Occupiamo la fattoria: un modello di resistenza

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di Antonio Roman-Alcalà  – 28 maggio 2012

Sappiamo tutti che “ogni giorno è il Giorno della Terra” e molti ambientalisti sentono che le loro abitudini alimentari sono la loro affermazione quotidiana di un impegno per il pianeta. Ma com’è agire per l’ambiente, di là dalla forchetta? Ci sono, naturalmente, molte scelte, ma una tattica particolarmente ispiratrice si è manifestata nel più recente Giorno della Terra ad Albany, California.

Il 22 aprile, una settimana dopo la Giornata Internazionale della Lotta Contadina, centinaia di attivisti per la sovranità alimentare e membri della comunità della Bay Area hanno rotto i lucchetti di un vasto appezzamento di terra agricola urbana, seminato semi di senape e piantato verdure. “Occupy the Farm” [Occupiamo la fattoria] è stato organizzato come una protesta in stile Occupy, compresi accampamenti di tende e “assemblee dei coltivatori”, ma con una differenza significativa: questo atto di “obbedienza morale” (noto anche come disobbedienza civile) è stato il risultato diretto di anni di organizzazione del vicinato intorno all’appezzamento di terreno in questione.

L’ “Area Gill” è un appezzamento di dieci acri che è di proprietà dell’Università della California, (UC), Berkeley, dal 1928. I fondatori dell’università come istituzione basata su una concessione demaniale fecero dell’acquisto di questo terreno agricolo di prima classe un’ovvia scelta per la sperimentazione, e per molti anni gran parte della proprietà fu utilizzata per ricerche sui pesticidi biologici e chimici. Arrivati alla fine degli anni ’90, tuttavia, il futuro del sito divenne poco chiaro e la UC cominciò a ricercarne altri utilizzi.

Poi arrivò la creazione della Coalizione della Bay Area per l’Agricoltura Urbana (BACUA), composta da professori della UC della Facoltà delle Risorse Naturali, organizzazioni per la giustizia e la sostenibilità alimentare, e cittadini locali. Essi rivolsero un appello alla UC perché prendessi in considerazione una proposta di sviluppare il sito trasformandolo in una fattoria educativa focalizzata sulla comunità che fosse la vetrina di pratiche sostenibili.  Secondo la loro missione “il centro condurrebbe ricerche e offrirebbe istruzione su  fondamentali tecniche, economiche e sociologiche a proposito dei modi in cui le città possono creare sistemi alimentari che servano bene i cittadini e l’ambiente attraverso una produzione e una distribuzione locale economicamente salubre ed ecologicamente sostenibile.”

L’amministrazione della UC ignorò del tutto questo tentativo (così come molti tentativi analoghi: vedere qui e qui)  e invece elaborò piani per vendere diritti di sviluppo a vari interessi, compresa la società Whole Foods Market e una residenza privata a fini di lucro per anziani.  Questa mossa potrebbe sorprendere chi abbia l’idea che il mandato di un’istituzione pubblica consista nel servire gli interessi pubblici e non quelli privati.  Ma capire la forza del “neoliberalismo” sull’amministrazione negli ultimi quarant’anni significa che possiamo invece aspettarci proprio tali atti: ci si aspetta oggi che i governi risolvano problemi societari con bilanci sempre più austeri e si rivolgano all’imprenditoria (come la vendita o l’affitto del loro patrimonio) per sostenere tali bilanci.  Privatizzazioni e smantellamenti di programmi pubblici a favore di “associazioni pubblico-privato” sono risultati semplicemente logici di tale condizione.  L’austerità (constatata nel ridotto finanziamento statale alla UC e nei conseguenti aumenti delle tasse universitarie) si combina con la deregolamentazione (che ha portato alla recessione più recente) e con il consolidamento del potere delle imprese all’interno del governo per creare il quadro neoliberale.

“Occupy the Farm” propone un quadro alternativo: la sovranità alimentare.  Invece della ricerca del profitto come fattore ultimo del processo decisionale nell’utilizzo della terra, la sovranità alimentare mette in primo piano il vantaggio pubblico. Invece di burocrati distanti guidati da eroi neoliberali come Richard Blum (cioè i reggenti della UC), la sovranità alimentare rivendica un controllo democratico e locale sulle nostre istituzioni pubbliche.  E invece di una distinzione impossibile storicamente e logisticamente tra “governo” da un alto e “mercati” dall’altro, la sovranità alimentare promuove un mercato che sia responsabile e umano perché costruito sulle vite e le decisioni di quelli che ne sono toccati.  Questo può ben suonare molto teorico, ma l’occupazione della terra come il tentativo di Riprendersi l’Area rende queste idee reali, immediate, tangibili e immaginabili.

Discorsi di “crescita” e “sviluppo” su scala mondiale si riflettono in lotte come quelle per l’Area Gill.  Come la promozione, ad opera della World Bank e del FMI, di un’economia mondiale costantemente in crescita e il supposto “effetto cascata” dei benefici delle politiche neoliberali, gli apologeti della UC probabilmente reagiranno alla requisizione dell’Area Gill sostenendo che vendere la terra è l’azione più “ragionevole” e un’azione che andrà a vantaggio del pubblico … alla fine.

Demonizzeranno i manifestanti quanto più potranno, screditandone l’immagine, le intenzioni o l’ingenuità, in larga misura come i neoliberali screditano le mosse “protezioniste” o “socialiste” del governo (vedere la recente critica dell’Economist della rinazionalizzazione argentina di compagnie petrolifere precedentemente privatizzate).  Se il neoliberalismo cerca miopemente di far crescere i mercati, i suoi oppositori premono per uno sviluppo vero: di democrazia, uguaglianza, salute ambientale e, sì, di mercati che possano coesistere con tali valori. Potremmo tentare, come ha fatto BACUA, di appellarci a chi è al comando per sostenere lo sviluppo prima della crescita. Ma come hanno deciso quelli di Occupiamo le Fattorie, aspettare che i potenti “facciano la cosa giusta” può essere uno spreco di tempo e a volte occorre che la gente si sollevi in azioni potenti di amore disobbediente per forzare la mano alle élite sulla difensiva.

In questo caso particolare le élite in questione della UC stanno già barcollando per molte recenti perdite di legittimità: una massiccio movimento studentesco protesta in permanenza contro l’aumento delle tasse universitarie e lo smantellamento dei sindacati; la loro cattiva gestione di queste proteste mediante violenze di una polizia eccessivamente zelante miete condanne ufficiali e mondiali;  articoli sui conflitti d’interesse finanziari dei Reggenti alimentano ulteriore sfiducia; e il movimento Occupy, in generale, ha messo l’un per cento sulla difensiva. Combinato il tutto con la ponderata pianificazione dell’iniziativa del Giorno della Terra (e il chiaro sostegno della comunità ad essa) le mani della UC sono state relativamente legate e i suoi atti di rappresaglia sin qui sono consistiti nel tagliare la fornitura dell’acqua alla nuova fattoria.   Ciò è in sé una dimostrazione potente di quanto un’occupazione possa essere audace, illegale, ispiratrice e strategica; sfidare il potere di un’élite delegittimata costruendo contemporaneamente potere dal basso.

I sequestri di terre sono stati più comuni in parti del Sud globale e Occupiamo la Fattoria è stato attuato in solidarietà con La Via Campesina, un movimento contadino internazionale il cui principale membro organizzativo, il Movimento dei Contadini Senza Terra (MST) del Brasile, ha insediato più di 150.000 famiglie su terre espropriate ai maggiori latifondisti del paese. L’iniziativa può essere collegata anche alle lotte dei coltivatori indipendenti in Honduras (che la settimana scorsa si sono impossessati di terreni in una mossa politica che li collega ai già pressanti interessi per il ritorno del presidente democraticamente eletto che è stato deposto da un colpo di stato due anni fa.)

L’occupazione di Berkeley può apparire anomala perché verificatasi in un paese del mondo ricco. E’ stato detto che azioni simili non avrebbero funzionato qui: dopotutto non abbiamo la popolazione contadina della maggior parte dei paesi del terzo mondo, e siamo afflitti da una profonda dedizione culturale alla venerazione della proprietà privata.  Meno dell’un per cento della popolazione statunitense si dedica a tempo pieno all’agricoltura. Molti statunitensi, quando sentono parlare dell’Area Gill, probabilmente sono incapaci di pensare a qualcosa di diverso da uno “sconfinamento”.

Tuttavia, indipendentemente da quanto importante sia per la società il diritto di proprietà, il suo primato deve essere contestato se vogliamo ottenere un futuro sostenibile. Con un controllo così esteso del sistema alimentare globale da parte di conglomerati imprenditoriali orientati al profitto, è un atto di fede attendersi che essi improvvisamente diano priorità all’ambiente, ai consumatori o ai lavoratori. E’ ugualmente ingenuo aspettarsi che le nostre istituzioni pubbliche si oppongano a tali interessi industriali, considerando quanto profondamente acquisita è l’ideologia neoliberale e quanto totalmente gli interessi dei ricchi abbiano in pugno i dirigenti eletti.

Occupare la Fattoria è un passo successivo prezioso per il movimento Occupy,  per il Movimento del Cibo e per tutti quelli che si preoccupano di creare una vista giusta, sostenibile e democratica per i nostri figli. Continuiamo a occupare il sistema alimentare in modi creativi, amorevoli, impegnativi  e inattesi.

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/occupy-the-farm-a-model-of-resistance-by-antonio-roman-alcal

Originale: Civil Eats

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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