Argentina: Que Se Vayan Todos! – Se ne devono andare via tutti!

Redazione 10 maggio 2012 0
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Argentina:  Que se Vayan Todos! – Se ne devono andare via  tutti!

 

Di Francesca Fiorentini

7 maggio 2012

 

Che cosa si deve fare quando il capitale e il governo abbandonano la gente? E’ una questione che hanno cominciato a sollevare i movimenti di tipo sociale in tutta Europa e negli Stati Uniti. Con un attivismo politico e creativo che non si vedeva da decenni. Ci sono movimenti caratterizzati dalla loro apertura, vastità, e,  cosa più importante,  dalla loro critica importantissima di un modello economico  che non è più utile alla maggior parte del mondo. Ma di fronte alle misure di repressione e di austerità,  il problema è diventato non soltanto il modo in cui mantenere questi problemi sempre  essere presenti sui tavoli della discussione  politica,  ma di come operare i cambiamenti  politici  e far sì che guadagnino terreno.

Per comprendere meglio questo momento, possiamo guardare al predecessore di questi movimenti in Sud America: l’Argentina nel 2001, quando la protesta popolare ha posto fine alle distruttive politiche neoliberali e ha drasticamente cambiato il terreno politico

Dieci anni dopo, con una crescita economica senza precedenti e con la vittoria  schiacciante  della presidente Cristina Fernández de Kirchner nella sua rielezione,      è facile dimenticare come l’Argentina sia riuscita a risalire dopo il più grande crollo finanziario della storia. Sebbene molti diano il merito all’ex presidente Néstor Kirchner di aver creato un nuovo modello economico che ha evitato che il settore privato andasse fuori controllo,  è stata la gente con la sua ferme proteste degli anni ’90 e di  tutto l’inizio del secolo che avrbbe   alla fine provocato il cambiamento.

Come ha scritto su Le Monde Diplomatique,  Ezquiel Adamovsky, storico e militante politico argentino, “e’ stata la continua minaccia  di saccheggi, di prendere di mira         i politici, di ribellione, di occupazioni, di blocchi stradali e sono state quelle assemblee che hanno disciplinato sia la gestione che i settori finanziari internazionali, aprendo uno spazio mai immaginato per la politica.”

Da un vuoto di potere politico e di gravi necessità economiche, sono sorte nuove formazioni politiche al di fuori della tradizionale politica dei partiti. Centinaia di assemblee di quartiere  si sono messe insieme per andare incontro ai bisogni più fondamentali della gente e per creare spazi di dialogo locale. I circoli del baratto      hanno fatto esperimenti di  economia alternativa, e i lavoratori di aziende fallite  hanno cominciato ad occupare e a gestire per conto proprio le imprese.

Che cosa è accaduto a quel nuovo spazio politico negli ultimi 10 anni?  Perché molte delle nuove formazioni politiche e sociali sono finite in secondo piano,  oscurate   da un governo di ‘centro-destra’ con una retorica populista ben lubrificata? Quali lezioni possono apprendere dall’esperienza argentina i movimenti sociali in tutto il mondo?  E che succede se quella esperienza non si può applicare (o forse non si può ancora applicare) a luoghi come l’Europa e gli Stati Uniti?

 

Guardando più da vicino  ciò che gli Argentini sono riusciti a conseguire,  come sono stati capaci di farlo, e, cosa più interessante di tutte, i modi in cui non sono stati capaci di assicurarsi cambiamenti più vasti, viene fuori un quadro di una rivoluzione lasciata a metà del suo percorso: una rivoluzione la cui forza non è andata perduta, ma soltanto deviata. Per un mondo dove il dibattito fondamentale non riguarda semplicemente le misure di austerità, ma un nuovo paradigma economico, il decennio scorso dell’Argentina potrebbe preannunciare gli anni futuri.

 

Collasso economico e piqueteros *

 

Lo sfondo della ribellione argentina era più fosco e critico perfino di quello della situazione della Grecia attuale. Anni di politiche neo liberali avevano riscosso il loro tributo. Il tasso ufficiale di disoccupazione aveva raggiunto il 17% nel 1996; in realtà, era anche maggiore, dato che intere comunità non avevano lavoro. Il paese non aveva nessuna  rete di sicurezza  sociale  o centri per la disoccupazione che potessero aiutare i disoccupati a  sopravvivere e a trovare un lavoro.

