una guerra diretta. Perchè la guerra diretta è quella che giustifica un’ampliamento degli armamenti che, in presenza di altre strategie (già collaudate dagli USA in america latina) non troverebbe molto senso.

            - Il capitalismo ha delle crisi cicliche. é un concetto storicamente fondato, i keynesiano proposero l’intervento dello stato, i liberisti (ciecamente) dicono che tutto si supera attraverso le politiche restrittive. Ma i cicli di Schmpter ci sono. Il capitalismo pare che abbia i giorni contati (anche se è da vedere, il capitalismo si rinnova nelle “terre vergini” e non tutto è detto). Ma il socialismo del 21 siglo lascia anch’esso disuguaglianze! Chavez sta bene in un bel palazzo, Castro ha una villa gigantesca, mentre la gente muore e gli intellettuali li vanno a trovare nelle loro residenze scrivendono poi gli elogi.

            - Lo stato che elimini l’autoritarismo? Accettando in gran parte la visione anarchica dovresti appunto aver pochi dubbi al riguardo. “La burocrazia rossa” è pericolo costante, sopprimibile solo da una decentralizzazione del potere e da una sua temporaneità limitata e flessibile.

            - Sinceramente iran, russia e cina non mi sembrano per nulla anticapitalisti.

    • fabiosallustro 29 giugno 2012 alle 06:57 - Reply

      E’ da li che arriva la traduzione del testo che hai segnalato!!!
      :-)
      Mi chiedevo chi si fosse fatto carico di portare avanti quel lavoro.

  4. oreste 29 giugno 2012 alle 12:54 - Reply

    Avevo commentato ma continua a darmi errore con il chapta e mi si è cancellato il commento. Appena ho tempo e se non trovo dossi, ricommento

    • giuseppe 29 giugno 2012 alle 13:03 - Reply

      Credo per evitare lo stress, davvero pesante, di ‘sta faccenda del CHAPTKA convenga scrivere il testo in qualche word processor e memorizzarlo per non dover ricominciare ogni volta da capo.
      giuseppe

      • Andrea il folle 29 giugno 2012 alle 18:01 - Reply

        Molto più comodamente: CRTL+C e poi CTRL+V.

        • Andrea il folle 29 giugno 2012 alle 18:26 - Reply

          Ho trovato il link all’azienda che crea motion grapichs (nuova metodologia di informazione): http://www.tiwi.it/.
          Lì potete trovare tutte le informazioni del caso, ma dubito sia a buon prezzo.

          • Redazione 30 giugno 2012 alle 09:26 -

            Ho dato un’occhiata al sito. Mi interessava vedere un video di esempio e ho trovato solo quello di una jeep che non mi è sembrato particolarmente sofisticato.
            Il concetto che le persone siano più ricettive ai video (passività al messaggio) e alle sintesi elementari non mi pare nuovissimo.
            Se dai un’occhiata ai video che trovi qui http://socialforge.org/art/203 (un sito di ‘approfondimento’ cui pure collaboriamo) mi pare che siano buoni esempi di ciò che tiwi propone come ‘nuovo’.
            Il punto di forza, allora, potrebbe essere il software che propone per realizzare le clip, ma non siamo in grado di permetterci di spendere cifre che effettivamente non credo banali quando, con normali prodotti freeware o a basso costo e tanto olio di gomito possiamo comunque ottenere grosso modo gli stessi risultati.
            Resta comunque buona la sollecitazione a tener conto di questa tipologia comunicativa. Come, quando e se potremo vedremo di sviluppare qualcosa anche di questo tipo.

