Crisi dell’Eurozona – Opportunità per la sinistra?

Redazione 21 maggio 2012 0
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di Robin Hahnel  – 18 maggio 2012

Robin Hahnel è professore di economia alla Portland State University. Il suo libro più recente è Economic Justice and Democracy [Giustizia e democrazia economica] ed è co-autore con Michael Albert di The Political Economy of Participatory Economics [L’economia politica dell’economia partecipativa]. A conversato con Alex Dohery, del New Left Project, della crisi che prosegue nell’Eurozona.

L’elezione di Francois Hollande e i forti risultati della sinistra nelle recenti elezioni in Grecia hanno indotto a sperare che una svolta dalle politiche d’austerità sia diventata politicamente possibile. Qual è il tuo punto di vista?

Hahnel: Le politiche d’austerità non solo sono terribilmente inique, ma aggravano il problema che si presume siano intese a risolvere, facendo contrarre le economie, il che rende semplicemente più difficile rimborsare i debiti.  I macroeconomisti, di sinistra, progressisti o semplicemente competenti, hanno segnalato questo per tre anni, senza alcun esito.  I mercati finanziari sono ora chiaramente della stessa opinione. I finanziatori stanno ora aumentando il premio al rischio per tutti i paesi le cui economie sono contratte dalle politiche d’austerità, indipendentemente dal fatto che i loro governi stiano o meno “facendo i bravi”, ovvero adempiendo a tutte gli obblighi d’austerità alla lettera, indipendentemente da quanto siano onerosi, oppure stiano “facendo i cattivi”, ovvere non attuando anche l’ultimissima delle misure d’austerità negoziate.  Sfortunatamente quelli al potere nella Commissione Europea e nella Banca Centrale Europea non hanno prestato attenzione a quelli che si sono espressi apertamente contro l’austerità e hanno invece insistito nel ripetere gli stessi errori commessi da Herbert Hoover ottant’anni fa.

Col crescere del costo umano, sociale ed economico dell’austerità e col divenire sempre più evidente la futilità delle misure e, cosa molto più importante, con il miglioramento dell’organizzazione delle forze anti-austerità, l’opposizione è gradualmente aumentata. Come ogni movimento popolare, la forza del movimento anti-austerità ha i suoi alti e bassi e a volte è più potente in un luogo che in un altro. Ma la traiettoria è chiara: il movimento che si oppone all’austerità è in crescita in tutta Europa e sta diventando sempre più difficile per quelli che l’austerità la impongono “mantenere la rotta”. Siamo ora entrati in una fase in cui parte dell’élite dominante in Europa sta cambiando la propria retorica. Che ciò porti a una vera svolta dalle politiche d’austerità, resta da vedere.

L’opposizione all’austerità assume forme diverse. Alcuni  puniscono alle urne i politici e i partiti associati all’austerità dirottando i voti a partiti già di frangia che danno voce all’opposizione all’austerità nelle proprie campagne elettorali.  Altri marciano nelle strade e scendono in sciopero in tentativi di costringere quelli che governano a cambiare rotta. E alcuni reagiscono sollecitando un “cambiamento del sistema” e cominciando a costruire il nuovo mondo che non solo ritengono possibile, ma sempre più necessario.  E un numero sempre maggiore di giovani diviene apertamente ostile all’ “ancien regime” le cui élite dominanti diventano sempre più spaventate e vacillano tra concessioni e repressione. Le recenti elezioni in Grecia e in Francia sono le più recenti sconfitte delle forze a favore dell’austerità. Ci vorranno altre sconfitte elettorali, altre mobilitazioni di massa e scioperi e una minaccia sempre crescente di cambiamento radicale del sistema per operare una svolta dall’austerità a misure a favore della crescita.  La vittoria del movimento anti-austerità non è semplicemente dietro l’angolo.

L’elezione di Hollande ha portato a paragoni con l’elezione del governo molto più radicale di Mitterand nel 1981 il quale abbandonò velocemente il proprio programma di sinistra in seguito alla pressione della finanza internazionale. Quali lezioni possiamo ricavare oggi da ciò?

L’eurozona potrebbe agevolmente sopravvivere senza la Grecia, dal punto di vista economico. La Francia, d’altro canto, è la seconda maggiore economia dell’eurozona e un protagonista fondamentale della politica della UE. Tuttavia io penso che l’elezione di Hollande in Francia sia molto meno significativa dell’ascesa dei partiti di sinistra nelle elezioni greche. Ogni partito di centrodestra o di centrosinistra che ha presieduto all’austerità forzata nella UE durante gli ultimi tre anni è stato allontanato dal potere attraverso il voto. Nicolas Sarkozy è la più recente vittima di centrodestra della rabbia popolare contro l’austerità. Se il Partito Socialista Francese, invece di Sarkozy, fosse stato al potere quando la crisi ha colpito, sospetto che il suo leader avrebbe imposto l’austerità  – “sgradevole ma necessaria” – proprio come avevano fatto Papandreou in Grecia e Zapatero in Spagna. Nel qual caso invece che Sarkozy, ad essere messo alla porta dagli elettori francesi, sarebbe stato invece  il Partito Socialista Francese a essere ora rimandato a casa.

La questione è quali lezioni il signor Hollande abbia appreso dal destino dei suoi compagni socialisti, il signor Papandreou e il signor Zapatero. Quali lezioni ha appreso da ciò che l’austerità realizza e non realizza?  Quanto a questo quali lezioni ha appreso dal governo di Francois Mitterand dei primi anni ’80? Dubito seriamente che abbia appreso le lezioni che penso avrebbe dovuto apprendere. La retorica anti-austerità è a buon prezzo per un candidato dell’opposizione. C’è qualche motivo per credere che il signor Hollande, ora che è in carica, seguirà il percorso preannunciato dopo aver fatto promesse facili nel corso della campagna?

Come dici tu, il governo di sinistra guidato da Mitterand nel 1981 era molto più radicale di quello che il signor Hollande guiderà oggi. Tuttavia interessi finanziari internazionali che erano molto meno potenti allora di quanto lo siano oggi costrinsero rapidamente il signor Mitterand ad abbandonare le politiche fiscali progressiste ed espansioniste sulle quali aveva costruito la sua campagna elettorale. In “Economic Justice and Democracy” (Routledge, 2005) ho avuto da dire questo sulla politica economica di Mitterand durante la recessione del 1981:

Il governo ha lanciato forti politiche espansioniste fiscali e monetarie per creare una gran quantità di domanda di beni e servizi in modo tale che il settore privato producesse fino al pieno potenziale dell’economia e impiegasse l’intera forza lavoro. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Tutti meritano un’occasione di eseguire un lavoro socialmente utile e di essere equamente remunerati per farlo. Tuttavia c’è soltanto questo che un qualsiasi governo progressista può fare al riguardo fintanto che le opportunità di impiego restano nelle mani dei datori di lavoro privati. Mitterand merita di essere elogiato per aver fatto la cosa più efficace che può fare al riguardo in un’economia che rimane capitalista: ignorare gli avvertimenti e le minacce inevitabili dei circoli industriali e finanziari e dei loro lacchè economisti tradizionali  che predicano “responsabilità” fiscale e restrizioni monetarie, e liberare una forte politica espansionista fiscale e monetaria… Tuttavia alla fin fine ci sono solo tre opzioni: (1) Non stimolare, in primo luogo, l’economia interna se si è dei fornai che non sopportano il caldo. (2) Stimolare ma far marcia indietro appena nuovi investimenti internazionali boicottano la tua economia, la ricchezza interna mette le ali e i mercati finanziari spingono alle stelle gli interessi su debito governativo. O (3) stimolare, ma essere preparato ad affrontare l’inferno che scateneranno i mercati internazionali dei capitali limitando le importazioni e le fughe dei capitali, sostituendo con investimenti governativi il declino degli investimenti internazionali e privati e dicendo ai creditori che ti dichiarerai insolvente a meno che essi non siano indisponibili a rinnovi e concessioni. L’opzione tre è l’equivalente, nell’era neoliberale, non solo a giocare duro con i creditori internazionali ma anche ad andare alla guerra finanziaria, se necessario. Per quanto l’opzione tre possa far paura, è importante ricordare che il governo Mitterand in Francia ha dimostrato che l’opzione due non funziona. (pagine 121-122).”

Come ha concluso un interprete amico, il socialista statunitense Michael Harrington: “Entro meno di due anni i socialisti sono stati impegnati a somministrare un regime di “rigore”, altrimenti noto come austerità capitalista.”  Non cambierei una parola di ciò che ho scritto sette anni fa e posso solo sperare che il signor Hollande non commetta l’errore di pensare che la moderazione e la timidezza, in risposta al capitale internazionale, abbia probabilità di guadagnargli l’approvazione degli elettori da lungo tempo sofferenti, e ancor meno un posto positivo nella storia.  Sfortunatamente penso che il signor Holland e il suo partito probabilmente sceglieranno di commettere tale errore e di mettere in atto una battaglia molto inferiore a quella di Mitterand prima di loro.

Ma solo la storia potrà dirlo. La futilità dell’austerità e l’ovvio destino politico di tutti i partiti politici che la somministrano può far crescere una spina dorsale più dritta dove c’è poco da cui cominciare. In ogni caso non c’è motivo di giudicare in anticipo il nuovo governo francese poiché quello che le forze anti-austerità devono fare è in ogni caso la stessa cosa: SCATENARE UN INFERNO PEGGIORE!  Con l’apparire di nuovi crolli politici, anche in Germania, chissà quali politici ci sorprenderanno o cosa possa essere presto possibile.

Come interpreti l’intransigenza del governo tedesco nella sua insistenza sul mantenere le attuali politiche fiscali?

Cosa si può dire dei politici tedeschi e del pubblico tedesco?  La mossa intelligente consiste nel giocare d’anticipo sulla crisi finanziaria, piuttosto che nel reagire troppo lentamente e troppo cautamente. Poiché la Merkel ha commesso questo errore ripetutamente, ha costretto i contribuenti tedeschi a mettere a rischio molto di più in fondi di salvataggio non necessari. E’ difficile sapere quanto di ciò, da parte sua,  sia stato frutto di un’ideologia  eccessivamente prudente, priva di lungimiranza per eccesso di parsimonia,   e quanto sia stato motivato  dal sentimento popolare degli elettori tedeschi, avversi a “favorire” quelli che i media tedeschi dipingono come lavoratori pigri e governi irresponsabili nei PIGS, e in Grecia in particolare.

Ci sono alcuni interessi realistici che hanno chiaramente svolto un ruolo importante. Poiché le banche tedesche sono inguaiate per i molti prestiti ai governi e alla imprese private dei PIGS si aspettano che il loro governo protegga i loro interessi, e non hanno peli sulla lingua al riguardo, visto che il governo di centro destra della Merkel è controllato prima di tutto e soprattutto dalle banche tedesche.  Ciò significa spremere ogni centesimo dai loro debitori, ma non spingersi fino al punto di renderli insolventi. La Merkel ha cercato di fare esattamente questo nei negoziati sulle condizioni dell’austerità – spremere fino all’ultimo centesimo -  provvedendo nel frattempo a malincuore a salvataggi all’ultimo momento per evitare insolvenze che sconquasserebbero l’industria bancaria tedesca. Ma questo è sempre un gioco pericoloso e la Germania può ora aver spinto la Grecia, e altri, troppo in là.

Con la recessione globale ancora tra noi, con l’Europa che chiaramente riscivola nella recessione a “doppio picco” [double-dip] così temuta,  perché la Germania ha costantemente rifiutato di fornire alla UE lo stimolo fiscale tanto necessario? Diversamente dai PIGS, il governo tedesco può indebitarsi attualmente per finanziare un deficit a tassi all’osso sui mercati privati dei capitali.  Cos’è che gli impedisce di utilizzare quel denaro a basso prezzo  per il tanto necessario stimolo fiscale? Una risposta popolare è la paura della Germania dell’inflazione che risale ai giorni della Repubblica di Weimar in seguito alla prima guerra mondiale.  Penso che una risposta più probabile stia nel fatto che la Germania è riuscita a “esportare” la sua disoccupazione nei PIGS.  Poiché i PIGS utilizzano la stessa moneta che usa la Germania nessuno di essi può ricorrere alla svalutazione per eliminare il vasto deficit commerciale che ha con la Germania.  Ciò dà alla Germania grandi avanzi commerciali che hanno mantenuto basse  le percentuali di disoccupazione in Germania per tutta la Grande Recessione.  Diversamente dagli USA il cui elettorato sembra disposto a tollerare elevati tassi di disoccupazione, non è tradizionalmente questo il caso della Germania. Qualsiasi governo tedesco che presieda a una disoccupazione elevata riceve tradizionalmente un veloce benservito.  Ma i tassi di disoccupazione tedeschi non sono stati alti grazie ai suoi grandi avanzi commerciali con gli altri paesi dell’eurozona. Di qui scarsa pressione politica interna in Germania per uno stimolo fiscale, nonostante il fatto che ciò farebbe più di qualsiasi altra cosa per spingere la UE fuori dalla sua depressione economica.  Tuttavia la doppia depressione nella UE appare sempre più grave e i tassi di disoccupazione in Germania stanno cominciando a salire. Così, come molto altro, anche questo può presto cambiare.

Il ritiro della Grecia dall’eurozona viene descritto in termini quasi apocalittici dai sostenitori dello status quo economico. Quali pensi che potrebbero essere le ripercussioni sia per la Grecia sia per l’Europa in generale se la Grecia dovesse uscire?

