Apprendere dalla Latvia le lezioni sbagliate

Redazione 15 giugno 2012 0
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di Mark Weisbrot – 15 giugno 2012

La Latvia, un paese baltico di 2,2 milioni di abitanti che la maggior parte delle persone non sarebbe in grado di individuare su una carta geografica, si è improvvisamente guadagnata l’attenzione degli economisti coinvolti nel dibattito sul futuro dell’Europa e dell’economia globale. Ho risposto in un articolo della settimana scorsa alle osservazioni di Christina Lagarde, direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, che il 5 giugno ha affermato che le politiche della Latvia in reazione alla crisi economica sono state una “storia vincente”.

Anche Paul Krugman è intervenuto diverse volte e gli si è unito l’economista internazionale di Harvard Dani Rodrik e ora il capo economista del FMI Olivier Blanchard.

Il motivo per cui è importante avere una valutazione onesta e realistica di quel che è accaduto in Latvia è che per la prima volta da quando il paese ha sofferto le peggiori perdite economiche mondiali nel corso della recessione globale (2009-2009) ci sono voci convenzionali che suggeriscono, come ha fatto la Lagarde, che [il paese] “potrebbe essere di ispirazione ai leader europei che lottano con la crisi dell’euro”.  Prima della settimana scorsa, più o meno, erano stati soltanto degli economisti di destra, come Anders Aslund, ad essere disponibili a prendere appena in considerazione questa idea.

Questo è terribile, perché se c’è una sola semplice lezione che la maggior parte del mondo – se non le autorità europee – sembrano apprendere dalla crisi in Europa, è che le restrizioni fiscali non sono la reazione appropriata a una recessione. Spero dunque che il lettore mi perdonerà se includo dettagli più tecnici del normale in ciò che segue, perché è importante chiarire bene le cose.

Innanzitutto tutti concordano sul fatto che i costi sociali e umani delle politiche della Latvia sono stati enormi. La Latvia ha perso circa un quarto del suo reddito nazionale. La disoccupazione è salita dal 5,3% a più del 20% della forza lavoro e, contando quelli che si sono ritirati dalla forza lavoro o che hanno lavorato involontariamente a tempo parziale, la disoccupazione e la sotto-occupazione hanno toccato la vetta a più del 30%. La disoccupazione ufficiale resta oggi a più del 15%, anche dopo che l’economia alla fine è cresciuta del 5,5% l’anno scorso (le proiezioni sono di una crescita del 2% quest’anno). E circa il 10% della forza lavoro ha lasciato il paese.

La prima grande domanda è se la Latvia avrebbe potuto far meglio con una strategia diversa, che avrebbe incluso una svalutazione della sua moneta. Blanchard dice che “non lo sapremo mai”.

Naturalmente questo è tecnicamente vero, ma non così rilevante. Molti economisti, ad esempio, si farebbero beffe dell’idea, sostenuta dai fautori duri della politica economica del “lato dell’offerta”, che se il Congresso USA avesse dato a Ronald Reagan tutti ciò che egli chiedeva in termini di politica di bilancio, l’economia sarebbe cresciuta tanto velocemente da produrre avanzi di bilancio anziché enormi deficit.

Svalutazione interna

Nel caso della Latvia possiamo paragonare i suoi risultati nell’ambito di una “svalutazione interna” – mantenendo fisso il rapporto di cambio e passando attraverso una profonda recessione a salari più bassi – con altri paesi che avevano avuto crisi finanziarie e recessioni associate a svalutazioni esterne. Alcune di esse sono svalutazioni grosse, con crisi finanziarie molto gravi, comprese le crisi finanziarie asiatiche del 1997-99 (Indonesia: 82,5% di svalutazione; Tailandia: 52,1% di svalutazione; Corea del Sud: 39.7% di svalutazione; Malesia: 37,8%) e quella dell’Argentina (2001-2002): 72,2% di svalutazione.

Il caso dell’Argentina è, sotto molti aspetti, analogo alla scelta che la Latvia si è trovata di fronte quando la sua economia a cominciato a rattrappirsi. L’Argentina ha tentato la svalutazione interna per tre anni e mezzo, e l’economia ha continuato a peggiorare. Dopo la sua insolvenza e svalutazione nel dicembre 2001-gennaio 2002, il paese ha sofferto un grave collasso finanziario. Ma è durato solo un trimestre ed à stato seguito da una rapida crescita. Nel giro di tre anni il paese era tornato al livello del PIL di prima della crisi.

Il declino della Latvia, nell’ambito della sua strategia d’austerità, è stato molto grave non solo in confronto all’Argentina, ma anche in confronto a tutti gli altri paesi che avevano svalutato.  In media essi hanno perso circa il 4,5% del PIL, mentre la Latvia ha perso il 24%.  Analogamente, tre anni dopo aver svalutato, l’economia media aveva un PIL che era del 6,5% superiore al livello della produzione ante-svalutazione. La Latvia, per contro, era a un livello del 21,5% inferiore, tre anni dopo l’inizio della sua recessione; come segnala Blanchard, è tuttora del 15% inferiore oggi. E secondo le proiezioni del FMI, ci vorrà un decennio intero (fino al 2017) per arrivare al PIL pre-crisi.

Naturalmente ogni caso è diverso e alcuni paesi, ad esempio, avevano corretto i loro squilibri di parte corrente prima di svalutare. Ma le perdite della Latvia sono state enormi sotto ogni profilo in confronto con i paesi che avevano svalutato.  La dichiarazione di Blanchard che la Latvia “soddisfa alcune definizioni di successo” perché l’economia si sta riprendendo, è fuori luogo.  Dissento anche dalle conclusioni più competenti di Dani Rodrik che è “troppo presto per dire che la Latvia è stata un fallimento”.  Penso che il paragone rilevante sia con quel che il paese avrebbe potuto fare, non se l’economia alla fine si sarebbe ripresa. Quasi tutte le economie alla fine si riprendono.

Blanchard elenca numerosi motivi per cui la strategia della Latvia non funzionerebbe nell’eurozona, e sono motivi validi. Ma è importante capire che le politiche non hanno portato neppure alla ripresa della Latvia.  In effetti la Latvia potrebbe essere tuttora in recessione se il governo non avesse abbandonato le politiche d’austerità che hanno precipitato il paese nella depressione.

Ma il governo della Latvia non ha attuato le enormi restrizioni di bilancio che aveva promesso al FMI nel 2010. Il deficit, piuttosto, è stato ridotto dopo che l’economia ha ripreso a crescere. Anche questo è di importanza vitale quando si considera se la strategia ha “funzionato”. E c’è stato anche uno scoppio di inflazione imprevista che ha cambiato la politica monetaria governativa – che era stata eccessivamente rigorosa perché il governo era impegnato a mantenere il rapporto di cambio fissato – e ha ridotto il peso del suo debito.

Infine l’economia della Latvia è uscita dalla recessione senza alcun contributo dalla sua bilancia commerciale. Ciò completa la tesi che la “svalutazione interna” non ha funzionato.  Perché una svalutazione interna funzioni, la profonda recessione dovrebbe abbassare il costo del lavoro in misura sufficiente ad aumentare le esportazioni e/o a ridurre le importazioni, per stimolare l’economia attraverso un bilancia commerciale in miglioramento.  Krugman offre ulteriori prove che ciò non è accaduto, e non sta accadendo nell’eurozona.

Ironicamente, anche se Blanchard non lo dice esplicitamente ma piuttosto vi allude, lo stesso FMI si era opposto alla strategia del governo della Latvia e aveva favorito la svalutazione. Anche se la svalutazione ha anch’essa costi e rischi, se il FMI e le autorità europee fossero stati disponibili a fornire fondi per aiutare a gestire la transizione, è probabile che la Latvia avrebbe fatto meglio di altri paesi in situazioni simili. Naturalmente il Fondo può essere stato scavalcato comunque, poiché le banche svedesi – che sono proprietarie di gran parte della Latvia e hanno anche una forte influenza presso le autorità europee – possono aver rifiutato questa via a motivo delle perdite che avrebbero subito per i loro prestiti alla nazione.

Ma la conclusione finale è che nessun paese con tre volte la percentuale di disoccupazione che aveva prima della recessione mondiale, e con le enormi perdite di reddito della Latvia, andrebbe considerato nemmeno una potenziale storia di successo.  Sarebbe una vergogna se queste conclusioni non giustificate a proposito dell’esperienza della Latvia dovessero contribuire a prolungare le inutili sofferenze dell’eurozona.

Mark Weisbrot è condirettore del Centro Ricerche Economiche e Politiche a Washington, D.C. (www.cepr.net) . E’ anche presidente di Just Foreign Policy [Politica estera giusta] (www.justforeignpolicy.org).  

 

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

Znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/learning-the-wrong-lessons-from-latvia-by-mark-weisbrot

Originale: Aljazeera

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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