Occupy – Un passo verso il socialismo partecipativo

Redazione 12 giugno 2012 0
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Il  movimento Occupy negli Stati Uniti: allo scoperto il fallimento del capitalismo statunitense del ventesimo secolo. Un passo verso il socialismo partecipativo.

di Peter Bohmer  – 10 giugno 2012

Il movimento Occupy negli Stati Uniti fa parte di un’impennata globale che ha avuto inizio in Tunisia alla fine del 2010, si è diffusa in Egitto e in Medio Oriente, nel Wisconsin, in Cile, Spagna, Grecia, Wall Street, nel resto degli Stati Uniti e ora in Quebec. Mi concentro sugli Stati Uniti, particolarmente nel nord-ovest del Pacifico, dove ho preso parte attiva.

Vorrei plaudire al momento. Tanto spesso siamo così alienati o apatici nei confronti delle ingiustizie economiche e sociali che si verificano. Questo è un periodo promettente in cui la resistenza e la ribellione in luogo sono echeggiate e si sono diffuse.  Negli Stati Uniti stiamo vivendo in un periodo di oscena disuguaglianza di reddito e ricchezza, in un sistema politico ed economico che deve essere trasformato, non rabberciato. Il reddito dell’un  per cento al vertice oggi è 42 volte quello del 90% che sta al fondo, tre volte maggiore della già elevata disuguaglianza di reddito del 1979.  Cinquanta milioni di persone non godono di assistenza sanitaria; uno su tre è povero o prossimo alla povertà. Più di due milioni di persone sono in carcere; milioni hanno perso la casa.

Più di venti milioni sono disoccupati; la percentuale dei neri è doppia di quella dei bianchi. Secondo il New York Times del 6 giugno 2012, dei diplomati alle superiori tra il 2009 e oggi e che non frequentano l’università a tempo pieno, uno su sei ha un lavoro a tempo pieno. Per i laureati di recente non va così male, ma è in corso una crisi di disoccupazione e sotto-occupazione. Il tasso di disoccupazione dei giovani adulti in Egitto, Spagna, Grecia e Portogallo è peggiore ed è stato un fattore importante delle rivolte in quei paesi.  E’ discutibile se stiamo vivendo o no una crisi economica a pieno titolo, ma i tassi di disoccupazione più alti del normale sono impressionanti.

Le costanti percentuali di alta disoccupazione e di scarse prospettive di lavoro con alti livelli d’indebitamento degli studenti sono un fattore importante per la partecipazione e il sostegno al movimento Occupy.

C’è stata una considerevole partecipazione di veterani dell’Iraq e dell’Afghanistan alle occupazioni fisiche di spazi pubblici, Occupy, Olympia, Seattle e Portland, che hanno avuto il loro culmine a ottobre e agli inizi di novembre del 2011 e sono state represse da varie forze di polizia nel corso del mese successivo.  La maggior parte dei veterani partecipanti non aveva potuto trovare lavoro e molti soffrivano di PTSD [sindrome da stresso post-traumatico – n.d.t.], spesso non diagnosticata, un altro sintomo del nostro sistema imperialista e del cattivo funzionamento del nostro sistema di assistenza sanitaria.

La maggior parte di quelli che vivevano nelle tende a Occupy Olympia non avevano accesso all’assistenza sanitaria, a un lavoro regolare e a un alloggio. Molti avevano subito condanne, una testimonianza del fatto che gli Stati Uniti hanno il tasso di incarcerazione più alto del mondo. I condannati sono apertamente discriminati nell’ottenere lavoro, alloggio e un’istruzione superiore (si veda ‘The New Jim Crow’ di Michelle Alexander).

Gli attivi nel movimento Occupy erano motivati dalla disoccupazione e dal pignoramento delle case, dalla crescente disuguaglianza di reddito e di ricchezza, dal dominio delle nostre vite quotidiane da parte delle imprese e dal controllo delle imprese sul governo. C’è un mucchio di rabbia per il declino della rete di sicurezza sociale, per il salvataggio delle banche e non delle persone e per la sentenza della Corte Suprema nel caso “Citizens United”.

Il movimento Occupy ha costretto al dibattito e alla discussione pubblica di questi temi. Un numero crescente di persone, particolarmente giovani, ha cominciato a sentire di potere e dovere agire, a sentire che le loro azioni contavano.  Mediante iniziative, attenzione mediatica e facendo eco alle esperienze vissute dal “99%”, il movimento Occupy ha tirato fuori dall’armadio la crisi economica e politica.

Per ‘crisi economica’ io non intendo necessariamente una crisi economica conclamata nel senso marxista. Anche se gli utili sono alti, l’economia non funziona che chi lavora e per i disoccupati. Per ‘crisi politica’ io non intendo che siamo in una possibile situazione rivoluzionaria, come in Grecia, ma piuttosto che c’è una rapida perdita della Corte Suprema, da parte dei Democratici e dei Repubblicani, e una crescente consapevolezza della distruzione della democrazia e del crescente stato di polizia in corso.

Movimenti prefigurativi

Tra gli attivisti del movimento Occupy, un’ideologia molto popolare è quella anarchica, anche se sempre più un anarchismo non ostile al marxismo. Io concordo con Grubakjic e Lynd,  in ‘Wobblies and Zapatistas’, sul fatto che dobbiamo por fine al settarismo e alla divisione tra anarchici, marxisti e socialisti partecipativi. Anche se non definirei il movimento Occupy, nel suo complesso, come anticapitalista, molti dei suoi membri si identificano così. A Seattle, il Primo Maggio 2012, c’è stata una marcia esplicitamente anticapitalista di 800 persone.

Una priorità delle occupazioni è stata soddisfare le necessità dei poveri di assistenza sanitaria, alloggi, cibo, sicurezza e di comunità e discussione ed educazione politica. C’è stato un forte sforzo degli attivisti di offrire tali servizi sul posto e di incoraggiare la partecipazione attiva dei residenti all’occupazione.  Queste iniziative dimostrano il fallimento del sistema capitalista attuale nel provvedere ai bisogni umani; il suo disinteresse per i poveri. Abbiamo reso visibili i costi umani della politica economica statunitense.

Una comunità e una struttura democratica, per quanto caotica e imperfetta e con scarse risorse, ha offerto alla gente un luogo in cui vivere, imparare, stare al sicuro.  C’è stato uno sviluppo di comunità nel movimento Occupy; discussioni significative tra persone che normalmente non si parlano tra loro, persone che sono fuori a cercarsi. Ci sono stati problemi di comunicazioni limitate e difficili tra attivisti, principalmente studenti o a livello di istruzione universitaria, e i senzatetto, ma è un inizio.

Ci sono stati scontri e problemi di droga, e problemi di maschilismo e di violenze sessuali. Ciò nonostante io dissento dal punto di vista diffuso secondo il quale il movimento Occupy è stato indebolito dalla vasta partecipazione di senzatetto. Sono il “canarino nella miniera di carbone”. Col tempo, molti si sono identificati come dimostranti.

Anche se imperfetta, questa è una dimostrazione in scala ridotta dei valori chiave di un sistema socialista partecipativo. La soddisfazione di bisogni umani fondamentali è stata la priorità delle occupazioni ed è stata universalmente intesa come un diritto umano. Ci sono state discussioni su come passare da una tenda sanitaria di fortuna sul posto allo sviluppo di una clinica sanitaria gratuita completamente funzionante e accessibile. C’è stata condivisione di tende, abbigliamento e risorse.

E’ stata data enfasi alla democrazia diretta, incoraggiando l’ascolto di tutte le voci in un processo decisionale basato sul consenso. Anche se ciò ha portato a volte l’incapacità dell’assemblea generale di prendere decisioni, è stato un riflesso di un valore chiave degli occupanti, di democrazia partecipativa e di decisioni orizzontali e non gerarchiche. Nelle riunioni c’è stata una rotazione di compiti e di agevolatori. C’è stata enfasi sulla costruzione di una comunità alternativa. C’è stata meno enfasi sul chiedere risorse allo stato. Molti partecipanti credono nella costruzione di una nuova società con un’economia, una politica, una cultura e rapporti interpersonali diversi diffondendo queste piccole comunità fino a quando non diventino una società nuova.

Limiti

Arrivati all’irruzione della polizia del dicembre 2011, la partecipazione a Olympia Occupy è scemata.  Il tempo umido e freddo è stato una delle cause principali, assieme al grande impegno temporale. Da allora il movimento Occupy non è stato in grado di recuperare il suo slancio. Un fattore è la mancanza di struttura e un altro è l’assenza di un chiaro percorso strategico per progredire.  Dovrebbero essere occupazioni fisiche di spazi pubblici o privati? O campagne incentrate su rivendicazioni specifiche, ad esempio il blocco dei pignoramenti delle case? O azioni dirette e/o manifestazioni quali le mobilitazioni contro il G8 di Chicago del maggio 2012, o delle imminenti Convention Democratiche e Repubblicane?  Nessuna di queste tattiche ha suscitato grande entusiasmo o partecipazione attiva. La rabbia e la consapevolezza delle carenze sistemiche del nostro sistema permangono così come continua il crescere della coscienza anticapitalista, ma c’è una pausa nell’attivismo.

Un grosso problema è stato come costruire un movimento che unisca il 99% pur rendendo contemporaneamente centrali gli interessi dei più oppressi, non limitando la discussione, come oggetto principale, all’eccessiva ricchezza dell’un per cento. Come costruiamo un movimento che includa i diritti degli immigrati, la giustizia ambientale, la giustizia razziale, quelli degli LGBT e quelli riproduttivi/femminili, l’opposizione alla guerra e la giustizia globale?  La maggior parte dei partecipanti a Occupy ha simpatia per un’amnistia a favore immigrati clandestini ed è contro le guerre USA; ma questi non sono principi, né sono stati avanzati come rivendicazioni.  Una grande sfida per Occupy è come essere contemporaneamente ampio, inclusivo e basato su principi.

Una critica diffusa è stata che non ci sono state rivendicazioni, specialmente a livello nazionale. Considerata la divergenza di ideologie – vari generi di riformismo e di radicalismo di sinistra – avanzare rivendicazioni è stato difficile e non desiderabile in questa fase iniziale del movimento.  C’è necessità, mentre questo movimento si sviluppa, che emergano rivendicazioni di riforme non riformiste (vedere Gorz, Strategy for Labor) , che vi vengano costruite attorno delle campagne in cui ci sia coordinamento, entusiasmo e passione a livello nazionale. Una possibile rivendicazione è quella della piena occupazione con salari che consentano una vita decente.

Nell’autunno del 2011 il movimento Occupy negli Stati Uniti ha demolito le sensazioni d’impotenza. Sei mesi dopo questo movimento è più debole anche se il movimento contro il neoliberalismo e l’austerità in Grecia e in Quebec è poderoso e in crescita. Nuovi attivisti hanno appreso competenze organizzative e hanno approfondito le loro conoscenze politiche. Restate sintonizzate per il prossimo capitolo.

 

 

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

Znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/the-occupy-movement-in-the-united-states-revealing-the-failure-of-21st-century-u-s-capitalism-a-step-towards-participatory-socialism-by-peter-bohmer

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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