Il mito eroico e la scomoda verità del giornalismo di guerra

Redazione 6 marzo 2012 0
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Il mito eroico e la scomoda verità del giornalismo di guerra

 

Di Robert Fisk

3 marzo 2012

 

Ci è voluto un sacco di coraggio per entrare a Homs; Sky News, poi la BBC, poi pochi uomini e donne coraggiosi che ci sono andati per raccontare al mondo l’angoscia della città e che, in almeno due casi, ne hanno subito loro stessi le  conseguenze. Questa settimana, tuttavia, sono riuscito a riflettere soltanto su come riusciamo a conoscere il nome dell’indomito fotografo britannico Paul Conroy, che è stato ferito  e invece quanto poco sappiamo dei volontari siriani che sembra siano stati uccisi dai cecchini e da un bombardamento  mentre lo soccorrevano. Non è affatto colpa di Conroy, naturalmente. Mi chiedo però: conosciamo i nomi di questi martiri o abbiamo intenzione di  scoprire i loro nomi?

C’è qualche cosa di lievemente colonialista riguardo a tutto questo. Ci siamo così abituati al linguaggio melodrammatico e strafottente fornita dalla versione cinematografica dei corrispondenti di “guerra”, che in certo qual modo essi diventano più importanti delle persone delle quali raccontano le vicende.  Si presume che Hemingway abbia liberato Parigi – o almeno l’Harry’s Bar – ma anche un solo lettore si ricorda il nome di qualche francese che è morto liberando Parigi? Mi ricordo bene il mio intrepido collega della televisione, Terry Lloyd,  ucciso dagli Americani in Iraq nel 2003 – ma chi si ricorda il nome di uno dei 250.000 o 500.000 Iracheni uccisi in seguito all’invasione (a parte, naturalmente, Saddam Hussein)? Il corrispondente  di Al Jazeer a Baghdad è stato ucciso in quella città per un attacco aereo americano lo stesso anno. Alzi la mano chi si ricorda il suo nome. Risposta: Tareq Ayoub. Era un Palestinese. Ero stato con lui il giorno prima che morisse.

Il giubbotto protettivo  è diventato adesso il simbolo di quasi ogni inviato televisivo di guerra. Non ho niente contro questi giubbotti.  Ne indossavo uno in Bosnia. Ma sono sempre più   sconfortato da tutti quei corrispondenti con le loro tute spaziali     azzurre che sono in mezzo alle vittime di guerra per  che intervistano e che non hanno una protezione di quel tipo. So che gli assicuratori insistono che i corrispondenti e le loro troupe  indossino questa roba. Nelle strade, però emerge un’altra impressione: che le vite degli inviati occidentali siano in un certo  modo più preziose, più meritevoli, con un maggiore valore intrinseco  di quelle dei civili “stranieri” che soffrono attorno a loro. Sette anni fa, durante uno scontro a fuoco a Beirut,  mi hanno chiesto di indossare un giubbotto protettivo per fare un’intervista con un inviato della televisione che indossava una di quelle protezioni avvolgenti di acciaio che pesano circa  5 chili. Mi sono rifiutato e quindi non c’è stata alcuna intervista.

Un fenomeno analogamente spiacevole è apparso 15 anni fa. Come affrontano la guerra gli inviati?  Dovrebbero ricevere “assistenza psicologica per le loro terribili esperienze?  Dovrebbero cercare  di “rimuovere”?   La Press Gazette mi ha chiamato per avere una mia opinione. Ho declinato l’offerta. L’articolo successivo continuava a parlare dei traumi che soffrono i giornalisti e poi faceva capire che quelli che rifiutavano un “aiuto” psicologico erano alcolizzati.  Quindi o avevamo bisogno di balle psicologiche o eravamo  ubriaconi.

La verità terribile, naturalmente, è che i giornalisti, – per amor di Dio dobbiamo smetterla di degradare  la nostra professione definendoci “scribacchini” – se ne possono tornare a casa in aereo, se la situazione diventa difficile,  in classe di lusso, bevendo un bicchiere di  champagne. La povera gente che non indossa giubbotti protettivi che lasciano sul posto – con passaporti da   senza visti per paesi stranieri, che tenta disperatamente di fermare il sangue che si sparge  sulle loro famiglie vulnerabili –è quella che ha bisogno di “aiuto”. Il romanticismo associato ai corrispondenti di “guerra” è stato del tutto evidente nel preludio alla guerra del Golfo del 1991. Tutti i tipi di giornalisti stranieri sono comparsi in Arabia Saudita vestiti da militari. Uno di loro, un americano, aveva perfino gli scarponi mimetici con delle foglie dipinte sopra – anche se un’occhiata a un vero deserto indica l’assenza di alberi. Stranamente, ho scoperto che nella solitudine di quel deserto reale,  molti soldati genuini, specialmente i Marine americani, scrivevano i diari delle loro esperienze e me li offrivano perché li facessi pubblicare. Sembrava che i corrispondenti, volessero essere soldati e che  i soldati volessero essere corrispondenti.

La strana simbiosi è del tutto evidente quando gli inviati di “guerra” parlano della loro “esperienza in combattimento”. Tre anni fa, in una università americana, ho avuto il piacere di ascoltare tre reduci statunitensi  delle guerre in Iraq e Afghanistan che erano stati feriti che hanno umiliato un giornalista che aveva usato quella terribile espressione. “Mi scusi, signore,” ha detto educatamente uno di loro. “Lei non ha avuto ‘esperienza di combattimento’. Lei ha avuto “l’esposizione al combattimento”. Non è la stessa cosa.” Il reduce conosceva il potere del pacato disprezzo. Non aveva più le gambe.

Siamo tutti stati vittime delle cronache che usano frasi come:”Ho osservato con orrore”/i razzi sibilanti /ero immobilizzato al suolo dai bombardamenti/dalle raffiche  della mitragliatrice/dal fuoco dei cecchini. Sospetto di avere usato questo linguaggio in Irlanda del Nord all’inizio degli  anni ’70. L’ho usato certamente nel Libano meridionale  alla fine degli anni ’70. Me ne vergogno. Mentre noi siamo veramente   portiamo “testimonianze personali” delle guerre – una frase che mi procura profondo imbarazzo – questo genere di frasi, tipiche  di The Boy’s Own Paper (Il Giornale dei Ragazzi)   è un segno di  considerazione di sé.  James Cameron lo ha capito al meglio nella Guerra di Corea.  Mentre stava per atterrare con le forze statunitensi a Inchon, notò “in mezzo a tutto il resto, anche se una cosa così poteva essere appena vagamente concepibile, una barca  sulla quale  c’era scritto a lettere cubitali STAMPA, piena di corrispondenti agitati e litiganti, mentre tutti noi cercavamo  di dare un’impressione di determinazione ad atterrare sull’Onda 1, mentre cercavano disperatamente di   inventarci  qualche metodo per essere  trovati nell’Onda 50.

E chi può dimenticare le parole della giornalista israeliana Hamira Hass – inviata del quotidiano Haaretz nella Cisgiordania Occupata, che spesso cito. Mi ha detto una volta a Gerusalemme, che il lavoro del corrispondente straniero non era essere “il primo testimone della storia” (la mia pietosa definizione), ma di “monitorare i centri di potere”, specialmente quando vanno in guerra e specialmente quando intendono farlo su una solida base di bugie.

Certo, tutto il rispetto per chi ha fatto la cronaca degli avvenimenti di Homs. Ma ecco un pensiero: quando gli israeliani hanno  scatenato il crudele bombardamento di Gaza nel 2008, hanno impedito a tutti i giornalisti di parlare della guerra, proprio come hanno cercato di fare i Siriani a Homs. E gli Israeliani sono riusciti molto meglio a evitare che noi occidentali vedessimo il bagno di sangue che ne è conseguito.  Le forze di Hamas e il “Libero Esercito Siriano” a Homs hanno realmente molto in comune – entrambi erano sempre più islamisti, entrambi affrontavano una potenza di fuoco infinitamente superiore, entrambi hanno perduto la battaglia – ma hanno lasciato ai corrispondenti palestinesi il compito di raccontare le sofferenze del loro popolo. Hanno fatto un buon lavoro. E’ divertente, però, che le redazioni dei giornali di Londra e Washington non hanno avuto lo stesso entusiasmo di far entrare i loro corrispondenti a Gaza che hanno invece dimostrato nel caso di Homs. Soltanto un pensiero. Un pensiero molto triste.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-heroic-myth-and-the-uncomfortable-truth-of-war-reporting-by-robert-fish

Originale : The Indipendent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA  3.0

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