Tra imperialismo e repressione

Redazione 18 giugno 2012 14
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Tra imperialismo e repressione

 

Di Sami Ramadani e

Samuel Grove

14 giugno 2012

 

Sami Ramadani è professore associato di Sociologia alla London Metropolitan University di Londra ed è stato per molti anni un attivo partecipante alla campagna contro il regime di Sadam e alle lotte anti-imperialiste. In una intervista  approfondita  ha parlato con Samuel Grove sulle dinamiche del conflitto in Siria, sostenendo che la resistenza democratica contro il regime brutale di Assad è stata  eclissata  dalle forze reazionarie, appoggiate dai paesi occidentali e dagli stati del Golfo Persico, con implicazioni potenzialmente  gravi  per il Medio Oriente.

 

L’insurrezione in Siria è un argomento enormemente difficile da trattare per gli estranei occidentali.

Uno dei motivi è  il grande  numero di interessi diversi  che ci sono in gara per avere cariche e  potere, sia all’’interno del paese che fuori.  Cominciamo dal regime. Ci può fare una breve storia della famiglia Al-Assad: da dove viene e  in che direzione hanno portato il paese da quando sono andati al potere nel 1970?

 

In seguito alle meravigliose insurrezioni di popolo in Tunisia e in Egitto, che hanno portato alla caduta di due dittatori  ben radicati al potere,  si è sviluppata la tendenza a non esaminare attentamente la natura delle varie forze che competono per il potere politico sia all’interno dei movimenti di opposizione che all’interno dei regimi arabi. Gli avvenimenti in Libia  e l’intervento della NATO in quel paese hanno  messo in guardia   la maggior parte della gente  contro i pericoli  che forze reazionarie  pilotassero  la lotta del popolo per la libertà. Una breve occhiata alla natura del regime siriano e al suo ruolo che sta cambiando nella regione, è di importanza cruciale per cercare di capire l’attuale conflitto e il successo che hanno avuto le forze reazionarie nel pilotare la lotta del popolo che voleva avere un cambiamento radicale.

La Siria è stata  governata da un regime  spietato e corrotto. Gli attivisti siriani di sinistra sono stati oggetto di gravi repressioni fino dal colpo di stato di Hafiz Assad del 1970. E’ stato dopo il colpo di Assad che Henry Kissinger ha descritto la Siria come “un fattore di stabilità”, malgrado quel regime avesse l’appoggio militare sovietico.  Il regime di Assad, finanziato da dittatori sauditi di stampo medievale, ha avuto un ruolo di primo piano  negli anni ’70 e nei primi anni ’80 nell’indebolire la resistenza palestinese. Durante la guerra civile in Libano del 1975-76, le truppe siriane sono state dalla parte  della Falange filo-israeliana e di altre forze di estrema destra. Il regime, in cambio  delle promesse degli Stati Uniti  per le Alture del Golan siriane  occupate da Israele e dei petro-dollari sauditi,  ha  anche appoggiato la guerra in Kuwait del 1991 condotta dagli Stati Uniti.

La presenza delle forze siriane in Libano ha avuto il pieno appoggio dei governanti statunitensi e sauditi e il tacito sostegno di Israele. E’ stato soltanto dopo lo spostamento graduale della politica estera siriana e il dopo il ribaltamento di ruoli – da nemici ad alleati dei movimenti di resistenza palestinese e libanese, che gli Stati Uniti e i Sauditi  hanno cambiato la loro posizione.  Hanno portato avanti una campagna aggressiva per costringere la Siria a ritirarsi dal Libano (1985), e particolarmente dopo l’occupazione dell’Iraq del 2003. Le forze statunitensi hanno perfino ucciso alcuni soldati siriani al confine tra Iraq e Siria.

Per quanto riguarda l’attuale copertura dei mezzi di informazione, è importante notare che, prima del cambiamento della Siria, essi tacevano sulla natura repressiva del regime. Questo è simile al loro silenzio  riguardo per la  repressione operata da molti crudeli alleati dittatoriali. Oggi parlano dei governanti sunniti dell’Arabia saudita in opposizione agli Alauiti Sciiti in Siria, ma allora, i mezzi di informazione non si preoccupavano di mettere in rilievo il fatto che i governanti Sauditi di religione sunnita-Wahabi, stavano finanziando il regime siriano e  non spargevano il loro veleno settario. Una simile copertura settaria  si è avuta in rapporto alle relazioni tra Arabia Saudita e Iran dopo la rivoluzione iraniana del 1979 e la deposizione dello Shah, uno degli alleati prediletti degli Stati Uniti.

L’opposizione al regime siriano non era limitata alla sinistra, ma comprendeva la Fratellanza Musulmana, che ha guidato una rivolta popolare  nel 1982 nella loro roccaforte  di Hama. Il regime ha stroncato l’insurrezione bombardando la città e uccidendo migliaia di persone. Nonostante ciò, il nazionalismo arabo è stato per più di un secolo la principale corrente ideologica della Siria, sviluppatosi nella lotta contro il dominio Ottomano e, molto più profondamente, contro il dominio coloniale francese.  La Siria ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1946.

Attualmente la Fratellanza Musulmana è sostenuta dai dittatori del Qatar e dell’Arabia Saudita, ma i mezzi di informazione raramente si soffermano sull’ironia del fatto che questi dittatori si fanno paladini della democrazia in Siria mentre soffocano qualsiasi tipo di opposizione al loro dominio e mandano truppe ad aiutare la repressione dell’insurrezione popolare in Bahrein.

Nel 1967 la Siria era stata invasa e una parte strategica del suo territorio, le “Alture del Golan, è stata occupata da Israele. Da allora una serie di regimi hanno legittimato il loro dominio in parte operando  o almeno facendo vedere che cercavano   attivamente di liberare la Siria dall’occupazione.  Tuttavia le promesse degli Stati Uniti di ricompensare la Siria costringendo Israele a ritirarsi dalle terre che aveva occupato, sono finite nel nulla, malgrado le politiche accondiscendenti della Siria.