            giuseppe

  5. Andrea il folle 2 luglio 2012 alle 02:02 - Reply

    Risposta ad oreste:
    “Il problema economico del petrolio è che, concentrandosi su di esso (ovvero il fatto che sia il prodotto più esportato), si va a incidere engativamente sull’economia in quanto non viene sviluppata un industrai pesante o manifatturiera adeguata che sappia reggere economicamente.”
    Credo che il Venezuela abbia sempre basato la sua economia sul petrolio, dopotutto perchè non farlo, di giacimenti ce ne sono molti e pure ricchi. La differenza sta che prima i soldi non arrivavano al popolo. Prima.
    Chavez ha nazionalizzato la compagnia PDVSA, tralascio sulle modalità (il fine giustifica i mezzi). Inoltre ha imposto una maxi-tassa che funziona da calmiere: se le compagnie alzano i prezzi, lo stato alza le tasse (http://www.fiscooggi.it/dal-mondo/articolo/venezuela-libera-alla-super-tassa-sulle-societa-petrolifere).
    Di quest’ultima riforma bisognerebbe calcolare i reali vantaggi per il popolo in uno scenario in cui il prezzo al barile del greggio sia di 110 dollari, il che significherebbe un aumento delle tasse da parte dello stato del 60%. Qualora ciò avvenisse, bisogna porsi alcune domande: una buona parte del 60% ritornerà al popolo in qualche modo? O serviranno (sparo un’ipotesi assurda) per armamenti o altre forme di capitalismo fine a se stesso?
    Bisogna attendere e vedere.
    Infine credo che la cartina delle multinazionali petrolifere sia dimostrativa della situazione estrattiva del Venezuela, piuttosto che un indizio di capitalismo mascherato dalla faccia socialista.

    • Andrea il folle 2 luglio 2012 alle 03:05 - Reply

      Sempre riguardante l’economia venezuelana basata sul petrolio: http://www.giovaniemissione.it/pub/index.php?option=content&task=view&id=789
      Questo articolo, scritto da Minà, dovrebbe far chiarezza sui i rapporti commerciali tra Repubblica Venezuelana e compagnie petrolifere e sui suoi risvolti positivi a livello sociale.

    • oreste 2 luglio 2012 alle 07:54 - Reply

      Ma un economia non può basarsi solo sul petrolio! E non mi pare che neppure ora il popolo navighi nell’oro e il fine NON giustifica i mezzi: la tav giustifica la distruzione di una vallata, della vita di chi ci abita e la repressione di migliaia di persone?
      Ormai Chavez governa da parecchio, non è un po’ tardi per “attendere e vedere”?

      sia dimostrativa della situazione estrattiva? Ma scusa un paese socialista, anti apitalista come fa ad avere sul suo territorio, ENI, Chevron etc?

      L’articolo sinceramente non mi dice molto. Oltre al fatto che ha 6 anni, dice solo che il Venezuela non ha espropriato ma che le multinazionali se ne sono andate. Le multinazionali però ci sono ancora, sia che ci sia o meno un’altra regolamentazione. Infatti, scrive Raul Zibechi “El problema mayor que enfrentan los movimientos nacidos en la última década, es que el modelo neoliberal, o más precisamente la acumulación por desposesión y el extractivismo, está lejos de haber sido superado. En toda la región este modelo se ha profundizado agravando las contradicciones sociales y ambientales, generando lo que el sociólogo brasileño Francisco de Oliveira define como “hegemonía al revés”” (http://uninomade.org/politicas-sociales-gobiernos-progresistas-y-movimientos-antisistemicos/)

      Poi vorrei lasciarvi una recente intervista (in spagnolo) al “Comandante Geronimo” ex leader guerrigliero : http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=OkfZszPIpJM#!

      e un altro sul diritto di sciopero http://ienaridensnexus.blogspot.it/2012/06/venezuela-restrizioni-al-diritto-di.html?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed:+NexusCo+(Nexus+Co.)

      • giuseppe 2 luglio 2012 alle 13:37 - Reply

        Mi pare che il dibattito si faccia vivace e, riservandomi di leggere tutti i link segnalati, vorrei segnalarne uno anch’io

        http://www.cepal.org/publicaciones/xml/6/46986/Venezuela-completo-web.pdf

        in particolare le tabelle finali sui dati economici.
        Il documento è in spagnolo e non me la cavo bene con la lingua ma mi pare di capire che l’economia venezuelana va benino e non si basa esclusivamente sul petrolio (anche se prevalentemente).
        Questo, ovviamente, in un’ottica “capitalista”.
        Per quanto riguarda la qualità ‘socialista’ dell’esperimento di Chavez credo che dati utili sarebbero il reddito medio, il tasso di alfabetizzazione, il tasso di povertà, l’assistenza sanitaria gratuita ecc., che ho trovato qua e là, quasi sempre di seconda mano, e che sarebbero positivi se potessi accertare la credibilità delle fonti. Vedremo.

        Rimane il problema: cosa stiamo pretendendo da un governo che ha scelto la ‘via democratica al socialismo’?

        Molte critiche mi sembrano giuste, ma mi pare anche che siamo nel solito campo del dito che indica la luna, però l’unghia è sporca.

