Il potere inglese sta declinando nelle isole britanniche

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di Patrick Cockburn – 15 dicembre 2020

Nella prima metà dell’anno scorso ho incontrato persone compiaciute e persone depresse mentre percorrevo il Regno Unito a scrivere dell’impatto potenziale della Brexit. Ma i di gran lunga più allegri tra quelli che ho intervistato erano veterani repubblicani irlandesi di Belfast, prevalentemente membri attuali o del passato dello Sinn Fein, che avevano dedicato le loro vite a opporsi al governo britannico.

Comprendevano che la Brexit aveva reso la questione del confine irlandese un vivo problema politico trasformandolo in una frontiera internazionale. Non era più una linea di divisione di 310 miglia tra il Regno Unito e la Repubblica Irlandese, ma il confine tra il Regno Unito e la UE.

I nazionalisti irlandesi avevano cercato di interessare il resto del mondo riguardo alla partizione dell’Irlanda da quando era avvenuta nel 1921, ma avevano fallito desolatamente. Ora il governo britannico stava facendo autolesionisticamente tale lavoro per loro, erodendo considerevolmente lo status dell’Irlanda del Nord come parte del Regno Unito.

I timori degli unionisti di essere svenduti sono stati ampiamente confermati, un risultato confermato questa settimana dall’accordo tra la UE e il governo britannico sul confine del Mare d’Irlanda, che è complicato e disorientante – forse deliberatamente – ma significa in pratica che ci saranno barriere commerciali tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna, anche se non tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica Irlandese. Giornali unionisti oggi si riferiscono al “confine del Mare d’Irlanda” come un fatto compiuto. Al tempo stesso Boris Johnson ha lasciato cadere le clausole molto criticate della legge sul Mercato Interno che avrebbero consentito al suo governo di far marcia indietro sul confine marittimo.

Ex leader dei sostenitori della Brexit, saliti al potere dichiarando di “riprendere il controllo”, sono falsamente modesti riguardo a ciò che hanno fatto, ma lo stato britannico sta cedendo una larga misura di autorità su parte del Regno Unito. L’Irlanda del Nord in futuro rispetterà le norme doganali della UE e le regole del “mercato unico” e il resto del Regno Unito no. Non sorprendentemente i media favorevoli alla Brexit che negli ultimi giorni hanno tuonato riguardo alla sfida a Bruxelles e dicendo a Johnson di mantenersi fermo sono in larga misura muti riguardo a questa riduzione del potere reale del governo britannico.

Gli unionisti dell’Irlanda del Nord non sono così timidi nell’esprimere la loro sensazione di tradimento. “Il primo ministro farà sempre ciò che va bene a lui personalmente, poi al suo partito, poi all’Inghilterra”, dice un duro editoriale dell’unionista News Letter citato dall’Irish Times. “Ha mostrato puro cinismo quando è venuto nell’Irlanda del Nord a denunciare la protezione del confine di Theresa May… Nel giro di mesi ha ottenuto la presidenza che aveva dedicato una vita a desiderare e nel giro di settimane dall’aver conseguito quell’obiettivo ha lasciato la regione alla deriva”.

Naturalmente chi riponga la propria fiducia in qualcuno così apertamente falso come Johnson non merita molta simpatia. Arlene Foster e il Partito Democratico Unionista (DUP), nonostante tutta la loro reputazione di spietato pragmatismo, hanno mostrato un’ingenuità puerile nell’immaginare che l’abbraccio del Partito Conservatore durasse un secondo più a lungo della sua dipendenza dal DUP per la sua maggioranza alla Camera dei Comuni.

Ma la tormentata emersione del “confine del Mare d’Irlanda”, assieme con l’abbandono delle clausole contestate della legge sul Mercato Interno, fanno ben più che offrire un ulteriore esempio dell’inaffidabilità di Johnson. Sono il risultato del cambiamento del rapporto di potere su numerosi fronti, tutti negativi per la Gran Bretagna. Il primo è tra protestanti/unionisti e cattolici/nazionalisti nell’Irlanda del Nord. Il dominio dei primi è andato scomparendo dall’inizio dei Troubles nel 1968, un declino riconosciuto e istituzionalizzato dall’Accordo del Venerdì Santo trent’anni dopo.