Contemporaneamente al mancato adempimento delle promesse da parte degli Stati Uniti, molti fattori hanno cambiato il ruolo della Siria. Tra questi ci sono la crescita dell’Iran come formidabile potenza anti-statunitense e anti-israeliana, le insurrezioni palestinesi, l’inarrestabile crescita della resistenza libanese, guidata dal partito Hezbollah, che ha portato alla liberazione del Libano meridionale dall’occupazione e alla sconfitta delle forze  appoggiate da Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti, l’arrivo di forze statunitensi ostili lungo i confini della Siria con l’Iraq, il sorgere della resistenza irachena e la sconfitta delle forze statunitensi in Iraq.

 

Le forze armate siriane e l’apparato di sicurezza  con le sue piramidi a vari strati di informatori, formano la spina dorsale del controllo del regime sulla società siriana.  Si dà molta importanza alla natura religiosa settaria del regime siriano e della sua dipendenza dalle comunità Alauite. Penso che questo punto di vista sia molto esagerato e che ignori i più ampli ambiti di sostegno che il regime ha acquisito, sia che esso sia attivo, passivo, o del tipo “meglio scegliere il diavolo che si conosce”.

Le potenti classi siriane, dei commercianti, in massima parte sunnite, particolarmente a Damasco e ad Aleppo,  hanno legami stretti con il regime. In effetti, le sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti, sono in parte dirette a questa classe di mercanti per costringerla a cambiare la sua  posizione. Anche alcuni settori delle classi medie e alte, appoggiano tacitamente il regime. Le minoranze religiose  siriane, compresi i Cristiani che formano il 10% della popolazione, temono i programmi sociali e culturali della Fratellanza Musulmana destinati alla Siria; essi preferirebbero il regime laico piuttosto che uno stato dominato da una Fratellanza sostenuta dai Sauditi e dal Qatar. Significativamente, anche la minoranza curda ha paura dell’influenza della Turchia sulla Fratellanza Musulmana e del  fatto che il Libero Esercito Siriano abbia il quartier generale in Turchia; esso ha l’orribile reputazione di aver ucciso oltre 20.000 Curdi in quel paese. Anche milioni di donne temono il programma sociale della Fratellanza Musulmana.

Nel contesto del conflitto attuale, i disoccupati e gli studenti che sostenevano il movimento di protesta che inizialmente era  in gran parte spontaneo, sono ora molto più reticenti, in parte a causa del regime di repressione, ma principalmente a causa della loro opposizione all’ingerenza NATO-sudita-qatariota e alla militarizzazione dei settori dell’opposizione, particolarmente  del Consiglio Nazionale Siriano – SNC) e del Libero esercito Siriano che sono dominati dalla Fratellanza Musulmana.

 

Lei descrive il recente movimento di protesta come “in gran parte spontaneo”. Questo ovviamente non significa che i motivi di  lamenti  non si erano accumulati in un lungo periodo di tempo, e comunque fa pensare a una mancanza di organizzazione di resistenza a lungo termine – come è accaduto in paesi come l’Egitto e la Tunisia, per esempio.

 

L’opposizione di sinistra e progressista al regime siriano è andata avanti per decenni, in particolare dopo il colpo di stato di Hafiz Assad del 1970, che ha estromesso la fazione “di sinistra” guidata da Salh Jedld.  Essa ha sostenuto i movimenti di resistenza palestinesi con base in Giordania contro l’attacco militare  avviato dalle forze armate di re Hussein nel settembre 1970. Hafiz Assad, che era ministro della Difesa, prima del colpo di stato, ha istantaneamente placato i governanti statunitensi e sauditi  prendendo le parti di re Hussein e iniziando a imporre misure restrittive a tutte le forze di sinistra del paese.

La sinistra siriana per gran parte del  XX secolo era soprattutto organizzata dal partito Comunista siriano. Fondato nel 1924, il partito era soggetto a vari gradi di repressione da parte dello stato. Fino dagli anni ’70, le fazioni più militanti all’interno del partito e di altre organizzazioni e personaggi della sinistra, hanno subito la detenzione, la tortura e l’esilio. Tuttavia, la posizione docile della dirigenza del partito  verso forme più militanti di lotta all’interno di Siria, Palestina e Libano, e il sostegno servile alle politiche dell’Unione Sovietica per il  Medio Oriente, lo hanno gradualmente trasformato in un partito formato da settori  dell’intellighenzia piuttosto che in un partito genuino della classe lavoratrice. Forse questo ultimo tipo di partito avrebbe attirato una società più ampia con un programma socialista che rifletteva anche lo status neo-coloniale della Siria e che faceva  parte di una lotta più vasta nella zona, contro l’imperialismo e il sionismo.  Il caso, però,  ha voluto che, il vuoto politico fosse riempito dai movimenti islamici e nazionalisti, compreso il Partito Baath, che difendono le cause nazionaliste siriane, palestinesi e arabe in generale. Un processo simile è accaduto in Algeria  dove da principio i Marxisti difendevano la linea del Partito Comunista francese dichiarando che l’Algeria sarebbe stata libera quando una volta che la Francia fosse  diventata socialista!

Nel contesto dell’attuale conflitto, in Siria  tutte le forze della sinistra hanno appoggiato le iniziali manifestazioni di protesta, che sono seguite alle insurrezioni in Tunisia e in Egitto. Le dimostrazioni, che sono cominciate a Deraa, al confine con la Giordania, erano appoggiate anche dalla Fratellanza Musulmana. Le richieste fatte durante le dimostrazioni di protesta, si incentravano su problemi collegati alla corruzione, alla disoccupazione e ai diritti democratici. Sebbene dimostrazioni su vasta scala si svolgessero in molte città, è stato significativo che nessuna di queste proteste  si sia svolta nelle due più grandi città della Siria, Damasco e Aleppo, dove risiede più di metà della popolazione siriana.

Era anche evidente che più la NATO interveniva  e militarizzava il movimento di protesta il Libia, minoro diventavano le proteste pacifiche di massa in Siria. I dimostranti  si riducevano da centinaia a diecine di migliaia e a mille e meno. Ovviamente, la brutalità del regime era un fattore, ma non penso che la pura giocasse il ruolo più importante. Penso che la ragione principale sia che la maggior parte dell’opposizione democratica in Siria è anche fermamente anti-imperialista e naturalmente  timorosa dei piani della  NATO  e di Israele in Siria. Gli avvenimenti della Libia e, soprattutto, i bagni di sangue e la distruzione del vicino Iraq operata dalle forze guidate dagli Stati Uniti e dalla bande  di terroristi, ha avuto il ruolo fondamentale nel rendere la maggior parte dell’opposizione democratica e laica siriana timorosa delle conseguenze  del conflitto che aumentava. Non potevano mancare di osservare che mentre l’Iraq era in fiamme, la stessa Siria diventava la casa  per un milione di profughi iracheni.

D’altra parte, la dirigenza della Fratellanza Musulmana e i capi dell’opposizione  che vivono a Istanbul, a Parigi e a Londra hanno effettivamente utilizzato la pubblicità che godevano su tutti i mezzi di informazione arabi controllati dallo stato, particolarmente su Al-Jazeera, di proprietà del Qatar. Gli avvenimenti hanno anche dimostrato che anni di pianificazione sono andati nel finanziamento e nell’armare  parti dell’opposizione siriana.

Avendo perduto Ben Ali e Mubarak in rapida successione, l’attenzione degli Stati Uniti, dei Sauditi, dei Qatarioti e dei Turchi si è rivolta verso la Siria. Anche la massiccia insurrezione in Baherin, quartiere generale della quinta flotta degli Stati Uniti, ha acuito il senso di pericolo e di paura causato dalle insurrezioni popolari.  L’Arabia Saudita ed altri sceiccati del Golfo, hanno inviato là le loro forze per aiutare re Hamad a reprimere la rivolta che è ancora attiva.

La Turchia, il Libano e la Giordania e alcune zone dell’Iraq  sono diventate i centri della controrivoluzione siriana. Armi venivano inviate clandestinamente in Siria e la milizia irachena al-Sahwa creata dagli Stati Uniti appoggiava i ‘ribelli’ armati e i combattenti libici venivano fatto entrare di nascosto  nelle zone di battaglia.  Anche i terroristi che operavano in Iraq si sono uniti alla “jihad” contro il regime siriano.

D’altra parte, anni di repressione hanno reso l’opposizione democratica siriana troppo debole per condurre la lotta nel paese. In quanto forze organizzate, non possono competere con le vaste risorse della controrivoluzione. La loro unica speranza era di mantenere le proteste pacifiche e prolungate. Come in Libia, la controrivoluzione ha altri piani.

Le sinistra deve anche  riconoscere che il regime ha proprio l’appoggio della maggior parte delle classi medie ricche, particolarmente a Damasco e ad Aleppo. Anche le numerose minoranze etniche e religiose e grandi settori della popolazione femminile, hanno paura della natura socialmente reazionaria della Fratellanza Musulmana  e del tipo di regime che potrebbero imporre in Siria. Anche l’appello del capo di Al-Qaida, Ayman al-Zawahir alla Jihad armata per rovesciare il regime di Assad, ha ulteriormente spaventato la popolazione che teme un conflitto settario.

 

Questo ci mette in una situazione difficile. In quanto attivisti di sinistra noi sosteniamo i diritti delle persone alla libertà, all’uguaglianza e all’auto-determinazione.  In quanto attivisti con base nei centri imperiali ci opponiamo alle azioni dei nostri governi che negano alla gente questi diritti. Quindi il nostro sostegno alla libertà e all’uguaglianza e la nostra opposizione all’imperialismo tendono ad andare di pari passo. Tuttavia, l’immagine della Siria che lei rappresenta, è legata all’implicazione che non possiamo avere entrambi gli atteggiamenti. E’ possibile appoggiare la lotta democratica della Siria E opporsi all’intervento straniero? Oppure è un lusso che non possiamo permetterci?

 

Lei solleva un problema molto importante. Lasci che lo chiarisca completamente: è  essenziale che la sinistra si opponga sempre sia agli imperialismi che ai regimi che reprimono le masse. E’ un fatto di principio e non dovrebbe mai essere dimenticato. I movimenti che hanno abbandonato  l’uno o l’altro di questi obiettivi inseparabili, hanno commesso errori gravi e talvolta fatali.

Il Partito Comunista Iracheno (ICP) è un buon esempio in questo contesto. In tre decenni  si è ridotto dall’essere un formidabile partito della classe dei lavoratori, che godeva dell’appoggio della schiacciante maggioranza del popolo iracheno nel 1958-59, a un patetico raggruppamento che probabilmente riceveva fondi dall’Arabia Saudita nel 1991 come compenso per aver approvato la Guerra del Golfo condotta dagli Stati Uniti e una protezione non gratuita dal Partito Democratico del Kurdistan fondato da Mustafa Barzani  dal 1978-89 in poi. In pratica, ha tradito dei coraggiosi  gruppi di lotta contro l’imperialismo e la reazione nazionale con un capitolo vergognoso collaborando con l’autorità dell’occupazione condotta dagli Stati Uniti nel 2003.

Quale due  obiettivi gemelli diventi quello su cui si incentra la, di lotta è sempre una cosa incerta. Tuttavia, in un’era di aggressioni e di guerre imperialiste  sempre più accelerate, denunciare l’imperialismo e lo sfruttamento che fa a danno dei popoli del mondo, è sempre al centro dell’attività della sinistra. L’imperialismo è una manifestazione del monopolio capitalista che sfrutta le masse in patria e all’estero.  La sinistra nei “centri imperiali” ha il dovere aggiunto internazionalista di difendere saldamente questo compito: stare sempre dalla parte dei popoli oppressi che  lottano contro l’imperialismo e per l’autodeterminazione. Tuttavia, stare dalla parte delle masse oppresse, significa anche appoggiarle quando esse si sollevano contro gli oppressori interni. Queste insurrezioni e le battaglie per la democrazia sono parte integrante della lotta contro l’imperialismo.

Secondo me la complessità del problema si risolve determinando se le lotte del popolo per i diritti civili e l’emancipazione sociale, sono chiaramente dirette sia contro la reazione/repressione interna che contro l’imperialismo. In  Iraq e in Libia prima e in Siria oggi, l’imperialismo è riuscito a sfruttare le lotta per la democrazia e a eclissare le forze di opposizione progressiste.  La sinistra deve  affrontare i fatti e non nascondere gli sviluppi scomodi sotto il tappeto. La Siria oggi ha gruppi armati appoggiati dalla NATO, guidati dai reazionari finanziati  dai Sauditi e dai Qatarioti. La Siria è un obiettivo importante dell’imperialismo guidato dagli Stati Uniti per installare un regime clientelare oppure, se fallisse quell’obiettivo,  per gettare il paese in un bagno di sangue settario. Il dovere della sinistra in Gran Bretagna è di continuare a resistere con fermezza  e di  alzare in alto gli striscioni :”Via le mai dalla Siria”, Non fate della Siria un altro Iraq”, Non fate dell’Iran un altro Iraq, “Spetta al popolo siriano determinare il proprio futuro”…

 

Al-Jazeera è una nuova stazione televisiva che nella sinistra ha la reputazione di dare copertura giornalistica al Medio Oriente (alcuni direbbero alle notizie in generale) con maggiore  raffinatezza  e serietà rispetto ai  mezzi di informazione tradizionali di questo paese. E tuttavia lei dice che riguardo alla Siria e alla Libia il suo ruolo è stato molto insidioso. Mi può spiegare perché? Può aggiungere  a questo la sua impressione sulla copertura data agli avvenimenti in Siria dei mezzi di informazione britannici?

 

Con pochissime e notevoli eccezioni, non ci vuole davvero molto a fornire una copertura più seria e affidabile dei fatti  del Medio Oriente di quella dei mezzi di informazione tradizionali. Con eccezioni significative, i mezzi di informazione qui (in Gran Bretagna)  riecheggiano la linea adottata dal Ministero degli esteri riguardo a qualsiasi particolare avvenimento o paese. Una complesso assortimento di fattori ideologici, politici, sociali, economici e commerciali sono in gioco quando si tratta di come i mezzi di informazione danno notizie riguardo al Medio Oriente e agli affari del mondo in generale. “Gli interessi nazionali britannici” sono percepiti dai proprietari dei mezzi di informazione e dai loro editori come espressione del Ministero degli esteri, che è considerato il depositario neutrale  e il regolo calcolatore      dello “interesse nazionale”.  Non si fa alcuna differenza tra  gli interessi genuini del popolo britannico e quelli dei fabbricanti di armi e delle compagnie petrolifere.

La copertura giornalistica delle politiche di Israele, dei diritti del popolo palestinese, dell’Iran dell’epoca di Mossadeq  (1953), dell’Egitto di Nasser (1952-1970), dell’Iraq di Qassem (1958-1963), delle politiche criminali  delle  sanzioni imposte all’Iraq, della guerra in Iraq, dei bombardamente della NATO sulla Libia e dell’attuale intervento segreto della NATO in Siria, sono esempi di come i mezzi di informazione tradizionali  hanno seguito la linea difesa dal governo del momento. Analogamente, si sorvola sulla natura  spietata e socialmente repressiva del regime saudita,  perché i governanti sauditi di stampo medievale sono considerati alleati importanti.

Si dà il caso che Al-Jazeera avesse il suo collegamento storico con i mezzi di informazione qui in Gran Bretagna! L’emittente satellitare fu iniziata nel 1996 in seguito all’improvviso crollo della stazione in Arabo della BBC, che era un’iniziativa imprenditoriale congiunta con un importante principe saudita. Il crollo avvenne in seguto all’insistenza dei Sauditi di controllare tutto il materiale trasmesso, obbligando la BBC a ritirarsi.  I governanti del Qatar hanno afferrato l’occasione e hanno dato il via ad Al-Jazeera, tenendo numerosi membri del personale dell’edizione in arabo della BBC,  e avendo  la famiglia che governa il Qatar come proprietari e custodi politici.

L’influenza oppressiva delle dittature assortite del mondo arabo, ha fatto sì che le stazioni televisive in lingua araba fossero percepite, in vari gradi, come fornitori di bugie di stato, mezze verità, e, nel migliore dei casi, di informazioni sicure. L’avvento delle stazioni satellitari e di internet, ha reso possibile che Al-Jazeera         si presentasse come l’antidoto alla censura di stato.

I governanti Qatarioti, più cosmopoliti e meno vulnerabili, e che erano ai ferri corti con i governanti Sauditi, hanno visto in Al-Jazeera un veicolo per diffondere la loro influenza politica. Hanno dato mano libera ad Al-Jazeera di fare servizi sul mondo arabo e musulmano, mentre allo stesso tempo mantenevano uno stretto controllo sulla stazione televisiva statale del Qatar. Naturalmente, però, non si potevano fare servizi  negativi sui dittatori del Qatar o indagare su come l’attuale governante del Qatar aveva deposto  suo padre con la benedizione degli Stati Uniti.. Il Qatar è diventato il quartier generale delle operazioni militari statunitensi in tutto il Medio Oriente, compresi l’Afghanistan e l’Iraq.

Un aspetto di Al-Jazeera che non viene molto controllato , è la tendenza di quella stazione televisiva a fare servizi negativi sulla famiglia reale saudita e sui vasti interessi finanziari e sulle proprietà dei principi sauditi, che stanno intralciando gli investimenti del Qatar e l’influenza in Medio Oriente. La frizione tra le famiglie reali del Qatar e dell’Arabia Saudita, è diventata molto più profonda dopo che i governanti del Qatar hanno iniziato a mostrare un forte interesse ad ampliare la loro influenza in Medio Oiente. Tuttavia, occasionalmente, gli intrepidi inviati speciali  di Al-Jazeera             nelle zone di guerra, sconvolgono i pianificatori militari statunitensi in Afghanistan e in Iraq.

In risposta ad Al-Jazeera , i governanti sauditi hanno finanziato al-Arabiya e altre stazioni satellitari.

Le insurrezioni nel mondo arabo, specialmente quella nel vicino Bahrein, hanno tuttavia minacciato tutte le famiglie al potere nella regione del Golfo. Questo ha indotto i governanti del Qatar e dell’Arabia Saudita a fare causa comune per reprimere le rivolte nel Bahrein e in Yemen e nello stesso tempo a sostenere l’intervento della NATO in Libia, a  finanziare settori dell’opposizione siriana e a operare per militarizzare il confitto in Siria. Infatti sono consapevoli che militarizzare il confitto non soltanto faciliterà interventi della NATO segreti e forse palesi, ma     ostacolerà gli sforzi delle forze progressiste e anti-imperialiste di guidare la lotta del popolo per la democrazia e il cambiamento sociale ed economico radicale.

L’edizione di Al-Jazeera in inglese si rivolge a un pubblico diverso ma deve ancora competere con altre stazioni televisive, specialmente le stazioni televisive satellitari iraniane e russe. Sia Al-Jazeera in arabo che quella in inglese, insieme a quasi tutte le stazioni televisive arabe,  hanno come obiettivo l’Iran che sottopongono a un fuoco di fila  di servizi negativi, con sottointesi  razzisti e settari contro “l’influenza persiana” e “sciita” nella regione. Questo aspetto dei servizi di Al-Jazeera sta diventando sempre più importante nel contesto di possibili attacchi israeliani o degli Stati Uniti contro l’Iran.

Permettetemi ora di citare un passo di un articolo che ho scritto l’anno scorso nel quale  mi riferivo al ruolo di Al-Jazeera nell’ambito delle insurrezioni arabe:

 

“Sebbene Al-Jazeera sia ora diventato lo strumento politico più influente della contro-rivoluzione nel mondo arabo, il suo ruolo in Libia e l’impatto della natura settaria dei suoi servizi sull’insurrezione nel Bahrein, sarebbe stato molto meno pericoloso se non fosse stato per l’enorme prestigio e autorità che ha guadagnato all’apice delle rivolte in Egitto e in Tunisia. [….]  Questo [le ha dato] un posizione unica per influenzare gli eventi e le percezioni di questi, particolarmente in relazione alla Libia, al Bahrein, alla Siria, allo Yemen e all’Iraq. […] Sebbene Al-Jazeera abbia avuto sempre una sfumatura  settaria a livello di redazione, uno spostamento notevole di direzione si è avuto quando la famiglia  regnante del Qatar [ ….] ha dimenticato il suo conflitto con la famiglia regnante saudita  sulla scia  della marea rivoluzionaria in arrivo nel Bahrein[…].  Il silenzio di quel canale televisivo riguardo alla violenta repressione dei dimostranti in Bahrein, quartiere generale della quinta flotta statunitense, è stata aiutato da interviste in diretta con lo Sceicco Qaradhawi, un religioso egiziano molto influente e ospite della famiglia regnate del Qatar.”

 

Causando gravi danni alle forze democratiche in Siria, Al-Jazeera ha  divulgato con clamore gli appelli dei governanti del Qatar e dell’Arabia Saudita, per la militarizzazione del conflitto.  Ha dato voce alla forze favorevoli all’intervento della NATO all’interno del Consiglio Nazionale Siriano e del Libero Esercito Siriano, che non rappresentano la  maggioranza del popolo siriano e che sono dominati dalla Fratellanza Musulmana.  Forse è ancora più dannoso il modo in cui hanno soppresso le voci siriane dell’opposizione democratica contrarie all’intervento.

 

Come pensa che si sviluppi questo conflitto? Vede una vittoria  delle forze reazionarie come fattore che ci porterà vicino a una guerra con l’Iran? C’è ancora la possibilità di un cambiamento rivoluzionario in Siria?

 

Sì, penso che una vittoria delle classi governanti saudite e del Qatar, appoggiate dagli Stati Uniti,  sarà una grande  sconfitta  per i popoli della Siria, della Palestina, del Libano, dell’Iraq e di tutta la regione. Getterà la  Siria e tutta la zona in un bagno di sangue settario\, e rafforzerà i piani per attaccare l’Iran.

Con un’allarmante mossa che punta a futuri sviluppi, una grossa esercitazione   militare, condotta dagli Stati Uniti si sta svolgendo in Giordania. 12.000 forze nazionali di 20 paesi membri della NATO e di stati arabi, sta prendendo parte all’Operazione Eager Lion 2012, la prima del genere nella regione. Le fonti militari statunitensi non nascondono il fatto che la simulazione di sbarchi con anfibi e altre manovre di guerra, erano destinate  a essere “notate” dalla Siria e dall’Iran.

La Siria è di importanza cruciale non soltanto per il suo ruolo storico e la sua posizione strategica, ma anche perché è l’unico alleato dell’Iran nella regione. Instaurare un regime filo-statunitense a Damasco o bloccare la Siria per mezzo di sanzioni severe, attacchi terroristi, e guerra civile settaria, eserciterà ulteriore pressione sull’Iran  perché o ceda alle richieste degli Stati Uniti o  perché venga  attaccata.

Penso che il programma dell’Iran per l’energia nucleare non sia la maggiore preoccupazione degli Stati Uniti, specialmente perché la CIA stessa ha ammesso che non c’erano prove che l’Iran stesse lavorando alla produzione di armi nucleari. L’Iran è una formidabile potenza nella zona e uno dei maggiori paesi produttori  di petrolio, il che sembra essere inesorabilmente contrario alle politiche statunitensi e israeliane.

In seguito alle insurrezioni, i governanti sauditi e quelli del Qatar sono incoraggiati ora da Washington a rafforzare la loro influenza in Medio Oriente e a ristabilire la loro perduta influenza in Siria e in Libano. In questo ultimo paese, sconfiggere Hezbollah (e i suoi alleati nazionalisti Cristiani e di sinistra) è il loro obiettivo principale.  Stanno cercando di trascinar Hezbollah in un’altra guerra civile libanese. Al-Jazeera e i mezzi di informazione arabe hanno condotto una intensa e prolungata campagna razzista e settaria contro l’Iran, rappresentandolo come il principale nemico e accusando la Siria ed Hezbollah di essere i tirapiedi dell’ dell’Iran.

Con questo non voglio sostenere che l’offensiva controrivoluzionaria avrà successo. I Siriani si oppongono in modo preponderante al cambiamento politico e sociale del loro paese che viene finanziato e appoggiato dalle dittature di Riyhad e di Doha. Le donne, la maggior parte delle quali godono di ampi diritti sociali, in confronto alla donne saudite, le minoranze etniche e religiose  e la sinistra democratica in Siria costituiscono una forza formidabile contro le forze finanziate dai Sauditi e dai Qatarioti, e sono contrarie agli appelli di un intervento della NATO. La militarizzazione del conflitto e il ricorrere ad attacchi terroristici, sono segni  di fallimento delle forze  reazionarie di ottenere il sostegno di massa per la loro linea. Tuttavia, la lotta della sinistra antimperialista e delle altre forze democratiche in Siria, come in Iraq,  rimangono difficili e molto complesse, a causa della brutalità  e del regime infestato dalla corruzione, da una parte, e dall’intervento della NATO e dei governanti Sauditi e Qatarioti dall’altra.

Anni di repressione imposta dalle dittature, appoggiata dalle potenze  coloniali e imperialiste per così tanti decenni, hanno indebolito dal punto di vista organizzativo la sinistra e altre forze  democratiche.  E’ ovvio che  l’appoggio saudo-qatariota, le dirigenze della Fratellanza e delle forze Salafite, raccolgono, nel breve termine, i frutti delle insurrezioni. Questa forze hanno sempre avuto un doppio ruolo tra i settori più poveri della popolazione, dando voce alle loro richieste  e contemporaneamente  tenendo coperte le richieste più radicali  della gente dal punto di vista politico e sociale.  In tempi critici, come in Egitto, in Iraq e oggi in Siria, esse hanno avuto un ruolo controrivoluzionario ed erano soddisfatte dalle potenze imperialiste.

Le insurrezioni nella regione, tuttavia, hanno scatenato massicce energie popolari che  sono di buon auspicio per il futuro.

Nel breve termine sono piuttosto pessimista riguardo alla trasformazione democratica radicale della Siria. Penso che non sia più possibile nella fase attuale della lotta, a causa della debolezza delle organizzazioni di sinistra e dall’appoggio guadagnato dalle forze reazionarie nel paese. A lungo termine, però, le insurrezioni in tutto il mondo arabo getteranno nuove fondamenta perché la sinistra organizzi e si preparai per le future prolungate battaglie. Le masse hanno contratto i muscoli come mai era accaduto in precedenza. Penso che i loro tronfi e le loro sconfitte siano un’enorme scuola perché le nuove generazioni sviluppino mezzi e organizzazioni più efficaci per portare avanti la lotta.

 

Samuel Grove è un ricercatore indipendente e giornalista

 

Da: ZNET – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org

Originale: New Left Project

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012 – ZNET Italy –Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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14 Commenti »

  1. Andrea il folle 20 giugno 2012 alle 20:15 - Reply

    Correggetemi se sbaglio, da questo articolo deduco che: gli Usa, in questa fase della storia, odiano i nazionalismi più di ogni altra cosa, dal momento che nazionalismo fa rima con protezionismo, il nemico numero uno del libero mercato. Tutto questo condito da un’alleanza tra Siria ed Iran, al momento molto scomoda.
    Se ciò è vero, allora può spiegare il motivo per cui una protesta popolare guidata da un partito nazionalista viene trasformata e plasmata in una guerra per la sovranità nazionale della Siria combattuta da “ribelli” armati, finanziati ed arruolati con soldi stranieri (Arabia Saudita, Qatar, etc.) contro un regime.
    P.S. Come sempre la propaganda è la miglior compagna di battaglia degli Usa (disinformazione sulla strage di Homs: http://www.ossin.org/siria/homs-siria-terrorismo-alqaida-esercito-libero-siriano.html).

  2. giuseppe 21 giugno 2012 alle 17:57 - Reply

    Ho appena messo in rete un articolo di Pilger che potrebbe interessarti, anche con riferimento alla Siria.
    Quanto al resto, rischio di diventare noioso: “libero mercato” è una teoria economica ‘scientifica’ (?) ma è anche, soprattutto, uno slogan delle élite dominanti che mai e poi mai vorrebbero un mercato davvero libero. La letteratura in proposito sovrabbonda.
    Nazionalismo e protezionismo sono anch’essi termini che a volte significano qualcosa e a volte non sono altro che espedienti comunicativi per creare/mantenere consenso o avversione.
    Orwell impazza ed è arduo districarsi. E considerato che non possiamo sapere tutto di tutti e di tutto e che, anche sapendo, il solo nostro giudizio politico o morale fa ben poca differenza, forse è il caso di cercare di darsi da fare per creare/seminare alternative dove le nostre capacità, le nostre energie e il nostro campo d’azione (reti di relazioni) ce lo consentono.

    • Andrea il folle 22 giugno 2012 alle 00:46 - Reply

      Postami il link a Pilger per favore.
      Inoltre volevo chiarire una questione da te sollevata: “élite dominanti che mai e poi mai vorrebbero un mercato davvero libero”. Questa affermazione mi trova spiazzato in quanto ho sempre creduto che l’America, nel finire del boom economico (anni 70), avesse cominciato a cercare mercati (dal momento che quello interno era saturo) all’estero per poter cavalcare nuovamente l’onda del capitalismo. Per fare questo ha avuto bisogno dell’apertura delle economie estere, tant’è vero che sul finire degli anni 80 e inizio anni 90 si guardava alla globalizzazione come al nuovo fenomeno che avrebbe rigenerato le economie di mezzo mondo. Correggimi se sbaglio.
      P.S la redazione, rispondendomi ad un commento, ha affermato che la partecipazione al sito è bassa. Non so se hanno già un piano per aumentare gli ospiti al sito, ma io ho qualche idea e mi piacerebbe parlarne apertamente.

      • fabiosallustro 22 giugno 2012 alle 08:29 - Reply

        In realtà i visitatori unici non sono scarsissimi anzi. Inoltre continuano ad aumentare. Quello che in questo momento latita è il confronto o il commento. Come diceva Giuseppe sentiti libero di suggerire! :-)

  3. giuseppe 22 giugno 2012 alle 05:39 - Reply

    Pilger è qui (lo trovavi con una ricerca per autori)

    http://znetitaly.altervista.org/art/6020

    Le idee per accrescere la partecipazione puoi esprimerle qui o per email (v. Contatti).

    Su resto cerco di tornare in un momento più favorevole (per me) in modo da essere il più chiaro possibile.

  4. giuseppe 22 giugno 2012 alle 06:51 - Reply

    Libero mercato
    Non so quanto sia pedanteria sterile da parte mia o quanto invece, l’uso corrente improprio di determinate espressioni non sia una consapevole volontà di confondere e ingannare. Tendo alla seconda possibilità e perciò prego di sopportare la pedanteria.
    Il libero mercato è, in economia, un gran bel modello teorico che non ha quasi riscontri nella realtà. Caratteristiche fondamentali del libero mercato (tra altre) sono l’assenza di monopoli e l’assenza di interventi dello stato in modo tale che tutti coloro che partecipano agli scambi siano liberi nelle proprie scelte. Tra l’altro il modello prevedrebbe anche che tutti i partecipanti agli scambi siano ugualmente pienamente e contestualmente informati sulle caratteristiche dei prodotti, i prezzi correnti presso i diversi produttori ecc. . Tralasciamo il problema dell’asimmetria informativa e consideriamo soltanto quello dei monopoli e dell’assenza dello stato.
    C’è gran differenza tra l’esistenza di un monopolista e quella di un ristretto numero di oligopolisti, o addirittura di duopoli? Per me no. Quando guardiamo alle realtà delle grandi multinazionali è questo che ci troviamo di fronte: oligopoli.
    Lo stato e l’industria (produttiva e finanziaria) in particolare statunitense: le grandi industrie statunitensi godono di sovvenzioni statali o di agevolazioni fiscali e dell’appoggio politico (e, quando serve, militare) del governo per continuare ad esistere e sconfiggere la concorrenza all’estero.
    Senza spingerci troppo oltre questi elementi, da soli, mi inducono a dichiarare che il libero mercato, quando guardiamo agli Stati Uniti e alla maggior parte dei paesi occidentali (questi ultimi con minori eccessi) non esiste. Esiste il “libero mercato” tra virgolette, appunto, cioè un insieme contenuto di grandi centri di potere economico e politico (il secondo pressochè sistematicamente al servizio del primo) che fanno il bello e il cattivo tempo su scala pressoché globale.
    Gli esempi sarebbero moltissimi e citarne solo alcuni può risultare riduttivo, comunque WIkiLeaks ha documentato, ad esempio, gli sforzi del potere politico statunitense per forzare la vendita di centrali nucleari USA in Italia e la vendita di cereali OGM in India. Parentesi: è “libero mercato” acquistare un prodotto OGM che infesta, distruggendole, le varietà locali e che produce per un anno solo, creando una situazione in cui non c’è altra possibilità, per il raccolto successivo, che acquistare quello stesso OGM? Altro esempio: il NAFTA ha, tra l’altro, invaso il Messico di grano statunitense, la cui produzione è sovvenzionata dallo stato, costringendo i contadini messicani ad abbandonare le loro coltivazioni. E’ libero mercato? E mi vengono in testa i colossi dell’industria farmaceutica, ad esempio, per i quali è arduo parlare di assenza di monopolio su taluni prodotti. Per non parlare della finanza.
    Davvero, la faccenda sarebbe troppo lunga. Spero di aver offerto qualche spunto.
    Dovremmo trovare qualche termine più appropriato che non “libero mercato” per designare la realtà predominante attuale. Forse “predazione” potrebbe avvicinarsi al concetto.

    • Andrea il folle 22 giugno 2012 alle 11:48 - Reply

      Grazie per i chiarimenti.
      Ora parliamo dell’idea. Adoro Chomsky, i vostri articoli e tutto ciò che riguarda l’attivismo, ma, a malincuore, ho constatato che gli scritti sono molto prolissi. Capisco che ciò è fisiologico: è necessario un ottimo approfondimento per entrare nel merito di una qualsiasi questione. Ma, va detto, questo allontana la maggior parte dei potenziali utenti. Quindi, alla luce di ciò, avevo pensato alla creazione di disegni o altre forme comunicative che siano allo stesso tempo esaurienti e comprensibili a tutti. Si potrebbero creare sezioni relative alle diverse aree geopolitiche e all’interno di ogni sezione creare categorie relative ai vari stati della regione. Ogni stato (quelli più significativi) avrà tanti disegni (chiamiamoli così) quanti sono i temi da affrontare.
      Esistono già realtà (appena trovo il link lo posto) che creano materiali informativi di nuova generazione caratterizzati da una grafica accattivante e dotati di un potenziale di viralizzazione (condivisione tra utenti) molto alto.
      Questa idea può anche non funzionare o essere sostituita, chiaramente, ma mi preme farvi capire che è necessaria una svolta comunicativa in grado di aumentare la partecipazione e anche gli utenti (anche se, come detto da voi, gli utenti sono già parecchi, è sempre una cosa positiva aumentarli).

  5. giuseppe 22 giugno 2012 alle 17:58 - Reply

    Possibile duplicato.

    Premessa: quando mi esprimo qui non lo faccio con qualche incarico o autorevolezza speciale riconosciutimi dal collettivo che alimenta questo sito. Sono semplicemente quello che forse ha più tempo a disposizione.

    Dunque: il pubblico che ci interessa di raggiungere è quello che apprezza questo taglio di articoli. Non per spirito elitario: semplicemente perchè è quello che apprezziamo noi e ci piace condividerlo. Siamo perfettamente consapevoli che esiste un universo intero di altro materiale valido di taglio diverso. Tutto non si può fare e noi facciamo quel che ci riesce meglio nei limiti delle nostre risorse. Le statistiche dei contatti diretti e di una parte delle ripubblicazioni altrove delle nostre traduzioni ci dicono che stiamo rendendo un servizio dignitoso e ci confortano. Comprendiamo che il tipo di materiale proposto non è tale da rendere agevoli i commenti, ma anche due righe di apprezzamento o dissenso ogni tanto, del tipo “Bello!” oppure “Che cazzata!” possono darci un po’ di conforto psicologico in più nel nostro impegno. (Magari “Che cazzata!” richiederebbe due righe di spiegazione del perchè di tale giudizio).
    Detto questo, non ci interessano i grandi numeri di utenti fini a sé stessi perchè non siamo un’iniziativa economica e perchè le nostre risorse di tempo, competenze, strumenti ecc. sono abbastanza contenute.
    Abbiamo in corso un questionario molto elementare per ricalibrarci un po’ in base ai segnali che riceveremo, ma attività che richiedano un importante ridisegno tecnico-editoriale della nostra ‘testata’ sono probabilmente fuori dalla nostra portata, almeno attualmente.

    Comunque tu segnala le implementazioni possibili e, senza impegno, responsabilità o garanzia, faremo del nostro meglio per recepire quello che siamo in grado di recepire.

  6. Andrea il folle 23 giugno 2012 alle 01:28 - Reply

    “Tutto non si può fare e noi facciamo quel che ci riesce meglio nei limiti delle nostre risorse. Le statistiche dei contatti diretti e di una parte delle ripubblicazioni altrove delle nostre traduzioni ci dicono che stiamo rendendo un servizio dignitoso e ci confortano. ” Sembri avere un atteggiamento irritato. Non volevo assolutamente essere maleducato o irrispettoso e se in qualche modo lo sono stato me ne scuso. Ad essere sinceri, non posso che ringraziare persone che dedicano tanto tempo ed energie all’attivismo. Considero ciò che fate ottimo, ma soprattutto nobile: “combattete” per una giusta causa, la stessa che mi spinge a confrontarmi con voi su questo blog: la verità. Ciò che mi ha spinto a scrivervi è trovare con voi un sistema per avvicinare più persone possibili all’attivismo, anche attirando la loro curiosità. Credo che il fine giustifichi i mezzi e se il fine è far conoscere la verità bisogna adottare tutti i mezzi che si hanno a disposizione. C’è un’altra frase che mi guida da sempre e che, più o meno, recita così: se vuoi sapere con che arma combattere il tuo nemico, osserva con che arma ti attacca. Bene, considerando cos’è la propaganda, credo che il marketing e le pubbliche relazioni, se utilizzate coscientemente, possano offrire un grosso aiuto alla causa attivista.

    • giuseppe 23 giugno 2012 alle 01:50 - Reply

      Assolutamente non irritato. Mi dispiace se ne ho dato l’impressione.

    • fabiosallustro 23 giugno 2012 alle 07:03 - Reply

      Ciao Andrea, ti rispondo anche io come singolo del collettivo. Non c’è niente di cui preoccuparsi: i tuoi commenti sono solamente ben accolti. Non mi faccio interprete del pensiero di Giuseppe che comunque ha una sua logica e in parte rispecchia anche il mio. Per curiosità, restando nella premessa delle risorse limitate di tempo, se riesci a trovare un link ad un approccio simile a quello che hai descritto mi faresti una cortesia.
      Ribadisco: se e quando hai tempo.
      Vorrei farmi una mezza di idea della questione.
      Grazie

  7. Andrea il folle 23 giugno 2012 alle 11:30 - Reply

    Ho trovato il video di riferimento: http://www.youtube.com/watch?v=vmVySFDZvbg&feature=relmfu

    • giuseppe 23 giugno 2012 alle 16:53 - Reply

      Visto il video. La prima reazione, che riconosco superficiale e malignetta, è che diciotto minuti per dire, un po’ confusamente, come condensare idee che possano stimolare interesse a esposizioni più ampie, mi sono sembrati un po’ una contraddizione.
      Ma non ho difficoltà a riconoscere che in questa prima reazione probabilmente gioca una certa diffidenza nei confronti della pretesa di rendere ‘automatica’ l’intelligenza e la creatività. OK, i pregiudizi si superano valutando il ‘prodotto’, di cui, però, nel video non sono dati indizi sufficienti.
      Voglio dire: dove posso trovare degli esempi pratici dell’applicazione? Dove trovo il software? E’ gratuito?
      Ovviamente potrei cercare da me, ma se mi fornisci qualche indizio, mi sarebbe di grande aiuto.
      Grazie.

      • Andrea il folle 24 giugno 2012 alle 00:01 - Reply

        ok

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