Note sull’anarchismo

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di Noam Chomsky  – 13 novembre   2008

[Contributo al Progetto  Reimmaginare la Società  (RSOC) ospitato da ZCommunications – pubblicato originariamente su ‘Per ragioni di stato’ (1973)]

Uno scrittore francese, simpatizzante dell’anarchismo, scrisse intorno al 1890 che “l’anarchismo ha spalle forti, come la carta sopporta qualsiasi cosa” compresi, notava,  coloro i cui atti sono tali che “un mortale nemico dell’anarchismo non avrebbe saputo fare di meglio”[1]. Ci sono stati molti stili di pensiero e di azione cui si è fatto riferimento come a “anarchici”.  Sarebbe senza speranza cercare di raggruppare tutte queste tendenze contrastanti in una qualche teoria o ideologia generale. E anche se procedessimo a ricavare dalla storia del pensiero libertario una tradizione vivente e in evoluzione, come fa Daniel Guérin in Anarchism, resta difficile formularne le dottrine come una teoria specifica e determinata della società e del cambiamento sociale.  Lo storico anarchico Rudolph Rocker, che presenta una concezione sistematica dello sviluppo del pensiero anarchico in direzione dell’anarco-sindacalismo, su linee che compatibili con il lavoro di Guérin, propone bene la questione quando scrive che l’anarchismo non è un sistema sociale fisso, completo in sé stesso, ma piuttosto una tendenza definita dello sviluppo storico dell’umanità che, diversamente dalla tutela di tutte le istituzioni clericali e governative, ambisce a una manifestazione libera, non ostacolata, di tutte le forze individuali e sociali nella vita. Ogni libertà è soltanto un concetto relativo, non assoluto, poiché tende costantemente a diventare più ampia e a influenzare circoli più vasti in molti modi molteplici. Per l’anarchico la libertà non è un concetto filosofico astratto bensì la concreta possibilità vitale di ogni essere umano di portare a pieno sviluppo tutte le potenzialità, capacità e talenti di cui la natura lo ha dotato e di rivolgerli a fini sociali.  Quanto meno questo sviluppo naturale dell’uomo è influenzato da tutele governative o ecclesiastiche, tanto più efficiente ed armoniosa diventerà la personalità umana, tanto più diventerà la misura della cultura intellettuale della società in cui è cresciuta [2].

Ci si potrebbe chiedere che valore abbia studiare una “definita tendenza dello sviluppo storico dell’umanità” che non si articola in una teoria sociale specifica e dettagliata.  In effetti molti commentatori scartano l’anarchismo come utopico, informe, primitivo o incompatibile in altri modi con le realtà di una società complessa.  Si potrebbe, tuttavia, ragionare piuttosto diversamente:  che a ogni stadio della storia la nostra cura deve essere smantellare quelle forme di autorità e di oppressione che sopravvivono da un’era in cui potevano essere giustificate in termini di necessità di sicurezza o di sopravvivenza o di sviluppo economico, ma che ora contribuiscono al deficit culturale e materiale, piuttosto che alleviarlo. In questo caso non ci sarà dottrina di cambiamento sociale fissa per il presente e il futuro, e nemmeno, necessariamente, una concezione specifica e immutabile degli obiettivi cui dovrebbe tendere il cambiamento sociale.  Certamente la nostra comprensione della natura dell’uomo o della gamma di forme sociali realizzabili è così rudimentale che qualsiasi dottrina di vasta portata deve essere considerata con grande scetticismo, così come lo scetticismo è appropriato quando sentiamo dire che “la natura umana” oppure “le necessità di efficienza” oppure “la complessità della vita moderna” richiedono questa o quella forma di oppressione e di governo autocratico.

Ciò nonostante, in un periodo specifico c’è ogni motivo per sviluppare, sin dove lo permette la nostra conoscenza, una specifica comprensione di questa tendenza definita dello sviluppo storico dell’umanità, appropriata ai compiti del momento. Per Rocker “il problema che si pone nel nostro tempo è quello di liberare l’uomo dalla maledizione dello sfruttamento economico e politico e dalla schiavizzazione sociale,” e il metodo non è la conquista e l’esercizio del potere statale, né un parlamentarismo stordente, ma piuttosto “la ricostruzione dalle fondamenta della vita economica dei popoli, costruendola nello spirito del Socialismo.”

Ma solo gli stessi produttori sono adatti a questo compito, poiché sono l’unico elemento creatore di valore della società da quale può sorgere un nuovo futuro.  Il loro deve essere il compito di liberare il lavoro da tutte le catene che lo sfruttamento economico gli ha imposto, di liberare la società da tutte le istituzioni e le procedure del potere politico e di aprire la strada a un’alleanza di liberi gruppi di uomini e donne, basata sul lavoro cooperativo e sull’amministrazione pianificata delle cose d’interesse della comunità. Preparare le masse lavoratrici delle città e delle nazioni a questo grande obiettivo e collegarle tra loro come forza militante è l’obiettivo dell’anarco-sindacalismo moderno e in ciò si esaurisce il suo intero scopo. [pag. 108].

Da socialista, Rocker dava per scontato “che la vera, finale, completa liberazione dei lavoratori è possibile solo a una condizione: quella dell’appropriazione del capitale, cioè delle materie prime e degli strumenti del lavoro, compresa la terra, da parte dell’intero corpo dei lavoratori [3].”  Da anarco-sindacalista egli insiste, inoltre, sul fatto che le organizzazioni dei lavoratori creino “non solo le idee, ma anche la realtà del futuro stesso” nel periodo prerivoluzionario, che incorporino in sé stessi la struttura della società futura, ed egli guarda a una rivoluzione sociale che smantelli l’apparato dello stato ed espropri gli espropriatori. “Ciò che dovremmo mettere al posto del governo è l’organizzazione industriale.”

Gli anarco-sindacalisti sono convinti che un ordine economico socialista non possa essere creato mediante decreti e regolamenti governativi, ma solo attraverso la collaborazione solidale dei lavoratori che impegnino braccia e cervello in un settore speciale della produzione; cioè attraverso l’assunzione della gestione di tutti gli impianti da parte dei produttori stessi in una forma tale per cui i gruppi, gli impianti e le branche dell’industria siano membri indipendenti di un organismo economico generale e attuino sistematicamente la produzione e la distribuzione dei prodotti nell’interesse della comunità in base ad accordi liberi [pag. 94].

Rocker scriveva in un momento in cui tali idee erano state messe in pratica in modo radicale dalla Rivoluzione Spagnola. Appena prima dello scoppio della rivoluzione l’economista anarco-sindacalista Diego Abad de Santillan aveva scritto:

“ … nell’affrontare il problema della trasformazione sociale, la Rivoluzione non può considerare lo stato come un intermediario, ma deve dipendere dall’organizzazione dei produttori.

Abbiamo seguito questa regola e non rileviamo alcuna necessità di un potere superiore al lavoro organizzato al fine di stabilire un nuovo ordine delle cose.  Saremmo grati a chiunque fosse in grado di evidenziarci quale funzione, se ve n’è qualcuna, lo stato possa avere in un’organizzazione economica, in cui la proprietà privata sia stata abolita e in cui il parassitismo e i privilegi speciali non trovino posto.  La soppressione dello stato non può essere un languido rapporto amoroso; deve essere compito della Rivoluzione farla finita con lo stato. O la Rivoluzione consegna la ricchezza sociale ai produttori, nel qual caso i produttori si organizzano per la giusta distribuzione collettivo e lo stato non ha nulla da fare; oppure la Rivoluzione non consegna la ricchezza sociale ai produttori, nel qual caso la Rivoluzione è stata una menzogna e lo stato continuerà ad esistere.

Il nostro consiglio federale dell’economia non è un potere politico ma un potere regolatore economico e amministrativo. Riceve il suo orientamento dal basso e opera in accordo con le risoluzioni delle assemblee regionali e nazionali. E’ un organismo di collegamento e nient’altro [4].”

Engels, in una lettera del 1883, espresse il suo disaccordo riguardo a questa concezione come segue:

“Gli anarchici mettono la questione alla rovescia. Dichiarano che la rivoluzione proletaria deve cominciare facendola finita con l’organizzazione politica dello stato … Ma distruggerlo in un momento simile significherebbe distruggere l’unico organismo per mezzo del quale il proletariato vittorioso può affermare il suo potere appena conquistato, tenere sotto controllo i propri avversari capitalisti e realizzare quella rivoluzione economica della società senza la quale l’intera vittoria non può che finire in una nuova sconfitta e in un massacro di massa dei lavoratori simile a quelli che hanno seguito la comune di Parigi [5].”

Per contro gli anarchici – in modo più eloquente Bakunin – ammonirono contro i pericolo della “burocrazia rossa” che si sarebbe dimostrata “la menzogna più vile e terribile che il nostro secolo abbia creato [6].”  L’anarco-sindacalista Fernand Pelloutier chiese: “Persino lo stato transitorio al quale dobbiamo necessariamente e fatalmente sottometterci deve essere una prigione collettiva? Non può essere costituito da un’organizzazione libera, limitata esclusivamente dalle necessità della produzione e dei consumi, con tutte le istituzioni politiche ormai scomparse? [7]”

Non pretendo di conoscere la risposta a questa domanda.  Ma sembra chiaro che, a meno che non ci sia, in qualche forma, una risposta positiva, le possibilità di una rivoluzione davvero democratica, che consegua gli ideali umanistici della sinistra, non siano grandi. Martin Buber pose il problema in termini sintetici quando scrisse: “E’ nella natura delle cose non ci si possa aspettare che un alberello che sia stato trasformato in un bastone metta le foglie [8].” La questione della conquista o della distruzione del potere dello stato è quello che Bakunin considerava il problema principale che lo divideva da Marx [9].” In una forma o nell’altra il problema si è ripresentato ripetutamente nel secolo a seguire, dividendo i socialisti “libertari” da quelli “autoritari”.

Nonostante gli ammonimenti di Bakunin riguardo alla burocrazia rossa, e la loro conferma concreta sotto la dittatura di Stalin, sarebbe ovviamente un errore grossolano interpretare i dibattiti di un secolo fa come basati sulle rivendicazioni dei movimenti sociali attuali quanto alla loro origine storica.  In particolare, è irrazionale considerare il bolscevismo come il “marxismo in pratica”. Piuttosto, la critica di sinistra del bolscevismo, tenuto conto delle circostanze storiche che circondavano la Rivoluzione Russa, coglie molto meglio nel segno [10].”

Gli antibolscevichi, il movimento del lavoro di sinistra, si opposero ai leninisti perché questi ultimi non si spingevano abbastanza in là nello sfruttare a fini strettamente proletari le sollevazioni della rivoluzione russa. Essi diventarono prigionieri del loro contesto e utilizzarono il movimento radicale internazionale per soddisfare bisogni specificamente russi, che presto divennero sinonimo dei bisogni del Partito-Stato bolscevico.  Gli aspetti “borghesi” della Rivoluzione Russa venivano a quel punto scoperti nel bolscevismo stesso: il leninismo fu considerato parte della socialdemocrazia internazionale, differendo da quest’ultima solo su questioni tattiche [11].

Se si dovesse cercare un’unica idea dominante nella tradizione anarchica, penso che debba essere quella espressa da Bakunin quando, scrivendo della Comune di Parigi, si descrisse come segue:

“Sono un amante fanatico della libertà che considero l’unica condizione in cui l’intelligenza, la dignità e la felicità umane possono svilupparsi e crescere; non la libertà puramente formale concessa, misurata e regolata dallo stato, un’eterna menzogna che in realtà non rappresenta null’altro che il privilegio di alcuni basato sulla schiavitù degli altri; non la libertà individualistica, egoistica, meschina e fittizia celebrata dalla scuola di J.J. Rousseau e da altre scuole del liberalismo borghese, che considerano i presunti diritti di tutti gli uomini rappresentati dallo stato che limita i diritti di ciascuno, un’idea che inevitabilmente che porta inevitabilmente alla riduzione a zero dei diritti dei singoli. No, io mi riferisco al solo tipo di libertà che merita tale nome, la libertà che consiste nel pieno sviluppo di tutte le potenzialità materiali, intellettuali e morale che sono latenti in ogni persona; la libertà che non riconosce restrizioni altre che quelle stabilite dalla nostra natura individuale, che non possono essere appropriatamente considerate restrizioni, poiché tali leggi non sono imposte da un legislatore esterno accanto o al di sopra di noi, ma sono immanenti e intrinseche, formando la base stessa del nostro essere, materiale, intellettuale e morale; esse non ci limitano, ma sono le vere e immediate condizioni della nostra libertà [12].”

Queste idee sono cresciute dall’Illuminismo; le loro radici sono nel Discorso sull’ineguaglianza di Rousseau, nel Limiti dell’azione dello stato di Humboldt, nell’insistenza di Kant, nella sua difesa della Rivoluzione Francese, sul fatto che la libertà è la precondizione per acquisire la maturità per la libertà, non un dono assicurato quando tale maturità sarà raggiunta.  Con lo sviluppo del capitalismo industriale, un nuovo e imprevisto sistema di ingiustizia, è il socialismo libertario che ha preservato e ampliato il messaggio umanista radicale dell’Illuminismo e le classiche idee liberali che erano state pervertite in un’ideologia a sostegno dell’ordine sociale emergente. In effetti sulla base degli stessi presupposti che hanno indotto il liberalismo classico a opporsi all’intervento dello stato nella vita sociale, le relazioni sociali capitaliste sono intollerabili. Ciò risulta chiaro, ad esempio, dal classico lavoro di Humboldt, I limiti dell’azione dello stato, che anticipò e forse ispirò Mill. Questo classico del pensiero liberale, completato nel 1792, è, nella sua essenza, profondamente, anche se prematuramente, anticapitalista.  Le sue idee hanno dovuto essere attenuato fino a renderle irriconoscibili per essere trasformate nell’ideologia del capitalismo industriale.

La visione di Humboldt di una società in cui i ceppi sociali sono sostituiti da legami sociali e il lavoro è intrapreso liberamente suggeriscono il primo Marx, con la sua discussione dell’ “alienazione del lavoro quando il lavoro è estraneo al lavoratore … non parte della sua natura … [cosicché] non realizza sé stesso nel proprio lavoro, ma nega sé stesso … [ed è] esausto fisicamente e imbastardito mentalmente,” lavoro alienato che “getta alcuni dei lavoratori di nuovo in un tipo di  lavoro barbaro e ne trasforma altri in macchine,” privando così l’uomo del suo “carattere come specie” nella “libera attività consapevole” e nella “ vita produttiva”. Marx concepisce “un nuovo tipo di essere umano che ha bisogno dei suoi compagni uomini … [L’associazione dei lavoratori diventa] il vero sforzo costruttivo  per creare il tessuto sociale delle relazioni umane future [13].” E’ vero che il pensiero libertario classico si oppone all’intervento dello stato nella vita sociale, come conseguenza di assunti più profondi circa il bisogno umano di libertà, diversità e libera associazione. In base agli stessi assunti, le relazioni capitaliste di produzione, lavoro salariato, competizione, l’ideologia dell’ “individualismo possessivo”, devono essere tutte considerate fondamentalmente antiumane. Il socialismo libertario va correttamente considerato come l’erede degli ideali liberali dell’Illuminismo.

Rudolf Rocker descrive l’anarchismo moderno come “la confluenza di due grandi correnti che a partire dalla Rivoluzione Francese, e nel corso di essa, hanno trovato un’espressione così caratteristica nella vita intellettuale dell’Europa: il socialismo e il liberalismo.” Gli ideali liberali classici, sostiene, sono stati affondati dalle realtà delle forme economiche capitaliste. L’anarchismo è necessariamente anticapitalista in quanto “si oppone allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo.” Ma l’anarchismo si oppone anche al “dominio dell’uomo sull’uomo”. Esso insiste sul fatto che “il socialismo o sarà libero o non sarà affatto.”  Nel suo riconoscimento di ciò sta la genuina e profonda giustificazione dell’esistenza dell’anarchismo [14].” Da questo punto di vista l’anarchismo può essere considerato come l’ala libertaria del socialismo. E’ in questo spirito che Daniel Guérin ha affrontato lo studio dell’anarchismo nel suo Anarchism e in altri lavori [15]. Guérin cita Adolph Fischer, che ha affermato che “ogni anarchico è socialista ma non ogni socialista è necessariamente anarchico.” Analogamente Bakunin, in suo “manifesto anarchico” del 1865, il programma della sua prevista fraternità internazionale rivoluzionaria, ha fissato il principio che ogni membro debba essere, tanto per cominciare, socialista.

Un anarchico coerente deve opporsi alla proprietà privata dei mezzi di produzione e alla schiavitù del salario che è una componente di questo sistema, come incompatibili con il principio che il lavoro deve essere intrapreso liberamente e sotto il controllo del produttore.  Nelle parole di Marx, i socialisti guardano a una società in cui il lavoro diverrà “non solo un mezzo per vivere, ma anche il massimo dovere della vita [16],” cosa impossibile quando il lavoratore è diretto da un’autorità esterna o dal bisogno anziché da un impulso interiore: “nessuna forma di lavoro salariato, anche se una può essere meno ripugnante di altre, può eliminare la miseria del lavoro salariato stesso [17].”  Un anarchico coerente deve opporsi non solo al lavoro alienato ma anche all’istupidente specializzazione del lavoro che ha luogo quando i mezzi per lo sviluppo della produzione mutilano il lavoratore relegandolo a essere un frammento di essere umano, lo degradano a diventare un mero accessorio della macchine, rendono il suo lavoro un tormento tale che il suo significato essenziale è distrutto; estranee gli sono le potenzialità intellettuali del processo lavorativo nella stessa proporzione in cui la scienza è incorporata nel lavoro come potere indipendente [18]…

Marx vide in questo non un contesto inevitabile dell’industrializzazione, bensì piuttosto una caratteristica dei rapporti di produzione capitalisti.  La società del futuro doveva occuparsi di “sostituire il lavoratore  oggi confinato in mansioni limitate … ridotto a un mero frammento d’uomo, con un individuo completamente realizzato, adatto una varietà di lavori … per il quale le diverse funzioni sociali … non sono che modi diversi di dare un libero spazio alle sue potenzialità naturali [19].” Il prerequisito è l’abolizione del capitale e del lavoro salariato come categorie sociali (per non parlare degli eserciti industriali dello “stato del lavoro” o delle varie forme moderne di totalitarismo dall’avvento del capitalismo). La riduzione dell’uomo ad accessorio della macchina, a strumento specializzato della produzione, potrebbe essere superata, in linea di principio, piuttosto che migliorata, mediante lo sviluppo e l’utilizzo appropriati della tecnologia, ma non nel contesto delle condizioni di un controllo autocratico della produzione da parte di coloro che fanno dell’uomo uno strumento al servizio dei propri fini, trascurando i suoi fini individuali, secondo l’espressione di Humboldt.

Gli anarco-sindacalisti hanno cercato, anche nel capitalismo, di creare “associazioni libere di liberi produttori” che si impegnassero in una lotta militante e si preparassero a impossessarsi dell’organizzazione della produzione su basi democratiche. Queste associazioni sarebbero servite da “scuola pratica di anarchismo [20].”  Se la proprietà privata dei mezzi di produzione è, secondo l’espressione spesso citata di Proudhon, una mera forma di “furto” – “lo sfruttamento dei deboli da parte dei forti [21]” – anche il controllo della produzione da parte di una burocrazia statale, indipendentemente da quanto benintenzionata, non crea le condizioni in cui il lavoro, manuale e intellettuale, può diventare l’aspirazione più alta nella vita. Entrambe devono, dunque, essere superate.

Nel suo attacco al diritto di proprietà o al controllo burocratico dei mezzi di produzione, l’anarchico prende posizione con quelli che lottano per realizzare “la terza e ultima fase emancipativa della storia,” la prima avendo trasformato gli schiavi in servi, la secondo avendo trasformato i servi in percettori di salario e la terza che abolisce il proletariato in un atto finale di liberazione che mette il controllo dell’economia nelle mani di associazioni libere e volontarie di produttori (Fourier, 1848) [22].  Il pericolo incombente sulla “civiltà”, pure nel 1848,  fu evidenziato da de Tocqueville:

“Fintanto che il diritto alla proprietà è stato l’origine e il fondamento di molti altri diritti, è stato difeso agevolmente o, piuttosto, non è stato attaccato; è stato la cittadella della società mentre tutti gli altri diritti erano fortificazioni esterne; non ha nemmeno dovuto sostenere il peso maggiore dell’attacco e, in realtà, non c’è stato nessun serio tentativo di assalirlo, ma oggi, quando il diritto alla proprietà è considerato come l’ultimo residuo non demolito del mondo aristocratico, quando esso solo è stato lasciato in piedi, unico privilegio in una società uniformata, le cose stanno diversamente. Considerate quello che sta accadendo nei cuori della classe lavoratrice, anche se ammetto che attualmente sono tranquilli.  E’ vero che essi sono meno infiammati che prima da passioni politiche, in senso stretto; ma non vedete che le loro passioni, lungi dall’essere politiche, sono diventare sociali? Non vedete che, poco a poco, si stanno diffondendo tra loro idee e opinioni che mirano non soltanto a cancellare questa o quella legge, a rimuovere quel ministro o quel governo, bensì a distruggere le fondamenta stesse della società? [23]

I lavoratori di Parigi, nel 1871, hanno rotto il silenzio e proceduto ad abolire la proprietà, la base di tutte le civiltà!  Sì, signori, la Comune ha inteso abolire quella proprietà di classe che rende il lavoro di molti la ricchezza di pochi.  Ha mirato a espropriare gli espropriatori.  Ha voluto rendere la proprietà individuale una verità, trasformando i mezzi di produzione, terra e capitale, ora principalmente mezzi di schiavismo e di sfruttamento del lavoro, in meri strumenti di lavoro libero e associato [24].”

La Comune, naturalmente, fu affogata nel sangue. La natura della “civiltà” che i lavoratori di Parigi avevano cercato di superare nel loro attacco al “fondamento stesso della società” fu svelata, ancora una volta, quando le truppe del governo di Versailles riconquistarono Parigi dalla sua popolazione. Come scrisse Marx, amaramente ma accuratamente:

“La civiltà e la giustizia dell’ordine borghese emergono nella loro lurida luce ogniqualvolta gli schiavi e gli umiliati da quell’ordine si sollevano contro i propri padroni. Allora quella civiltà e giustizia si mostra quale barbarie non mascherata e vendetta priva di legge … gli atti infernali dei soldati riflettono lo spirito innato di quella civiltà, che guarda con compiacimento il massacro totale dopo la battaglia ma è presa da convulsioni d’orrore per la distruzione degli edifici [Ibid. pagg. 74,77].”

Nonostante la distruzione violenta della Comune di Parigi, Bakunin scrisse che Parigi apre una nuova era “quella dell’emancipazione definitiva e completa delle masse popolari e della loro vera futura solidarietà, al di là dei confini degli stati e nonostante essi … la prossima rivoluzione dell’uomo, internazionale nella solidarietà, sarà la risurrezione di Parigi”, una rivoluzione che il mondo aspetta ancora.

L’anarchico coerente, allora, dovrebbe essere un socialista, ma un socialista di genere particolare.  Si opporrà non solo al lavoro alienato e specializzato e guarderà all’appropriazione del capitale da parte dell’intero corpo dei lavoratori, ma insisterà anche che tale appropriazione sia diretta, non attuata da qualche forza d’élite che agisca nel nome del proletariato.  Egli, in breve, si opporrà

“all’organizzazione della produzione da parte del Governo. Significa il socialismo di Stato, il comando di funzionari dello Stato sulla produzione e il comando di amministratori, scienziati e capi nei luoghi di produzione … L’obiettivo della classe lavoratrice è la liberazione dallo sfruttamento. Questo obiettivo non è raggiunto, e non può essere raggiunto, da una nuova classe di direzione e governo che si sostituisca alla borghesia. E’ realizzata solo quando gli stessi lavoratori sono padroni della produzione.”

Queste osservazioni sono tratte da “Cinque tesi sulla lotta di classe” del marxista di sinistra Anton Pannekoek, uno dei più notevoli teorici di sinistra del movimento comunista dei consigli. E, in effetti, il marxismo radicale si fonde con le correnti anarchiche.

Come esempio ulteriore, si consideri la seguente caratterizzazione del “socialismo rivoluzionario”:

“Il socialista rivoluzionario nega che la proprietà da parte dello Stato possa sfociare in qualcosa di diverso da un dispotismo burocratico. Abbiamo visto perché lo Stato non può controllare democraticamente l’industria. L’industria può essere solo democraticamente di proprietà e sotto il controllo dei lavoratori che dai loro ranghi eleggono i comitati amministrativi industriali. Il socialismo sarà virtualmente un sistema industriale, la sua base sarà di carattere industriale.  Così coloro che portano avanti le attività sociali e le industrie della società saranno rappresentati direttamente nei consigli locali e centrali dell’amministrazione sociale. In questo modo i poteri di tali delegati fluiranno verso l’alto partendo da coloro che eseguono il lavoro e con la consapevolezza dei bisogni della comunità. Quando il comitato industriale amministrativo centrale si riunisce rappresenterà ogni fase dell’attività sociale.  In questo modo lo stato capitalista politico e geografico sarà sostituito dal comitato amministrativo industriale del socialismo.  La transizione da un sistema sociale all’altro sarà la rivoluzione sociale. Lo stato politico in tutta la storia si è tradotto nel governo di uomini attraverso classi dominanti; la Repubblica del Socialismo sarà il governo dell’industria amministrato per conto dell’intera comunità. Il primo si è tradotto nella soggezione economica e politica dei molti; il secondo si tradurrà nella libertà economica di tutti; sarà, perciò, una vera democrazia.”

Questa dichiarazione programmatica compare in ‘Lo Stato, le sue origini e funzioni’ di William Paul, scritto nel 1917, poco prima di ‘Stato e rivoluzione’ di Lenin, forse il suo lavoro più libertario (vedere nota 9). Paul fu membro del Partito Socialista del Lavoro Marxista-DeLeonista e in seguito uno dei fondatori del Partito Comunista Britannico [25].  La sua critica del socialismo di stato assomiglia alla dottrina libertaria degli anarchici nel suo principio secondo cui, poiché la proprietà e l’amministrazione statale condurrà al dispotismo burocratico, la rivoluzione sociale deve sostituirli con l’organizzazione industriale della società con un controllo diretto da parte dei lavoratori. Si possono citare molti commenti simili.

Quel che è di gran lunga più importante è che queste idee sono state realizzate in azioni rivoluzionarie spontanee, ad esempio in Germania e in Italia, dopo la prima guerra mondiale e in Spagna (non solo nelle aree rurali ma anche nell’industriale Barcellona) nel 1936. Si potrebbe sostenere che una qualche forma di comunismo dei consigli sia quella naturale del socialismo rivoluzionario in una società industriale.  Esso riflette l’idea intuitiva che la democrazia sia gravemente limitata quando il sistema industriale è controllato da una qualsiasi forma di élite autocratica, che sia di proprietari, dirigenti e tecnocrati, di un partito “d’avanguardia”, o di una burocrazia statale.  In queste condizioni di dominio autoritario, gli ideali libertari classici, ulteriormente sviluppati da Marx e Bakunin e da tutti i veri rivoluzionari, non possono essere realizzati; l’uomo non sarà libero di sviluppare appieno il proprio potenziale e il produttore resterà “una frazione di essere umano”, degradato, uno strumento del processo produttivo diretto dall’alto.

L’espressione “azione rivoluzionaria spontanea” può essere fuorviante. Almeno gli anarco-sindacalisti presero molto sul serio l’osservazione di Bakunin che le organizzazioni dei lavoratori devono creare “non solo le idee ma anche i fatti del futuro stesso” nel periodo prerivoluzionario. Le realizzazioni della rivoluzione popolare in Spagna, in particolare, si basarono sul lavoro paziente, nel corso di molti anni, di istruzione e organizzazione, una componente di una lunga tradizione di impegno e militanza.  Le risoluzioni del Congresso di Madrid del giugno 1931 e del Congressi di Saragozza del maggio 1936 presagirono in molti modi gli atti della rivoluzione, così come fecero le idee in qualche modo diverse abbozzate da Santillan (vedere nota 4) nel suo resoconto piuttosto specifico dell’organizzazione sociale ed economica che doveva essere istituita dalla rivoluzione.  Guérin scrive: “La rivoluzione spagnola era relativamente matura nelle menti dei pensatori libertari così come nella coscienza popolare.” Ed esistevano organizzazioni dei lavoratori con la struttura, l’esperienza e la conoscenza per intraprendere il compito della ricostruzione sociale quando, con il colpo di stato di Franco, le agitazioni degli inizi del 1936 esplosero nella rivoluzione sociale. Nella sua introduzione a una raccolta di documenti sulla collettivizzazione in Spagna, l’anarchico Augustin Souchy scrive:

“Per molti anni gli anarchici e i sindacalisti spagnoli considerarono loro compito supremo la trasformazione sociale della società. Nelle loro assemblee di gruppi e sindacati, nei loro giornali, nei loro opuscoli e libri, il problema della rivoluzione sociale fu discusso incessantemente e in modo sistematico [26].”

Dietro le realizzazioni spontanee, il lavoro costruttivo della Rivoluzione Spagnola c’è tutto questo.

Le idee del socialismo libertario, nel senso descritto, sono state sommerse nelle società industriali dell’ultimo mezzo secolo.  Le ideologie dominanti sono state quelle del socialismo di stato o del capitalismo di stato (di carattere crescentemente militarizzato negli Stati Uniti, per ragioni che non sono oscure) [27].  Ma l’interesse si è riacceso negli ultimi anni.  Le tesi di Anton Pannekoek che ho citato sono state tratte da un opuscolo recente di un gruppo operaio radicale francese (Informations Correspondance Ouvriére). Le osservazioni di William Paul sul socialismo rivoluzionario sono citate da un documento di Walter Kendall letto alla Conferenza Nazionale sul Controllo da parte dei Lavoratori a Sheffield, Inghilterra, nel marzo 1969.  Il movimento del controllo da parte dei lavoratori è diventato una forza significativa in Inghilterra negli ultimi anni.  Ha organizzato numerose conferenze e ha prodotto una sostanziosa letteratura di opuscoli e conta tra i suoi aderenti attivi rappresentanti di alcuni dei sindacati più importanti.  Il Sindacato Unitario dei Lavoratori dell’Industria Meccanica e delle Fonderie [Amalgamated Engineering and Foundryworkers Union] ad esempio, ha adottato, come politica ufficiale, il programma di nazionalizzazione delle industrie fondamentali sotto il “controllo dei lavoratori a tutti i livelli”[28].  Sul continente ci sono sviluppi simili.  Il maggio 1968, naturalmente, ha accelerato il crescente interesse per il comunismo dei consigli e per le relative idee in Francia e in Germania, così come ha fatto in Inghilterra.

Data la struttura altamente conservatrice della nostra società altamente ideologica, non è troppo sorprendente che gli Stati Uniti siano rimasti relativamente esenti da questi sviluppi.  Ma anche questo può cambiare. L’erosione della mitologia della guerra fredda può almeno rendere possibile sollevare queste materie in circoli abbastanza vasti.  Se l’attuale ondata di repressione può essere respinta, se la sinistra può superare le sue tendenze più suicide e costruire su ciò che è stato realizzato nell’ultimo decennio, allora il problema di come organizzare la società industriale su linee davvero democratiche, con il controllo democratico nel luogo di lavoro e nella comunità, dovrebbe diventare un tema intellettuale dominante per coloro che vivono i problemi della società contemporanea e, con lo svilupparsi del movimento di massa per il socialismo libertario, la speculazione intellettuale dovrebbe passare all’azione.

Nel suo manifesto del 1865 Bakunin predisse che un elemento della rivoluzione sociale sarà “la parte intelligente e nobile della gioventù che, anche se appartiene per nascita alle classi privilegiate, nelle sue convinzioni generose e nelle sue aspirazioni ardenti, adotti la causa del popolo.” Forse nell’ascesa del movimento studentesco degli anni ’60 si possono constatare passi verso un compimento di tale profezia.

Daniel Guérin ha intrapreso quello che ha descritto come un “processo di riabilitazione” dell’anarchismo. Egli sostiene, ritengo in modo convincente, che “le idee costruttive dell’anarchismo conservino la loro vitalità, che possano, se riesaminate e vagliate, assistere in pensiero socialista contemporaneo a operare una ripartenza … [e] contribuire ad arricchire il marxismo. [29]”.  Dalla “schiena larga” dell’anarchismo egli ha selezionato, per un esame più approfondito, quelle idee e azioni che possono essere descritte come socialiste libertarie. Ciò è naturale e appropriato. Questo quadro accoglie i maggiori portavoce anarchici e anche le azioni di massa che sono state animate da sentimenti e ideali anarchici.  Guérin è interessato non solo al pensiero anarchico ma anche alle azioni spontanee della lotta popolare rivoluzionaria. E’ interessato alla creatività sociale e intellettuale. Egli tenta, inoltre, di ricavare dai risultati costruttivi del passato, lezioni che arricchiscano la teoria della liberazione sociale. Per quelli che desiderano non solo comprendere il mondo, ma anche cambiarlo, questo è un modo appropriato di studiare la storia dell’anarchismo.

Guérin descrive l’anarchismo del diciannovesimo secolo come essenzialmente dottrinario, mentre il ventesimo secolo è stato, per gli anarchici, un periodo di “pratica rivoluzionaria [30].” Anarchism riflette tale giudizio. La sua interpretazione dell’anarchismo punta consapevolmente al futuro. Arthur Rosenberg sottolineò una volta che le rivoluzioni popolari cercano, in modo caratteristico, di sostituire “un’autorità feudale o centralizzata che governa con la forza” con qualche forma di sistema comunitario che “implichi la distruzione e la scomparsa della vecchia forma dello Stato.” Un tale sistema sarà o socialista o una “forma estrema di democrazia … [che è] la condizione preliminare per il socialismo in quanto il Socialismo può essere realizzato soltanto in un mondo che goda della libertà individuale nella massima misura possibile.” Questo ideale, egli osserva, era comune a Marx e agli anarchici [31].  Questa lotta naturale per la liberazione è in conflitto con la tendenza prevalente alla centralizzazione della vita economica e politica.

Un secolo fa Marx scrisse che i lavoratori di Parigi “sentirono che c’era un’unica alternativa: la Comune oppure l’impero, sotto qualsiasi norme potesse ripresentarsi.”

L’impero li aveva rovinati economicamente con la devastazione della ricchezza pubblica che aveva operato, con le frodi finanziarie totali che aveva incoraggiato, con il supporto da esso prestato alla centralizzazione accelerata del capitale e alla concomitante espropriazione dei loro ranghi. Li aveva schiacciati politicamente, li aveva sconvolti moralmente con le sue orge, aveva insultato il loro spirito Volteriano affidando l’istruzione dei loro figli ai frères ignorantins, aveva disgustato il loro sentimento di francesi precipitandoli a capofitto in una guerra che lasciava solo un corrispettivo per che rovine che aveva causato: la scomparsa dell’impero [32].

Il miserabile Secondo Impero “fu la sola forma di governo possibile all’epoca, quando la borghesia aveva già perso, e la classe operaia non aveva ancora acquistato, la capacità di governare la nazione.”

Non è molto difficile riformulare queste osservazioni in modo che esse risultino appropriate per i sistemi imperiali del 1970. Il problema di “liberare l’uomo dalla maledizione dello sfruttamento economico e della schiavitù politica e sociale” resta il problema del nostro tempo.  Sino a quando le cose staranno così, le dottrine e la pratica rivoluzionaria del socialismo libertario serviranno da ispirazione e da guida.

 

Trascritto [per il progetto ‘Reimmaginare la società’] da Bill Lear

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Note:

Questo saggio è una versione rivista dell’introduzione a ‘Anarchism: From Theory to Practice’ di Daniel Guérin [L’anarchismo: dalla teoria alla pratica]. In una versione leggermente diversa è comparso sulla New York Review of Books, 21 maggio 1970.

[1] Octave Mirabeau, citato in James Joll, The Anarchists, pagg. 145-6.

[2] Rudolf Rocker, Anarchosyndicalism, pag. 31.

[3] Citato da Rocker, ibid., pag. 77. Questa citazione e quella della frase successiva sono da Michael Bakunin, “The Program of the Alliance” [Il programma dell’Alleanza],in ‘Bakunin on Anarchy’ [Bakunin a proposito dell’anarchia] a cura e traduzione di Sam Dolgoff, pag. 255.

[4] Diego Abad de Santillan, After the Revolution [Dopo la Rivoluzione], pag. 86. Nell’ultimo capitolo, scritto diversi mesi dopo che la rivoluzione era iniziata, egli esprime la sua insoddisfazione per ciò che era stato ottenuto sino ad allora in questa direzione.  Sulle realizzazioni della rivoluzione sociale in Spagna, si veda il mio ‘American Power and the New Mandarins’ [Il potere statunitense e i nuovi mandarini] capitolo 1 e i riferimenti ivi citati; l’importante studio di Broué e Témime è stato nel frattempo tradotto in inglese. Molti altri studi importanti sono apparsi da allora, in particolare: Frank Mintz ‘L’Autogestion dans l’Espagne révolutionaire’ (Parigi, Editions Bélibaste, 1971); César M. Lorenzo ‘Les Anarchistes espagnols et le pouvoir, 1868-1969’ (Parigi, Editions du Seuil, 1969); Gaston Leval ‘Espagne Libertaire, 1936-1939: L’Oeuvre constructive de la Révolution espagnole’ (Parigi, Editions du Cercle, 1971). Si veda anche Vernon Richards, ‘Lessons of the Spanish Revolution’, ediziona ampliata 1972.

[5] Citato da Robert C. Tucker, ‘The Marxian Revolutionary Idea’ [L’idea rivoluzionaria Marxiana] nella sua discussione del marxismo e dell’anarchismo.

[6] Bakunin, in una lettera a Herzen e Ogareff, 1866. Citato da Daniel Guérin, ‘Jeunesse du socialisme libertaire’, pag. 119.

[7] Fernand Pelloutier, citato in Joll, ‘Arnarchists’. La fonte è ‘L’Anarchisme et les syndicats ouvriers’, Les Temps nouveaux, 1895. Il testo completo compare in Daniel Guérin, a cura di, ‘Ni Dieu, ni Maìtre’, un’eccellente antologia storica dell’anarchismo.

[8] Martin Buber, Paths in Utopia, [Percorsi nell’utopia], pag. 127.

[9] “Nessuno stato, per quanto democratico” scrisse Bakunin, “nemmeno la repubblica più rossa può mai dare al popolo ciò che esso vuole davvero, cioè la libera auto-organizzazione e amministrazione dei propri affari dal basso verso l’alto, senza nessuna interferenza o violenza dall’alto, perché ogni stato, persino lo pseudo Stato del Popolo inventato dal signor Marx, è in essenza soltanto una macchina che governa le masse dall’alto, da parte di una minoranza privilegiata di intellettuali presuntuosi che immaginano di sapere ciò che la gente vuole e di cui ha necessità, meglio di quanto lo sappia il popolo stesso …”  “Ma il popolo non starà per niente meglio se il bastone con cui è picchiato porta l’etichetta ‘bastone del popolo’.” (‘Statism and Anarchy’ [Statalismo e anarchia] 1873, in Dolgoff, ‘Bakunin on Anarchy’ pag. 338) – il ‘bastone del popolo’ è la repubblica democratica.

Marx, naturalmente, vedeva le cose in modo diverso.

Per una discussione dell’impatto della Comune di Parigi riguardo a questa disputa, vedere i commenti di Daniel Guérin in ‘Ni Dieu, ni maitre’; essi compaiono anche, leggermente ampliati, nel suo ‘Pour un marxisme libertaire’. Vedere anche nota 24.

[10] Sulla “deviazione intellettuale” a sinistra di Lenin nel corso del 1917, vedere Robert Vincent Daniels, “The State and Revolution: a Case Study in the Genesis and Transformation of Communist ideology” [Lo stato e la rivoluzione: un caso di studio sulla genesi e la trasformazione dell’ideologia comunista], American Slavic and East European Review, vol.12, no. 1 (1953).

[11] Paul Mattick, Marx and Keynes, pag. 295.

[12] Michael Bakunin, “La Commune de Paris et la notion de l’état”, ristampato in Guérin, ‘Ni Dieu, ni Maitre’. L’osservazione finale di Bakunin riguardo alle leggi della natura individuale come condizione della libertà possono essere confrontate con il pensiero creativo sviluppato nelle tradizioni razionalista e romantica.  Vedere il mio ‘Cartesian Linguistic’ [La linguistica cartesiana] e Language and Mind [Il linguaggio e la mente].

[13] Shlomo Avineri, ‘The Social and Political Thought of Karl Marx’, pag. 142. Riferendosi ai commenti in The Holy Family [La sacra famiglia], Avineri afferma che all’interno del movimento socialista solo i kibbutzim israeliani “hanno percepito che i modi e le forme dell’organizzazione sociale attuale determineranno la struttura della società futura.”  Questa, tuttavia, era una posizione caratteristica dell’anarcosindacalismo, come osservato in precedenza.

[14] Rocker, Anarchosyndicalism, pag. 28.

[15] Vedere le opere di Guérin citate in precedenza.

[16] Karl Marx, Critica del programma di Gotha.

[17] Karl Marx, Grundrisse der Kritik der Politischen Oekonomie, citato da Mattick, ‘Marx and Keynes’ , pag. 306. Al riguardo vedere anche il sggio di Mattick “Workers’ Control” [Controllo da parte dei lavoratori] in Priscilla Long (a cura di), The New Left [La Nuova Sinistra] e Avineri ‘Social and Political Thought of Marx’ [Il pensiero sociale e politico di Marx].

[18] Karl Marx, Il Capitale, citato da Robert Tucker, che giustamente sottolinea come Marx consideri il rivoluzionario più come un “produttore frustrato” che come un “consumatore insoddisfatto”. (The Marxian Revolutionary Idea). Questa critica più radicale dei rapporti di produzione capitalisti è uno sviluppo diretto del pensiero libertario dell’Illuminismo.

[19] Marx, Il Capitale, citato da Avineri, Social and Political Thought of Marx, pag. 83

[20] Pelloutier, “L’Anarchisme”,

[21] “Qu’est-ce que la propriété?” L’espressione “la proprietà è furto” dispiacque a Marx che vide nel suo utilizzo un problema logico, visto che il furto presuppone l’esistenza legittima della proprietà. Vedasi Avineri, Social and Political Thought of Marx.

[22] Citato nel ‘Paths in Utopia’ di Buber, pag. 19.

[23] Citato in ‘Marx, Proudhon and European Socialism’ [Marx, Proudhon e il socialismo europeo], di J. Hamden Jackson, pag. 60.

[24] Karl Marx, ‘The Civil War in France’ [La guerra civile in Francia], pag. 24. Avineri osserva che questo e altri commenti di Marx a proposito della Comune si riferiscono intenzionalmente a intenzioni e piani.  Come Marx ha chiarito altrove, la sua valutazione più matura fu più critica che in questo documento.

[25] Per un po’ di contestualizzazione vedasi Walter Kendall, ‘The Revolutionary Movement in Britain’ [Il movimento rivoluzionario in Inghilterra].

[26] ‘Collectivisations: ‘L’Oeuvre constructive de la Révolution espagnole’, pag. 8.

[27] Per una discussione vedere Mattick, ‘Marx and Keynes’, e Michael Kidron, ‘Western Capitalism Since the War’ [Il capitalismo occidentale a partire dalla guerra]. Vedere anche discussioni e riferimenti citati nel mio ‘At War with Asia’ [In guerra con l’Asia] capitolo1, pagg. 23-26.

[28] Vedere Hugh Scanlon, ‘The Way Forward for Workers’ Control’ [La via verso il controllo da parte dei lavoratori]. Scanlon è presidente dell’AEF, uno dei più grandi sindacati inglesi.  L’istituzione è stata creata come risultato della Sesta Conferenza sul Controllo da parte dei Lavoratori del marzo 1968 e serve da centro di diffusione di informazioni e di incoraggiamento della ricerca.

[29] Guérin, ‘Ni Dieu, ni Maitre’, introduzione.

[30] Ibid.

[31] Arthur Rosenberg, ‘A History of Bolscevism’, [Storia del bolscevismo], pag. 88

[32] Marx, ‘Civil War in France’, pagg. 62-63

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[Bibliografia omessa; sostanzialmente consistente in un’elencazione, in ordine di autore opere citate nel testo e nelle note. Vedere l’originale, di cui al link di seguito – n.d.t.]

 

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/notes-on-anarchism-by-noam-chomsky

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2011 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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