La democrazia economica: nè austerità nè “crescita”

Redazione 14 maggio 2012 0
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di Richard D. Wolff – 12 maggio 2012

Le recenti sconfitte dei partiti al governo in Olanda, Grecia e Francia dimostrano la crescente opposizione alle loro  politiche d’austerità. Attraverso l’Europa e il Nord America montano opposizioni simili.  Salvare grandi industrie finanziarie e di altro genere con denaro preso a prestito è stato il piano governativo quasi universale per far fronte alla crisi capitalista globale.  Il risultato – crescenti debiti e deficit governativi – è stato seguito da “politiche d’austerità” per ridurre tali debiti e deficit. Dopo aver sofferto una crisi e poi i salvataggi che li hanno scavalcati a favore delle imprese maggiori, i cittadini ora affrontano tagli d’austerità di posti di lavoro statali e di servizi per bilanciare i costi dei salvataggi. Con il montare dell’opposizione, si perseguirà una “crescita” keynesiana o l’andare oltre il capitalismo verso la democrazia economica?

Il keynesismo  (intervento espansivo dello stato nell’economia) non è mai stato la politica preferita dai capitalisti nelle ricorrenti recessioni e depressioni capitaliste. Il loro piano A è stato l’indebitamento del governo per salvare le principali industrie finanziarie e di altro genere, seguito da “politiche d’austerità”.  L’austerità ripaga i costi dei salvataggi distraendo denaro dai posti di lavoro e servizi governativi (tagliandoli).  Solo quando movimenti anticapitalisti, come negli anni ’30,  si ribellano dal basso, gli ansiosi capitalisti abbandonano il piano A e passano al piano B, alla fine formalizzato come keynesismo.  Attraverso la spesa governativa, le politiche keynesiane ricercano credito per la “crescita” dei posti di lavoro e dei redditi e mirano a tenere il controllo politico lontano dalle forze anticapitaliste. La dipendenza del keynesismo dalla pressione dei radicali dal basso ne spiega la forza negli anni ’30 rispetto alla debolezza di oggi.

I capitalisti preferiscono l’austerità per molti motivi.  Poiché il suffragio universale consente ai politici di cancellare le conseguenze del capitalismo (quali la ricchezza diseguale e l’ineguale distribuzione di reddito e potere) i capitalisti sono preoccupati  di fin dove il suffragio universale possa spingersi. Le maggioranze, nel corso delle crisi, possono rifiutare i salvataggi e l’austerità. I greci e i francesi lo hanno appena fatto. Possono poi pretendere una “crescita” keynesiana attraverso posti di lavoro statali e la ridistribuzione del reddito e della ricchezza. O possono pretendere una transizione oltre il capitalismo per democratizzare le proprie economie e trasformare le imprese in collettivi autogestiti dai lavoratori. Nessuna meraviglia che l’economia conservatrice tradizionale (la cosiddetta “economia neoclassica”) celebri il capitalismo come sistema che si auto-corregge senza necessità di interventi governativi.

Il keynesismo frustra anche i meccanismi della crisi che impongono ai lavoratori una disciplina a vantaggio dei capitalisti. La crescente disoccupazione induce i preoccupati detentori di un posto di lavoro ad accettare paghe, indennità e sicurezza del posto ridotte: buone notizie per i  datori di lavoro.  Mentre i salari in calo riducono il costo dei salari per i capitalisti che sopravvivono,  essi prevedono crescenti opportunità di profitto. Perciò essi investiranno, rinnovando la crescita e la prosperità. E’ questo il modo in cui la maggior parte dei capitalisti preferisce “lasciare che il mercato risolva” le crisi economiche.

Per contro la spesa keynesiana del governo riduce la disoccupazione  così rallenta o previene la caduta dei salari, delle indennità ecc.  Richiede anche, normalmente, un aumento dell’indebitamento dello stato, dell’acquisizione di liquidità e/o delle tasse a carico dei capitalisti e dei ricchi.  Questi si oppongono a tali aumenti delle tasse, sono riluttanti dal finanziare governi sempre più indebitati e si preoccupano dei rischi d’inflazione posti dall’aumento di disponibilità di liquidità.

Le “politiche d’austerità” (piano A dei capitalisti) mirano a finanziare i salvataggi riducendo nel contempo i deficit governativi. Possono includere anche qualche forma di beneficenza statale per le vittime maggiori della crisi. I Repubblicani e i Democratici (o, in Europa, i conservatori e i socialdemocratici) bisticciano su quanta beneficenza offrire accanto all’austerità che impongono.