        Il fine non giustifica i mezzi? Certo. Ma i mezzi disponibili possonoj determinare i tempi e i modi in cui il fine viene fatto progredire.
        Credo che, accanto alle critiche a ciò che Chavez fa, sarebbe corretto aggiungere idee su cosa avrebbe dovuto fare o cosa avrebbe dovuto fare meglio, tenendo conto della realtà che, ripeto, è il tentativo di cambiare il paese per via elettorale, tra l’altro mantenendo grande libertà a un forte sistema mediatico dell’opposizione.

        • oreste 2 luglio 2012 alle 14:18 - Reply

          Certo che l’economia venezuelana non va male il petrolio di introiti ne fa tantissimi e senza non potrebbe permettersi certi piani sociali.

          Comunque, cosa avrebbe potuto fare o fare meglio?
          Cooperazione integrale e non repressione con i movimenti dal basso, espropriazioni etc cioè atti socialismo.
          La cosa che mi da più fastidio è questo continuo richiamo al “socialismo de XXI siglo”. Il socialismo è abolizione della proprietà privata e eliminazione dello status quo delle multinazionali. Autogestione etc Ormai è da un decennio che Chavez governa ma le multinazionali e i grandi proprietari ci sono, insieme alle grandi differenze degli stili di vita.

          Comunque dai dati di Amnesty l’aspettativa di vita è circa di 74 anni (81 in italia) la mortalità sotto i 5 anni al 17% (al 4 in italia) e l’alfabetizzazione al 92 (98 in italia) (http://www.rapportoannuale.amnesty.it/sites/default/files/Venezuela_0.pdf)

          Ma il problema è che siamo ancora in una società capitalista, con disuguaglianze e tanta povertà.

          MALEDETTO CHAPTKA

          • Andrea il folle 2 luglio 2012 alle 23:19 -

            Ho capito cosa intendi dire: il socialismo del XXI secolo stile Chavez non porta nessun cambiamento veramente socialista, anzi è affine al capitalismo. Però, e questa è una mia opinione, mi sembra ingiusto non dare nessun merito alla politica bolivariana. Cosa avrebbe dovuto fare? Avrebbe dovuto rinunciare ai profitti del petrolio sebbene questi sarebbero serviti per cominciare la svolta rivoluzionaria? E quale alternativa economica avrebbe dovuto sfruttare per aiutare il popolo fin da subito (e soprattutto, con quali soldi?)? Credo che finché ci sarà il petrolio Chavez faccia bene a sfruttarlo, se questo aiuta i poveri venezuelani.
            Inoltre mi lascia perplesso l’ossessività con la quale si pretendono politiche autenticamente socialiste da Chavez: credi veramente che dal momento della sua investitura a capo dello stato avrebbe dovuto chiudere una pagina e aprirne una totalmente nuova nel giro di 10 anni? Credi che ci sarebbe riuscito se lo avesse voluto? Ma credi veramente che un cambiamento così radicale sia possibile in un lasso di tempo tanto breve? Pensi forse che si possa svegliare domani mattina e dire alle multinazionali di andarsene? Le rivoluzioni non si fanno in una manciata di anni, è una mera illusione. Ci vuole tempo. Roma non è stata costruita in un giorno. Sarà banale, ma è vero.

          • Andrea il folle 3 luglio 2012 alle 00:13 -

            Mi sono dimenticato alcune cose:
            1) cosa centra l’esempio della TAV? Il fine giustifica i mezzi se il fine è il VERO BENE COLLETTIVO.
            2) “Ormai Chavez governa da parecchio, non è un po’ tardi per “attendere e vedere”?” Semplicemente no. Governa da 14 anni, ma per realizzare la sua rivoluzione cosa sono 14 anni? Credi bastino per trasformare radicalmente una nazione di 29 milioni di persone?
            3) “Ma scusa un paese socialista, anti apitalista come fa ad avere sul suo territorio, ENI, Chevron etc?” Secondo me sarebbe giusto chiedersi cosa sarebbe potuto succedere se le avesse cacciate. Ogni azione comporta una reazione.
            4) “L’articolo sinceramente non mi dice molto. Oltre al fatto che ha 6 anni, dice solo che il Venezuela non ha espropriato ma che le multinazionali se ne sono andate. Le multinazionali però ci sono ancora, sia che ci sia o meno un’altra regolamentazione.” Ti riferisci all’articolo di Minà? Se si leggi anche l’altro (http://www.fiscooggi.it/dal-mondo/articolo/venezuela-libera-alla-super-tassa-sulle-societa-petrolifere).

  6. oreste 3 luglio 2012 alle 08:28 - Reply

    Per GIUSEPPE: Non dico che non ci siano stati cambiamenti, sarebbe miope farlo. Dico solo che si poteva agire in modi molto migliori e non intendo cacciando le multinazionali, ma lasciando allo stato il monopolio sarebbe stato meglio e perchè non dare molta più forza alle comunità locali e alle fabbriche anzichè reprimere?

    Per ANDREA il folle :

    1)vuoi entrare in una discussione filosofica? cos’è il vero bene? chi è che da il valore del bene? come vengono classificati bene o male?
    è giusto far arrivare alla carestia milioni di persone perchè vengono considerati “kulaki borghesi”? Se è il popolo che reagisce è un conto, se a reagire è l’autorità di un individuo è un altro. Anzi magari il fine giustifica i mezzi quando i “rivoluzionari” comunisti massacrano le insorgenze popolari in Ucraina o a Kronstadt, o quando fanno lo stesso in Spagna, in Ungheria etc.
    2)Allora entriamo nel merito seriamente: cominciamo dal fatto che politicamente 14 anni sono tantissimi, che le rivoluzioni quando incominciate si sono concluse nel bene e nel male in pochi anni e che per essere “rivoluzionari” bisogna fare scelte radicali. Quali sono le scelte radicali fatte da Chavez? una tasse sulle multinazionali petrolifere?
    Qual’è il cambiamento che deve portare? Culturale? se fosse un cambiamento culturale, probabilmente lui non sarebbe nemmeno stato eletto. La popolazione è già ampiamente consapevole dei pericoli del laizze-faire e della mano invisibile del libero mercato, oltre che dell’imperialismo usa. ALlora deve portare un cambiamento economico? Politicamente un cambiamento economico o è riformista e quindi rispetta le regole democratico-capitaliste, mette tasse etc o è rivoluzionario, esproprio, elimina la proprietà privata.
    3)OGNI AZIONE COMPORTA UNA REAZIONE: bene. Sei socialista? sei contro la proprietà privata? Bene, sei consapevole delle tue idee e delle conseguenze che portano. Vuoi creare una società anti-capitalista partendo dall’ALBA? ti assumi le tue responsabilità o espropri e nazionalizzi, dai in mano la gestione allo stato o con il popolo organizzi una federazione di comunità autogestite e autonome.
    )perchè in Sud America persiste la repressione verso le minoranze indigene o della popolazione in rivolta? dove sono i principi di un’idea quando ti mandano l’esercito o la polizia a fermarti quando protesti “democraticamente”?

  7. Max 3 luglio 2012 alle 12:19 - Reply

    Per Andrea il Folle
    Scusami eh, ma quando sono avvenuti i seguenti fatti:
    -Ucraina 1919
    -Ungheria 1919
    -Shinmin 1929-1932
    -Catalogna 1936
    -Ungheria 1956
    Vi sono stati esempi rapidi e risoluti di collettivizzazione dei mezzi di produzione. E questi esempi sono finiti, pensa un pò, per colpa delle forze estere o, per dirla in maniera corretta, per via delle forze reazionarie.
    Quindi cosa si vuole dire con ciò? Chè se il Venezuela voleva socializzare i mezzi di produzione, l’avrebbe fatto in meno di un anno. Con tutto che ciò avrebbe comportato una feroce repressione da parte delle forze estere contro il paese. Ma la rivoluzione -aka cambiamento radicale della situazione- comporta questo: essere contro le forze anti o contro rivoluzionarie. E il caso del senor Chavez, non rientra nella fattispecie delle rivoluzioni, in quanto le multinazionali prosperano che è un piacere. E questo lo si può vedere con tutta la buonafede del mondo (la cui vostra buonafede, giusto per dire, sta andando a collidere con la cattiva fede)

    L’articolo e la mappa parlano chiaro: le multinazionali sono ancora presenti sul territorio venezuelano. Siccome dell’informazione italica non mi fido a priori -soprattutto quella che para il culo a certi fascisti borghesi che giocano a fare i socialisti-, consiglierei di dare un’occhiata ai giornali locali venezuelani (in primis El Universal)
    Le multinazionali se ne vanno? Cioè le multinazionali lasciano l’Orinoco o il Zulia -per esempio- così? Siamo seri oppure siamo a una convention di chi spara la cagata più grossa? Per favore eh. Cerchiamo di analizzare bene le cose e a non fare paraculismo verso un borghese fascista come il senor Hugo Chavez.
    Grazie e arrivederci

