La crisi infinita

Redazione 1 giugno 2012 0
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di Robert W. Mcchesney e John Bellamy Foster  - 10 maggio 2012

Abbiamo [in Inghilterra] sin dal 1876 uno stato cronico di stagnazione in tutti i principali settori dell’industria.  Non arriverà né il crollo finale né il desiderato periodo di prosperità cui ritenevamo di aver titolo, prima e dopo di esso. Una depressione opaca, una cronica saturazione di tutti i mercati per tutti i commerci è quella in cui siamo vissuti per quasi dieci anni. Come mai?

—Frederick Engels [1] 

La Grande Crisi Finanziaria e la Grande Recessione sono iniziate negli Stati Uniti nel 2007 e si sono rapidamente estese all’intero pianeta, segnando quello che appare essere un punto di svolta nella storia mondiale. Anche se a ciò è seguita, nel giro di due anni, una fase di ripresa, l’economia mondiale cinque anni dopo l’inizio della crisi è tuttora in depressione. Gli Stati Uniti, l’Europa e il Giappone resta presi dentro una condizione di crescita lenta, alta disoccupazione e instabilità finanziaria, con nuove scosse economiche che si presentano in continuazione e con effetti che si diffondono a livello globale. L’unico raggio di luce nell’economia mondiale, per quanto riguarda la crescita, è stato costituito dall’espansione apparentemente inarrestabile di un pugno di economie emergenti, in particolare della Cina. Tuttavia la continuità della stabilità della Cina è ora anch’essa in discussione. Di qui, il consenso generale tra gli osservatori economici informati è che l’economia capitalista mondiale sta affrontando la minaccia di una stagnazione economica di lunga durata (complicata dalle prospettive di ulteriore riduzione della leva finanziaria, una cosa cui si fa riferimento come ai “decenni persi” [2] E’ questo problema della stagnazione dell’economia capitalista, ancor più che quello della crisi finanziaria o della recessione, che è ora emerso come la grande questione mondiale.

Negli Stati Uniti non è difficile trovare esempi spettacolari della svolta dell’attenzione alla crisi finanziaria alla stagnazione economica. Ben Bernanke, presidente del consiglio di amministrazione della Federal Reserve, ha iniziato un discorso aa Jackson Hole, Wyoming, intitolato “Le prospettive a breve e lungo termine dell’economia USA”, con le parole: “La crisi finanziaria e la successiva lenta ripresa hanno provocato alcune domande circa la possibilità che ora gli Stati Uniti … stiano affrontando un periodo di stagnazione prolungata, indipendentemente dalle proprie scelte di politica pubblica.” Non avrebbe potuto il lentissimo ritmo dell’espansione economica degli ultimi anni, non solo negli Stati Uniti, ma anche in numerose altre economie avanzate, trasformarsi in qualcosa di molto più duraturo? Bernanke ha risposto di ritenere improbabile un simile risultato se venivano intraprese le azioni giuste: “Nonostante le gravi difficoltà che attualmente abbiamo di fronte, non mi aspetto che il potenziale a lungo termine dell’economia USA sia materialmente influenzato dalla crisi e dalla recessione se – e lo sottolineo – il nostro paese fa i passi necessari per assicurare tale risultato.”  Ci si sarebbe naturalmente atteso che una affermazione  simile fosse seguita da una chiara dichiarazione a proposito di quali fossero tali “passi necessari”. Tuttavia essa è rimasta assente dalla sua analisi, il suo punto principale essendo che la nazione doveva mettere ordine nel proprio fisco. [3]

Robert E. Hall, allora presidente dell’Associazione Economica Statunitense (AEA) ha proposto un approccio diverso in un discorso all’AEA del gennaio 2011, intitolato “La lunga caduta”. Una “caduta”, come Hall l’ha definita, è il periodo di disoccupazione superiore al normale che inizia con una forte contrazione dell’economia e dura fino a quando non è ripristinata l’occupazione normale. La “peggiore caduta nella storia degli Stati Uniti”, ha detto Hall, fu “la Grande Depressione in cui l’economia si contrasse dal 1929 al 1933 e non riuscì a tornare alla normalità che nei preparativi per la seconda guerra mondiale.”  Hall ha etichettato il periodo di prolungata lentezza della crescita in cui l’economia statunitense è oggi intrappolata “la Grande Caduta”. Con il governo apparentemente incapace di offrire all’economia lo stimolo necessario, ha osservato, non c’era alcuna visibile via d’uscita: “La caduta può durare molti anni.” [4]

Nel giugno del 2010 Paul Krugman ha scritto che le economie avanzate erano allora prese in quella che ha chiamato la “Terza Depressione” (le prime due essendo la Lunga Depressione seguita al Panico del 1873 e la Grande Depressione degli anni ’30).  La caratteristica significativa di tali depressioni non era stata la crescita economica negativa, come nella fase bassa del ciclo economico, bensì piuttosto una protratta crescita lenta una volta che la ripresa era cominciata. In una simile defatigante ripresa “gli episodi di miglioramento non sono mai stati sufficienti a cancellare il danno del tonfo iniziale e sono stati seguiti da ricadute.” Nel novembre 2011 Krugman ha fatto riferimento al “Ritorno della stagnazione del secolo”, resuscitando l’ipotesi della stagnazione del secolo dai tardi anni ’30 ai primi anni ’50  (anche se in questo caso, secondo Krugman, gli eccessi di risparmio che inducono la stagnazione sono globali, piuttosto che nazionali). [5]

Sul tema della stagnazione sono anche apparsi dei libri. Nel 2011 Tyler Cowen ha pubblicato ‘La Grande Stagnazione”, che è rapidamente diventato un campione di vendite. Per Cowen l’economia USA è stata caratterizzata da “una stagnazione multi decennale …  Anche prima che si presentasse la crisi finanziaria non c’era stata una creazione netta di nuova occupazione nell’ultimo decennio…  In tutto il globo i paesi popolosi che sono stati ricchi per un certo tempo condividono una caratteristica comune: i loro tassi di crescita economica sono rallentati a partire dal 1970, circa.”  [6]  Se la stagnazione paralizzante è stata per qualche tempo  un problema per gli Stati Uniti e per altre economie avanzate, Thomas Palley, nel suo libro del 2012, ‘From Financial Crisis to Stagnation’ [Dalla crisi finanziaria alla stagnazione] vede la stessa Grande Stagnazione odierna come creata dalla Grande Crisi Finanziaria che l’ha preceduta e come rappresentativa del fallimento della politica economica neoliberale. [7]

Tali preoccupazioni non sono confinate agli Stati Uniti, considerata la fiacchezza della crescita economia anche del Giappone e dell’Europa. Christine Lagarde, direttore generale del FMI, ha tenuto un discorso a Washington nel settembre 2011 in cui ha affermato che l’economia mondiale è “entrata in una pericolosa fase di crisi … Nel complesso la crescita economica sta continuando, ma rallentando verso il basso,” assumendo la forma di “una ripresa anemica e travagliata”.  Fondamentale per questa nuova pericolosa fase è stata la “instabilità centrale”, ovvero la debolezza della Triade – Nord America, Europa e Giappone – assieme ai continui squilibri finanziari della “crescita fiaccante”. La grande preoccupazione è stata la possibilità di un altro “decennio perso” per l’economia mondiale nel suo complesso. Nel novembre 2011 la Lagarde ha individuato la Cina come potenziale anello debole del sistema economico mondiale, piuttosto che come una permanente fonte di contrasto alla stagnazione economica mondiale. [8]

Il fatto che queste crescenti preoccupazioni a proposito del rallentamento delle ricche economie della Triade abbiano una base reale, non solo negli ultimi due decenni ma anche nelle tendenze a lungo termine a partire dagli anni ’60, può essere osservato nel Grafico 1. Esso mostra il declino del tassi di crescita reale delle economie della Triade nei decenni dagli anni ’60 al presente.  I rallentamenti sono stati più forti in Giappone e in Europa. Ma anche gli Stati Uniti hanno sperimentato un’enorme caduta della crescita economica dopo gli anni ’60, e non sono stati in grado di recuperare il proprio precedente tasso di crescita tendenziale nonostante i massicci stimoli offerti dall’aumento della spesa militare, dalle bolle finanziarie, da un crescente sforzo di vendita e dl continuo sfruttamento della posizione privilegiata del dollaro come moneta egemonica.  Lo scoppio della bolla del mercato azionario della New Economy nel 2000 ha indebolito gravemente l’economia statunitense, che è stata salvato da un disastro più grave solo dal rapido gonfiarsi, al suo posto,  della bolla immobiliare.  Lo scoppio di quest’ultima nella Grande Crisi Finanziaria degli anni 2007-2009 ha portato alla superficie le condizioni sottostanti la stagnazione.

Dunque il rallentamento economico a lungo termine, come indica il Grafico 1, ha preceduto la crisi finanziaria. Nel caso degli Stati Uniti, il tasso di crescita degli anni ’70 (che è stato leggermente più elevato di quello dei due decenni successivi) è stato del 27% inferiore a quello degli anni ’60. Nel 2000-2011 il tasso di crescita è stato del 63% inferiore a quello degli anni testo, la ragione per cui l’economia è divenuta così dipendente dalla finanziarizzazione, ovvero da una serie lunga decenni di bolle speculative finanziarie sempre più vaste. [10]

In effetti è ora emerso un pericoloso circolo vizioso tra la stagnazione e le bolle finanziarie che riflette il fatto che la stagnazione e la finanziarizzazione sono sempre più fenomeni interdipendenti: un problema cui ci riferiamo qui come alla ‘trappola stagnazione-finanziarizzazione’.

