Occupy – E adesso?

Redazione 1 aprile 2012 0
Print Friendly

di Michael Albert  – 30 marzo 2012

Il mondo è quello che è. Se arriveremo a una visione condivisa di un futuro migliore, anch’essa sarà quella che sarà.  Ma la strategia e le tattiche sono una cosa diversa.  Per abbandonarci alla poesia, solo per questa volta, esse non sono quel che sono. In un posto una strategia o una tattica ha senso. In un altro posto ha senso una strategia o una tattica diversa.  Una volta si fa questo. Un’altra volta il contrario.

Chiunque dichiari cosa deve essere un movimento dovunque e in qualsiasi occasione, è confuso.  Non c’è alcun percorso unico corretto per Occupy. Oakland non è New York. Madrid non è Atene. Quel che ha senso, localmente, cambia di luogo in luogo e di tempo  in tempo.

C’è qualcosa sulla strategia e sulla tattica, tuttavia, che rimane, concretamente, parecchio costante. E’ il criterio che dovremmo avere in mente quando scegliamo le vie da percorrere.

Sì, naturalmente, persino questi criteri dipendono da cose come le risorse a disposizione di un movimento, la dimensione di un movimento, il carattere degli oppositori del movimento e lo stato mentale della popolazione che circonda un movimento. E tuttavia quanto alla domanda “e ora cosa succede a Occupy?” anche se non c’è un percorso giusto, forse possiamo almeno precisare i temi di cui Occupy dovrebbe essere responsabile nello scegliere tra tutti i percorsi possibili. Quanto a me ecco alcune di tali preoccupazioni.

Occupy non ha il 99% della popolazione che lo sostiene ovvero, cosa molto più importante, il 99% che partecipa alle sue iniziative. Occupy, invece, ha qualche sostegno significativo, anche se non molto profondo, e tuttavia ha una partecipazione molto bassa alle sue iniziative. Per conquistare una qualsiasi cosa, e specialmente per conquistare un nuovo mondo, ci vuole molto più sostegno e molto più coinvolgimento.

Un percorso saggio verso il progresso, un insieme saggio di cose da fare, sarà perciò un percorso che è attraversabile, data la realtà attuale dei numeri e delle risorse di Occupy, e che accresce i livelli di sostegno a Occupy nella società e, ancor di più, accresce il numero dei partecipanti alle attività di Occupy, compreso il numero di quelli che concepiscono e autogestiscono attivamente Occupy.

Non ha senso favorire alcuni atti o iniziative perché se ne trae piacere, o perché sembrano essere cose audaci o radicali o, all’opposto, sembrano cose sobrie e calme o perché si esagera il fatto che, se fossero fatte bene, sarebbe meraviglioso. Prima di tutto, ciò che si intraprende deve rientrare nella gamma delle cose che Occupy può fare bene. In secondo luogo, quel che si intraprende, se attuato bene deve, insieme con qualsiasi altro obiettivo prossimo possa coinvolgere, ampliare il sostegno a Occupy e il coinvolgimento in Occupy e rafforzare anche l’impegno di Occupy e i suoi strumenti di impegno futuro.

Ciò che potrebbe aver titolo a implicazioni simili in paesi e città diverse, o in tempi diversi, sarà diverso, forse anche molto diverso. Ma non essere all’altezza di queste preoccupazione, non importa dove o quando, significa seguire percorsi che non condurranno a una influenza e a un successo crescenti.

Possiamo prendere in considerazione alcune possibilità specifiche? Se siamo prudenti e se ci rendiamo conto che lo stiamo facendo solo ipoteticamente e che diverse parti di Occupy dovranno  singolarmente, alla luce delle proprie situazioni, decidere cosa ha senso e cosa non ha senso per loro, allora sì, possiamo offrire alcune osservazioni provvisorie.

Rivendicazioni

Una richiesta persegue un certo fine. Viene tipicamente posta ai poteri che possono mettere in atto quel fine, spesso un governo o un datore di lavoro. Una richiesta simile concentra l’energia su certi risultati e dice ai poteri in carica su cosa devono concordare se desiderano ridurre i costi che il movimento sta loro imponendo.  Esempi sono le richieste di stipendi più alti o di orari più corti, richieste di diritti culturali o di asili nido, o di riforme scolastiche, richieste di por fine a una guerra, e così via.

