Ideologia ed elettricità: l’esperienza sovietica in Afghanistan

Redazione 5 maggio 2012 0
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Ideologia ed elettricità: l’esperienza sovietica in Afghanistan

 

Di Christian Parenti

2 maggio 2012

 

Nelle case da tè e sulle bancarelle di Kabul, talvolta si vede il ritratto di un uomo severo, con la faccia rotonda, con i capelli scuri e i baffi. E’ il volto di Muhammad Najibullah, l’ultimo presidente dell’Afghanistan comunista.  Najibullah è entrato nel Partito Democratico del Popolo dell’Afghanistan (PDPA – People’s Democratic Party of Afghanistan) alla fine degli anni ’60, ha diretto la polizia segreta afgana molto ben organizzata,  KHAD,  [Khademat-e-Atela’at-e-Dawlati],   poi è diventato il presidente del paese nel 1986. Dopo il ritiro delle truppe sovietiche dall’Afghanistan, Najibullah è rimasto al potere per altri tre anni. I combattenti talebani infine lo hanno ucciso nel 1996.

Quando ho fatto domande  agli Afgani a Kabul  riguardo ai manifesti e alle cartoline con il ritratto di Najibullah,, le loro riposte andavano da :”Era un presidente forte – allora avevamo un esercito forte”, a: “Tutto funzionava ben e Kabul era pulita.” Il proprietario di una casa da tè, usando la forma familiare del nome, affermava  semplicemente che “Najib ha combattuto il Pakistan.” In altre parole, non è ricordato tanto in quanto socialista, che è una parola vaga per molti Afgani, ma come un modernizzatore e un patriota.

Per comprendere lo status di Najibullah come icona minore, un aiuto viene dall’esperienza sovietica in Afghanistan – la strategia e la tattica, il terrore e la sofferenza, e gli ideali e gli obiettivi che hanno motivato i comunisti afgani e i loro alleati sovietici. Un’autorità su questo argomento è Rodric Braithwaite, un reduce della diplomazia dell’era della guerra fredda, il quale aveva avuto l’incarico di ambasciatore britannico a Mosca durante il crollo dell’Unione Sovietica e che ha di recente pubblicato un resoconto eccellente e rispettoso dell’invasione e dell’occupazione russa in Afghanistan: il libro, Afgantsy che prende il titolo dal soprannome dato ai reduci russi della guerra afgana, è un antidoto sobrio ed equilibrato alla propaganda e agli inganni che Briathwaite necessariamente  importava in quanto diplomatico britannico destinato in Unione Sovietica. Questo è un argomento che egli  ammette  indirettamente nel libro, ma che ha toccato in modo più diretto nelle interviste. Mentre scriveva Afgantsy, Braithwaite poteva accedere spesso agli archivi governativi in Russia e parlare con i protagonisti chiave tornati dalla guerra Sovietico-Afgana, ed è  andato a Kabul per fare ulteriori ricerche.

Ghosts of Afghanistan [Fantasmi dell’Afghanistan], di Jonathan Steele, un corrispondente di vecchia data del quotidiano Guardian tratta in gran parte lo stesso periodo storico. Steele ha visitato l’Afghanistan molte volte negli ultimi 30 anni, facendo servizi sull’intervento sovietico, l’era di Najibullah, il malgoverno dei mujahedeen, la guerra civile, l’ascesa  dei talebani e l’occupazione americana. Come Braithwaite, Steel parla fluentemente il russo, e ha fatto anche  parte anche del gruppo che ha curato la pubblicazione dei documenti di WikiLeaks. La comprensione  dall’Afghanistan è  sfumata e completa e  mescola l’osservazione  giornalistica per i dettagli e  il contesto con la lungimiranza  da studioso. Il resoconto  di Steele del fenomeno talebano e del momento attuale è serio,  ma il suo libro colpisce soprattutto quando analizza la storia dimenticata del comunismo afgano e dell’occupazione sovietica.

I Sovietici hanno combattuto contro i ribelli musulmani nelle loro zone di confine con l’Asia Centrale durante la guerra civile all’inizio degli anni ’20 e di nuovo all’inizio degli anni ’30, quando alla fine sono riusciti ad  annientare quei cosiddetti basmaci (banditi) con l’aiuto del Reale Esercito Afgano. La stabilità in Afghanistan, quindi, era considerata fondamentale per la sicurezza nell’Asia Centrale sovietica. Dall’inizio degli anni ’50 in poi, l’Afghanistan è stato uno dei  4 principali paesi destinatari degli aiuti sovietici. Mosca inviava ingegneri in Afghanistan e invitava migliaia di  studenti, tecnici e ufficiali dell’esercito in Russia per prepararli.

Alla fine degli anni ’50, gli Stati Uniti avevano anche cominciato a investire in Afghanistan,   avviando una  gara tra le super potenze per inviare aiuti.  L’ente della Valle di Helmand, (una specie di piccolo Ente della valle del Tennessee),  costituito per costruire una diga sul fiume Helmand e fornire energia idroelettrica e sistemi di irrigazione nelle regioni meridionali desertiche, è stata un’impresa americana. Il tunnel del Passo Salang, uno dei più alti del  mondo (si trova a 3.878 m. di altezza) e che unisce l’Afghanistan settentrionale con quello meridionale, era un progetto russo. Entrambe le super potenze hanno costruito tratti del sistema di grandi strade. Le infrastrutture dell’aeroporto di Kabul sono si costruzione russa; la sua elettronica, i sistemi di comunicazione e di radar erano importati dall’America. Forse, alcuni ufficiali militari che avevano avuto l’addestramento in Unione Sovietica, hanno finito per essere i primi capi dei mujahedeen:  uno è stato Ishmail Khan, che ha iniziato una ribellione a Herat nel 1979. Alcuni degli intellettuali preparati dagli Stati Uniti sono diventati comunisti e funzionari di governo, come i primo ministro Hafizullah Amin.

Il colpo di stato comunista del 1978 è stato il risultato indiretto di un precedente colpo di stato che era stato provocato da una carestia. Dal 1969, l’Afghanistan ha iniziato a soffrire vari anni di orribile siccità e di fame. Nel 1973, mentre la gente moriva di fame nella provincia di Ghor, nell’Afghanistan centrale, il generale Muhammad Daoud ha guidato un colpo di stato contro suo cugino, il re Mohammed Zahir Shah, abolendo la monarchia e creando un governo repubblicano presieduto da lui. Il re aveva emarginato Daud, una volta potente, e poi non aveva fatto nulla per affrontare la carestia. Una volta andato al potere, Daoud ha perseguito quello che allora era un insieme standard di politiche economiche, usando la pianificazione statale e di investimento per costruire l’industria privata e i mercati interni.  Ha gestito i suoi nemici politici –gli Islamisti e i comunisti nemici tra di loro – con un misto di repressione e cooptazione. La repressione crescente, però, ha spinto gli islamisti come il  Ahmed Shah Massoud di etnia tagika e il Gulbuddin Hekmatyar di etnia Pasto ad andare in esilio in Pakistan per combattere.

La repressione ha provocato anche il sanguinoso colpo militare del 1978. E’ stata, osserva Steele, “una faccenda improvvisata frettolosamente” causata dall’uccisione di un amato e importante  funzionari di partito che si chiamava Mir Akbar Khyber. Una massiccia protesta  fatta dai sostenitori del PDPA  portò a una retata della polizia. Temendo di essere liquidati del tutto, i funzionari comunisti delle forze armate, hanno attaccato il palazzo presidenziale, hanno ucciso Daoud e si sono impadroniti del potere.

I funzionari sovietici, compresi quelli della base del KGB di Kabul, sembra siano stati colti di sorpresa ed erano “decisamente a disagio a causa di ciò che era accaduto,” scrive Braithwaite. Secondo loro, l’Afghanistan non era pronto per il socialismo, e anche il PDPA non era preparato a governare. Il PDPA era composto da due fazioni che si opponevano aspramente. Quella più numerosa, più impaziente e radicale, la Khalq, (vuol dire “nazione”), aveva messo in scena il colpo.  Aveva avuto l’appoggio della popolazione di lingua Pashtun che di recente si era spostata nelle città in cerca di lavoro e di istruzione. La fazione  più piccola e più moderata, la Parcham (significa vessillo) aveva la sua  base nelle classi cittadine più stabili e he parlavano la lingua Dari.

All’inizio il governo della Khalq è stato sanguinario. Quaranta dei generali di Daoud e gli alleati politici, compresi due ex primi ministri, furono giustiziati sommariamente. Tra gli altri uccisi, imprigionati o scomparsi, c’erano islamisti, Maoisti e perfino membri del PDPA dell’ala Parcham.  Dato che la violenza aumentava, i Sovietici erano sempre più preoccupati sempre di più. Il governo Khalq, ha tuttavia promulgato una serie di leggi progressiste che mettevano al bando il matrimonio tra ragazzi molto giovani, diminuivano l’ammontare della dote, cancellavano le ipoteche rurali, lanciavano campagne di alfabetizzazione per uomini e donne (sebbene ogni gruppo ricevesse l’istruzione separatamente) e  istituivano la riforma della terra. Sebbene  fatti con buone intenzioni,  molti di questi sforzi erano gestiti in maniera misera e rapidamente seguì una reazione.

Un vecchio funzionario comunista, Saleh Muhammad Zeary, che Steele ha rintracciato in un’umile caseggiato a torre  vicino all’aeroporto Heathrow di Londra, ha spiegato la resistenza in questo modo: ”I contadini erano felici all’inizio, ma quando hanno sentito che eravamo comunisti, hanno cambiato atteggiamento.  Tutti erano contro di noi. Dicevano che non credevamo nell’Islam e non si sbagliavano. Vedevano che non pregavamo. Abbiamo liberato le donne dal pagamento della dote, e dicevano che credevamo nel libero amore.” Zeary è rimasto a Kabul fino a quando i mujahedeen sono andati al potere nel 1992. Quando questi soldati di Dio gli hanno ucciso la moglie e due dei suoi figli, è scappato. Un altro ex funzionario del PDPA che viveva a Londra ha detto a Steele: “Al potere [i capi dei partiti] volevano estirpare l’alfabetizzazione in cinque anni. Era ridicolo. Le riforme agrarie erano impopolari. Promulgavano questi cosiddetti decreti rivoluzionari che volevano realizzare con la forza. La società non era pronta. La gente non era stata consultata.” Steel osserva che questi vecchi reduci del PDPA, malgrado per anni avessero avuto accesso a grosse somme di denaro pubblico, non sembrava ne avessero rubato molto, e forse addirittura niente.

Le riforme del PDPA elaborate frettolosamente, erano danneggiate da una vecchia divisione tra campagna e città della società afgana. I giovani idealisti cittadini colti non comprendevano il mondo rurale che cercavano di rifare, e il mondo dei villaggi con le mura di fango, non capiva la burocrazia  cittadina. Non sorprende di certo che le dimensioni sociali e culturali delle riforme minacciassero i privilegi dei mullah tradizionali, dei maliki (i capi dei villaggi) e dei grossi proprietari terrieri. Quello che può essere poco chiaro è che gli aspetti progressisti del programma  dal punto di vista economico fossero largamente rifiutati dalla classe contadina profondamente religiosa. L’Afghanistan, sebbene povero e squilibrato socialmente, non era caratterizzato dall’estrema disuguaglianza delle terre tipica del Messico pre-rivoluzionario o della Cina. Come spiega Steele, i contadini erano in molto modi “legati al loro padrone da vincoli di religione, di clan e di famiglia e non erano pronti a  trasgredire la sua autorità.” La società contadina, sempre un po’ autonoma da Kabul, e che si è sentita minacciata dalle riforme, si è data sempre di più alla resistenza armata, legandosi con i  partiti islamici che  se ne erano  andati in Pakistan  durante la repressione di Daoud.

Certi errori tecnici hanno esacerbato la situazione per il PDPA.  Nella loro fretta i comunisti cittadini di Kabul hanno ridistribuito la terra, ma non i diritti per l’acqua, un  errore grossolano  che rivelava la loro ignoranza dell’agricoltura locale. Hanno abolito il sistema oppressivo del prestito di denaro che avveniva al bazaar, ma non hanno instaurato un programma alternativo di credito  per aiutare gli agricoltori poveri di contante a coltivare la terra.  (Il libro: The Tragedy of Afghanistan- La tragedia dell’Afghanistan, è un’altra fonte preziosa riguardo alle riforme e ai passi falsi della rivoluzione). Da parte loro, i Sovietici hanno ripetutamente avvertito Kabul di abbandonare o rimandare le riforme più radicali.

I comunisti non sono stati i primi modernizzatori afgani che hanno affrontato  una reazione violenta dei contadini. Il cosiddetto Principe Rosso, Amanullah Khan, che     ha espulso i Britannici nel 1919, fu detronizzato dieci anni dopo da una ribellione tribale che si opponeva ai suoi sforzi di  modernizzazione ispirati dalla Turchia.  Aveva imposto un  minimo di riforma agraria, aveva dato il voto alle donne, e aveva iniziato a dare un’istruzione alle ragazze. Le elite contadine accettavano di avere delle belle strade, ma non di pagare le tasse per queste; le masse rurali accettavano i miglioramenti in campo agricolo e l’istruzione, ma non un assalto al sistema patriarcale.  Cinquanta anni dopo, il PDPA si è trovato di fronte allo stesso tipo di ribellione religiosa, e per reprimerla, i funzionari comunisti hanno iniziato a fare mostra di devozione pubblica, pregando e visitando le moschee. Era però troppo poco, e troppo tardi. La crisi   è degenerata  nel marzo 1979 con una rivolta militare ad oltranza guidata da ufficiali islamisti ad Herat, una città importante al confine iraniano. Senza dubbio la volontà di ribellarsi tra i funzionari religiosi era alimentata dagli eventi del paese vicino: lo Shah era fuggito dall’Iran, e Khomeini era tornato a Tehran soltanto un mese prima.

La ricerca di Braithwaite indica che l’insurrezione e la sua soppressione da parte dei militari afgani, aiutata dai piloti sovietici, non sono state così cruente come si è spesso vociferato: sebbene la stampa occidentale e alcuni storici occidentali continuino a sostenere che furono massacrati fino a 100 cittadini sovietici, il numero totale delle vittime a Herat sembra sia stato soltanto di non più di tre.” La città non è stata bombardata a tappeto con migliaia di vittime.

Dopo Herat, altre guarnigioni si sono ammutinate, e i Sovietici, oltre a mandare altri consiglieri in Afghanistan, hanno iniziato a fare piani di  emergenza   per l’impegno su larga scala delle forze di terra. In quella estate gli Stati Uniti hanno iniziato a   convogliare denaro e armi ai ribelli mujahedeen organizzando dal Pakistan assalti alle forze governative e alle infrastrutture pubbliche. Nel frattempo, il conflitto all’interno del PDPA è peggiorato, e c’erano differenze ideologiche e personali che innescavano scontri tra Khalq e Parcham e perfino scoppi di violenza all’interno della fazione Khalq. Nel settembre 1979 il presidente Noor Muhammad Taraki fu legato a un letto e soffocato con un cuscino: l’ordine dell’uccisione era venuto dal suo rivale e compagno della fazione Khalq, il Primo ministro Hafizullah Amin. La dirigenza sovietica vedeva Taraki come  il più flessibile dei due e il suo assassinio li ha indignati. Anche al Cremlino la paranoia era ad alti livelli. Negli anni ’60 Amin aveva fatto un dottorato di ricerca alla Columbia University, dove era a capo dell’unione studentesca afgana e correva voce che fosse  alleato con la CIA. Steele osserva che  si diceva che Amin  avesse ammesso di aver preso denaro da quella agenzia prima della rivoluzione. Brathwaite riferisce che perfino l’ambasciatore degli Stati Uniti Adolph Dubs, dopo svariati incontri con Amin, aveva chiesto alla CIA se Amin fosse un loro contatto. Molto probabilmente, Amin stava percorrendo la strada familiare a tutti i dirigenti afgani: gestire uno stato cuscinetto e destreggiarsi tra grandi potenze.

Durante l’anno critico, il 1979, il governo comunista afgano ha fatto 13 richieste di  intervento militare sovietico. Mosca, a sua volta, ha fornito tutti i motivi per non schierare truppe di terra. “Abbiamo studiato attentamente tutti gli aspetti di questa azione e siamo arrivati alla conclusione che se le nostre truppe venissero introdotte, la situazione nel vostro paese, non solo non migliorerebbe, ma peggiorerebbe,” ha spiegato un ufficiale sovietico. L’omicidio di Taraki, tuttavia, sembra aver cambiato le opinioni dei Sovietici.

La 40a armata (ovvero il corpo di spedizione sovietico in Afghanistan, n.d.T.))  fu inviata al sud, e quando finalmente arrivò in forze alla fine del dicembre 1979, la sua missione non era quella di assistere Amin, ma di assassinarlo. Le Forze speciali sovietiche attaccarono il palazzo presidenziale, e in una lunga battaglia sanguinosa      infine   misero con le spalle al muro e uccisero il presidente. Il capo in sostituzione di Amin, scelto dai Sovietici, era Babrak Karmal, dell’ala moderata della fazione Parcham del PDPA. Karmal, però, era lunatico, stravagante e paranoico, e l’abbondante consumo di  alcolici serviva soltanto ad aggravare la sua incompetenza. (Se Karmal sembra simile ad Hamid Karzai, che si mormora faccia uso di narcotici, ebbene, è soltanto uno dei molti paralleli che il lettore troverà nel libro di Braithwaite). All’inizio sia Mosca che Washington  pensavano che l’intervento sarebbe durato soltanto sei mesi, e la popolazione afgana, o almeno il settore urbanizzato, hanno dato il benvenuto alla Russia e alla fine della follia di Amin.

Insieme ai soldati, i Sovietici hanno inviato un’ondata di consiglieri e civili idealistici e di tecnici. Kamal, però, si è dimostrato incapace di ottenere la fedeltà dei Musulmani delle campagne, quindi la capacità dello stato afgano rimase limitata.  Per peggiorare le cose, dal luglio 1979 gli Stati Uniti stavano armando le sette fazioni dei mujahedeen. La  notevole assistenza militare segreta fornita dagli Stati Uniti, era stata iniziata dalla CIA, generosamente finanziata dal governo saudita e gelosamente gestita dai Servizi Segreti Pachistani sempre più potenti (ISI – Inter-Services Intelligence). http://it.wikipedia.org/wiki/Inter-Services_Intelligence

In breve tempo, i Russi si  impantanarono in una guerra che sarebbe durata 9 anni.

Molti soldati sovietici credevano profondamente nel loro “dovere internazionale”, proprio come i soldati americani oggi spesso considerano la loro guerra in Afghanistan come un aiuto a un paese arretrato e a una lotta contro un’autentica minaccia terroristica. E come i loro omologhi americani di oggi, la base dei soldati sovietici in Afghanistan veniva per lo più dalla classe dei lavoratori e dalle campagne o dalle piccole città. Uomini (e alcune donne) delle classi di professionisti e di famiglie legate ai partiti nelle grandi città della Russia occidentale erano sparsi nell’aviazione, nel KGB e nelle unità mediche, ma si trovavano raramente tra le reclute che aspettavano di essere uccisi mentre fornivano le scorte ai convogli o  si scavavano trincee lungo brulle creste montuose. Il grosso dei combattimenti veniva portato avanti da ragazzi di campagna e da giovani che venivano da piccole città industriali.

Il vero obiettivo della 40a armata era di conquistare i cuori e le menti. Ma non sarebbe accaduto. Quando le forze di terra sovietiche e quelle governative dell’Afghanistan  furono bloccate, fu richiesto l’appoggio aereo e dell’artiglieria e se i mujahedeen sparavano dall’interno dei villaggi, quei villaggi venivano bombardati e distrutti. Braithwaite mette da parte tutte le panzane della guerra fredda sui Russi che collocavano sul terreno giocattoli dotati di congegni esplosivi o che usavano armi chimiche. Contrariamente a quanto si diceva in tutti i servizi giornalistici degli anni ’80, la brutalità dei Sovietici verso i civili non era uno scopo della politica, ma il suo effetto collaterale e prevedibile e ingiustificabile. Tuttavia, l’irrazionalità e le contraddizioni della contro insurrezione erano ancora più radicate. I Sovietici hanno processato centinaia dei loro soldati per crimini che andavano dallo stupro e assassinio all’uso di droga, a piccoli furti  e a soprusi  (un problema che continua nell’esercito russo, dai tempi degli zar a oggi). Essi, tuttavia, non potevano o non volevano fermare le violenza commesse dalla KHAD : circa 8.000 Afgani furono giustiziati dal governo del PDPA e molte altre migliaia furono imprigionati e maltrattati.

Secondo Braithwaite, in generale gli Afgani  considerano i Russi militari  migliori di quelli americani, anche soltanto per la ragione che erano meno prudenti, meno  e in molti modi più vicini culturalmente ai modi contadini degli afgani tipici dell’Asia Centrale. Di quegli Afgantsy che sono riusciti a ritornare a casa, alcuni si     sono assestati abbastanza, ma altri, tormentati dai ricordi, hanno combattuto con  la dipendenza dalla droga e dall’alcool, e quelli fisicamente  menomati, si sono impantanati in battaglie   senza fine con la vasta burocrazia medica.  I reduci hanno anche trovato molti cittadini sul fronte interno sempre più stufi  delle notizie di una guerra apparentemente inutile.

Quando Gorbaciov  è andato al potere nel 1985, la dirigenza sovietica  era sempre più impegnata nel ritiro dall’Afghanistan. Una tranquilla ma vasta e continua  campagna

di lettere inviate dalle famiglie dei soldati, dei reduci, e perfino da ufficiali in servizio attivo aveva aiutato Mosca ad arrivare alla conclusione inevitabile.  La Perestroika e la Glastnost erano già nell’aria e in Afghanistan  Najibullah che era stato nominato  di recente, stava andando sempre di più dal marxismo-leninismo a un qualche cosa più simile al nazionalismo pragmatico. Nel 1988 Najibullah cabiò il nome del PDPA in Watan, cioè Patria e alla fine del suo  mandato,  considerò perfino di offrire la carica di ministro della difesa al comandante mujadeheen Ahmed Shah Massoud.

Queste mosse, cominciando con la partenza di Karmal e l’ascesa di Najibullah, facevano tutte parte di una politica ufficiale che si chiamava di Riconciliazione Nazionale. Un ottimo resoconto degli aspetti diplomatici di questi ultimi tentativi di stabilizzazione, è offerto da Artemy Kalinovsky nel libro A Long Goodbye [Un lungo arrivederci]. Kalinovsky osserva che “dal  1985 al 1987, la politica di Mosca in Afghanistan era caratterizzata dallo sforzo di mettere fine alla guerra senza sostenere una sconfitta….Gorbaciov era preoccupato quanto i suoi predecessori dei danni che un ritiro sovietico frettoloso poteva procurare al prestigio sovietico, particolarmente tra i suoi partner del Terzo Mondo. Tuttavia Gorbaciov era anche impegnato a porre fine alla guerra e in massima parte aveva l’appoggio del suo Politburo per questa azione. Questo voleva dire cercare nuovi approcci per lo sviluppo di un regime attuabile a Kabul che potesse sopravvivere alla presenza delle truppe sovietiche.”

Per operare, la Riconciliazione Nazionale aveva bisogno  della collaborazione degli Stati Uniti, il principale protettore dei mujahedeen. Kalinovsky dedica un intero capitolo ai negoziati Stati Uniti-Unione Sovietica per l’Afghanistan. Sfortunatamente per gli Afgani e i Sovietici, l’amministrazione Reagan era divisa tra “sanguinari” e “negoziatori”. Il Segretario di Stato George  Shultz, a un certo punto era un “negoziatore” fondamentale  e sosteneva di incontrarsi con i Sovietici a metà strada: se l’Armata Rossa si ritirava dall’Afghanistan, gli Stati uniti avrebbero dovuto, i negoziatori credevano, tagliare gli aiuti ai mujahedeen. D’altra parte, i sanguinari, che avevano una forte rappresentanza nella CIA e nella “lobby afgana” del Congresso, volevano ancora sangue e insistevano che l’aiuto ai mujahedeen sarebbe terminato soltanto quando fosse terminato l’aiuto al governo di Najibullah. Alla fine hanno vinto i “sanguinari”. Vista da Mosca e da Kabul la posizione dell’Amministrazione Reagan era “di totale non collaborazione”.

Nel febbraio 1989 l’ultimo carro armato sovietico attraversò il Ponte dell’Amicizia sul fiume Amyu Darya. Mosca però continuava a mandare aiuti a Najibullah, e il governo afgano resisteva  alle aspettative di tutti. Nel marzo 1989 le truppe afgane, che ora erano rimaste sole a combattere, respinsero un massiccio assedio di mujaehedeen a Jalalabad, nella parte orientale della provincia di Nangarhar, non lontano dal confine pachistano. Se gli insorti avessero preso la città, Kabul sarebbe stata il loro prossimo obiettivo. Da allora in poi i sette partiti dei mujahedeen rimasero scissi e strategicamente scombinati, malgrado le magnifiche tattiche sul campo di battaglia.

Braithwaite riferisce che Eduard Shevardnazde, dato che non voleva essere il primo ministro degli esteri sovietico a presiedere una sconfitta – era il più grande paladino di Najibullah e insisteva che con un flussi continuo di combustibile e armi, avrebbero continuato a combattere fino a tempo indeterminato. In effetti Najibullah rimase al potere per altri tre anni. Quando però Yeltsin  mise da parte Gorbaciov, e l’Unione Sovietica si disfece,  la linea vitale con l’Afghanistan venne interrotta.

La sconfitta sovietica in Afghanistan non portò al crollo dell’Unione Sovietica. Come spesso si è ipotizzato. Avvenne il contrario. Come ha di recente spiegato The Economist, Il sistema sovietico è crollato quando gli altissimi funzionari hanno deciso di “monetizzare” i loro privilegi e di trasformarli in proprietà.” Quando questo è accaduto, e Yeltsin è andato al potere, il regime di Najibullah è crollato. Braithwaite riferisce che Yelstsin, mentre era ancora semplicemente il capo della Russia, e prima della caduta di Gorbaciov e dell’Unione Sovietica, aveva aperto canali segreti ai mujahedeen. Non appena i rifornimenti Russi furono tagliati, uno dei principali generali di Najibullah, Rashid Dostun,  passò dalla parte dei ribelli. Nell’aprile 1992 Najibullah fu infine spodestato. Varie bande di guerrieri santi e di fanatici etno-nazionalisti scesero su Kabul. Dopo un brevissimo esperimento di governo congiunto, le fazioni si misero a combattere tra di loro, mentre gli ultimi membri del PDPA abbandonarono il paese o entrarono nella clandestinità.

Najibullah tentò di fuggire, ma gli uomini di Dostun lo bloccarono per impedirgli di raggiungere l’aeroporto. Nei quattro anni successivi Kabul piombò nella barbarie: le fazioni mujahedeen   portavano buio materiale e metaforico: le luci nelle strade e le linee elettriche per i filobus venivano saccheggiate, i servizi pubblici cessarono, , le lotte tra fazioni  rasero al suolo metà della città; circa 100.000 persone, la maggior parte dei quali erano civili, furono uccisi. Per tutto il tempo Najibullah rimaneva rintanato in un  complesso di edifici delle Nazioni Unite. Quando i talebani infine presero la città nel 1996, hanno catturato  l’ex presidente, lo hanno  picchiato,  torturato, evirato e poi gli  hanno sparato. Il suo cadavere è stato trascinato nelle strade e appeso a un lampione.

In questi giorni, le forze della NATO occupano l’Afghanistan, e ancora delle immagini di Najibullah sono appese a Kabul. Perché? Allora, come adesso, la guerra in Afghanistan non era semplicemente una guerra tra invasori e Afgani. Era anche un conflitto tra Afgani: tra le popolazioni delle città che appoggiavano la modernizzazione, anche quella imposta con la forza, e coloro che vivevano nelle campagne che si opponevano in modo violento a qualsiasi cambiamento sociale. E ognuna di queste parti era alleata con potenti sostenitori esterni. Durante la Guerra fredda i Sovietici appoggiavano Kabul, mentre gli Stati Uniti e il Pakistan appoggiavano i ribelli. Oggi, per una molteplicità di ragioni, gli Stati Uniti appoggiano coloro che a Kabul aspirano a costruire uno stato (molti dei quali sono proprio le stesse persone dell’epoca di Najibullah, mentre il Pakistan,  teoricamente alleato dell’America, di cui è vassallo ben finanziato, sostiene ancora i ribelli religiosi e tradizionalisti.

C’è una classe di Afgani di città per i quali il problema politico fondamentale è sempre stato: quell’ideologia porta con sé l’elettricità? Queste sono persone che  hanno cercato di estendere la giurisdizione di Kabul alla campagna  e che, fino  dagli anni ’20,  hanno incontrato un’opposizione violenta.  Una volta il loro veicolo era la monarchia costituzionale. Poi è stata la repubblica presidenziale, poi il socialismo di stile sovietico, e poi il nazionalismo disperato  di Najibullah. Adesso è l’esperimento profondamente difettoso di democrazia liberale imposto dalla NATO. Non sorprende che gli ex comunisti siano ancora i modernizzatori  che si trovano in tutti i gruppi più capaci di quello che è teoricamente noto  come governo afgano.

Uno di questi tecnocrati è Muhammad Hanif Atmar. Dal 2002 al 2010 il molto rispettabile Atmar  ha avuto una serie di dicasteri  ministeriali nel governo Karzai, da quello dello sviluppo agricolo a quello dell’istruzione e infine a quello degli interni. Nella sua giovinezza Atmar era un membro delle Forze Speciali del KHAD (come il KGB, anche la polizia segreta afgana aveva un’ala militare). Ha perduto una gamba difendendo Jalalabad dall’assedio dei mujahedeen. Quando è caduto il governo di Najibullah, è andato a studiare in Gran Bretagna. Dopo l’invasione sovietica, è tornato a Kabul e presto si è guadagnato una reputazione di amministratore competente e onesto, “uno che con il quale avrebbe potuto lavorare l’Occidente.” Il Consiglio Nazionale di sicurezza di Sicurezza,* cioè l’agenzia succeduta alla KHAD, è oggi così zeppa dei quadri dell’ex fazione Parcham, che molti lo  chiamano semplicemente KHAD. Un altro di questi tecnocrati dell’ex PDPA è Zahir Tanin. Attualmente è rappresentante permanente dell’Afghanistan alle Nazioni Unite; nel 1980 era nel comitato centrale del PDPA.

Questo, in breve è il motivo per cui a Kabul ci sono ancora appese le fotografie di Najib – perché malgrado tutti gli errori di quell’uomo, la sua visione del mondo     portava con sé l’elettricità. Ma, purtroppo l’elettricità non può essere portata distribuita dalla guerra.

 

*http://it.wikipedia.org/wiki/National_Directorate_of_Security

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/ideology-and-electricity-the-soviet-experience-in-afghanistan-by-christian-parenti

Originale :  The Nation

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons – CC  BY-NC-SA 3.0

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