La negazione della storia

Anche se la tendenza alla stagnazione o a un lungo periodo di crescita anemica è sempre più riconosciuta come problema fondamentale persino nell’ambito del pensiero economico convenzionale, nei circoli dell’establishment manca un’ampia comprensione storica e teorica di ciò e della sua relazione con lo sviluppo capitalista.  Riteniamo che il motivo di ciò si possa rintracciare nel fatto che gli economisti neoclassici e le scienze sociali tradizionali hanno, in generale, abbandonato da tempo qualsiasi significativa analisi storica.  I loro modelli astratti, indirizzati più a legittimare il sistema che a comprenderne le leggi di evoluzione, sono diventati sempre più mistici, costruiti su assiomi tanto irreali quali la concorrenza pura e perfetta, la perfetta informazione, la perfetta razionalità (o altre aspettative razionali) e sull’ipotesi dell’efficienza del mercato.  Gli eleganti modelli matematici sviluppati sulla base di queste costruzioni rarefatte hanno spesso più a che fare con la bellezza intesa come perfezione ideale che con il mondo disordinato della realtà materiale. I risultati, pertanto, sono circa rilevanti per la realtà attuale quanto lo erano, per la loro, i dibattiti medievali sul numero di angeli che potevano stare sulla punta di uno spillo.  Questa è un’economia che ha percorso la via di un forte idealismo del tutto slegato dalle situazioni materiali. Come dice Krugman: “la professione economica si è smarrita poiché gli economisti, come gruppo, hanno scambiato la bellezza, rivestita di formule matematiche attraenti in modo impressionante, per la verità.” [11]

John Kenneth Galbraith, in ‘L’economia della truffa’, ha offerto una condanna ancora più forte delle scienze economiche e sociali prevalenti, sostenendo che nei decenni recenti il sistema stesso è stato fraudolentemente “ribattezzato” da “capitalismo” a “sistema del mercato”. Il vantaggio di quest’ultima espressione, dal punto di vista del sistema dominante, è stato: “Non c’erano precedenti avversi qui, in effetti non c’era affatto storia. Sarebbe stato davvero difficile trovare una designazione maggiormente priva di significato; è questa la ragione della scelta … Pertanto è il sistema del mercato che insegniamo ai giovani … nessun personaggio o impresa risulta, così, dominante. Non viene evocato alcun potere economico. Non c’è nulla qui di Marx o di Engels.  C’è solo il mercato impersonale, una frode niente affatto innocente.”  Assieme a ciò “l’espressione ‘capitalismo monopolista’, un tempo di uso comune”, accusa Galbraith, “è stata cancellata dal lessico accademico e politico.” Forse peggio di tutto, la crescente probabilità di una grave crisi e di  un rallentamento a lungo termine dell’economia è stata sistematicamente celata alla vista da questo trasferimento fraudolento dell’idea stessa di capitalismo (e persino di sistema delle imprese). [12]

La continua influenza dell’ “economia della truffa”  e gli assurdi risultati che essa genera si possono constatare in un discorso del 2010 di Bernanke a Princeton, intitolato “Implicazioni della crisi finanziaria per l’economia.”  Il motivo fondamentale per cui “i modelli [macroeconomici] standard” non sono riusciti a prevedere l’arrivo della Grande Crisi Finanziaria, ha ammesso Bernanke, è stato che tali modelli “erano stati elaborati … solo per periodi di non-crisi.” In altre parole, i modelli convenzionali impiegati dagli economisti ortodossi erano costruiti (intenzionalmente o meno) in modo tale da escludere la stessa possibilità di una grande crisi o di un lungo periodo di stagnazione economica in aggravamento. Fintanto che la crescita economica appariva robusta, ha detto Bernanke al suo uditorio, i modelli si sono dimostrati “molto utili”. Il problema allora, ha insistito, non è stato tanto che i modelli su cui l’analisi e la politica economica erano basate erano “irrilevanti a almeno significativamente difettosi”. Piuttosto, lo scoppio della bolla finanziaria e le crisi che ne è seguita hanno rappresentato eventi che non si presumeva accadessero e che i modelli non erano mai stati intesi a spiegare.  [13] Questo è simile a un meteorologo che abbia costruito un modello che preveda continue giornate di sole, interrotte da qualche occasione piovasco, e quando arriva la grande tempesta affermi, a difesa del modello, che esso non erano mai stato inteso a tener conto della possibilità di eventi così improbabili e imprevisti. [14]

Tutto questo punta alla mancanza, all’interno delle scienze sociali e dell’economia convenzionale, di una ragionata interpretazione della storia. “La maggior parte degli errori fondamentali commessi nell’analisi economica”, ha scritto Joseph Schumpeter nella sua Storia dell’Analisi Economica, “è dovuta a mancanza di esperienza storica” o di comprensione della storia. Per Schumpeter ciò contrasta fortemente con l’approccio di Marx che “fu il primo economista di vertice a comprendere e a insegnare sistematicamente come la teoria economica possa essere trasformata in analisi storica e come la narrazione storica possa essere trasformata di histoire raisonnée.” [15] Gli studiosi odierni di scienze sociali sono diventati troppo spesso specialisti o tecnici limitati ad interessarsi ad un piccolo angolo della realtà o, peggio ancora, sviluppatori di modelli che, nella loro estrema astrazione, finiscono preda della fallacia di Whitehead della concretezza mal posta.  [16]  Raramente riconoscono l’importanza del vecchio adagio di Hegel ovvero che “la verità è l’intero” e dunque può essere compreso solo geneticamente nel suo processo di divenire. [17]

Questi paraocchi autoimposti delle scienze sociali convenzionali sono stati spettacolarmente evidenti nel fallimento dell’economia e delle scienze sociali in generale nel riconoscere quanto meno la possibilità della catastrofe sociale ed economica del capitalismo moderno. Nel suo discorso presidenziale all’American Economic Association nel 2003.  Robert Lucas ha recisamente affermato che “il problema centrale della prevenzione della depressione è ora stato risolto.”  L’idea che l’economia fosse ora libera dalle principali tendenze alle crisi, grazie all’avvento delle politiche monetarie nuove e migliorate è diventata la nuova opinione corrente in materia di macroeconomia, cui ha fatto riferimento niente meno che Bernanke nel 2004 come all’avvento della Grande Moderazione. [18]  Tuttavia ci sono voluti solo pochi anni perché lo scoppio della bolla immobiliare dimostrasse quanto illusorie fossero quelle idee sulla fine della storia.

Naturalmente non tutti sono stati colti completamente impreparati dalla Grande Crisi Finanziaria. Già nel 2002, due anni prima che Bernanke coniasse l’espressione “Grande Moderazione”, un significativo numero di commentatori politico economici indipendenti e informati – anche noi tra di loro – aveva attirato l’attenzione sul gonfiarsi di un’enorme bolla immobiliare o residenziale. Scrivendo da redattori della Monthly Review citammo per la prima volta nel novembre 2002 lo scoppio della bolla immobiliare/residenziale come potenziale forza devastante nell’economia statunitense.  Facemmo seguito con un articolo nella primavera seguente intitolato “Quale ripresa?” in cui affermavamo: “La bolla immobiliare può ben essere gonfiata fino al massimo di quanto può assottigliarsi senza scoppiare.”  Con l’aggravarsi del problema uno di noi scrisse un pezzo per il numero del maggio 2006 della Monthly Review su “La bolla del debito delle famiglie”, segnalando l’insostenibile indebitamento in mutui ipotecari con il fardello maggiore a carico dei lavoratori e di mutuatari con scarse capacità di rimborso [subprime]. La bolla residenziale, sosteneva l’articolo, aveva consentito all’economia statunitense di recuperare dallo scoppio della bolla del mercato azionario, ma ciò segnalava la possibilità di un’ulteriore e forse peggiore “crollo finanziario” non lontano, che avrebbe potuto essere innescato dagli aumenti dei tassi di interesse che già stavano cominciando a verificarsi. Dunque, mentre alcuni aspetti della crisi che sorse nell’estate del 2007 ci colsero di sorpresa, non lo fece il corso generale degli eventi. [19]

La Monthly Review si era da lungo concentrata sul problema della finanziarizzazione e delle sue relazioni con le sottostanti tendenze alla stagnazione dell’economia. Ma la constatazione che si stava preparando una crisi devastante come conseguenza della creazione della bolla residenziale non è stata unicamente nostra; era, piuttosto, molto diffusa tra gli osservatori eterodossi, penetrando anche nella letteratura finanziaria. Compresa la nostra rivista, i più notevoli sono stati Dean Baker, Stephen Roach, John Cassidy, Robert Shiller e Kevin Phillips, con l’aggiunta anche di pubblicazioni finanziarie pragmatiche come Business Week e The Economist. Nell’agosto 2002 Baker ha scritto un rapporto per il Centro di Ricerche sulla Politica Economica intitolato “La corsa al rialzo dei prezzi delle abitazioni: è reale o è  un’altra bolla?” Nello stesso mese Business Week avvertiva: “Gli investitori che acquistano molti dei prestiti [ipotecari] che vengono cartolarizzati possono anche decidere che il troppo stroppia … se i tassi [d’interesse] saliranno ulteriormente, il gravame del rimborso dei debiti crescerà … circa il 30% dei mutui in corso ha tassi variabili … se l’ascesa dei tassi scatenerà un’ondata di insolvenze da parte dei detentori di mutui a tasso variabile, potrebbe determinarsi una stretta creditizia.”  Il 22 settembre 2002 Stephen Roach scrisse un editoriale di apertura per il New York Times su “I costi delle bolle che esplodono” in cui affermava: “Ci sono buoni motivi per ritenere che sia la bolla delle proprietà [immobiliari] sia quella dei consumi scoppieranno in un futuro non così distante.”  Nel novembre 2002 l’editorialista economico del New Yorker, John Cassidy, pubblicò un articolo intitolato “Il prossimo crollo: il mercato immobiliare è una bolla che sta per scoppiare?” L’anno seguente l’economista di Yale Robert Shiller fu co-autore di un preveggente documento della Brookings Institution intitolato: “C’è una bolla nel mercato immobiliare?”  L’Economist, a giugno 2005, dichiarava: “L’ascesa mondiale dei prezzi delle case è la più grande bolla della storia. Preparatevi a dolori economici quando scoppierà.” Il commentatore politico Kevin Phillips ammoniva in continuazione contro il pericoli della finanziarizzazione, commentando nel 2006 che le case erano diventate “strumenti della finanza speculativa” e che “gli Stati Uniti avevano scambiato la bolla del mercato azionario con la più vasta bolla creditizia,” presagendo il crollo finanziario. [20]

In realtà gli avvertimenti a proposito della bolla immobiliare e della minaccia un grave collasso finanziario sono stati così numerosi, nei quattro anni che hanno condotto alla crisi, da rendere difficile, se non impossibile, catalogarli tutti.  Il problema, allora, non è che nessuno abbia visto arrivare la Grande Crisi Finanziaria. La difficoltà è stata, piuttosto, che il mondo finanziario, guidato dal suo interminabile desiderio di avere di più, e gli economisti ortodossi, preda dell’adorazione di modelli sempre più irrilevanti, hanno semplicemente ignorato gli avvisi degli osservatori economici eterodossi attorno a loro. Gli economisti tradizionali si sono sempre più trincerati in una visione ispirata alla Legge di Say (l’idea che l’offerta crea la sua stessa domanda) che sosteneva che crisi economiche gravi erano virtualmente impossibili. [21]

La mancata percezione della bolla finanziaria da parte degli economisti ortodossi prima della Grande Crisi Finanziaria è ora ben confermata nella letteratura. [22] Ciò che suggeriamo qui, tuttavia, è qualcosa di diverso: che la stessa economia della truffa ha ostacolato gli economisti ortodossi nel percepire fino ad ora una faglia ancora maggiore dell’economia del capitalismo maturo, la tendenza alla stagnazione economica a lungo termine. In realtà è la lenta crescita o la stagnazione che si è inasprita per decenni che spiega non soltanto la finanziarizzazione, manifestatasi in una serie di bolle finanziarie, ma anche il profondo malessere economico che si è creato durante il periodo di riduzione della leva finanziaria [deleveraging]. Un’analisi realistica oggi richiede quindi un esame attento dei pericolosi circoli viziosi tra la stagnazione e la finanziarizzazione.

In ‘How Markets Fail’ [Come falliscono i mercati] Cassidy sostiene che le due analisi economiche più preveggenti del nostro attuale malessere e del suo rapporto con il fenomeno duale della finanziarizzazione e della stagnazione sono state offerte da: (1) Hyman Minsky, un economista eterodosso, post-keynesiano, che ha sviluppato una teoria dell’instabilità finanziaria in rapporto al capitalismo contemporaneo e (2) Paul Sweezy, un economista marxista, che ha visto in quella che ha chiamato la “finanziarizzazione del processo accumulativo del capitale” un reazione alla tendenza alla stagnazione delle economie capitaliste-monopoliste mature. [23]

Come osserva Cassidy a proposito della tradizione cresciuta intono a Sweezy:

“Nel corso degli anni ’80 e ’90, un gruppo in assottigliamento di economisti marxisti, che ruotavano introno alla Monthly Review, una piccola rivista di New York che si sudava la sopravvivenza dagli anni ’40, si concentrò su quella che chiamarono la “finanziarizzazione” del capitalismo statunitense, segnalando che l’occupazione nel settore finanziario, i volumi di scambi nei mercati speculativi e i profitti delle società di Wall Street stavano crescendo enormemente.  Tra il 1980 e il 2000 i profitti dell’industria finanziaria sono saliti da 32,4 miliardi di dollari a 195,8 miliardi di dollari, secondo dati del Dipartimento del Commercio, e la quota del settore finanziario di tutti i profitti prodotti nella nazione è passata dal 19 al 29%.

Paul Sweezy, un ottuagenario formatosi ad Harvard che era emerso dalla stessa generazione di Cambridge di Galbraith e Samuelson, e che aveva scritto quella che rimane tuttora la migliore introduzione all’economia marxista, era il leader dei dissidenti di sinistra. Per un economista liberomercatista l’ascesa di Wall Street era un effetto naturale del vantaggio competitivo dell’economia nel settore. Sweezy affermava che essa rifletteva un crescente sforzo disperato di sbarrare la strada alla stagnazione economica. Con i salari che crescevano lentamente, se mai crescevano, e con opportunità d’investimento insufficienti ad assorbire tutti i profitti (effettivi o potenziali) che le imprese generavano, l’emissione di obbligazioni e l’incessante creazione di nuovi oggetti di speculazione finanziaria erano necessarie per mantenere crescente la spesa. “La società del gioco d’azzardo è una via significativa alla crescita economica?” si chiedeva Sweezy in un articolo del 1987 scritto insieme con Harry Magdoff. “Di nuovo: assolutamente no. Quale che sia la crescita che ha vissuto l’economia negli anni recenti, a parte quella attribuibile a un potenziamento dell’esercito senza precedenti in tempo di pace, essa è stata quasi interamente dovuta all’esplosione della finanza.” [24]

Per Cassidy sono state le analisi storiche razionali del capitalismo sviluppate da Minsky e Sweezy a consentire a entrambi di percepire le spettacolari trasformazioni che hanno condotto alla crisi dell’inizio del ventunesimo secolo. “Minsky e Sweezy non erano d’accordo su tutto, ma le loro facoltà critiche altamente sviluppate hanno consentito loro di vedere, ben prima di molti economisti tradizionali, che era emerso un nuovo modello di capitalismo guidato dalla finanza.”  In effetti il “crollo mondiale” che ha avuto le sue origine negli Stati Uniti nel 2007 “ha dimostrato che Minsky e Sweezy aveva avuto ragione quando avevano affermato che le fortune dell’economia in generale non potevano essere separate da quel che accadeva a Wall Street.” Per Sweezy, in particolare, la stagnazione e la finanziarizzazione rappresentavano fenomeni co-evolutivi colti in un “abbraccio simbiotico”. [25]

L’analisi di Minsky indicava quello che è divenuto noto come il Momento Minsky, ovvero l’avvento della crisi finanziaria. Per contro, il lavoro di Sweezy sulla finanziarizzazione, che considerava come una tendenza ampia comprendente una serie di scoppi di bolle, sottolineava il ruolo causale di quello che sarebbe stato chiamato lo Stato Normale di Sweezy della stagnazione nelle economie capitaliste-monopoliste mature. E lo Stato Normale di Sweezy e il suo rapporto con la finanziarizzazione nell’ascesa del capitale monopolistico-finanziario – assieme all’impatto globalizzato di questi fenomeni sul Sud globale, particolarmente la Cina – che forma il contenuto di questo testo.

“Perché la stagnazione?”

IL 27 marzo 1947 ebbe luogo alla Harvard University un dibattito sul futuro del capitalismo, ora divenuto leggendario, tra Sweezy e Schumpeter, due degli economisti più popolari ed influenti. Come avrebbe dichiarato Samuelson decenni dopo, nei primi anni ’70: “Eventi recenti nei campus universitari hanno ricondotto il mio occhio interiore a uno dei grandi avvenimenti avvenuti durante la mia vita. Ebbe luogo ad Harvard nei giorni in cui i giganti calpestavano la terra nel cortile di Harvard. Joseph Schumpeter, il brillante economista di Harvard e profeta del futuro, doveva dibattere con Paul Sweezy su “Il futuro del capitalismo”. Wassily Leontief aveva il compito di moderatore e l’Auditorium Littauer non fu in grado di ospitare l’intera folla.” [26]

Il dibattito tra Sweezy e Schumpeter si inseriva in un dibattito ancora più ampio sulla stagnazione tra gli anni ’30 e i primi anni ’50, introdotta dalla Grande Depressione.  Sweezy sostenne, sulla base di Marx e Keynes, che “l’accumulazione è il fattore primario” dello sviluppo capitalista, ma osservò che la sua influenza stava svanendo.  “Non vi è alcun meccanismo nel sistema”, spiegò, “per adeguare le opportunità di investimento al modo in cui i capitalisti vogliono accumulare e nessun motivo per supporre che se le opportunità di investimento sono inadeguate i capitalisti si rivolgeranno ai consumi; è piuttosto vero il contrario.”  Dunque il motore era rimosso dall’economia capitalista che tendeva – senza l’intervento di forze esterne, quali “l’iniezione ricostituente dall’esterno di una guerra” – a una stagnazione a lungo termine.  Schumpeter, con un approccio più conservatore e “austriaco”, apparentemente sostenne che un lungo ciclo (Kondratieff) di espansione avrebbe potuto cominciare negli anni ’50, con un picco alla fine degli anni ’80; e tuttavia il vento probabilmente avrebbe abbandonato le vele dell’economia USA a motivo dello svanire della funzione imprenditoriale e dell’ascesa delle società per azioni e dello stato. Schumpeter non negava la tendenza dell’economia alla stagnazione ma pensava che la crescita veniva appesantita piuttosto che stimolata da intrusioni nell’economia del genere New Deal. [27]

Quasi vent’anni più tardi Sweezy, scrivendo con Paul Baran, pubblicò il loro studio, ora classico, ‘Monopoly Capital’, [Il capitale monopolistico], che avrebbe avuto una forte influenza sull’economia della Nuova Sinistra degli anni ’70. “Lo stato normale dell’economia capitalista monopolistica,” dichiararono, “è la stagnazione.” [28] In base a tale argomento l’ascesa delle gigantesche imprese monopolistiche (od oligopolistiche) aveva portato a una tendenza all’ascesa di un effettivo  o potenziale surplus di ricerca di investimenti nella società. Le condizioni stesse dello sfruttamento (o di alti ricarichi di prezzo sul costo unitario del lavoro) significava sia che aumentava la disuguaglianza nella società sia che una quantità sempre maggiore di eccedenze di capitale tendevano ad accumularsi effettivamente o potenzialmente nelle mega-imprese e nelle mani degli investitori ricchi, che erano incapaci di trovare canali proficui d’investimento sufficienti ad assorbire tutto l’eccesso di ricerche di investimento. L’economia, quindi, diventava sempre più dipendente da stimoli esterni quali una maggiore spesa governativa (particolarmente nell’esercito), un crescente sforzo nelle vendite e l’espansione della finanza, per mantenere la crescita. [29] Tali stimoli esterni, come avrebbe spiegato Sweezy successivamente, non erano “parte della logica interna dell’economia stessa”, ricadendo “fuori dal campo dell’economia tradizionale, dalla quale considerazioni storiche, politiche e sociologiche sono attentamente escluse.” [30]

Tutti questi stimoli esterni erano autolimitanti e/o generavano ulteriori contraddizioni a lungo termine, portando alla ripresa di tendenze alla stagnazione. Trasferire all’estero gli investimenti dei capitali faceva poco per abbattere il problema, poiché il flusso di profitti di ritorno e altre entrate economiche, in condizioni di scambio diseguale tra Nord e e Sud globali e l’egemonia statunitense in generale, tendevano a superare i flussi in uscita. Un’innovazione davvero epocale, con un ruolo pari a quello del motore a vapore, delle ferrovie o dell’automobile dal diciannovesimo alla metà del ventesimo secolo, avrebbe potuto modificare la situazione. Ma su innovazioni storiche del genere che avrebbe alterato l’intera geografia e scala dell’accumulazione non si poteva far conto e probabilmente non erano suscettibili di verificarsi in condizioni di capitalismo monopolistico maturo. La conseguenza fu che l’economia, nonostante i suoi normali alti e bassi, tese ad affondare in uno stato normale di crescita lenta di lunga durata, piuttosto che sfociare nella crescita robusta presupposta dall’economia ortodossa. In essenza un’economia in cui le decisioni sui risparmi e gli investimenti sono prese privatamente tende a cadere nella trappola della stagnazione: la domanda esistente è insufficiente ad assorbire tutti i risparmi (o surplus) effettivi e potenziali disponibili, la produzione crolla e non c’è alcun meccanismo automatico che generi una ripresa piena. [31]

La teoria della stagnazione, in tal senso, non significava che fosse impossibile una forte crescita economica in economie capitaliste mature bensì, semplicemente, che la stagnazione era il caso normale e che la crescita robusta andava spiegata come risultato di fattori storici speciali. Ciò invertiva la logica caratteristica dell’economia neoclassica, che assumeva che la crescita rapida era naturale nel capitalismo, eccetto quando forze esterne, come lo stato o i sindacati, interferivano con l’operatività senza intoppi del mercato. La stagnazione non significava neppure necessariamente profondi declini e crescita negativa, ma piuttosto un rallentamento del tasso tendenziale di crescita dovuto all’iper-accumulazione. Gli investimenti netti (ovvero gli investimenti superiori a quelli per coprire i deprezzamenti) si atrofizzavano, poiché con la produttività crescente ogni piccolo investimento richiesto poteva essere coperto con i soli fondi di ammortamento.  La stagnazione assumeva dunque come sua base un costante progresso tecnologico e una crescente produttività. Non si trattava del fatto che l’economia non fosse sufficientemente produttiva; piuttosto del fatto che era troppo produttiva per assorbire l’intera ricerca di investimenti generata dalla produzione.

Il Capitale Monopolistico di Baran e Sweezy fu pubblicato esattamente al picco del boom successivo alla seconda guerra mondiale e nel periodo della guerra del Vietnam. A metà degli anni ’70 l’economia USA rallentò drasticamente, ponendo fine a un periodo di rapida espansione che era stato alimentato da: (1) l’accumulo di liquidità presso i consumatori durante la guerra; (2) la seconda grande ondata di motorizzazione negli Stati Uniti (compresa la costruzione di sistema autostradale interstatale); (3) un periodo di energia a basso costo basata sul massiccio sfruttamento del petrolio; (4) la ricostruzione delle economie europee e del Giappone devastate dalla guerra; (5) due guerre regionali in Asia e la spesa militare per la Guerra Fredda in generale, e (6) un periodo di egemonia incontrastata degli Stati Uniti. Con lo svanire delle condizioni esterne che avevano promosso l’economia nel corso di tali anni, riemersero le condizioni della stagnazione.

Tuttavia nel crescente indebitamento degli anni ’70 emerse  l’economia dell’azzardo come mezzo per puntellare il capitalismo USA e arrivati agli anni ’80 il capitale in eccedenza del mondo intero fu attirato nel vortice di una nuova economia finanziarizzata centrata su Wall Street. Paul Sweezy e Harry Magdoff furono tra i primi e più tenaci analisti di questo nuovo processo di finanziarizzazione, considerandolo non semplicemente in termini alla Minsky come una delle crisi finanziarie periodiche, bensì come un medicinale o uno stimolante, affine a quelli usati a volte dagli atleti, che era emerso all’interno del sistema per mantenere funzionante l’economia nonostante ciò che essi chiamarono la “stagnazione paralizzante”. [32]  “La finanza”, scrissero nel 1977, “fa da acceleratore del ciclo economico, spingendolo più in là e più velocemente al rialzo e rendendo più ripida la discesa nella fase di ribasso.” Concordando con Minsky sull’instabilità finanziaria essi tuttavia sostenevano che “concentrandosi quasi interamente sugli aspetti finanziari egli trascura gli altri fattori a lungo termine che danno una base più solida all’onda lunga della prosperità e analogamente ignora l’esaurirsi delle condizioni che sostengono il boom così come il risorgere delle tendenze alla stagnazione.” Il problema sottostante restava il Normale Stato di stagnazione di Sweezy, ora complicato dall’aggiunta degli stimoli basati sull’indebitamento. [33]

Il 22 marzo 1982, quasi trentacinque anni dopo il giorno del suo leggendario dibattito con Schumpeter ad Harvard, Sweezy tenne un discorso all’Harvard Economics Club intitolato “Perché la stagnazione?” [34] In quell’occasione raccontò l’origine del grande dibattito sulla stagnazione che era nato ad Harvard alla fine degli anni ’30, quando comparve una profonda recessione nel 1937 prima che si fosse verificata la piena ripresa dalla Grande Depressione. Ciò sollevò la questione, come la pose il principale seguace di Keynes negli Stati Uniti, Alvin Hansen, nel suo libro del 1938, della “Piena Ripresa o Stagnazione?”  Schumpeter nel suo trattato del 1942 “Capitalismo, Socialismo e Democrazia” etichettò l’analisi stagnazionista di Hansen come “la teoria dello svanire delle opportunità di investimento” e la contestò con la sua tesi che il vero problema che impediva la piena ripresa era lo stesso New Deal. Fu questo che condusse al dibattito Sweezy-Schumpeter del 1947. [35]

Nel 1982, parlando tre decenni e mezzo dopo il suo famoso dibattito con Schumpeter, Sweezy disse ai suoi ascoltatori all’Harvard Economics Club che la questione della stagnazione emersa dalla Grande Depressione era stata “scartata senza alcuna risposta soddisfacente … La realtà ora la ripropone” dimostrando che “il funerale della stagnazione fu, per dire il meno, prematuro.” Tuttavia ciò che aveva cambiato fondamentalmente le cose da allora (al di là della crescita della spesa governativa) era stato l’affidarsi alla promozione del credito/debito come stimolo a lungo termine per contrastare la stagnazione:

“Consentitemi una breve digressione per far notare che il fatto che i risultati complessivi dell’economia in anni recenti non sono stati molto peggiori di quanto siano stati, o negativi quanto lo sono tanti, negli anni ’30 è largamente dovuto a tre cause: (1) il ruolo molto maggiore della spesa e dei deficit governativi; (2) l’enorme crescita dell’indebitamento dei consumatori, compresi i mutui ipotecari residenziali, specialmente nel corso degli anni ’70; e (3) il gonfiamento del settore finanziario dell’economia che, a parte la crescita del debito in quanto tale, include l’esplosione di ogni genere di speculazioni, vecchie  e nuove, che a loro volta generano più di un mero effetto a cascata di potere d’acquisto nell’economia “reale”, prevalentemente sotto forma di un’accresciuta domanda di beni di lusso. Queste sono forze importanti che contrastano la stagnazione finché durano, ma c’è sempre il pericolo che se spinte troppo in là esploderanno in un panico vecchio stile del tipo cui non abbiamo assistito dal periodo 1929-33. [36]”

Difficilmente avrebbe potuto esserci una descrizione più lungimirante delle contraddizioni del capitalismo USA, che anticipava la Grande Crisi Finanziaria del 2007-09 e le condizioni di grave stagnazione economica instauratesi sulla sua scia. Questi avvertimenti, tuttavia, finirono inascoltati e non si verificò alcuna resurrezione del dibattito sulla stagnazione negli anni ’80. Affrontando il fatto che le generazioni di economisti di sinistra più giovani non avevano recepito il problema, Magdoff e Sweezy osservarono in ‘Stagnation and the Financial Explosion’ [La stagnazione e l’esplosione della finanza] del 1987:

“Siamo entrati entrambi nell’età adulta negli anni ’30, ed è stato allora che abbiamo ricevuto la nostra iniziazione alle realtà dell’economia e della politica capitalista.  Per noi la stagnazione economica nella sua forma più agonizzante e pervasiva, come le sue ramificazioni di vasta portata in ogni aspetto della vita sociale, è stata un’esperienza personale schiacciante. Sappiamo cos’è e cosa può significare; non abbiamo bisogno di definizioni o spiegazioni elaborate. Ma abbiamo imparato gradualmente, non del tutto, con nostra sorpresa, che i giovani cresciuti negli anni ’40 o successivamente non solo non condividono queste percezioni, ma neppure le comprendono. Il contesto economico dei periodi bellico e postbellico che ha svolto un ruolo così importante nel modellare le loro esperienze è stato molto diverso. Per loro la stagnazione tende a essere un termine vago, equivalente forse a una recessione più lunga del solito ma senza implicazioni di possibili gravi ripercussioni politiche e internazionali.  In queste condizioni essi trovano difficile a riferirsi a quella che probabilmente considerano la nostra ossessione riguardo al problema della stagnazione. Non sono del tutto sicuri di che cosa noi stiamo parlando o per cosa c’è tutto questo chiasso. C’è la tentazione di dir loro: state soltanto a vedere e ben presto lo scoprirete.”[37]

Tuttavia, piuttosto che concludere con una dichiarazione simile, Magdoff e Sweezy continuarono a spiegare, nel resto del loro libro, perché la tendenza alla stagnazione fosse così incorporata nelle società capitaliste-monopoliste mature, inclini alla saturazione del mercato, e perché la finanziarizzazione fosse emersa come ultima ancora disperata, e pericolosa, di salvezza.  Nel capitolo su “Produzione e finanza” introdussero un’analisi sistematica del rapporto della base produttiva dell’economia con la sovrastruttura finanziaria (o, secondo la loro terminologia, il rapporto tra “economia reale” e finanza) responsabile della struttura finanziaria sempre più traballante sovrimposta a un “settore produttivo stagnante.” [38]

Nel suo ultimo articolo “Di più (o di meno) sulla globalizzazione”, scritto nel 1997, cinquant’anni dopo il dibattito Sweezy-Schumpeter, Sweezy descrisse il problema della super-accumulazione del capitalismo sviluppato in termini di tre condizioni: (1) crescente monopolizzazione a livello globale con l’espansione delle imprese multinazionali, (2) rallentamento (o peggioramento della stagnazione) delle economie della Triade e (3) la “finanziarizzazione del processo di accumulazione”. Per Sweezy, queste tre tendenze erano “correlate in modo intricato” e chiunque volesse capire il futuro dell’economia capitalista doveva concentrarsi sulla loro interrelazione e sulla loro presenza all’interno di un sistema capitalista che era sempre più globalizzato. [39]

Capitale finanziario monopolistico e Grande Stagnazione

La nostra analisi in questo testo inizia, per molti versi, da dove Sweezy (e Harry Magdoff) si sono fermati e porta anche avanti l’analisi di John Bellamy Foster e Fred Magdoff in “The Great Financial Crisis: Causes and Consequences” (2009) [La grande crisi finanziaria: cause e conseguenze]. [40]  Quelli che Sweezy chiamava gli aspetti “correlati in modo intricato” della monopolizzazione, stagnazione, finanziarizzazione e globalizzazione hanno prodotto una fase nuova, che chiamiamo “capitale finanziario monopolistico.” In tale periodo le economie della Triade sono bloccate in una trappola di stagnazione-finanziarizzazione, mentre sono collegate alla crescita delle economie emergenti attraverso l’arbitraggio del costo del lavoro, mediante il quale le imprese multinazionali sfruttano le differenze dei livelli salariali nel mondo al fine di ricavare plusvalenze di profitti. La conseguenza è il peggioramento del problema complessivo dell’assorbimento dell’eccedenza di capitale e dell’instabilità finanziaria nel centro dell’economia mondiale. In questo testo ci interessiamo particolarmente di come ciò operi a livello globale, con una forte concentrazione (in capitoli successivi) su come ciò è collegato all’economia cinese.

Comunque il problema centrale resta la iper-accumulazione in seno alla Triade, all’interno della quale gli Stati Uniti, nonostante la loro egemonia declinante, costituiscono tuttora la forza che decide il trend del sistema mondiale dell’accumulazione. Gli effetti in peggioramento della stagnazione dell’economia statunitense possono essere costatati nel Grafico 2 che mostra la tendenza al declino a lungo termine del tasso di crescita della produzione industriale negli Stati Uniti.

Né gli Stati Uniti sono soli, da questo punto di vista. Dagli anni ’60 la Germania Occidentale, la Francia, il Regno Unito, l’Italia e il Giappone hanno tutte assistito a declini anche più ampi, rispetto agli Stati Uniti, dei loro tassi tendenziali di crescita della produzione industriale. Nel caso del Giappone, la produzione industriale è cresciuta del 16,7% nel periodo 1960-1970 e di un solo 0,04% tra il 1990 e il 2010. [41]

Quella illustrata dal Grafico 2 è una storia di aggravamento della stagnazione della produzione, già messa in risalto da Sweezy e Magdoff negli anni ’70 e ’80.  Il Grafico 3, per contro, rivela che ciò  portò – specialmente dagli anni ’80 in poi – a una svolta dell’economia dalla produzione alla finanza speculativa come stimolo principale della crescita.  Così la parte FIRE (finanza, assicurazioni, immobili (finance, insurance, real estate)) del reddito nazionale si è ampliata dal 35% della quota di produzione mercantile dei primi anni ’80 a più del 65% degli anni recenti. I cosiddetti boom degli anni ’80 e ’90 sono stati alimentati dalla rapida crescita della speculazione finanziaria che ha fatto leva sul crescente indebitamento, principalmente del settore privato.

 

La spettacolare ascesa della quota del reddito associata alla finanza rispetto alle industrie produttive di merci non è stata tuttavia accompagnata da un’ascesa analogamente spettacolare della quota di occupazione nei servizi finanziari rispetto alla produzione industriale. Così l’occupazione nel segmento FIRE, in percentuale della produzione di beni negli ultimi due decenni, è rimasta piatta intorno al 22%.  Ciò suggerisce che il grande aumento del reddito associato alla finanza, rispetto alla produzione, si è tradotto in guadagni fuori misura per un numero relativamente ridotto di beneficiari, piuttosto che in un corrispondente aumento dell’occupazione. [42]

La rapida espansione del segmento FIRE rispetto alla produzione di beni nell’economia USA è una manifestazione della finanziarizzazione a lungo termine dell’economia, in altre parole del passaggio del centro di gravità dell’attività economica sempre più dalla produzione (e dai servizi collegati alla produzione) alla finanza speculativa. Di fronte alla saturazione del mercato e allo svanire delle opportunità di investimenti lucrosi nella “economia reale”, la formazione di capitale o gli investimenti reali hanno ceduto il passo all’uso sempre più speculativo del surplus economico della società alla ricerca di utili di capitale mediante l’inflazione del valore dei beni.  Come Magdoff e Sweezy spiegarono sin dagli anni ’70, ciò potrebbe avere un effetto indiretto nello stimolare l’economia, principalmente stimolando i consumi di beni di lusso. Ciò è divenuto noto sotto il nome di “effetto ricchezza”, in un cui una parte degli utili di capitale associati all’apprezzamento del valore delle attività nel mercato azionario, nel mercato immobiliare, eccetera, viene spesa in bene e i servizi per gli abbienti, aggiungendo una domanda effettiva all’economia. [43].

Tuttavia lo stimolo offerto dalla finanziarizzazione non ha evitato un declino multi decennale del ruolo degli investimenti nell’economia USA. Così gli investimenti fissi netti privati non residenziali sono scesi dal 4% del PIL degli anni ’70 al 3,8% degli anni ’80, al 3% degli anni ’90 e al 2,4% nel 2000-2010. [44] Al cuore del problema c’è il declino del tasso di crescita a lungo termine dell’industria manifatturiera e più in particolare delle strutture manifatturiere (costruzione d’impianti e strutture nuove o rinnovate) come illustrato dal Grafico 4. [45]

 

Pur in presenza del declino del tasso di crescita degli investimenti, gli incrementi di produttività dell’industria sono proseguiti, portando all’espansione di una capacità produttiva in eccesso (un’indicazione dell’iper-accumulazione del capitale). Ciò si può costatare nel Grafico 5 che illustra lo slittamento di lungo termine dell’utilizzazione del potenziale nella produzione manifatturiera. Livelli alti e in crescita di potenziale inutilizzato (o in eccesso) hanno un effetto negativo sugli investimenti perché le imprese sono naturalmente riluttanti a investire in industrie in cui una larga parte del potenziale esistente resta inattiva. L’industria automobilistica statunitense nell’imminenza della Grande Recessione, e durante essa, (come l’industria mondiale) fronteggiava una grande quantità di potenziale non utilizzato, uguale a circa un terzo del suo potenziale complessivo.  Un articolo di Newsweek del 2008 ha sottolineato la saturazione globale del settore automobilistico: “Con le vendite che ristagnano da Pechino a Boston i produttori automobilistici si trovano in una posizione imbarazzante. Essendosi abbandonata a un’orgia globale di costruzione di fabbriche negli anni recenti, l’industria ha il potenziale per produrre la stupefacente quantità di 94 milioni di veicoli l’anno. Ciò significa 34 milioni di veicoli di troppo sulla base delle vendite attuali, secondo la società di ricerche CSM Worldwide, cioè la produzione di circa 100 fabbriche.” [46]

La decrescente utilizzazione della capacità produttiva trova il suo parallelo in quella che nel 2004 abbiamo chiamato “la stagnazione dell’occupazione”, cioè la crescente disoccupazione e sotto-occupazione che caratterizza sia l’economia statunitense sia le economie della Triade in generale.  Secondo la misurazione alternativa  del sottoutilizzo del lavoro, la U6 dell’Ufficio delle Statistiche del Lavoro, il 14,9% pieno della forza lavoro civile (più lavoratori marginalmente collegati a essa) era disoccupato o sottooccupato, su base stagionalmente corretta, negli Stati Uniti nel febbraio 2012. [47]

In una situazione simile l’economia USA, come abbiamo visto, è divenuta cronicamente dipendente dal gonfiamento della sovrastruttura finanziaria perché le cose continuassero a funzionare. Le imprese industriali stesse sono divenute entità finanziarizzate, operando di più come banche nel finanziare le vendite dei propri prodotti e spesso dandosi a speculazioni su materie prime e valute. Oggi sono più inclini a perseguire gli utili immediati a colpo sicuro ottenibili mediante fusioni, acquisizioni e un accresciuto monopolio del potere che a impegnare il proprio capitale per le esigenze incerte associate all’espansione dell’attività produttiva. Il potere politico-economico ha seguito la curva della crescita della finanza nell’economia, con la base economica dell’egemonia politica che si è spostata dall’economia reale della produzione al mondo finanziario, e sempre più al servizio degli interessi di quest’ultimo, in quella che è divenuta nota come l’era neoliberale. [48]

La chiave principale per comprendere questi sviluppi, tuttavia, resta lo Stato Normale di Sweezy. Le tendenze a lungo termine associate alla crescita economica, alla produzione industriale, agli investimenti, alla finanziarizzazione e all’utilizzo del potenziale (come illustrato nei Grafici da 1 a 5 più sopra) puntano tutte allo stesso fenomeno di un rallentamento economico a lungo termine negli Stati Uniti e nelle altre economie industriali avanzate.

Una causa centrale di questa tendenza alla stagnazione sono gli alti, e oggi rapidamente crescenti, aumenti dei prezzi delle imprese monopolistiche che danno origine a crescenti problemi di assorbimento del surplus di capitale. Considerando il comparto non agricolo nel suo complesso, l’aumento di prezzo per unità di costo del lavoro (il rapporto tra prezzi e unità di costo del lavoro) per l’economia statunitense nell’intero periodo successivo alla seconda guerra mondiale era in media dell’1,57%, con un minimo dell’1,50% nei tardi anni ’40. Tuttavia dai tardi anni ’90 al presente l’aumento sui costi unitari del lavoro – quello che il grande economista polacco Michal Kalecki ha chiamato il “grado del monopolio” – è cresciuto fortemente arrivando a 1,75 nell’ultimo trimestre del 2011. Come dichiarato nel Rapporto Economico al Presidente del 2012: “L’aumento ha ora raggiunto il suo livello più elevato nella storia successiva alla seconda guerra mondiale, con gran parte di esso che ha avuto luogo negli ultimi quattro anni. Poiché l’aumento dei prezzi rispetto al costo unitario del lavoro è l’inverso della quota di produzione destinata al lavoro, affermare che l’aumento del prezzo è il più alto della storia postbellica equivale a dire che la quota di prodotto destinata al lavoro è scesa al suo livello più basso.” [49]

L’ambiguità della competizione globale

In linea con quanto precede, gli ultimi decenni hanno visto l’intensificazione di una crescente tendenza alla monopolizzazione negli USA e nelle economie globali, che si riflette: (1) nella concentrazione e centralizzazione del capitale su scala mondiale, (2) nella crescita del potere e dei profitti monopolistici, (3) nello sviluppo delle catene di fornitura globali delle imprese multinazionali, e (4) nell’ascesa della finanza monopolistica. Le entrate totali annue delle 500 imprese più grandi del mondo (note come le “500 Globali”) nel 2004-08 era pari a circa il 40% delle entrate mondiali, con forti incrementi a partire dagli anni ’90. [50] Questa forte tendenza alla monopolizzazione, tuttavia, è scarsamente percepita oggi di fronte a quella che il senso comune percepisce come una competizione sempre maggiore tra società, lavoratori e stati.

Chiamiamo “ambiguità della competizione” questo scambio d’identità in cui la crescente monopolizzazione è presa per competizione crescente. Dai giorni di Adam Smith al presente lo sviluppo del potere monopolistico è sempre stato considerato un ostacolo alla libera concorrenza, particolarmente nel campo della concorrenza sui prezzi. Come disse Smith in “La ricchezza delle nazioni”: “Il prezzo di monopolio è in ogni occasione il più alto che si può ottenere.  Il prezzo naturale, o prezzo della libera concorrenza, al contrario, è il più basso che si può richiedere.” [51] Per gli economisti politici classici del diciannovesimo secolo la competizione era intensa solo se c’erano numerose aziende piccole. Tuttavia Karl Marx aveva già segnalato, nel “Il Capitale”, la concentrazione e centralizzazione del capitale, in cui le imprese più grandi battevano quelle più piccole e frequentemente le assorbivano attraverso fusioni e acquisizioni. [52] Ciò portò a una vasta trasformazione dell’industria nell’ultimo quarto del diciannovesimo secolo e all’inizio del ventesimo, con la produzione che finì per essere dominata da un numero relativamente piccolo di mega-imprese. Come scrisse John Munkirs nel 1985 in “La trasformazione del capitalismo statunitense”: “La genesi del capitalismo monopolista (dagli anni ’60 del 1800 agli anni ’20 del 1900) creò una forte dicotomia tra la fede professata dalla società nella struttura del capitalismo basata sul mercato competitivo secondo Adam Smith e la realtà economica.” [53]

Negli anni ’20 e ’30 sono state introdotte innovazioni importanti della teoria economica mirate a spiegare questa nuova realtà sotto il titolo di “teoria della concorrenza imperfetta”. I tre tentativi pionieristici più importanti di modificare la teoria economica tradizionale per tener conto del potere monopolistico sono stati sviluppati da Edward H. Chamberlin in “La teoria della concorrenza monopolistica” (1933), da Joan Robinson in “L’economia della concorrenza imperfetta” (1933) e da Sweezy in “La domanda in condizioni di oligopolio” (1939). [54] Come ha scritto Robinson: “Vediamo dappertutto una tendenza alla monopolizzazione sotto il nome di piani di restrizione [alle importazioni – N.d.T.], sistemi di contingentamento, razionalizzazioni e la crescita di mega-imprese.” [55] In termini di Chamberlin “L’idea di un sistema puramente concorrenziale è inammissibile; poiché non soltanto ignora il fatto che l’influenza dei monopoli è avvertita in grado diverso nel sistema, ma la spazza via del tutto … in realtà, come si dimostrerà successivamente, se uno o l’altro elemento [la competizione o il monopolio] è omesso dal quadro, l’assunto di un monopolio onnipresente ha molto di più a suo favore.” [56]

Queste analisi hanno preso in considerazione un’ampia varietà di situazioni monopolistiche e semi-monopolistiche, descrivendo come la competizione sui prezzi è stata diminuita dai monopoli, come le società sono state in grado di creare i propri prezzi in parte mediante la “differenziazione dei prodotti” (espressione coniata da Chamberlin) e come le industrie sono state sempre più dominate da oligopoli (poche mega-imprese) con considerevole potere monopolistico.

Chamberlin, che introdusse anche il concetto di oligopolio nella teoria economica, sottolineò il suo ruolo nello stesso primo capitolo della sua “Teoria della competizione monopolistica”. La “Domanda in condizioni di oligopolio” di Sweezy introdusse una teoria della determinazione oligopolistica dei prezzi, che sosteneva che qualsiasi taglio ai prezzi da parte di mega-imprese oligopolistiche era enormemente distruttivo, portando a una vera guerra dei prezzi, in cui le società avrebbero abbassato i propri prezzi al fine di conservare la quota di mercato e tutte avrebbero visto declinare i propri profitti. Per cui le grandi aziende in industrie mature e concentrate hanno imparato presto come cospirare indirettamente per aumentare, piuttosto che abbassare, i prezzi, con la conseguenza che i prezzi (e, cosa più importante, i margini di profitto) hanno teso a muoversi in un’unica direzione: al rialzo. [57] La conseguenza più frequente della competizione monopolistica (e oligopolistica) fu “l’eccesso di capacità produttiva, per la quale non c’è alcun correttivo automatico … Il surplus di potenziale non viene mai ridotto e le conseguenze sono prezzi alti e sprechi.” [58]

Poiché queste teorie della competizione monopolistica contrastavano l’idea di un sistema liberamente concorrenziale, minacciando l’intera struttura dell’economia ortodossa, erano spinte da parte – in un’iniziale versione dell’economia della truffa – in un segmento marginale dell’economia. Un insieme di eccezioni alla competizione perfetta era riconosciuto, ma ciò era considerato qualcosa di estraneo al modello generale dell’economia, che restava un mondo di competizione perfetta e pura.  Al tempo stesso, gli economisti introdussero concetti intermedi quali la “concorrenza praticabile” (un concetto vago che in pratica la concorrenza effettiva continuava) assieme all’idea di una nuova concorrenza mirata meno alla concorrenza sui prezzi che all’innovazione, cioè il perenne vento della “distruzione creativa” di Schumpeter.

La stessa teoria della concorrenza imperfetta fu rimodellata perché si conformasse alle necessità dell’economia ortodossa.  Per cui la nozione di “competizione monopolistica” fu ridefinita per collegarsi semplicemente alle condizioni in cui numerose piccole aziende erano in grado di sfruttare localizzazioni favorevoli o differenziazioni di prodotto, escludendo nello stesso tempo gli oligopoli (il caso tipico) dalla nozione. Lo stesso Chamberlin fu costretto a obiettare che l’oligopolio era stato il punto di partenza della teoria della competizione monopolistica e che la sua esclusione dalla teoria della competizione monopolistica era assurda.  “La competizione monopolistica”, lamentò, “fu convertita da un fenomeno quasi universale . a quello relativamente non importante della differenziazione dei prodotti nel caso di ‘grandi numeri’”. [59]

La competizione fu pertanto ridefinita nel dibattito pubblico a significare “concorrenza praticabile” come vago analogo della concorrenza perfetta, mentre gli economisti, nei loro modelli fondamentali, continuavano ad attenersi alla nozione astratta della concorrenza perfetta e/o pura.  Esempi di rivalità oligopolistiche – ad esempio gli intensi scontri tra società semi-monopolistiche sui mercati, la differenziazione della produzione e il posizionamento su bassi costi (anche se raramente comprendenti il taglio dei prezzi sul mercato del consumo finale) – furono spesso trattate erroneamente come se fossero esempi di concorrenza nel senso di Smith. Figure ortodosse come Milton Friedman, contemporaneamente, continuavano a sostenere che la rivalità oligopolistica era l’antitesi stessa della concorrenza.

E’ questa situazione confusa che dà origine all’ambiguità della concorrenza. [60]. Come affermò Munkirs in ‘La trasformazione del capitalismo statunitense’: “In seno alla comunità affaristica e alla professione economica, il concetto di [John Maurice] Clark di “concorrenza praticabile” e le burrasche della distruzione creativa di Schumpeter furono battezzate “la nuova concorrenza”.  Semplicemente assegnando un nuovo significato al termine ‘concorrenza’, gli effetti negativi delle strutture monopolisticamente concorrenziali dei mercati furono definiti come inesistenti. E tuttavia il mondo reale certamente esiste.” [61]

Per contro i pensatori radicali e marxisti erano dediti a una prospettiva storica realistica e, poiché non avevano alcun motivo per attenersi al concetto di libera concorrenza quando esso contraddiceva tale realtà, continuarono ad analizzare il crescente ruolo del monopolio nel sistema economico moderno. Per l’economista Rudolf Hilferding in Austria e Germania tale monopolizzazione era caratterizzata dalla crescita del “capitale finanziario”. [62] Lenin, seguendo Hilferding, scrisse di quella che chiamò la “fase monopolistica del capitalismo”, considerandola come la base dell’imperialismo moderno. [63] L’economista iconoclasta statunitense Thorstein Veblen sviluppò una prima teoria del capitalismo monopolistico come parte della sua critica della “proprietà assente” [64].

Nel campo dell’economia critica dagli anni ’30 agli anni ’70, Kalecki e Josef Steindl svilupparono teorie dell’ampliamento del livello del monopolio e della sua relazione con la maturità e la stagnazione. [65] Il proposito del “Capitale monopolistico” di Baran e Sweezy, che trassero molta della loro ispirazione da Kalecki e Steindl, fu “di avviare il processo di analisi sistematica del capitalismo monopolistico sulla base dell’esperienza della società capitalista monopolistica più sviluppata”, gli Stati Uniti. [66] Analogamente opere come ‘L’era dell’imperialismo’ di Harry Magdoff (1969), ‘La crisi fiscale dello stato’ di James O’Connor (1973) e ‘Il lavoro e il capitale monopolistico’ di Harry Baverman (1974) si basarono sul concetto di capitale monopolistico. [67]

La nostra linea d’indagine in questo testo si basa su tali analisi, tentando di capire la fase attuale del capitale monopolistico-finanziario, in cui la stagnazione e la finanziarizzazione sono emerse come tendenze correlate su scala globale. Esploriamo qui il paradosso di un’economia in cui la finanziarizzazione, piuttosto che l’accumulazione del capitale, è ora divenuta il motore del sistema.

La globalizzazione del capitale monopolistico, il declino dell’egemonia USA e l’ascesa della Cina

Tuttavia anche nella sinistra il ruolo della monopolizzazione è lungi dall’essere accettato oggi universalmente, in larga misura a causa dei cambiamenti di percezione provocati da un’accresciuta competizione internazionale (o dalla rivalità oligopolistica transnazionale). Negli anni ’70 le industrie chiave statunitensi, come l’acciaio e l’automobile, cominciarono a essere toccate dalla concorrenza internazionale, minando apparentemente il potere del capitale monopolistico statunitense. [68] L’ascesa delle imprese multinazionali, principalmente nella Triade, fu il veicolo di quest’accresciuta concorrenza mondiale. Ciò indusse Joan Robinson alla battuta: “L’industria moderna è un sistema non tanto di competizione monopolistica quando di monopoli competitivi.” [69]

Alcuni osservatori considerarono questo processo di creazione di oligopoli globali, che necessariamente comportava l’incorporazione o la distruzione delle società oligopolistiche nazionali più deboli, come un ritorno al sistema concorrenziale nello stile del diciannovesimo secolo. Si sbagliavano.

La teoria dell’impresa multinazionale, così come sviluppata da Stephen Hymer (che è tuttora il teorico dell’economia per definizione in quest’area) ha visto l’ascesa di questa società giramondo come il prodotto della crescita della concentrazione e centralizzazione del capitale e del potere monopolistico a livello mondiale. Piuttosto che una struttura di mercato concorrenziale, quale quella prevista dall’economia ortodossa, quello che stava emergendo era un sistema di rivalità globale oligopolistica per il dominio della produzione mondiale da parte di un numero sempre minore di imprese globali. Hymer ha proseguito collegando ciò alla teoria di Marx dell’esercito di riserva dell’industria costituito dai disoccupati, spiegando che le imprese multinazionali monopolistiche stavano creando una nuova divisione internazionale del lavoro basata sulla creazione di un esercito globale di riserva e sullo sfruttamento dei differenziali di salario mondiali (ovvero sull’arbitraggio globale del costo del lavoro). [70] Questa ristrutturazione globale della produzione ha adottato un approccio mondiale da ‘divide et impera’ nei confronti della manodopera.

Questi cambiamenti sono stati accompagnati da una svolta negli Stati Uniti, iniziata intorno agli anni ’80, da un massiccio surplus a un massiccio deficit del paese nel suo saldo corrente (il bilancio combinato degli scambi di merci e servizi, reddito e di trasferimenti unilaterali netti) trasformandolo nel motore dei consumi dell’economia mondiale ovvero nell’”acquirente di ultima istanza”. [71] Tutto questo è stato reso possibile dall’egemonia del dollaro USA, accoppiata alla finanziarizzazione, mediante le quali, come ha sostenuto Yanis Varoufakis, gli Stati Uniti sono diventati il Minotauro Globale, indebitandosi e consumando in misura superiore alla propria produzione e offrendo mercati per le esportazioni di altri paesi. [72]  Questo si può costatare nel Grafico 6, che illustra la crescita del deficit di parte corrente degli Stati Uniti (buona parte del quale deriva dal deficit degli scambi di beni e servizi) in percentuale del PIL. Nel corso degli ultimi trent’anni gli Stati Uniti si sono trasformati nel maggior debitore mondiale, sfruttando la propria posizione di egemonia finanziaria e ricavando il surplus di capitale dal resto del mondo, aggravando alla fine il problema sottostante dell’iper-accumulazione.

 

Al tempo stesso, l’arbitraggio globale del lavoro promosso dalle imprese multinazionali ha ristrutturato l’economia mondiale, trasferendo gran parte della produzione mondiale nel Sud globale. Le mega-imprese hanno sviluppato catene di fornitura ancor più complesse estendendole ai paesi con bassi salari, con le merci finali mirate principalmente ai paesi del Nord globale e l’appropriazione del surplus, in misura considerevole, da parte delle stesse società multinazionali. Negli anni ’60 il 6% dei profitti delle imprese statunitensi proveniva dall’estero. Negli anni ’90 tale percentuale era salita al 15% e, nel 2000-2010, al 21%. [73]

Il punto interrogativo maggiore generato oggi da questa nuova fase dell’accumulazione è la rapida crescita di alcune grandi economie emergenti, particolarmente la Cina e l’India. Gli imprevisti di un sistema di accumulazione in questi paesi basato sullo sfruttamento di un grande esercito di centinaia di milioni di lavoratori (in Cina una “popolazione fluttuante” di contadini) che non possono essere assorbiti internamente mediante il processo industriale standard, rende incerto il futuro dell’Asia. La rendita imperiale pretesa dalle multinazionali, che controllano anche la catena globale delle forniture, si traduce nel fatto che le economie emergenti si trovano di fronte a quella che sembra essere una porta aperta sul mercato mondiale, ma devono procedere lungo percorsi controllati dall’esterno. [74] La vasta disuguaglianza insita in un modello di sviluppo orientato all’esportazione basato su lavoro a basso costo crea faglie interne nelle economie emergenti. La Cina è ora la sede di continue proteste di massa che si verificano annualmente su una scala di centinaia di migliaia di persone. In un articolo del 12 febbraio 2012 intitolato “La Cina è matura per la rivoluzione?”, Stephen R. Platt del New York Times ha scritto che la Rivolta di Taiping del diciannovesimo secolo potrebbe rappresentare un monito storico circa la possibilità di un’altra “grande rivoluzione dall’interno” in quel paese (nel qual caso, egli osserva, Washington quasi certamente si troverebbe a “sperare che tale rivoluzione fallisca”. [75]

La situazione mondiale, corrisponde in molti modi, con modifiche marginali, alla diagnosi offerta da Che Guevara alla Conferenza Afro-Asiatica nel 1965 in Algeria: “Da quando il capitale monopolistico ha assunto il controllo del mondo, ha mantenuto la maggior parte dell’umanità in povertà, dividendo tutti i profitti all’interno del gruppo dei paesi più potenti … Non dovrebbero esserci più discorsi di sviluppare commerci reciprocamente vantaggiosi basati su prezzi imposti ai paesi arretrati dalla legge del valore e dalle relazioni internazionali di scambio diseguale che derivano dalla legge del valore.” [76] Se alcune economie emergenti si stanno ora sviluppando rapidamente, la realtà dominante è che l’arbitraggio globale del lavoro sta accrescendo in tutto il mondo il livello dello sfruttamento, il cui fardello più oneroso ricade sul Sud globale.

Una premessa sottostante tutta la nostra analisi è che le divisioni imperialiste nel mondo rimangono e si stanno anche aggravando, imponendo ampie disparità di condizioni di vita. Ancora, nell’era del capitale globale monopolistico-finanziario la gente soffre dappertutto di più, un fenomeno cui Michael Yates si è riferito come alla “Grande Disuguaglianza.” [77] Monopoli radicati e in espansione di ricchezza, reddito e potere sono intesi a servire gli interessi di una minuscola parte della popolazione mondiale, ora nota come l’1%, cioè delle classi globali del capitale finanziario-monopolistico contemporaneo. Il mondo è assoggettato a un processo di accumulazione di capitale monopolistico così estremo e distorto che non solo ha prodotto la Grande Disuguaglianza e le condizioni di stagnazione e instabilità finanziaria, ma anche l’intero pianeta, come luogo di abitazione dell’uomo, è messo in pericolo al fine di sostenere questo stesso sistema. [78]  Per cui il futuro dell’umanità – se ce ne sarà uno – ora è affidato al 99%. “Se il sistema stesso è guasto” – osserva Gar Alperovitz nel suo ‘Gli Stati Uniti oltre il capitalismo’ – “allora è di per sé evidente – davvero, per definizione – che una soluzione alla fine richiederà lo sviluppo di un sistema nuovo.” [79]

 

Note

[1] Frederick Engels, The Condition of the Working Class in England (Chicago: Academy of Chicago Press, 1964), 32.

[2] Menzie D. Chinn and Jeffry A. Frieden, Lost Decades (New York: Norton, 2011).

[3] Ben S. Bernanke, “The Near- and Longer-Term Prospects for the U.S. Economy,” Discorso al Simposio Economico della Federal Reserve Bank di Kansas City, Jackson Hole, Wyoming, 26 agosto 2011, http://federalreserve.gov

[4] Robert E. Hall, “The Long Slump,” American Economic Review 101 (Aprile 2011): 431–32, 467–68.

[5] Paul Krugman, “The Third Depression,” New York Times, 27 giugno 2010, http://nytimes.com, “Third Depression Watch,” 25 maggio 2011, http://krugman.blogs.nytimes.com, “The Return of Secular Stagnation,” 8 novembre  2011, http://krugman.blogs.nytimes.com.

[6] Tyler Cowen, The Great Stagnation (New York: Dutton, 2011), 5–8.

[7] Thomas I. Palley, From Financial Crisis to Stagnation (Cambridge: Cambridge University Press, 2012), 3, 141–53. Una precedente presentazione delle idee  di Plley’s sulla finanziarizzazione e la stagnazione si può trovre in Thomas I. Palley, “The Limits of Minsky’s Financial Instability Hypothesis as an Explanation of the Crisis,” Monthly Review 61, no. 11 (aprile 2010): 28–43.

[8] Christine Lagarde, “Global Economic Challenges and Global Economic Solutions,” Discorso al Centro  Woodrow Wilson, Washington, D.C., 15 settembre 2011, http://imf.org, “An Address to the 2011 International Finance Forum,” Beijing, 9 novembre 2011, http://imf.org.

[9] Altri hanno segnalato il declino a lungo termine dei tassi di crescita. Vedere James H. Stock e Mark W. Watson, “Disentangling the Channels of the 2007-2009 Recession,” Brookings Panel on Economic Activity (22-23 marzo 2012): 5, 44 (Tavola 10), http://www.brookings.edu.

[10] Sulla ricorrenza empirica delle bolle finanziarie vedere  Carmen M. Reinhart e Kenneth S. Rogoff, This Time is Different (Princeton: Princeton University Press, 2009).

[11] Paul Krugman, “How Did Economists Get It So Wrong?,” New York Times, 2 settembre 2009, http://nytimes.com.

[12] John Kenneth Galbraith, The Economics of Innocent Fraud (Boston: Houghton Mifflin, 2004), 6–7, 12.

[13] Ben S. Bernanke, “Implications of the Financial Crisis for Economics,” discorso al Congresso co-sponsorizzato dal Centro  Bendheim per la Finanza e dal Centro Studi di Politica Economica, Princeton, New Jersey, 24 settembre 2010, http://federalreserve.gov.  La spiegazione di Bernanke del fallimento dei modelli economici prevalenti è stata simile a quella del suo predecessore alla presidenza del consiglio della Federal Reserve, Alan Greenspan, che dichiarò alla Commissione della Camera per il Controllo e la Riforma del Governo, il 23 ottobre 2008: “L’intero edificio intellettuale … è crollato nell’estate dell’anno scorso perché i dati inseriti nei modelli di gestione del rischio coprivano in genere solo gli ultimi due decenni, un periodo di euforia.  “ Se, invece, i modelli fossero stati adattati più appropriatamente a periodi storici di tensione, le prescrizioni riguardo al capitale sarebbero state molto più elevate e il mondo finanziario sarebbe oggi in forma migliore.” “Greenspan Testimony on Sources of Financial Crisis,” Wall Street Journal, 23 ottobre  2008, http://blogs.wsj.com.

[14] Ironicamente lo stesso Bernanke si è guadagnato la sua reputazione accademica per un’opera sulla Grande Depressione, ma in un periodo in cui essa non era più considerata un fenomeno storico che richiedesse una comprensione delle contraddizioni dello sviluppo economico ma semplicemente un errore politico momentaneo dei banchieri centrali. Vedere  Ben Bernanke, Essays on the Great Depression (Princeton: Princeton University Press, 2000).

[15] Joseph Schumpeter, A History of Economic Analysis (New York: Oxford University Press, 1954), 13, e Capitalism, Socialism, and Democracy (New York: Harper and Brothers, 1942), 44.

[16]  Alfred North Whitehad, Science and the Modern World (New York: Free Press, 1925), 51.

[17] Georg Wilhelm Friedrich Hegel, The Phenomenology of Spirit (New York: Oxford University Press, 1977), 11.

[18]  Robert E. Lucas, Jr., “Macroeconomic Priorities,” American Economic Review 93, no. 1 (Marzo 2003): 1; Ben Bernanke, “The Great Moderation,” Discorso alla Eastern Economic Asssociation, 20 febbraio 2004, http://federalreserve.gov.

[19] Questo paragrafo e alcune parti di questa introduzione sono debitori nei confronti di John Bellamy Foster, “The Age of Monopoly-Finance Capital,” Monthly Review 61, no. 9 (febbraio 2010): 1–13; vedere anche Harry Magdoff e Robert W. McChesney, “Crises: One After Another for the Life of the System,”Monthly Review 54, no. 6 (novembre  1992): 47–49; John Bellamy Foster e Robert W. McChesney,“What Recovery?” Monthly Review 54, no. 11 (aprile  2003): 5–6; John Bellamy Foster, “The Household Debt Bubble,” Monthly Review 58, no. 1 (maggio 2006): 1–11; e John Bellamy Foster e Fred Magdoff, The Great Financial Crisis (New York: Monthly Review Press, 2009).

[20] John Cassidy, How Markets Fail (New York: Farrar, Straus and Giroux, 2009), 18–20; Dean Baker, “The Run-Up in Home Prices: Is It Real or Is It Another Bubble?” Center for Economic and Policy Research, Briefing Paper (August 2002), http://www.cepr.net; “Consumer Credit: A Crunch May Be Coming,” Business Week, 12 agosto 2002, http://businessweek.com; Stephen S. Roach, “The Costs of Bursting Bubbles,” New York Times, 22 settembre 2002, http://newyorktimes.com; John Cassidy, “The Next Crash: Is the Housing Market a Bubble That’s About to Burst?,” The New Yorker, 11 novembre 2002, http://newyorker.com; “The Global Housing Boom: In Come the Waves,” Economist, 16 giugno 2005, http://economist.com; Karl E. Case and Robert J. Shiller, Is There a Bubble in the Housing Market? Cowles Foundation Paper No.1089 (New Haven: Yale University Cowles Foundation); Kevin Phillips, American Theocracy (New York: Viking, 2006), 375–78.

[21] Un tempo si pensava che Keynes avesse sconfitto per sempre la Legge di Law come logicamente ed empiricamente fallace. Vedere John Kenneth Galbraith, The Economics of Peace and Laughter (New York: New American Library, 1971), 62–63. Gli edificatori del modello neoclassico, tuttavia, hanno visto presto la necessità di resuscitarla, sia direttamente sia indirettamente, nel processo di resurrezione, in generale, delle idee pre-keynesiane. Come scrive Robert Skidelsky in Keynes: The Return of the Master (New York: Perseus, 2009), 112: “La macroeconomia convenzionale è oggi basata sull’offerta, non sulla domanda. Ha riaffermato una versione della Legge di Law – l’offerta crea la propria domanda – che Keynes ripudiava. Così sia i neoclassici sia i neo-keynesiani ritengono che la crescita del PIL reale dipenda, alla lunga, dall’aumento dell’offerta di fattori di input e dal progresso tecnologico.” Per una confutazione dei tentativi di resuscitare la Legge di Law vedere Steve Keen, Debunking Economics (London: Zed Books, 2011), 209–18.

[22] Vedere Cassidy, How Markets Fail; Krugman, “How Did Economists Get It So Wrong?”

[23] Paul M. Sweezy, “More (or Less) on Globalization,” Monthly Review 49, no. 4 (settembre  1997): 3–4. La miglior introduzione breve alla teoria di Minsky è Hyman Minsky, “Hyman P. Minksy (1919–1996)” (un articolo autobiografico scritto originariamente nel 1992)  in Philip Arestis and Malcolm C. Sawyer, eds., A Biographical Dictionary of Dissenting Economists (Northamption, MA: Edward Elgar, 2000), 411–16.

[24]  Cassidy, How Markets Fail, 215–16. Sul rapporto tra le analisi di Minsky e Sweezy vedere  Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, The End of Prosperity (New York: Monthly Review Press, 1977), 133–36; John Bellamy Foster e Fred Magdoff, The Great Financial Crisis (New York: Monthly Review Press, 2009), 17–19.

[25] Cassidy, How Markets Fail, 332; Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion (New York: Monthly Review Press, 1987), 143.

[26] Paul A. Samuelson, Collected Scientific Papers, vol. 3 (Cambridge, MA: MIT Press, 1972), 710.

[27] Vedere John Bellamy Foster, “On the Laws of Capitalism: 1. Insights from the Sweezy-Schumpeter Debate” e Paul M. Sweezy, “On the Laws of Capitalism: 2. The Laws of Capitalism,”Monthly Review 63, no. 1 (maggio 2011): 1–16; “Schumpeter Sees Peaceful Socialist Spread as Sweezy Remains Skeptical,” Harvard Crimson, 28 marzo 1947, http://thecrimson.com.

[28] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 1966), 108.

[29] Anche se Sweezy doveva successivamente criticare il lavoro proprio e quello di Baran  in Monopoly Capital per non aver sottolineato il ruolo della finanza nel combattere la stagnazione, il riconoscimento di ciò non mancava nel loro libro, poiché la sezione finale del capitolo sugli sforzi delle vendite era dedicata al ruolo del segmento FIRE (finanza, assicurazione e immobili) nel contrasto alla stagnazione. Vedere Paul M. Sweezy, “Monopoly Capital After Twenty-Five Years,” Monthly Review 43, no. 7 (dicembre 1991): 52–57; Baran e Sweezy, Monopoly Capital, 139–41. Una tesi ancor più sviluppata su crescente ruolo strutturale del debito è stata presentata da Harry Magdoff nel 1965. Vedere Paul M. Sweezy e  Harry Magdoff, The Dynamics of U.S. Capitalism (New York: Monthly Review Press, 1972), 13–16.

[30]  Sweezy, “Monopoly Capital After Twenty-Five Years,” 52–53.

[31] Confrontare  Michael J. Piore e Charles F. Sabel, The Second Industrial Divide (New York: Basic Books, 1984), 73.

[32] Magdoff e Sweezy, The End of Prosperity ,111–24.

[33]  Ibid., 133–36. Sul rapporto del Momento  Minsky con lo Stato Normale di  Sweezy nel contesto della crisi attuale vedre  John Bellamy Foster e Robert W. McChesney, “Listen Keynesians, It’s the System!,” Monthly Review 61, no. 11 (aprile 2010): 44–56.

[34] Magdoff e Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion, 29–32.

[35] Sul dibattito degli anni ’30 sulla stagnazione vedere  William E. Stoneman, A History of the Economic Analysis of the Great Depression in America (New York: Garland Publishing, 1979). Il rapporto di ciò con lo sviluppo dell’economia di sinistra negli Stati Uniti è discusso in John Bellamy Foster, “What is Stagnation?” in Bob Cherry, et. al., The Imperiled Economy: Macroeconomics from a Left Perspective (New York: Union for Radical Political Economics, 1987), 59–70.

[36] Magdoff e Sweezy, Stagnation and the Financial Explosion, 32–34.

[37] Ibid., 11–12.

[38] Ibid., 93–105.

[39] Sweezy, “More (or Less) on Globalization.”

[40] Gran parte di tale analisi è stata elaborata in una serie di valutazioni annuali dell’economia che abbiamo stilato noi stessi, assieme ad Harry Magdoff, nelle edizioni di aprile della Monthly Review negli anni dal 2001 al 2004.

[41] Economic Report of the President, 2012, Tavola B-108; Economic Report of the President, 1986, B-108.

[42] I dati sull’occupazione si trovano in Bureau of Economic Analysis, National Income and Product Accounts, Tavola 6.4, . Il rapporto tra il segmento FIRE e la produzione di merci è stato evidenziato in una tablella di Magdoff e Sweezy, vent’anni fa,  Stagnation and the Financial Explosion, 23. La stagnazione dell’occupazione è stata una preoccupazione crescente nel corso dell’era della finanziarizzazione, con i suoi crolli finanziari, la ripresa della disoccupazione e il declino del rapporto occupazione/popolazione. Vedere John Bellamy Foster, Harry Magdoff, e Robert W. McChesney, “The Stagnation of Employment,” Monthly Review 55, no. 11 (aprile 2004): 3–17.

[43] L’effetto ricchezza, in questo senso, è stato un tema persistente per Alan Greenspan. Vedere, ad esempio,  Alan Greenspan, “The Great Malaise,” Challenge 30, no. 6 (dicembre 1987): 11–14; “Tracking the Wealth Effect,” New York Times, 24 febbraio 2000, http://newyorktimes.com.

[44] Bureau of Economic Analysis, National Income and Product Accounts, [17Table 5.2.5, Gross and Net Domestic Investment by Major Type (last Revised August 8, 2011; accessed 15 marzo 2012), http://bea.gov; Tavola 1.1.5. Prodotto Interno Lordo.

[45] Per un’analisi di queste svolte degli investimenti nei primi anni ’80 vedere Magdoff e Sweezy,Stagnation and Financial Explosion, 68–78.

[46] David Welch, “Automakers’ Overcapacity Problem,” Bloomberg Businessweek, 31 dicembre 2008, http://businessweek.com.

[47]  Foster, Magdoff e McChesney, “The Stagnation of Employment,” 3–17; Fred Magdoff, “The Jobs Disaster in the United States,” Monthly Review 63, no. 2 (giugno 2011): 24–37; U.S. Bureau of Labor Statistics, Household Data. Tavola A-15. Alternative Measures of Labor Underutilization (ultima modifica 9 marzo  2012, ultimo accesso 19 marzo 2012), http://www.bls.gov/news.release/empsit.t15.htm.

[48] Sulla crescente interfaccia tra potere politico e potere finanziario vedere  John Bellamy Foster e Hannah Holleman, “The Financial Power Elite,” Monthly Review 62, no. 1 (maggio 2010): 1–19; Simon Johnson e James Kwak, 13 Bankers (New York: Pantheon 2010); e Greta Krippner,Capitalizing on Crisis (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2011). Per un lavoro pionieristico sul collegamento del neoliberalismo con la finanziarizzazione vedere  Gérard Duménil e Dominque Lévy, Capital Resurgent: Roots of the Neoliberal Revolution (Cambridge, MA: Harvard University Press, 2004).

[49] Council of Economic Advisers, The Economic Report of the President, 2012, 64–65.

[50]  John Bellamy Foster, Robert W. McChesney, and R. Jamil Jonna, “Monopoly and Competition in Twenty-First Century Capitalism,” Monthly Review 62, no. 11 (April 2011): 12–13.

[51]  Adam Smith, The Wealth of Nations (New York: Modern Library, 1937), 61.

[52] Karl Marx, Capital, vol. 1 (London: Penguin, 1976), 778–81.

[53] John R. Munkirs, The Transformation of American Capitalism (New York: M.E. Sharpe, 1985), 20.

[54] Edward Hastings Chamberlin, The Theory of Monopolistic Competition (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1962); Joan Robinson, The Economics of Imperfect Competition(London: Macmillan, 1965); Paul M. Sweezy, “Demand Under Conditions of Oligopoly,” The Journal of Political Economy 47, no. 4 (Agosto 1939): 568–73. Il lavoro di Robinson sulla concorrenza imperfetta  inizialmente non si era interessato alla teorizzazione dell’oligopolio. Vedere Edward Hastings Chamberlin, Towards a More General Theory of Value (New York: Oxford University Press, 1957), 27–28.

[55] Robinson, The Economics of Imperfect Competition, 307.

[56] Chamberlin, The Theory of Monopolistic Competition, 11.

[57] Sweezy, “Demand Under Conditions of Oligopoly”; Paul M. Sweezy, Four Lectures on Marxism (New York: Monthly Review Press, 1981), 63.

[58] Chamberlin, Ibid., 109.

[59] Chamberlin, Towards a More General Theory of Value, 33.

[60] Vedere Foster e McChesney, “Monopoly and Competition in Twenty-First Century Capitalism.”

[61] Munkirs, The Transformation of American Capitalism, 35.

[62] Rudolf Hilferding, Finance Capital (London: Routledge, 1981).

[63] V.I. Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism (New York: International Publishers, 1939), 88.

[64] Thorstein Veblen, The Theory of Business Enterprise (Clifton, NJ: Augustus M. Kelley, 1975), and Absentee Ownership and Business Enterprise in Recent Times (New York: Augustus M. Kelley, 1964).

[65] Vedere specialmente  Michal Kalecki, Theory of Economic Dynamics (New York: Augustus M. Kelley, 1969); Josef Steindl, Maturity and Stagnation in American Capitalism (New York: Monthly Review Press, 1976).

[66] Baran e Sweezy, Monopoly Capital, 7.

[67[ Harry Magdoff, The Age of Imperialism (New York: Monthly Review Press, 1969); James O’Connor, The Fiscal Crisis of the State (New York: St. Martin’s Press, 1973); Harry Braverman,Labor and Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 1974).

[68] Il declino dell’industria siderurgica è stato spiegato per la prima volta a sinistra in termini della tesi capitale monopolistico/stagnazione. Vedere Harry Magdoff e Paul M. Sweezy, The Deepening Crisis of U.S. Capitalism (New York: Monthly Review Press, 1981), 23–30.

[69] Joan Robinson, Economic Heresies (New York: Basic Books, 1973), 103.

[70]  Stephen Hymer, The Multinational Corporation (Cambridge: Cambridge University Press, 1979).

[71] Palley, From Financial Crisis to Stagnation, 116.

[72] Yanis Varoufakis, The Global Minotaur (London: Zed, 2011).

[73] Council of Economic Advisers, Economic Report of the President, 2012, Table B-91, “Corporate Profits by Industry, 1963-2011” (Include gli utili delle imprese con rivalutazioni dell’attivo e senza correzioni relative all’utilizzo del capitale)

[74] Sulla rendita imperiale del capitale oligopolistico-finanziario vedere Samir Amin, The Worldwide Law of Value (New York: Monthly Review Press, 2010).

[75] Stephen R. Platt, “Is China Ripe for a Revolution?,” New York Times, 12 febbraio 2012, http://newyorktimes.org.

[76] Che Guevara, “, 24 febbraio 1965, http://marxists.org.

[77] Michael Yates, “The Great Inequality,” Monthly Review 63, no. 10 (Marzo 2012): 1–18.

[78]  Sulla crisi ecologica planetaria vedere John Bellamy Foster, Brett Clark, e Richard York,The Ecological Rift (New York: Monthly Review Press, 2010).

[79] Gar Alperovitz, America Beyond Capitalism (Takoma Park, MD: Democracy Collaborative Press, 2011), 3.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-endless-crisis-by-robert-w-mcchesney

Originale: :   Monthlyreview.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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