I sobborghi poveri di Buenos Aires sono stati quelli più colpiti, insieme alle province rurali. Interi quartieri sono stati abbandonati e  se la sono dovuta cavare da soli senza strade asfaltate, elettricità, fognature o trasporti. I sindacati più importanti erano inefficaci, e facevano accordi con il governo neo liberale di Menem per rimanere  arrendevoli  e non riuscivano  a organizzare i ranghi crescenti dei disoccupati.

“Si vedeva la gente che si avviava molto rapidamente verso una situazione di degrado”, dice Fabián Peducci, economista ed ex piquetero  (attivista) del Movimento dei Disoccupati nel quartiere di Solano. “Infatti, quanto può andare avanti la gente senza mangiare, senza essere in grado di comprarsi le medicine? Vedevamo i nostri amici  diventare magri e morire come mosche.”

Il movimento piquetero (dei blocchi stradali) dei disoccupati era nato da questi quartieri dimenticati. Vivendo alla periferia della città, i residenti vedevano di continuo passare davanti alle loro case precarie,  camion pieni di cibo e di altri articoli di consumo di cui avevano un bisogno disperato, che andavano in città.  Non vedendo alcuna alternativa, hanno cominciato a bloccare le strade principali con pneumatici  dati alle fiamme per attirare l’attenzione sulla loro miseria e per chiedere l’assistenza del governo.

Mentre nel 2001 la situazione economica si deteriorava, il movimento piquetero cominciò a guadagnare legittimità tra le classi medie, che si univano ad esso nelle strade per replicare a ulteriori tagli alle pensioni e ai salari realizzate da un governo          che si dava da fare per evitare il collasso economico. Quando furono congelati i conti bancari alla fine di novembre, la città era allo stremo.

Invece di calmare il malcontento e di malleviare il peso di un’economia al collasso, il Presidente Fernando del la Rúa ha dichiarato lo stato di assedio il 19 dicembre. E’ stata una decisione che avrebbe significato la fine della su presidenza. I cacerolazos (proteste rumorose nelle strade) *http://it.wikipedia.org/wiki/Cacerolazo, i blocchi stradali e i saccheggi organizzati  sono esplosi  in tu in tutto il paese. La repressione della polizia ha soltanto attizzato le fiamme della resistenza popolare ed entro 48 ore sia il ministro dell’economia che il presidente si erano dimessi; quest’ultimo è stato portato via in elicottero dal palazzo presidenziale, la Casa Rosada. La legittimità politica era perduta.

 

La creatività durante la crisi

 

Il nuovo anno è iniziato in modo diverso da qualunque altro nel 2002, con un potere popolare ritrovato, un senso di solidarietà tra le varie classi sociali e proposte innovative per  il processo decisionale locale. Da raduni iniziali cittadini di migliaia di persone si sono cominciate a formare delle assemblee nei rioni locali. All’inizio, incontrandosi nelle piazze e agli angoli delle strade, hanno cominciato a occupare gli edifici e a organizzarsi in comitati di lavoro sulla stampa, la cultura, l’occupazione, i servizi, la salute, l’azione politica e gli acquisti della comunità. Le assemblee hanno organizzato indagini nei quartieri  per determinarne le necessità locali. Hanno istituito mense per i poveri, giardini per la comunità, programmi di ripetizioni e stazioni radio, e hanno continuato le proteste contro le banche mettendo in atto azioni dirette ed occupazioni.

Trovandosi di fronte alla mancanza di contanti, i circoli del baratto *che esistevano  prima del crollo, sono triplicati, arrivando a 5.000, con circa quattro milioni di partecipanti nel 2002.  I membri inventavano le loro proprie forme di valuta e hanno cominciato a commerciare cibo, merci, e servizi, creando un economia alternativa basata su principi di solidarietà.