La Grecia è arrivata a un’impasse politica in cui i partiti di centrodestra e di centrosinistra che hanno dominato la politica greca negli ultimi quarant’anni hanno visto entrambi tagliati i voti per più della metà e in cui i partiti precedentemente marginali sono chiaramente in ascesa. Inoltre l’economia greca è in una spirale mortale e sta rapidamente diventando disfunzionale.  Nulla  che sia meno di un forte governo di sinistra deciso a (1) dichiararsi insolvente quanto al debito non rimborsabile, (2) ripristinare la spesa sociale e (3) a impegnarsi in investimenti pubblici quando quelli privati fuggiranno, ha una qualsiasi possibilità di operare una svolta.  Tuttavia ciò può essere presto possibile.

A meno che le regole non vengano sospese risulta ora che devono esserci nuove elezioni a giugno. Perché emerga un governo costituzionale di partiti politici di sinistra, sono necessarie tre cose. (1) La SYRIZA (16,78%) e il partito della Sinistra Democratica (6,11%) devono aumentare le proprie percentuali di voti a spese del Pasok che è sceso al terzo posto con 13,18%. Ciò può verificarsi facilmente visto che (a) il Pasok ha somministrato un’austerità impopolare e tuttora appoggia l’austerità come “necessaria”; (b) il sostegno al Pasok è “morbido” ed è largamente basato su un clientelismo che esso non è più in grado di soddisfare; (c) molti hanno votato in passato per il Pasok unicamente perché ritenevano che i partiti di sinistra non avessero possibilità realistiche di governare. Ora che la SYRIZA ha sorpassato il Pasok quello “sprecato” diventa un voto al Pasok. (2) Quelli che hanno votato per partiti di sinistra minori – come i Verdi (2,9%) – che non sono riusciti ad ottenere il minimo del 3% per avere un seggio in parlamento devono superare la soglia del 3% o dare il loro voto a uno dei partiti di sinistra certi di ottenere una rappresentanza. Non vedo perché ciò dovrebbe rilevarsi troppo difficile nelle prossime elezioni.  Ma il problema più difficile è che (3) i partiti di sinistra devono superare le loro divisioni storiche al fine di formare un governo di coalizione con un programma realizzabile.

Comunque la storia potrà presto fare un bel  regalo alla sinistra greca. E’ possibile che il principale motivo di divisione tra i partiti di sinistra diventi presto una questione irrilevante.  Il Partito Comunista era innanzitutto contrario all’adesione all’eurozona e quanto al lasciarla è cristallino.  All’estremo opposto il partito della Sinistra Democratica si è scisso dalla SYRIZA nel 2010 in larga misura perché i dirigenti della Sinistra Democratica insistevano su un fermo impegno a restare nell’eurozona. La SYRIZA è a favore del rimanere nell’eurozona a condizione che la UE faccia marcia indietro a proposito delle sue politiche a favore dell’austerità.  Non solo ciò non accadrà, ma un secondo default è virtualmente inevitabile, il che può ben innescare una sequenza di eventi che includano una massiccia corsa alle banche che costringerà la Grecia ad abbandonare  l’eurozona anche prima che un governo di sinistra salga al potere.  In tal caso, non solo il principale motivo di contesa a sinistra diventerà irrilevante, ma un governo di sinistra godrà del vantaggio di una svalutazione che offrirà un grande stimolo all’occupazione diventando le esportazioni greche più a buon prezzo e le importazioni più costose. In una simile chiara “crisi” un governo di sinistra potrebbe anche diventare un governo di salvezza nazionale intorno al quale potrebbero stringersi i patrioti greci.

Se ciò accadesse la Grecia potrebbe dimostrarsi la salvezza dell’Europa, non la sua rovina.  Quelli che sostengono che il caos economico e politico in Grecia sta distruggendo la UE parla di una UE neoliberale che è su un cammino insostenibile di autodistruzione.  Ci vorrà una bella scossa per far passare la UE dal suo disastroso percorso d’austerità  a un percorso di crescita equa.  Se sarà la Grecia a fornire la scossa e ad aprire la via a un percorso migliore, quelli che sognano un’Europa pacifica, egalitaria e prospera potrà ben dover ringraziare in futuro  la Grecia per anni.

Avvertimento: “Possibile” non è la stesso che “probabile”, ancor meno “cosa sicura!” E anche uno scossone dalla Grecia può non dimostrarsi sufficiente per far cambiare il resto dell’Europa.  Ci potranno volere anche altre scosse da altri PIGS.

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/the-eurozone-crisis-an-opportunity-for-the-left-by-robin-hahnel

Originale: New Left Project

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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