Il keynesismo è il piano B dei capitalisti quando lavoratori organizzati e radicalizzati rivendicano diritti sistematici, non beneficenza, e minacciano lo stesso capitalismo.  Negli Stati Uniti, durante gli anni ’30,  la riuscita sindacalizzazione di massa ad opera del Congresso delle Organizzazioni dell’Industria e la riuscita radicalizzazione di massa ad opera dei partiti socialista e comunista, costruirono movimenti sociali con forti componenti anti-capitaliste. In risposta il presidente Franklin Delano Roosevelt (FDR) offrì un patto. Invece dell’austerità avrebbe offerto al popolo servizi statali senza precedenti (oggi forse chiamati un piano di “crescita”). Avrebbe fondato la Previdenza Sociale e il sistema dei sussidi di disoccupazione e avrebbe creato e occupato più di 12 milioni di posti di lavoro federali per i disoccupati.  Nonostante un livello disoccupazione pari a tre volte quello attualee una crisi del bilancio federale peggiore, FDR finanziò servizi pubblici statali fortemente ampliati. Obama programma di ridurre la Previdenza Sociale e non cita mai un programma federale di assunzioni.  Il capitalismo allora affrontava una potente minaccia dal basso; oggi non la affronta (ancora).

FDR finanziò il suo patto tassando le imprese e i ricchi e in parte indebitandosi con essi (il male minore per loro] . Molti di loro accettarono perché, anche loro, temevano l’opposizione anticapitalista.  FDR convinse la maggior parte della sinistra a minimizzare l’anticapitalismo, in cambio di servizi statali e posti di lavoro ampliati.  Molti abbandonarono il “socialismo” come obiettivo; alcuni lo ridefinirono perché si traducesse in quello che FDR proponeva. Il patto di FDR costruì un’alleanza che vinse quattro elezioni presidenziali consecutive.

Il keynesismo – la teoria e le politiche formalizzate ricavate dal lavoro di John Maynard Keynes negli anni ’30 in Inghilterra – si sviluppò dopo il patto di FDR [‘New Deal’- n.d.t.]. Suscitò una visione rivisitata della Grande Depressione. L’attenzione fu sviata da come la pressione dal basso  degli anticapitalisti e della classe lavoratrice aveva riorientato le politiche di FDR.  Invece di ciò, brillanti economisti e politici astuti furono descritti come promotori della “brillante nuova economia” di Keynes per mitigare e gestire la crisi capitalista e per uscirne.

Dopo il 1945 le industrie e i ricchi continuarono ad appoggiare la spesa governativa keynesiana (temevano un ritorno della depressione) ma ottennero ridotte tasse per sé.  Ottennero anche una svolta della spesa governativa dai servizi sociali a spese più favorevoli alle imprese quali l’esercito e miglioramenti  strutturali. I keynesiani si unirono anche prevalentemente a economisti neoclassici nello scartare l’economia anticapitalista di Marx.  Le crisi del capitalismo, insistettero, erano ben comprese e gestite (dal keynesismo).  Si trattava di meri contrattempi che punteggiavano la prospera crescita del capitalismo. L’anticapitalismo era fuori moda dal punto di vista teorico e politicamente sospetto in tempi di guerra fredda.

L’economia keynesiana era, per gli entusiasti, superiore all’ortodossia tradizionale che aveva sempre appoggiato le politiche d’austerità nelle crisi.  Il keynesismo divenne la nuova ortodossia dagli anni ’30 agli anni ’70.  Poi un boom capitalista restituì il dominio all’economia neoclassica (ribattezzata neoliberalismo).  Nemmeno dopo l’attacco della crisi del 2007, i keynesiani (ad esempio Paul Krugman) sono riusciti a riguadagnare il dominio delle decisioni politiche.

Il “grande dibattito” tra gli economisti neoclassici e quelli keynesiani non è né grande né un granché di dibattito.  Entrambi gli schieramenti avallano, celebrano e difendono il capitalismo. Il loro “dibattito” – tra piani B e piani A, più o meno intervento governativo per sostenere il capitalismo – resuscita periodicamente come sostituto di  seri confronti con teorie economiche critiche, movimenti anticapitalisti e con le loro rivendicazioni di democrazia economica.  Il dibattito tra le politiche d’austerità e di crescita è uno spettacolo collaterale rispetto all’evento principale: le indebolite battaglie del capitalismo con le contraddizioni sue proprie e con le incombenti rivendicazioni di una transizione oltre al capitalismo e fino alla democrazia economica.

 

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/economic-democracy-not-austerity-or-keynesian-growth-by-richard-d-wolff

Originale: Truthout.org

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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