Contemporaneamente, stava crescendo un movimento di lavoratori che occupavano quelle le loro fabbriche e aziende allora  fallite e abbandonate. Come spiega la giornalista Marie Trigona: “la maggior parte delle acquisizioni dei lavoratori dovevano garantire che i proprietari non sarebbero stati in grado di liquidare  il patrimonio prima di  dichiarare la bancarotta, per evitare di pagare ai lavoratori le indennità e i salari arretrati. “ Ma dato che le occupazioni continuavano, “le richieste da misura di  salvaguardia dei  loro posti di lavoro, sono cresciute fino a diventare l’idea di realizzare un sistema di autogestione. “ Sapendo che gli ex padroni non li avrebbero mai ricompensati e  che non avrebbero reinvestito nell’azienda, i lavoratori hanno programmato e ricominciato la produzione per conto loro seguendo un modello nuovo cooperativo con paga uguale per tutti e nessun capo.

 

Nuovi valori, nuove identità

Non era semplicemente  quello che gli Argentini hanno rimesso in moto dopo la crisi, ma come lo hanno fatto che è stato molto pionieristico. Guidati da principi di autonomia, pari partecipazione e democrazia, queste nuove formazioni erano un implicito rifiuto delle tradizionali gerarchie politiche e del mondo degli affari.

 

Le assemblee di quartiere si  definivano auto convocate e prendevano decisioni  usando un modello di consenso in cui tutti avevano uguale voce in capitolo e il voto a maggioranza era spesso un’ultima risorsa. C’era anche un rinnovato senso di solidarietà tra le classi sociali , dato che le assemblee di quartiere della classe media  destinavano molti programmi ai poveri e ai disoccupati. A Villa Pueyriddón, a Buenos Aires, l’assemblea organizzava pranzi quotidiani per i  cartoneros ** che aumentavano sempre di più di numero: erano persone che raccoglievano e riciclavano il cartone in cambio di un piccolo compenso. In un paese dove la disuguaglianza  spesso oppone  i poveri alla classe media, questo tipo di solidarietà era unico e  fondamentale.

Per la stessa ragione, solidarietà, democrazia e autonomia, comprendevano i valori centrali del movimento delle fabbriche recuperate In contrasto con  i modelli di aziende capitaliste, che mirano massimizzare il profitto a spese di altri essere umani uomini, le cooperative, nelle quali lavoratori erano anche proprietari, non vedevano i licenziamenti come uno strumento per chiudere i conti.

Fabián Pierucci è un ex organizzatore nel movimento del lavoratori disoccupati che lavora all’Hotel Bauen a Buenos Aires, che era occupato e che e che è stato rilevato              da ex impiegati nel 2003.  Dice che l’aspetto più importante delle  fabbriche recuperate (aziende recuperate o riciclate)  come il Bauen, è stata la “possibilità di costruire un nuovo immaginario”   che mette direttamente in discussione la logica della proprietà privata.  “Si mette in discussione la gerarchia  quando organizzazioni come questa possono andare  avanti per mezzo di assemblee e senza bisogno di datori di lavoro  con i loro manifesti  dirigenziali   che arrivano ad amministrare.”

Anche se hanno dovuto affrontare innumerevoli incertezze, questi progetti “orizzontali” creavano nuove forme di  rapporti sociali e nuove identità per molti Argentini. Questo ha portato a ciò che Ezequiel Adamovsky ha descritto come la “permanente installazione di una nuova cultura di sinistra, assente nelle tradizioni politiche del passato”.

 

L’effetto Kirchner

 

E’stato in questo contesto di intensificazione dell’attività politica, che Néstor Kirchner fu eletto presidente  a malapena  nel maggio 2003.  Adamovsky descrive l’elezione di Kirchner come “impensabile senza il vuoto politico che aveva creato il 2001”. I passi immediati fatti dal suo governo hanno portato a rinegoziare il debito internazionale e a tagliare i legami con il Fondo Monetario Internazionale e la con la Banca Mondiale sarebbero stati “impossibili senza  il contributo di fondo della gente nelle strade e senza aver messo seriamente in discussione  le istituzioni finanziarie”.

Tuttavia, per la maggioranza dei movimenti sorti alla fine degli anni ’90 e durante la crisi, la coppia Kirchner è stata una forza smobilitante e discutibile. Per il movimento piquetero e per i movimenti dei lavoratori disoccupati, il minimo aumento dell’assistenza statale è diventata la carota che pende attaccata ai fili. Non essendoci  ancora ampie soluzioni per la disoccupazione, i piani di assistenza si sono moltiplicati è ed è stato compito dei capi delle organizzazioni di piqueteros e dei capi dei partiti politici distribuirli, di solito in cambio di lealtà politica.

“La politica di Nestor Kirchner consisteva nel mettere in atto simultaneamente strategie per integrare, cooptare e disciplinare le organizzazioni dei piqueteros ,” scrive la sociologa Maristella Svampa. Espone minuziosamente come il movimento piquetero nel suo insieme  si limitava ad acquisire e mantenere i fondi del governo, lasciando da parte obiettivi di riforme sociali più ampie. Mentre non tutti i gruppi di piqueteros potevano essere cooptati,  quelli che avevano scelto di  allearsi con il governo  sono stati ricompensati con risorse economiche e organizzative. Molti cosiddetti dirigenti politici responsabili della distribuzione dei fondi governativi (si chiamano punteros)  hanno perfino cominciato a usare il loro ruolo di distributori per ricavarne un profitto.

“Il puntero è uguale in ogni quartiere”, dice Fabián Pierucci, “dove un dirigente del partito dei lavoratori o del partito favorevole a Kirchner dice: “Vi darò un programma, se mi date i soldi.” Demoralizzati dal declino del movimento dei ‘piqueteros’, Pierucci riflette su queste forme di politica basate sull’assistenza.  “Per me il problema consiste nel tipo di politica alternativa che uno rappresenta: l’alternativa è riprodurre forme di clientelismo, o è qualche altra cosa?

Anche le assemblee di quartiere sono diminuite negli ultimi dieci anni, mentre alcune delle più numerose sono scomparse. All’inizio le assemblee erano politicamente diverse a causa della diversità dei loro membri e del fatto di essere nuovi rispetto all’attivismo sociale, ma quando la crisi immediata è passata, le cose sono cominciate a cambiare.

“Eravamo vicini di casa: Non avevamo niente altro in comune tranne il nostro quartiere, nessun tipo di ideologia”, dice Eva Sinchecay dell’assemblea di Villa Pueyrredón. Era qualche cosa che si è rivelata essere sia una forza che una debolezza dato che le assemblee erano più indipendenti ma sono diventate sensibili ai programmi  dei gruppi di sinistra che li hanno usati come mezzo di reclutamento. “Hanno cominciato a dissolversi,” dice Eva Sinchecay, la cui assemblea si è divisa  dopo la partecipazione poco collaborativa di un gruppo comunista.

Gran parte della classe media che costituiva il grosso delle assemblee di quartiere, è stata attratta dalla presidenza di Kirchner.  Il rifiuto dell’economia neoliberale e il fatto che si sono iniziate le cause giudiziarie  per i  diritti umani contro gli ex membri della giunta militare argentina, ha suscitato nuove speranze che il nuovo governo sarebbe stato diverso. Le riforme di Kirchner, però, non sono state affatto uno   spostamento estremista verso quei rapporti economici e sociali alternativi che le assemblee una volta avevano proposto.

“Quello che volevamo era che tutti se ne andassero”, dice la Sinchecay, che dichiara di non identificarsi con alcun partito politico. “Non è cambiato quasi niente. Mi piacerebbe vedere una migliore distribuzione della ricchezza, più istruzione, più assistenza sanitaria. C’è una corruzione terribile.”

 

Adamovsky considera  i Kirchner in prospettiva, e spiega che  “ poiché molti  dei loro seguaci immaginano il kirchnerismo  come una l’avanguardia  per la ‘liberazione’ o come  una lotta contro il capitale, il governo ha chiarito perfettamente che il suo scopo è ‘un paese normale’ con uno stato rappresentativo e un ‘capitalismo serio’.”

Le aziende recuperate  si sono rivelate uno dei progetti più durevoli che sono emersi dalla crisi. Dal 2001, si sono formate  almeno 205 aziende  recuperate  funzionanti, che vanno dalle fabbriche di cioccolata e di scarpe a fabbriche di macchine da stampa e ad alberghi. Invece che licenziare i lavoratori, tre quarti di queste aziende di proprietà cooperativa li hanno assunti, pagandoli più di altre compagnie che hanno industrie analoghe. La più grande  azienda  recuperata del paese, la Zanon, una fabbrica di mattonelle occupata nel 2001 e ribattezzata Fasinpat (abbreviazione dell’espressione ‘fabbrica senza un padrone), attualmente dà lavoro a 470 operai nella provincia di Neuquén.

 

Strumenti per il futuro

 

Questi movimenti hanno lasciato un segno in Argentina. Anche se forse non hanno ottenuto tutto quello che avevano sperato, essi hanno spostato i limiti dell’immaginazione politica e hanno mostrato la capacità creativa di gente normale in situazioni straordinarie. Tuttavia, per molti, specificamente per quelli della sinistra indipendente come Fabián Pierucci ed Eva Sinchecay, i movimenti hanno perduto un’occasione storica di fare cambiamenti strutturali.  Malgrado la crescita economica dell’Argentina, essi dicono che il modello economico è ancora basato su fattori instabili e a breve termine come il prezzo internazionale della soya e lo sfruttamento delle risorse naturali.

Pierucci chiede: “Con un’economia globalizzata, si possono avere tutte le riserve che si vogliono e avere sotto controllo il debito, ma questo significa essere autonomi dal punto di vista finanziario?” “Quanto durerà questo modello? Un anno, due anni, cinque anni?”

La Sinchecay, che aiuta ancora i cartoneros della sua comunità a raccogliere il cartone, dice che i programmi sociali non sono bastati per combattere la povertà. Dice con rammarico:  “Abbiamo visto tre generazioni di persone senza lavoro”.

Pierucci crede che l’Argentina non abbia visto l’ultima delle sue crisi economiche, e che, malgrado la calma relativa, attuale,  forse ne sta per arrivare un’altra.  Dice: “Non possiamo dimenticare che in economi  la crisi è ciclica, e che ogni volta sarà più grave.”

Malgrado il fatto che forse ha perduto un momento storico,   la forza della protesta sociale in Argentina e le sue soluzioni  per il collasso economico basate sul popolo, hanno sono stati di ispirazione per i movimenti sociali in tutto il mondo. Perfino la gente che protesta in Grecia ha adottato lo slogan: “Se ne devono andare tutti ! (riferito ai politici) che è stato reso famoso nelle strade di Buenos Aires nel dicembre 2001.

In molti  modi, ciò che è emerso dal crollo in Argentina potrebbe essere ( e, in misura minore, lo è stato), replicato in nazioni di tutto il mondo: occupazioni,  aziende gestite dai lavoratori, assemblee di quartiere. Il grado estremo  del  fiasco economico    e il vuoto di potere che c’era in Argentina, hanno creato condizioni uniche perché i movimenti sociali per staccare il paese da un governo liberale e far nascere una nuova politica. Lo stesso spirito di solidarietà e di possibilità, però, si può vedere in tutto il mondo oggi, e il mondo può imparare molto dall’esperienza argentina.

 

* http://www.mag4.it/rete/laboratorio-sul-denaro/librone-delloracolo-autogestione/334-piqueteros-argentina.html

**http://caposud.wordpress.com/2011/06/14/argentina-la-vita-dei-cartoneros-di-buenos-aires/

 

*http://www.zerorelativo.it/blog/2009/05/27/club-de-trueque-in-argentina/

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/argentina-que-se-vayan-todos-they-all-must-go-by-francesca-fiorentini

Originale : redpeper.org

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY-NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

* http://www.mag4.it/rete/laboratorio-sul-denaro/librone-delloracolo-autogestione/334-piqueteros-argentina.html

**http://caposud.wordpress.com/2011/06/14/argentina-la-vita-dei-cartoneros-di-buenos-aires/

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