Si supponga che Occupy voglia avere delle richieste. Per quali potrebbe optare ragionevolmente?

Considerato quanto abbiamo detto sopra, la risposta sarà che potrebbe optare per richieste che, nel combattere per esse e nell’ottenerle alla fine – e tale possibilità dovrebbe essere reale -  si allargherà il sostegno a Occupy, si aumenterà il numero dei partecipanti a Occupy, si accrescerà l’impegno dei partecipanti a Occupy, si eleveranno la loro consapevolezza e i loro desideri e, se possibile, si amplieranno anche i loro mezzi per la lotta futura.

Quali sono alcuni richieste che potrebbero avere i titoli necessari, a condizione di elaborarle a fondo in specifici contesti?

Come primo esempio, Occupy si occupa del modo in cui la gente vive e lo affronta. Occupy in qualche luogo, o in alcuni luoghi, o persino in tutto il mondo potrebbe rivendicare la cessazione dei pignoramenti e la restituzione delle case a quelli che le hanno perse.  Occupy potrebbe lottare per questo in modi che abbiano gli effetti desiderati sui suoi membri, su altri che assistono alle lotte e sui risultati? Certo.  Le banche e le società mutuanti potrebbero essere gli obiettivi di dimostrazioni, picchetti e forse, quando vi sia sostegno sufficiente, di occupazioni.  Le famiglie che si trovano in case da pignorare potrebbero essere protette collettivamente contro gli sfratti. Si potrebbe immaginare di picchettare le case dei proprietari delle banche detentrici dei mutui sulla cui base si intende procedere ai pignoramenti.  Si potrebbero immaginare edifici vuoti occupati al fine di abitarvi.  E si potrebbero addirittura immaginare richieste alle catene di hotel e motel di riservare alcune stanze ai senzatetto. Ed eccone una grossa: si potrebbe immaginare di rivendicare la riallocazione di alcune basi militari alla costruzione di abitazioni per le persone a basso reddito, in primo luogo i militari delle basi che sarebbero congedati dall’esercito se firmassero per lavorare al nuovo progetto, e poi per la popolazione dell’area.  Fare alcune di queste cose, o tutte, senza dubbio tra molte altre possibilità, potrebbe, se ci fosse sufficiente sostegno, avere gli effetti desiderati. Fare queste cose in molti luoghi, come campagna complessiva, potrebbe rendere ciascuno degli esempi molto più forte, molto più ispirato, e molto più suscettibile di conseguire risultati.

O si prenda un secondo esempio. Occupy si relaziona alla crisi economica che, a sua volta, ha almeno due dimensioni ovvie: bilancio e occupazione. E dunque cosa potrebbe rivendicare Occupy per i bilanci – locali e nazionali – e per l’occupazione che fosse di beneficio, una volta ottenuto, alle persone che soffrono e che, nella lotta, accrescesse la consapevolezza e supportasse ed aumentasse la forza dell movimento, come detto in precedenza?

Perché non chiedere, quanto ai bilanci, una riallocazione delle risorse dalla guerra e da programmi prevalentemente di interesse dei ricchi, a programmi sociali che correggano le ingiustizie? E che dire di ampliare i bilanci, chiedendo serie riforme fiscali che avvantaggino i poveri riducendo i loro esborsi e che riducano in misura importante i vantaggi dei ricchi diminuendone in modo molto aggressivo la ricchezza? Sì, si tratta di redistribuzione, ovviamente.

E quanto all’occupazione che dire del rivendicare che chiunque voglia lavorare abbia un posto di lavoro, piena occupazione? Come possiamo avere piena occupazione in un’economia che non consuma quello che ora produce, anche con una dura disoccupazione? Che dire di della redistribuzione di cui sopra con l’aggiunta di un cambiamento nelle pratiche occupazionali?  Non solo che ci sia lavoro per tutti, ma che i salari minimi siano aumentati e sia posto un tetto al reddito massimo e siano anche tagliati gli straordinari. In effetti, che dire della richiesta di una settimana lavorativa più breve, e dunque di maggiori posti di lavoro disponibili, ma senza riduzione della paga totale (pur lavorando meno ore) per quelli che guadagnano meno della media sociale? Molto redistributivo.