    • giuseppe 3 luglio 2012 alle 14:35 - Reply

      Se riconosco lo stile, ci siamo già incontrati altrove dove io ero presente con il nick Marcuse. Se vuoi, confermamelo, così so che dietro le affermazioni apodittiche e la tendenza al disprezzo per chi non la pensa come te c’è della sostanza e, pur nella diversità delle opinioni, c’è la possibilità di dialogare.

      Giuseppe aka Marcuse

    • Andrea il folle 3 luglio 2012 alle 16:23 - Reply

      Scusami, ma è un crimine cercare una rivoluzione per gradi? Non la si può più chiamare rivoluzione se non avviene in un arco temporale breve? Non capisco questo ragionamento. Se avete voglia di spiegarmelo, mi fareste un piacere.
      Inoltre: “E questi esempi sono finiti, pensa un pò, per colpa delle forze estere o, per dirla in maniera corretta, per via delle forze reazionarie.” Non ti sembra un valido motivo per non compiere una rivoluzione in poco tempo? Immagina se Chavez avesse attuato quello che voi ritenete essere l’unico sistema per compiere una rivoluzione, credi che il popolo, sospinto dallo spirito della lotta, si sarebbe immolato in una probabile guerra contro le forze reazionarie? Credo proprio di no.
      “Chè se il Venezuela voleva socializzare i mezzi di produzione, l’avrebbe fatto in meno di un anno. Con tutto che ciò avrebbe comportato una feroce repressione da parte delle forze estere contro il paese.” Fammi capire, se tu fossi stato Chavez avresti mandato in guerra il tuo popolo in nome della rivoluzione? Veramente?
      L’idea che avete di rivoluzione mi sembra antica ed anacronistica sebbene rispecchi il vero significato del termine: “mutamento improvviso e profondo”.

      • Max 3 luglio 2012 alle 19:40 - Reply

        No Andrea, il vero crimine è quando il gradualismo rivoluzionario si trasforma in un mantenere lo status quo corrente. Il capitale è in mano sia alle imprese private straniere e nazionali venezuelane e sia alla PDVSA venezuelana (che, giusto per ricordare, è più un’azienda privata, in quanto quotata in borsa, che una società di lavoratori anti-borghese)

        Andiamo avanti. La rivoluzione non viene fatta in tempi brevi, la rivoluzione non indica sacrificare persone a buffo, la rivoluzione E’ il cambiamento radicale della situazione corrente. E se ciò la vedi come una cosa anacronistica o parole che collidono con essa, non so che farci (non mi interessa praticamente)
        Detto ciò: io da Chavez non pretendo o voglio nulla. Fin dall’inizio della sua scalata al potere, era già chiaro e cristallino che non voleva attuare un socialismo -ovvero l’eliminazione sia dello Stato che del lavoro subordinato- ma un socialismo che in America latina avevano già visto nei tempi passati. Un socialismo che molti personaggi tristi chiamano socialismo nazionale o -come preferisco chiamarlo- capitalismo di Stato.
        Avrei preferito mandare al macello i venezuelani per una rivoluzione? ovvio che no. Ma non mi va a genio che sotto Chavez vi siano solo dei contentini dati ai lavoratori e ai poveri del paese, mentre i borghesi locali e stranieri banchettano che è un piacere. E ciò lo potete vedere da molti link che girano sul web (dal Periodico el libertario a laclase.info), oltre che da vari dossier fatti da compagni venezuelani che trovate nei due siti che vi ho menzionato adesso.

        Saluti

  8. Max 3 luglio 2012 alle 19:41 - Reply

    Per Giuseppe: non credo che abbiamo mai parlato sulla rete. Oltre al fatto che l’unica cosa che sto disprezzando è la politica di un borghese fascista come Hugo Chavez

  9. oreste 3 luglio 2012 alle 20:33 - Reply

    Ok. Qui c’è un problema di fondo Andrea. Rivoluzione, in senso stretto significa ” il processo rapido, e per lo più violento, attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento”.
    La gradualità di cui parli ha un altro nome infatti il riformismo è “Movimento e metodo d’azione politica che, ripudiando sia i sistemi rivoluzionarî sia il conservatorismo, riconosce la possibilità di modificare l’ordinamento politico, economico e sociale esistente solo attraverso l’attuazione di organiche, ma GRADUALI riforme”, guarda usi anche lo stesso gergo.
    Queste definizioni sono prese dal vocabolario treccani online. Ma si tratta di concetti politici di base. Le peculiarità che caratterizzano l’azione rivoluzionaria da quella riformistica sono proprio queste: velocità e metodi. La rivoluzione ha metodi duri, violenti ed è rapida. Le riforme adottano metodi graduali e istituzionali.

  10. oreste 3 luglio 2012 alle 21:09 - Reply

    Non si tratta di concetti vecchi e anacronistici, si tratta della definizione corretta che vuoi dare ad un fenomeno. I concetti politici variano nel tempo, è vero. Il concetto di rivoluzione prima del XVIII secolo segnalava un regresso, non un sviluppo positivo. Ma il punto è che questo nuova definizione del concetto più “moderna” e meno anacronistica, non ha senso di essere perchè esiste già un altro concetto che identifica il fenomeno. Riformismo.
    Si sta parlando di una disputa intellettuale che va avanti da due secoli e che ha visto confrontarsi i più acuti intellettuali. Ma il punto, ora, non è chi dei due abbia più ragione. Se sian meglio le riforme o la rivoluzione. Qui il problema è una confusione dei due termini presi in considerazione. I due termini sono diversi ed identificano diversi modi di porsi verso il cambiamento e il miglioramento della società.
    Inoltre si arriva anche al limiti di giustificare la presenza di multinazionali del petrolio, notoriamente accusate di disastri ambientali e di sostentamento di gruppi armati e golpe. Mi sembra una barzelletta. Posso capire, anzi capisco, le posizione pro chavez o che comunque guardano a lui con fiducia, ma non posso assolutamente tollerare una dichiarazione di difesa verso il sostentamento di multinazionali criminali. Non posso tollerare che dei concetti si base vengano scambiati per poi definirne uno “anacronistico”.
    Sappi che di gradualismo rivoluzionario ne parlava già Malatesta con Fabbri, alla faccia del moderno:

    “Intransigenti contro ogni imposizione ed ogni sfruttamento capitalistico, noi dovremo essere tolleranti con tutte le concezioni sociali che prevalgono nei vari raggruppamenti umani, purché non ledano la libertà ed il diritto uguale degli altri; e contentarci di progredire gradualmente a misura che si eleva il livello morale degli uomini e crescono i mezzi materiali ed intellettuali di cui dispone l’umanità – facendo, questo s’intende, il più che possiamo – con lo studio, il lavoro, la propaganda, per affrettare l’evoluzione verso ideali sempre più alti…
    …ma dovranno sempre uniformarsi, per quanto dipende da noi, ai principi basilari dell’anarchismo: nessun comando dell’uomo sull’uomo, nessuno sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo”

    Progredire gradualmente MA uniformarsi ai principi basilari dell’anarchismo!

  11. Andrea il folle 4 luglio 2012 alle 02:18 - Reply

    spiego in breve perchè il captcha mi ha vinto questa sera:
    1 Non credo di essere un riformista.
    2 Non diniego l’utilizzo dei metodi rivoluzionari, del resto ripeto ogni volta “il fine giustifica i mezzi”
    3 Sono d’accordo con questo: “attraverso il quale ceti, classi o gruppi sociali, ovvero intere popolazioni, sentendosi non sufficientemente rappresentate dalle vigenti istituzioni, limitate nei diritti o nella distribuzione della ricchezza che hanno concorso a produrre, sovvertono tali istituzioni al fine di modificarle profondamente e di stabilire un nuovo ordinamento”.
    4 “Le peculiarità che caratterizzano l’azione rivoluzionaria da quella riformistica sono proprio queste: velocità e metodi. La rivoluzione ha metodi duri, violenti ed è rapida.”. Questo punto, nella mia visione della politica, non deve essere imprescindibile, in quanto una rivoluzione violenta (di sinistra) e rapida di una nazione con grandi riserve di petrolio sarebbe stata, molto probabilmente, sopressa e soffocata. Una rivoluzione DEVE tener conto della politica internazionale. Punto e basta. E’ su questo punto che ho definito anacronistico il concetto di rivoluzione che intendi. Essa deve adattarsi al contesto per poi cambiarlo, non può sovverchiarlo di peso e sperare nel bene placito degli altri stati.

