Grecia: “Se le elezioni potessero cambiare le cose, sarebbero illegali”

Redazione 8 maggio 2012 0
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di  Nikolas Kosmatopoulos – 7 maggio 2012

Se si fosse dovuta scrivere un’analisi pre-elettorale nei giorni gloriosi dell’ancien regime greco, molto probabilmente sarebbero state presentate e analizzate le posizioni politiche dei principali partiti in lizza.  Tuttavia questa è la cosa più obsoleta da fare se si intende dire qualcosa di utile a proposito della Grecia di oggi. In realtà nessuno di aspetta di apprendere qualcosa di nuovo dai tradizionali dibattiti televisivi tra i politici (senza dubbio tale disillusione andrebbe considerata come un risultato positivo della “crisi). Ahimè, ci sono ancora molte speranze a proposito del risultato delle elezioni.

Il vecchio slogan anarchico che ha ispirato il titolo di questo articolo si è conquistato un’urgente attualità in Grecia. Scritto con lo spray in lettere bianche e rosse su muri a caso in tutto il panorama urbano, il suo crudo messaggio sta in allarmante contrasto con le vuote affermazioni dei mezzibusti che ora si propongono nelle elezioni.

Per molto tempo le citazioni più profonde e ispiratrici a proposito della situazione politica in Grecia hanno totalmente eclissato le dichiarazioni programmatiche dei tecnocrati e gli articoli dei giornalisti. Speranza e intuizioni, sopportazione e critica, hanno maggiori probabilità di essere meglio espressi in graffiti in nero e rosso che non nei discorsi degli esperti.

La “crisi greca” ha avuto sinora almeno due effetti collaterali: ha dimostrato che i dirigenti politici sono privi di una qualsivoglia visione e che il giornalismo convenzionale è svergognato.

E’ dubbio se ci sia stato un altro momento nella tumultuosa storia del paese dopo la seconda guerra mondiale in cui il consenso attentamente fabbricato (e brutalmente difeso)  – che gli apologeti del capitalismo chiamano eufemisticamente ‘democrazia’ – abbia sofferto così tanto la faccia per mano delle élite dominanti interne ed esterne.

In un’ironica svolta della storia, la “democrazia” crolla giorno dopo giorno nella sua culla, soltanto per rivelarsi una cacofonia sanguinaria di sfruttamento, soppressione e disumanità.

Ecco come appare oggi la democrazia nel luogo che le ha dato i natali:

Gruppi neonazisti criminali lanciano programmi omicidi contro gli immigrati – cacciati dalle loro case dalle guerre imperialisti in Medio Oriente e nell’Africa sub-sahariana – affinando così le loro capacità di combattimento sui corpi dei più vulnerabili e preparandosi efficacemente all’imminente assalto al movimento nazionale di resistenza.

Bande armate cripto-fasciste inclini alla violenza – note anche come squadre di motociclisti della polizia dias e delta – gironzolano per le strade a malmenare giornalisti e a molestare e arrestare chi sembra “sospetto” o “ribelle”.

Politici colpevoli di entrambi i maggiori partiti (la Nuova Democrazia neoliberal-conservatrice e il PASOK neoliberal-socialdemocratico) si nascondono dalla gente arrabbiata dietro i muri di palazzi piantonati, evocando scenari da giorno del giudizio nel caso la cittadinanza osi non votarli nuovamente alle loro cariche.

Banchieri e tecnocrati della UE non eletti amministrano efficacemente lo spettacolo, decidendo per le generazioni a venire di vendere i beni più vitali del paese e di affondare la popolazione a livelli di povertà e miseria senza precedenti.

Giornalisti deprecabili si celano dietro risibili menzogne teletrasmesse e minacce incompetenti, dichiarando casi psichiatrici gli insegnanti che, imitando Moahmed Bouazizi, sono stati disponibili a rischiare le proprie vite nelle proteste politiche.

In mezzo a questa atmosfera di violenza fisica e strutturale, di paura e disperazione onnipresenti, inflitta dalle élite e dai loro delegati, il vecchio slogan anarchico non solo rappresenta la descrizione più accurata della situazione del luogo un tempo noto come Repubblica Greca, ma anche la sola via al futuro: la lotta contro l’austerità e l’ipocrisia dovrebbe essere combattuta non solo nel giorno delle elezioni, ma ogni giorno.

Weimar reloaded: la paura degli “opposti estremismi”

E in realtà molti fanno esattamente questo: si organizzano su base quotidiana per combattere contro il razzismo e l’austerità. La “crisi” ha rivelato un potenziale creativo in larga parte della popolazione della Grecia. Non vi è dubbio che la Grecia oggi è all’avanguardia della resistenza globale al capitalismo. La creatività e la determinazione del movimento di resistenza ispirano la lotta del popolo in tutto il continente. Ma spaventa anche le élite, a livello mondiale.

La politica in Grecia ha oltrepassato sia i confini del paese sia la contingenza del nostro tempo. Nella Grecia di oggi si può vedere il futuro dell’Europa di domani.  Le tesi a proposito della pigrizia dei greci e della corruzione dei dipendenti statali hanno già cominciato a dimostrarsi anacronistiche a fronte della diffusione della crisi in casi sin qui considerati modello, come il Portogallo, l’Italia, la Spagna e la Francia.

Ora, quelli che davvero cercano di vedere l’intero quadro sanno bene che il problema sta nel capitalismo e non nella cultura della nazione.

Di fronte a questo sviluppo, la strategia delle élite per mantenere il consenso è stata riaggiustata.  Dopo il fallimento degli argomenti razzisti a proposito della cultura e della corruzione, è comparso una vecchia caratterizzazione stantia  contro i dannati e gli indifesi della società: immigrati, prostitute e poveri.  All’inizio gli “altri” sono definiti come una controversia e una minaccia, e poi quelli che prendono posizione a loro difesa sono marchiati come minacce collaterali.  Sia quelli che vogliono difendere gli “altri”, sia quelli che cercano di sterminarli, sono definiti “estremisti”.

I ministri “socialisti” del governo di coalizione etichettano i rifugiati e le prostitute come “bombe igieniche a orologeria”, mutuando liberamente da discorsi razzisti pseudoscientifici occidentali sulle minacce non occidentali.  Poi, dopo aver prodotto negli anni scorsi una macchina di propaganda contro gli immigrati,  sono sconvolti nel vedere l’estrema destra guadagnare influenza nei sondaggi elettorali. Perfetti bigotti, quali sono, tuttavia, ammoniscono contro l’ascesa di entrambi gli “estremismi”.

Tuttavia l’ascesa della destra estrema nei sondaggi fa il gioco delle élite politiche dominanti, che ora possono additarla e gridare: “Attenti agli estremisti!” E tuttavia è un falso allarme.  Una banda criminale, che può candidarsi alle elezioni solo per la costante protezione della polizia , non costituisce una vera minaccia per il sistema. L’estrema destra in Grecia è principalmente usata come spauracchio contro la sinistra radicale e le prospettive di ribellione popolare. La guerra delle élite non è contro il fascismo, o il razzismo, quanto a questo. Dopotutto quest’ultimo è stato il loro pane e companatico fin dagli inizi, negli anni ’90.

La minaccia esistenziale al regime delle élite proviene principalmente dalla prospettiva di una rivolta popolare che, se la sinistra fosse stata all’altezza del suo compito, sarebbe in corso da tempo.

Callate o despertaras la izquierda!

La leggenda metropolitana è che uno slogan dei manifestanti spagnoli a Puerta del Sol abbia innescato la scintilla per la Tahrir greca – piazza Syntagma – nella primavera del 2011: Callate o despertaras a Grecia! (“Zitto, ché altrimenti svegli la Grecia!”)

Si dice che lo slogan abbia risvegliato l’orgoglio dei greci per le proteste e la disobbedienza civile.  Che lo slogan sia o meno esistito è una questione piuttosto futile. Quel che è vero e importante, tuttavia, è che le proteste spagnole hanno provocato un effetto domino in Grecia, proprio come le proteste tunisine hanno fatto in Egitto.

Comunque simili forme di protesta (scioperi, marce, assemblee pubbliche, spazi pubblici occupati) non sono – ancora – ricompare in questa primavera con le stesse dimensioni. L’eccessiva repressione statale, la diffusa insicurezza riguardo al futuro e una vaga speranza di cambiamento dopo le imminenti elezioni sembrano aver tolto il vento alle vele delle forme popolari di resistenza.

Tuttavia se i greci si sono risvegliati la primavera scorsa, è la sinistra ufficiale che continua a dormire.

Nessuno sembra credere oggi alle prospettive di cambiamento attraverso le elezioni più dei due principali partiti della sinistra anticapitalista: il partito Partito Comunista (KKE) e Syriza, un’alleanza di sinistra di partiti radicali e ex eurocomunisti.

Mentre la maggior parte di coloro che protestano nel paese ha perso la fiducia nel sistema di governo, eufemisticamente chiamato “democrazia”, entrambi i partiti ribadiscono, in ogni occasione che si presenti,  la propria fede nelle urne elettorali.

Mentre centinaia di migliaia di persone circondano il parlamento per protestare contro quello che considerano un coup d’etat costituzionale ad opera dell’élite al potere, entrambi i partiti mantengono i propri parlamentari all’interno del sistema, contribuendo efficacemente a dare una veste di “dialogo politico” a   un regime di violenza aperta.

Mentre i lavoratori e i pensionati di tutto il paese sono privati dei mezzi fondamentali per la sopravvivenza, entrambi i partiti chiedono di essere pazienti e di assicurarsi che non muoiano sino al 6 maggio.

Mentre i gruppi fascisti, alla luce del sole,  danno la caccia a immigrati indifesi, entrambi i partiti mobilitano i propri sostenitori principalmente – se non unicamente – per le rispettive  campagne elettorali.

Per entrambi i partiti le elezioni hanno acquistato una prospettiva quasi millenaristica, una specie di Secondo Avvento:  e se i risultati elettorali mostrano il partito neonazista greco (Alba Dorata) al livello del 5 o 6 per cento? La sinistra è occupata a celebrare i suoi risultati a due cifre nelle stesse elezioni.

Una volta di più, si sente la necessità di ribadire: se le elezioni fossero in grado di cambiare le cose, sarebbero state rese illegali. In effetti ciò potrebbe ben accadere in un modo o nell’altro: membri dell’élite politica hanno svergognatamente suggerito la dilazione indefinita delle elezioni, mentre i dirigenti europei hanno chiaramente indicato che, a meno che gli elettori scelgano uno dei due partiti maggiori, il paese sarà precipitato nel caos, spingendo il leader della Syriza a inoltrare una denuncia alla Commissione Europea che interferenza straniera negli affari interni del paese.

Di fronte a tutto questo risulta essenziale chiedersi se:

  • Invece di stilare un programma elettorale non sia più utile elaborare piani quotidiani di mobilitazione della popolazione contro la violenza e la miseria promosse dalle élite;
  • Invece di dibattere con quelli che massacrano la “democrazia” in Parlamento, non sia più efficace unirsi ai ranghi di quelli che circondano l’edificio;
  • Invece di attendere che i risultati elettorali diano potere al partito, non sia più cruciale rafforzare i comitati locali degli immigrati e dei greci insieme nella lotta contro i gruppi di estrema destra.

Invece di coltivare illusioni sul cambiamento mediante le elezioni, sarebbe più onesto muoversi rapidamente in direzione di una sistema post-rappresentativo di Democrazia Diretta.

Nikolas Kosmatopoulos è laureando in antropologia all’Università di Zurigo. Ha condotto lavoro sul campo sulle valutazioni della pace in Libano e a Ginevra ed è ricercatore ospite alla Columbia University e all’Università della Città di New York (CUNY).

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  http://www.zcommunications.org/if-elections-could-change-things-theyd-be-illegal-by-nikolas-kosmatopoulos

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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