Questo insieme di rivendicazioni avrebbe, molto ovviamente, vasta attrattiva. Ci si potrebbe battere per esso parlando non soltanto dei benefici immediati, ma di come si tratti di un percorso verso una vera equità e giustizia.  Non è il fine, ma è invece un grande passo lungo il cammino.  Davvero, conquistare un minore orario lavorativo produrrebbe anche una base per il cambiamento che disporrebbe di maggior tempo da dedicare al movimento.  Sarebbe possibile ogni genere d’iniziativa, dalle dimostrazioni alle lezioni aperte, per istruire, alle marce e alle occupazioni per aumentare i costi sociali a vantaggio delle richieste. E, come nel caso del programma abitativo, possiamo immaginare cosa succederebbe se i movimenti Occupy di tutto il mondo facessero proprie le richieste di una settimana lavorativa più breve, della redistribuzione del reddito e della piena occupazione, a livello mondiale e operando tutti insieme in una certa misura, con mutuo sostegno.

Guerra: si chieda la pace. Manifestazioni, picchetti o anche occupazioni – queste ultime solo nel caso di un enorme sostegno – degli uffici di reclutamento e addirittura di basi militari e di uffici governativi.

Media: si chiedano nuove sezioni sotto gli auspici delle comunità e dei movimenti soppressi e la fine della manipolazione volontaria, sostegno pubblico e niente pubblicità, e così via. E poi pressioni sulla stampa. Manifestazioni, picchetti o persino occupazioni – queste ultime solo nel caso di un enorme sostegno – di istituzioni mediatiche.

Il gioco non riesce semplicemente rivendicando qualcosa che val la pena di richiedere perché è desiderabile ottenerlo. Si pensi alla salute, all’istruzione, agli asili nido, al cibo, al reddito, ai rapporti razziali, ai rapporti di genere, all’ecologia; c’è un numero infinito di conquiste desiderabili. Il trucco sta nel pensare a rivendicazioni che non solo meritino la vittoria ma che anche galvanizzino il sostegno e lo accrescano costantemente, per le quali ci si possa battere in modi che educhino al di là della contingenza e che ispirino e organizzino oltre il momento presente.

Dimostrazioni, marce e occupazioni

Che dire di azioni più generali, come manifestazioni, marce o occupazioni dei centri delle città, a volte anche senza richieste specifiche? Quale logica condivisa si può adottare, anche se essa rifiuta di avere le rivendicazioni come limite?

Per le manifestazioni e marce, anche senza rivendicazioni, può esserci spirito, desiderio e istruzione,  espressi mediante i cartelli, i dialoghi e delle riunioni faccia a faccia e può esserci la forza e la solidarietà delle riunioni.

Nel caso delle occupazioni, tuttavia, è possibile qualcosa di più. Perché non essere espliciti a proposito di ciò che a me, e spero ad altri, sembra già implicito? Perché non dire, con forza e ripetutamente, che Wall Street è occupata, o lo è qualsiasi altra cittadina o piazza, o luogo di lavoro, o istituzione mediatica o altro obiettivo come presagio di qualcosa che verrà, ovvero dall’autogestione da parte della popolazione e non del dominio da parte dei signori supremi?  E poi perché non considerare le assemblee di Occupy come scuole di autogestione nonché come fonti di processi decisionali per eventi e progetti? Ci sono dei problemi qui.  Com’è fatta, esattamente, l’autogestione? Si tratta di migliaia e migliaia di persone impegnate in lunghissime riunioni che mancano di un preventivo oggetto e in cui viene sempre prevista la decisione per consenso? O ha contorni diversi se deve attribuire a tutti i coinvolti una voce in capitolo proporzionale all’effetto della decisione su di essi? Questi chiarimenti  debbono essere elaborati e far ciò significa pensare a fondo, con attenzione e pazientemente, a proposito di quel che vogliamo per un futuro migliore. E anche questo è un bene.

E che dire della “militanza”?  Che dire del contrattaccare la polizia, rompere vetrine, e così via? La logica non è diversa. Queste azioni rafforzano il sostegno a Occupy di quelli che stanno dietro Occupy? Queste azioni accrescono il numero dei partecipanti e la loro solidarietà e il loro aiuto reciproci? Queste azioni producono un movimento più forte e un’opposizione più debole? Se, in qualche contesto, la risposta a tutto quanto precede è “sì” allora queste azioni possono ben avere ottimo senso. In quel contesto. Ma se in qualche contesto, come nel caso, ora, di quasi ogni contesto si possa immaginare per l’impegno di Occupy, tali azioni hanno esattamente l’effetto opposto, allora non hanno senso.  Infine, possono esserci disaccordi. Ma l’idea che piccole minoranze debbano essere rispettate e che, ciò facendo,  gruppi più vasti siano costretti a non fare ciò che altrimenti vorrebbero fare (non sempre, ma a volte) è molto diverso dall’idea che a piccole minoranze dovrebbe essere consentito di imporre la propria volontà a chiunque altro, mutando in modo importante la situazione di tutti, contro la volontà di quasi tutti. Questo non è qualcosa che va permesso, men che meno esaltato.

Considerare l’organizzazione e la cultura interne

Tutto quanto precede è semplice. Ci sono obiettivi generali semplici. Crescere. Allargarsi. Arricchirsi. Si valutano le opzioni individuali, in larga misura, in base ad essi e in base a obiettivi paralleli, in contesti specifici. Una cosa che spesso non si prende in considerazione, tuttavia, è che l’organizzazione e la cultura interne di un movimento come Occupy fanno parte della sua strategia e comportano tattiche. Vale lo stesso ragionamento.

Un movimento dovrebbe disporre di mezzi per addestrare alla partecipazione le nuove reclute? Un movimento dovrebbe condividere certi beni con i propri membri? Un movimento dovrebbe essere organizzato per la partecipazione di persone di ogni genere, quelle con famiglia e quelle senza, quelle che lavorano e quelle senza lavoro, i giovani e mobili e i più anziani e non così mobili?  Un movimento dovrebbe avere meccanismo per elevare le minoranze e le donne e garantir loro spazio e influenza? Un movimento dovrebbe provvedere ai bisogni dei propri membri, come parte di ciò che fa, non debilitandoli con la noia o tormentandoli con retorica condiscendente  ma ispirandoli, istruendoli e arricchendo le loro vite? E’ bene che un movimento disponga di librerie e persino di scuole?  E’ bene che un movimento disponga di aree per giocare, organizzare attività sportive e forse balli?  Un movimento deve avere modi per affrontare i contrasti e risolverli?

Si potrebbe continuare. Il punto è che tutte queste questioni, e altre ancora, sono ovviamente strategiche e tattiche una volta che il problema è sollevato. Possono tutte avere un impatto sulla probabilità che gli esterni al movimento lo appoggino e persino lo ammirino e possono avere un impatto sullo spirito e l’efficienza dei membri del movimento, sulla probabilità che restino, eccetera.

Dunque qual è la direzione giusta per Occupy?

La risposta a quale sia la direzione giusta per Occupy – ovvero la direzione giusta per qualsiasi movimento – è sempre la stessa. Seguire un percorso – e non c’è nessun percorso giusto – ma un percorso (e idealmente lasciare contemporaneamente aperte ed esplorare altre opzioni) che nelle sue azioni e dichiarazioni all’esterno e nelle sue strutture e relazioni all’interno si consenta di diventare costantemente più ampio, più forte e più attraente, nonché in grado di realizzare conquiste.

E’ quando i movimenti tralasciano queste norme, per quanto semplici siano, e invece chiedono soltanto “E’ questa la scelta che qualche trattato o qualche leader dice di fare e io la farò, oppure no” ovvero “Questa scelta corrisponde alle mie preferenze personali per gratificarmi, e allora lo farò o non lo farò” oppure “Appariremo sufficientemente radicali se facciamo questo” oppure “Ci piacerà quel che Tizio dirà di noi se facciamo questo, e allora lo faremo o non lo faremo” che i movimenti escono dai binari e passano dalla sensatezza attivista al nonsenso settario.  Questo è ciò che dovremmo evitare.

 

ZNet – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/whats-next-for-occupy-by-michael-albert

traduzione di Giuseppe Volpe

© 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Lascia un commento »

*

Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: