Guerra dei droni: il fantasma e la macchina

Redazione 2 marzo 2012 0
Share:
Condividi
Print Friendly

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

di Kathy Kelly  – 1 marzo 2012

Fazillah, venticinquenne, vive a Maidan Shar, la città centrale della provincia afgana di Wardak. Si è sposata sei anni fa e ha avuto un figlio, Aymal, che ha appena compiuto cinque anni da orfano. Fazillah dice a suo figlio, Aymal, che suo figlio è stato ucciso da un bombardiere statunitense controllato a distanza via computer.

Quel luglio, nel 2007, il padre di Aymal era seduto in giardino con altri quattro uomini. Un drone armato, quello che siamo soliti chiamare Veicolo Aereo Senza Equipaggio (UAV) volava, non visto, sopra di loro e ha lanciato cinque missili nel giardino, uccidendo tutti e cinque gli uomini.

Ora Fazillah e Aymal dividono un piccolo alloggio con la madre del defunto. Secondo la tradizione, i parenti del marito sono responsabili di una vedova priva di chi, in famiglia, possa guadagnarsi il pane. Lei e il figlio non hanno fonti regolari di cibo o di reddito, ma Fazillah dice che la sua piccola famiglia sta meglio che mai: uno degli uccisi insieme con suo marito ha lasciato una moglie e un figlio ma senza altri parenti vivi che possano provvedere a loro e dunque senza assolutamente nessuna fonte di sostegno.

La nonna di Aymal diventa agitata e sconvolta quando parla della morte di suo figlio e di quella dei suoi amici. “Tutti ci chiediamo ‘Perché?’” dice, alzando la voce. “Uccidono la gente con i computer e non sono in grado di dirci il perché.  Quando chiediamo perché è successo dicono che avevano dei dubbi, dei sospetti. Ma non si sono presi il tempo di chiedere ‘Chi è questa persona?’ o ‘Chi era quella persona?’ Non ci sono prove, non c’è responsabilità. Ora non c’è in casa nessuno su cui contare per procurarci il pane. Io sono vecchia e non ho una vita serena.”

Ascoltandole, ricordo una conversazione precedente che ho avuto con un operatore sociale pakistano e con Safdar Dawar, un giornalista, entrambi sopravvissuti a un attacco di droni nell’area di Miran Shah, nella provincia pakistana del Waziristan. Esasperati per l’esperienza sempre più comune di ciò cui essi erano sopravvissuti e cui troppi altri invece non lo sono stati, hanno cominciato a tempestarci di domande.

“Chi ha concesso la licenza di uccidere e in quale tribunale? Chi ha dichiarato che possono colpire chiunque vogliano?”

“Quanti ‘bersagli di alto livello’ è possibile che ci siano?”

“Che tipo di democrazia è quella degli Stati Uniti” chiede Safdar, “in cui la gente non si pone queste domande?”

Una domanda cui Fazillah non può rispondere a suo figlio è se qualcuno abbia affatto posto la questione se uccidere o meno suo padre. La rivista Forbes riferisce che l’Aviazione dispone di 65.000-70.000 analisti che elaborano i dati della sorveglianza video dei droni; un’analisi della Rand afferma che in realtà ce ne vuole un ulteriore 50% per gestire correttamente i dati. Richiesta di indicare l’essere umano che ha in concreto preso la decisione di uccidere suo marito, lei può solo puntare il dito su un’altra macchina.

Nel giugno 2010 Philip G. Alston, allora Relatore Speciale dell’ONU per le esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, è comparso davanti al Comitato dell’ONU per i Diritti Umani e ha testimoniato che “le uccisioni mirate pongono una sfida in rapida intensificazione al rispetto della legge internazionale … In una situazione in cui non viene rivelato chi è stato ucciso, per quale motivo e se sono morti civili innocenti, il principio legale della responsabilità internazionale è, per definizione, violato nella sua interezza.”

“Una simile interpretazione estesa ed elastica del diritto all’autodifesa è prossima a demolire il divieto di utilizzo delle forze armate contenuto nella Carta delle Nazioni Unite.  Se invocata da altri stati che perseguono quelli che essi considerano terroristi e dai quali sarebbero stati attaccati, verrebbe provocato il caos.”

La settimana scorsa, il 23 febbraio, l’istituzione di beneficenza “Reprieve” [Tregua] si è espressa con forza a nome di più di una dozzina di famiglie pakistane che hanno perso i loro cari in attacchi di droni, e ha chiesto al Comitato dell’ONU per i Diritti Umani di condannare gli attacchi come violazioni illecite dei diritti umani.

“In Pakistan la CIA sta creando la desolazione e la chiama pace”, ha affermato il direttore di Reprieve, Clive Stafford Smith. “Il programma illegale di attacchi di droni ha ucciso centinaia di civili in Pakistan. L’ONU deve porvi fine prima che siano uccisi altri bambini. Non solo sta causando sofferenze indicibili alla popolazione del Pakistan nord-occidentale; è anche tuttora il più efficace agente reclutatore di quegli stessi ‘militanti’ che gli Stati Uniti dicono di prendere di mira.”

L’avvocato che rappresenta le famiglie, Shahzad Akbar della “Fondazione per i Diritti Fondamentali” pakistana ha affermato:

“Se il presidente Obama crede davvero che gli attacchi di droni abbiano un’accuratezza ‘chirurgica’, si deve chiedere come le morti di bambini come il figlio di otto anni di Maezol Khan si adattino ai piani della CIA.  Se gli Stati Uniti non sono pronti a guardare in faccia la realtà delle sofferenze che gli attacchi provocano, allora devono intervenire le Nazioni Unite.  La comunità internazionale non può più permettersi di ignorare la catastrofe dei diritti umani che sta avendo luogo nel Pakistan nord-occidentale nel nome della ‘Guerra al Terrore’”.

La guerra dei droni, di mese in mese sempre più intensificata dalle amministrazioni da Bush a Obama, è stata oggetto di scarsissimo dibattito pubblico. Non poniamo domande – le nostre menti non si avvicinano a questi campi di battaglia più di quanto lo faranno i corpi dei nostri giovani nei decenni a venire – a meno, cioè, che il caos che genera il nostro scatenare guerre non trasferirà il campo di battaglia a casa nostra.  Una rete in estensione di azioni segrete letali in misura devastante che si sta diffondendo in tutto il mondo in via di sviluppo passa senza la minima preoccupazione o commento.

E allora a chi Fazillah può dare la colpa? Chi si incolpa quando si è di fronte alle azioni di una macchina? Il nostro amico pakistano chiede: “Che razza di democrazia è quella statunitense se la gente non pone queste domande?” Diventare una democrazia vera, con una scelta effettiva in periodo elettorale tra la guerra e la pace piuttosto che tra macchine politiche in gara per l’occasione di portarci in guerra sembra a molti statunitensi, se si deve credere ad alcuni sondaggi meno pubblicizzati, un obiettivo quasi irraggiungibile.  Gli Stati Uniti sono diventati un processo che sforna guerre, oggi in Afghanistan e (nel senso più letterale) in Iraq, domani in Iran e in Pakistan, con la Cina certamente, per quanto lontana, all’orizzonte. E per quelli tra noi cui interessi un minimo la pace, un’opposizione di principio alla guerra richiede alla fine una determinazione a trasformare finalmente gli Stati Uniti in una democrazia, protesa, come ci ha raccomandato il dottor [Martin Luther] King, a “modellare con mani ferite uno status quo recalcitrante fino a quando non lo avremo trasformato in una fratellanza”.

Si deve iniziare dalla compassione – una compassione forse impotente, forse solo un fantasma di dissenso, ma compassione per persone come Fazillah e Aymal – e col decidere di essere umani, forse solo fantasmi di esseri umani, ma vivi in qualche modo e vivi a proposito di ciò che il nostro assenso, e forse specialmente il nostro silenzio, sta attuando nel mondo.  L’umanità è la prima cosa da riconquistare – e poi, se ne abbiamo la forza, da difendere incessantemente – contro l’indifferenza, la noncuranza e, soprattutto, l’inazione. Se un numero sufficiente di noi si rifiuta di essere macchine, se un numero sufficiente di noi si rifiuta abbastanza, alla fine non si potrà ottenere la democrazia, persino la pace? Ma prima viene il rifiuto.

Fazillah vuole una vita serena. Non vuole vedere altre persone uccise, altri fantasmi come quello di suo marito, altri corpi bruciati (come ricorda) così anneriti da essere quasi indistinguibili l’uno dall’altro.

“Non voglio che questo succeda a nessuno,” dice Fazillah. “Voglio che nessun bambino sia lasciato senza genitori.”

“E” aggiunge “voglio che i soldati statunitensi vadano via.”

Kathy Kelly (Kathy@vncv.org) coordina Voices for Creative Nonviolence [Voci per una Nonviolenza Creativa] (www.vcnv.org). I Giovani Volontari Afgani per la Pace (www.ourjourneytosmile.com) hanno sede a Kabul.

Ricerche attuate dai Giovani Volontari Afgani per la Pace.

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-ghost-and-the-machine-by-kathy-kelly

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Lascia un commento »

*
Follow

Get every new post delivered to your Inbox

Join other followers: