Anniversario del blocco di Gaza: stato d’assedio e normalità

Redazione 23 giugno 2012 0
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di Ramzy Baroud –  22 giugno 2012

Il 14 giugno cinquanta organizzazioni internazionali hanno marcato il quinto anniversario dell’assedio israeliano a Gaza chiedendo a Israele di por fine al suo blocco della piccola striscia impoverita.

“Per più di cinque anni a Gaza più di 1,6 milioni di persone sono state sottoposte a un blocco in violazione della legge internazionale. Più di metà di queste persone è costituita da bambini. Noi sottoscritti diciamo con un’unica voce: ‘basta adesso con il blocco’” diceva la dichiarazione congiunta.

Tra i firmatari ci sono state organizzazioni rispettate come Save the Children, Oxfam, l’Organizzazione Mondiale della Sanità, Amnesty International e Médecins du Monde.  Il testo della dichiarazione faceva il paio con una pletora di appelli recenti. L’unica differenza notevole è che durante l’assedio, la popolazione di Gaza è passata da 1,5 a più di 1,6 milioni di persone.

La dichiarazione ha fatto seguito a una vigorosa censura dell’assedio da parte del Sottosegretario Generale dell’ONU per gli Affari Umanitari, Valerie Amos. La Amos ha denunciato quella che ha descritto come una “punizione collettiva di tutti quelli che vivono a Gaza e … una negazione di diritti umani fondamentali in violazione della legge internazionale.” Ha chiesto che il blocco sia tolto immediatamente, in modo che si possa provvedere alla manutenzione di servizi e infrastrutture essenziali.”

Le condanne delle organizzazioni umanitarie e per i diritti umani delle violazioni israeliane dei diritti in Palestina non costituiscono nulla di nuovo. Sfortunatamente tali appelli sono raramente seguiti da una qualche campagna politica organizzata. I governi occidentali sono i meno interessati al dramma in corso. Storicamente hanno impiegato una politica selettiva d’indignazione ogni volta che sono stati violati diritti umani. Peggio ancora, in molti casi le potenze occidentali hanno svolto un ruolo attivo nel consentire l’oppressione israeliana dei palestinesi.

L’appello delle organizzazioni per i diritti umani sarebbe stato molto più significativo se fosse stato diretto alle potenze occidentali che appoggiano le azioni israeliane. Promuovere l’idea che l’assedio di Gaza sia un’iniziativa interamente israeliana è un trucco che va denunciato. Ugualmente ingannatrice è ogni discussione della letale guerra israeliana contro Gaza (Piombo Fuso – 2008-09) senza il dovuto riferimento al forte appoggio politico e militare degli USA e delle potenze occidentali. Senza tale sostegno Israele non sarebbe mai riuscito a sostenere le sue costose avventure belliche o a costruire il suo cosiddetto Muro di Separazione o gli insediamenti illegali.

I palestinesi sono sempre più frustrati per il fatto che, mentre ogni crisi umanitaria determinata politicamente nella regione viene classificata come tale, l’assedio di Gaza è confinato a una discussione circa l’ammissione o meno dell’accesso di beni alimentari nella striscia. I palestinesi non sono un esperimento collettivo, nonostante qualsiasi affermazione israeliana del contrario. Qui si tratta concretamente di una questione politica, così come espressa dal politico israeliano Dov Weissglass, un ex stretto collaboratore del primo ministro Ariel Sharon.  “L’idea è di mettere i palestinesi a dieta, ma non di farli morire di fame” ha proclamato in un’occasione. Tale ‘dieta’ collettiva è stata parte di una politica più ampia che ha accompagnato il ripiegamento – chiamato ‘disimpegno’ – da Gaza. “In realtà il disimpegno è formalina. Fornisce la quantità di formalina necessaria affinché non ci sia un processo politico con i palestinesi.”

Le dichiarazioni riportate qui sopra sono state citate dal quotidiano israeliano Haaretz (10 agosto 2004). Esse chiariscono che i piani per porre Gaza sotto assedio sono stati decisi prima della vittoria di Hamas alle elezioni del parlamento palestinese e dei suoi successivi scontri violenti con il rivale Fatah. Essi hanno anche preceduto la cattura del soldato israeliano Gilad Shalit.

Tuttavia nessuna difesa israeliana ufficiale dell’assedio è mai stata diffusa senza riferimento ad Hamas e al suo controllo della striscia. Mark Regev, portavoce del primo ministro Benjamin Netanyahu, ha affermato: “Tutti i carichi diretti a Gaza devono essere controllati, perché Gaza è controllata da Hamas, un’organizzazione riconosciuta internazionalmente come terroristica.”

Per evitare controversie, le organizzazioni internazionali criticano l’assedio israeliano di Gaza come se si trattasse di un evento apolitico. La risposta israeliana è sempre la stessa, comoda e ridondante: contrapporre il terrorismo di Hamas alla presunta vitale democrazia di Israele. I portavoce del dipartimento di stato israeliano spesso assecondano le dichiarazioni israeliane e le discussioni finiscono lì.

Una triste ironia è che nel giorno della condanna internazionale dell’assedio di Gaza, il presidente statunitense Barack Obama ha premia Shimon Peres con la Medaglia Presidenziale per la Libertà. Elogiato da Obama per il suo “spirito indomabile”, Peres ha previsto e difeso l’occupazione illegale, i massacri e i maltrattamenti israeliani dei palestinesi in tutte le sue varie cariche nel governo israeliano, compreso quando è stato primo ministro e presidente.

Il vero rischio è che l’assedio di Gaza stia diventando parte di uno status quo più ampio, imposto e difeso da Israele e dai suoi benefattori. E’ anche dimenticato il fatto che, prima dell’assedio, Gaza era un territorio occupato da Israele, assieme alla West Bank occupata e a Gerusalemme Est, annessa illegalmente. Ha dunque poco senso che l’Economist titoli il suo articolo di commemorazione dell’assedio come: “Striscia di Gaza: tornerà mai la normalità?” (16 giugno).

Invece di trattare dell’assedio illegale israeliano come punto di partenza per la sua tesi, la rivista ha cercato di evidenziare l’abilità di Hamas e il suo relativo successo nel sopportare “cinque anni di assedio punitivo, di bombardamenti e di guerra.” Ancora una volta i palestinesi sono usati in un esperimento collettivo di guerra e assedio. “Ma avendo costruito il suo impero locale, Hamas è incerto su quale sarà il passo futuro,” ha affermato l’articolo.

Una copertura giornalistica di questo genere è tipica, poiché l’assedio e la guerra israeliana sono proposti nei media convenzionali come un normale fatto della vita e non meritevoli di condanna o censura. Se mai un’analisi s’impone, si concentra sull’abilità dei ‘terroristi’ di Gaza di sottrarsi alle pressioni e di sostenere il proprio ‘impero locale’.

Dopo cinque anni di assedio a Gaza, Israele non si è piegato alla volontà dei palestinesi o a ottenere concessioni politiche in cambio di cibo e medicinali salvavita. Ma è riuscito ad accrescere l’intensità delle guerre e dei perpetui assedi contro i palestinesi, normalizzando in un certo qual modo tali realtà violente e inumane, che sono scrupolosamente criticate da alcuni e accettate o difese appassionatamente o da altri.

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un giornalista indipendente internazionale ed editore di PalestineChronicle.com.  Il suo libro più recente è ‘My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’ (Pluto Press, Londra)  [Mio padre era un combattente della libertà: la storia non narrata di Gaza]

 

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

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Fonte:  http://www.zcommunications.org/anniversary-of-gaza-blockade-a-state-of-siege-and-normalcy-by-ramzy-baroud

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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