Il rapporto tra le due comunità cambierà ulteriormente quando gli unionisti/protestanti perderanno la loro maggioranza demografica nel prossimo censimento.

L’esito della lotta sulla localizzazione del confine irlandese è più che un semplice problema irlandese; è stato una prova cruciale di forza tra la Gran Bretagna post Brexit e la Repubblica Irlandese, la stessa UE e gli Stati Uniti mentre Biden diventa presidente. L’esito della prova consiste nel mostrare la Gran Bretagna globale è una potenza rinsecchita, indipendentemente dal risultato degli attuali dialoghi sul commercio.

Questo non significa che l’unità irlandese sia dietro l’angolo. Gli unionisti sono semplicemente tosti quanto i nazionalisti. Non molti di loro pensano che starebbero meglio nella Repubblica d’Irlanda, ma quello che è cambiato è che una vasta parte della comunità nazionalista che precedentemente pensava di star meglio nel Regno Unito non lo pensa più. “Non troveresti molti nazionalisti post Brexit che non voterebbero per un’Irlanda unita in un nuovo referendum sul confine”, mi ha detto l’anno scorso un giornalista.

Ciò che era vero allora è ancora più vero oggi. All’epoca ero rimasto colpito dall’altezzosa ignoranza dei leader della Brexit riguardo al problema del confine irlandese. Parlavano di un suo controllo mediante mezzi tecnici, non notando che la maggior parte di esso corre attraverso aree nazionaliste e che qualsiasi dispositivo di controllo sarebbe stato distrutto nel giro di minuti dalla sua installazione. Un anno dopo ho visto all’opera la stessa miscela di ignoranza, scarsità di giudizio e incompetenza quando il governo Johnson si è trovato alle prese con l’epidemia di coronavirus.

C’è qualcosa di sinistramente comico riguardo alla Gran Bretagna sotto una guida di provata inettitudine, e deliberatamente privata di alleati, che pianifica di superare in competizione il resto del mondo.  Il problema è che il Partito Conservatore, mentre si trasforma in un partito nazionalista esclusivamente inglese, ha le virtù e i vizi dei movimenti nazionalisti dovunque. Non c’è nulla di peculiarmente britannico al riguardo: la maggior parte delle persone nel mondo considera lo stato nazione il miglior veicolo per le sue lealtà, qualcosa di esemplificato nella reazione alla pandemia quando ogni nazione – compresi i 27 membri della UE – ha consultato unicamente i propri interessi, prima di ogni altra cosa.

I nazionalisti soffrono di due debolezze in particolare: incolpano di qualsiasi cosa vada storta un oppressore esterno quale, nel caso della Gran Bretagna, Bruxelles. Secondo: sono ciechi al nazionalismo altrui, considerandolo fasullo e ispirato da motivi volgari, quali l’avidità economica, e interamente diverso dal loro immacolato patriottismo. I sostenitori della Brexit non hanno mai preso in considerazione come il loro nazionalismo inglese colpirebbe l’Irlanda e la Scozia. Tuttavia, gli ultimi 15 sondaggi d’opinione in Scozia mostrano che una maggioranza degli scozzesi è oggi a favore dell’indipendenza. Anche se ciò non si verificasse presto, la “questione scozzese” sarà un tema dominante della politica britannica nei prossimi decenni, proprio come lo è stata la “questione irlandese”.

Non stiamo ancora assistendo alla dissoluzione finale del Regno Unito, ma il declino della potenza inglese nelle Isole Britanniche nel loro complesso sta diventando sempre più visibile. L’Irlanda ha un tredicesimo della popolazione del Regno Unito, ma è diventata un rivale politico da prendere sul serio perché è sostenuta, almeno per il momento, dalla UE e dagli Stati Uniti. Nessuna meraviglia che quei leader dello Sinn Fein di Belfast apparissero così felici.

 

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/english-power-is-ebbing-inside-the-british-isles/

Originale: The Independent

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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