    • Andrea il folle 4 luglio 2012 alle 02:21 - Reply

      beneplacito.
      Il Gradualismo rivoluzionario non lo avevo mai sentito, voglio informarmi meglio.

  12. giuseppe 4 luglio 2012 alle 07:32 - Reply

    Io proverei ad esprimermi in termini semplici e a sintetizzare così.
    Esistono società stabili e società instabili. Relativamente parlando.
    Le società stabili possono essere ‘eque’ o ‘inique’ quanto all’uguaglianza di diritti e benessere di coloro che vi appartengono. Senza cadere nel mito del ‘buon selvaggio’, società stabili ragionevolmente ‘eque’ sembrano essere quelle tribali. Fin che il ‘progresso’ glielo permetterà vivranno come vivevano millenni fa. Non hanno stimoli interni al cambiamento. Sono scientificamente e tecnologicamente ‘arretrate’, ma ‘stanno bene così’. Immagino non faremmo ragionevolmente cambio; comunque non saremmo in grado di farlo, credo. Esistono società stabili ‘inique’ in cui i dominati accettano in generale il loro ‘destino’ perché non hanno i mezzi culturali e materiali per rovesciare i rapporti di forza; tuttavia, in generale, i dominatori sono una minoranza e i dominati una maggioranza. Per il semplice fatto che occorre più di un ‘suddito’ per garantire i lussi di ogni potente. Dunque, almeno teoricamente, i numeri grezzi direbbero che il potenziale di cambiamento esiste. (“Vaglielo a dire agli internati nei campi di concentramento nazisti!”)
    Una società iniqua instabile (dove il dominio di chi governa non è, o non pare, assoluto) qualcuno può pensare di cambiare le cose e lo può fare in tre modi, mi pare.
    Promuovere delle riforme che garantiscano che la maggioranza dominata non si sollevi contro il dominatore. Sono riforme, cioè, intese a mantenere lo status quo. “Mein Fuhrer, forse è il caso di cancellare il programma di eutanasia delle ‘vite indegne di essere vissute’ perché abbiamo il popolo contro”. Sono riforme, dunque, al servizio dello stesso sistema che vogliono cambiare soltanto mitigandone gli eccessi. Non ci interessano.
    Promuovere delle riforme che mirino a erodere progressivamente il potere dei dominatori, in direzione di un cambiamento dell’intero sistema. “Conquistiamo la giornata lavorativa di 8 ore oggi, per conquistare un aumento della paga domani, per conquistare l’assistenza sanitaria e la previdenza pensionistica … per conquistare la cogestione per ….” I benefici di questo percorso sono avvertiti dalla massa dei dominati, possono non costare eccessivamente in termini di reazione violenta dei dominatori. Sono percorsi, tuttavia, lunghi e mi pare finiscano molto spesso per interrompersi quando l’iniquità diviene meno odiosa. A quel punto il movimento politico/sindacale riformista e la base che lo sostiene tende a ‘dormire sugli allori’ mentre la classe dominatrice si dà da fare per sfruttare ogni occasione buona per riprendersi quello che ha dovuto concedere.
    Attuare una rivoluzione. Per quel che mi riguarda le rivoluzioni sono sempre il risultato di un mutato rapporto di forze tra l’élite dominante e un qualche segmento della società che ha interesse al cambiamento, inteso come conquista del potere. Le rivoluzioni non sono tutte uguali per quanto riguarda la base sociale i cui interessi perseguono. I nobili che si rivoltano contro le ‘spese pazze’ del sovrano e conquistano la Magna Carta sono, a modo loro, dei rivoluzionari, ma i benefici della ‘rivoluzione’ restano confinati alla loro casta. La rivoluzione americana è una rivoluzione di borghesi abbienti che vogliono l’indipendenza dall’Inghilterra e, al di là dei proclami, hanno ben poco a cuore gli interessi di tutti i coloni (per non parlare di quelli dei nativi americani): il loro obiettivo è instaurare una società ‘diversamente iniqua’. Un putsch militare è una ‘rivoluzione’ di norma istigata dalla borghesia (nazionale spesso in combutta con quella straniera) per ripristinare i propri privilegi contro un ‘eccesso di democrazia’. Eccetera.
    Poi ci sono le rivoluzioni (tipicamente quella francese e quella russa) che si propongono di instaurare un sistema sociale basato sull’ “uguaglianza”. L’iniziativa è sempre di una minoranza che, se non è suicida, si basa sull’idea che il potere vigente è debole e che l’opposizione popolare ad esso, pur magari confusa, è forte.
    Le rivoluzioni di questo tipo sono quasi sempre violente e rapide quanto alla conquista del potere. Ma le rivoluzioni creano grandi aspettative nelle masse, aspettative che non possono essere soddisfatte dall’oggi al domani. Il che crea scontento per gestire il quale si finisce con il rivoluzionario ‘egualitario’ che diventa quasi sempre autoritario. E, poiché un potere assoluto corrompe in maniera assoluta, gli ‘ideali’ della rivoluzione finiscono per diventare ‘gestione aziendale’ con la tipica ripartizione di oneri ed onori tra il padrone dell’azienda (l’ex rivoluzionario ora governante) e i dipendenti (la maggioranza del popolo).
    Ora, che dire? Un ragionevole compromesso sembrerebbe essere una rivoluzione che accolga in sé una componente impegnata a garantire che il nuovo potere sia sempre sotto pressione per migliorare, comunque progressivamente, la condizione della maggioranza. La rivoluzione serve a prendere il potere, “l’ala riformista” della rivoluzione serve a promuovere un percorso razionale e costante di cambiamento. Ma, come già detto, la spinta riformista (quando non uccisa sul nascere dal nuovo potere rivoluzionario) tende ad esaurirsi quando un certo grado di miglioramento acquieta una parte della popolazione sufficiente a ritenere stabile la società (alla faccia di chi è ‘rimasto indietro’). E, più o meno si ricomincia da capo, con una società diversamente iniqua in cui si manifesteranno nuove tensioni per il cambiamento in un processo che, ottimisticamente, è di progresso continuo ma che molto spesso ha in sé i germi per il consolidamento dell’autoritarismo e le premesse per una controrivoluzione.
    Ora, se nelle linee generali questa esposizione sempliciotta non è del tutto estranea alla realtà, sparare giudizi lapidari (encomiastici o denigratori) nei confronti dei protagonisti più visibili di qualsiasi processo politico sociale in corso mi pare serva a ben poco. Servirebbe di più, per ciascuna realtà, individuare il punto di partenza, quello di svolta (quando c’è), la direzione dei processi, la forza del loro impulso e le forze (interne ed esterne) che tale impulso contrastano.
    Tutto questo è comunque da riformulare se si parte da un’altra idea e cioè che qualsiasi forma di potere (anche quello rivoluzionario più illuminato) è in contrasto con il perseguimento di una società equa. Ma questo è tutto un altro discorso. Si tratta, cioè, di superare l’idea che la rivoluzione sia la semplice presa del potere e che la democrazia rappresentativa parlamentare sia il sistema migliore (o il meno peggio) per creare una società equa.

  13. Max 4 luglio 2012 alle 14:13 - Reply

    No scusate ho fatto casino col commento precedente.

    Ad andrea il folle: Allora volevo dire che potrei essere d’accordo che una rivoluzione debba essere internazionale, ma vorrei che mi spiegassi che la rivoluzione debba tenere conto dell’aspetto politico, così da farmi un’idea di cosa dici, perchè potrei equivocare e potrei pensare che questa rivoluzione di cui ti parli, si possa trasformare in quello che è accaduto in Russia con Lenin oppure nella Germania di Ebert (sempre dello stesso periodo della Russia di Lenin), dove in entrambi i casi si è assistito a una presa per i fondelli alle cosiddette classi disagiate e a favore delle classi al potere (nel caso della Russia, alla burocrazia, nel caso della Germania alla borghesia e al militarismo tedesco o prussiano).

    se potete, cancellate il commento precedente grazie

    • Andrea il folle 4 luglio 2012 alle 23:16 - Reply

      Hai ragione, mi sono espresso male. Scrivendo “Una rivoluzione DEVE tener conto della politica internazionale” intendevo dire che chiunque abbia intenzione di cominciare una rivoluzione deve tenere conto delle ripercussioni che ciò avrebbe a livello internazionale. Dal mio punto di vista una rivoluzione “confinata” esclusivamente nella nazione in cui nasce non può esistere. Al conflitto parteciperanno sempre altre forze non appartenenti allo stato in cui la rivoluzione è scoppiata.
      Non ho mai parlato di una rivoluzione internazionale.
      Tutto qui.

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