Il frullato della cospirazione del Grande Reset

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di Naomi Klein – 9 dicembre 2020

Scrivere del “Grande Reset” non è facile. Si è trasformato in una teoria cospirazionista virale che pretende di rivelare qualcosa che nessuno ha mai tentato di nascondere, la maggior parte della quale non sta comunque realmente avvenendo mentre parte di essa dovrebbe.

Per me è motivo di grande confusione sciogliere questo particolare nodo, perché al centro di esso c’è una bastardizzazione di un concetto di cui so qualcosa: la dottrina dello shock.

A giugno il Forum Economico Mondiale (WEF), meglio noto per il suo vertice annuale a Davos, ha avviato un balzo di rilievo organizzativo in un momento in cui era già chiaro che, nel futuro prevedibile, ammassare migliaia di persone, guancia liftata a guancia, in una località sciistica svizzera per parlare di imbrigliare il potere dei mercati per por fine alla povertà rurale era un fallimento in partenza.

Lo sforzo è stato chiamato il Grande Sito, voglio dire il Grande Reset. E attraverso articoli, video, seminari in rete, podcast e un libro del fondatore del WEF, Klaus Schwab, ha offerto una nuova insegna a tema coronavirus a tutte le cose che Davos fa comunque, ora frettolosamente confezionate come un progetto per resuscitare l’economia globale post pandemia “perseguendo una forma migliore di capitalismo”. Il Grande Reset è stato uno spazio per spacciare aggiustamenti tecnologici a fini di lucro a problemi sociali complessi; per ascoltare capi di giganti petroliferi transnazionali dire la loro riguardo all’urgente necessità di affrontare il cambiamento climatico; per sentire politici affermare le cose che dicono durante le crisi: che questa è una tragedia, ma anche un’opportunità, che sono impegnati a ricostruire meglio e a introdurre un “pianeta più equo, più verde, più sano”. Il principe del Galles, David Attenborough e il capo del Fondo Monetario Internazionale sono stati bene in vista. Quel genere di cosa.

In breve, il Grande Reset include delle buone cose che non si verificheranno e delle cose brutte che certamente lo faranno e, francamente, nulla di fuori dall’ordinario nella nostra era di miliardari “verdi” che approntano razzi per Marte. In effetti chiunque abbia una conoscenza anche superficiale del linguaggio di Davos, e del numero di volte in cui ha tentato di riciclare il capitalismo come un programma leggermente difettoso di alleviamento della povertà e di risanamento ecologico, riconoscerà lo champagne d’annata in questa caraffa in rete. (Questa storia è esplorata in un eccellente nuovo libro e film del docente di diritto Joel Bakan, “The New Corporation: How ‘Good’ Corporations Are Bad for Democracy”).

Mediante il suo molto influente Rapporto sulla Competitività Globale, il WEF ha svolto un ruolo chiave nella campagna transnazionale per liberare il capitale da tutti gli ostacoli (come solida regolamentazione, protezioni delle industrie locali, tassazione progressiva e, Dio non voglia, nazionalizzazioni). Molto tempo fa, tuttavia, Schwab si è reso conto che se Davos non avesse aggiunto un po’ di far del bene al suo fare con successo, i forconi che avevano cominciato ad ammassarsi ai piedi della montagna alla fine avrebbero sfondato i cancelli (come sono arrivati prossimi a fare durante il vertice del 2001).

E così le frivole sessioni sui nuovi mercati in Malesia e le nuove imprese in California hanno trovato complemento in altre più austere sullo scioglimento dei ghiacciai, gli obiettivi di sviluppo delle Nazioni Unite, gli “investimenti d’impatto”, il “capitalismo delle parti interessate” e la “cittadinanza imprenditoriale globale”. Nel 2003 Schwab ha introdotto la tradizione che ciascun vertice di gennaio abbia un grande tema, a partire dall’appropriatamente rimproverato “Costruire fiducia”. Il nuovo tono di Davos, tuttavia, è stato fissato davvero nel 2005, quando l’attrice Sharon Stone, sentendo il presidente della Tanzania parlare della necessità di zanzariere della sua nazione per combattere la malaria, è balzata in piedi e ha trasformato la seduta in un’asta di beneficenza per comprare le zanzariere. Ha raccolto un milione di dollari in cinque minuti e si è avviata una nuova era di Davos.

Il Grande Reset è semplicemente l’edizione più recente di questa tradizione dorata, a malapena distinguibile dalle precedenti Grandi Idee di Davos, da “Plasmare il mondo post crisi” (2009) e “Ripensare, riprogettare, ricostruire” (2010) alla “Grande Trasformazione” (2012) e – chi può dimenticarlo? – a “Creare un Futuro Condiviso in un Mondo Spaccato” (2018). Se Davos non stesse “cercando una forma migliore di capitalismo” per risolvere la spirale delle crisi che Davos stesso ha sistematicamente aggravato, non sarebbe Davos.

E tuttavia cercate l’espressione “reset globale” e sarete bombardati da “rivelazioni” mozzafiato di una trama globalista segreta, guidata da Schwab e da Bill Gates, che sta sfruttando lo stato di shock creato dal coronavirus (che probabilmente è esso stesso una “bufala”) per trasformare il mondo in una dittatura dell’alta tecnologia che vi porterà via per sempre la vostra libertà: una dittatura vaccinale imposta da verdi/socialisti/Venezuela/Soros se la denuncia del Reset proviene dall’estrema destra e una dittatura vaccinale imposta da Big Pharma/impianti biometrici/5G/cane robot se la denuncia proviene dall’estrema sinistra.

Confusi? Non è colpa vostra. Meno una teoria cospirazionista che un frullato cospirazionista, il Grande Reset è riuscito a fondere ogni uscita fuori di testa nella rete – di sinistra e di destra, passabile e stravagante – in un incipiente meta urlo riguardo alla natura insopportabile della vita pandemica sotto un capitalismo vorace. Ho fatto del mio meglio per ignorarlo per mesi, anche quando vari “ricercatori” del Reset hanno insistito che tutto questo è un esempio della dottrina degli shock, un’espressione che ho coniato un decennio e mezzo fa per descrivere i molti modi in cui le élite cercano di sfruttare gravi disastri per far passare politiche che arricchiscono i già ricchi e limitano le libertà democratiche.

C’è stato uno tsunami di esempi di reale dottrina degli shock dall’inizio della pandemia: l’attacco di Trump all’architettura regolatoria di Washington; l’amplificata campagna della Segretario all’Istruzione Betsy DeVos per la “scelta scolastica”, piuttosto che, diciamo, dare alle scuole pubbliche le risorse di cui hanno bisogno per mantenere al sicuro i bambini; l’accaparramento di potere da Medusa da parte della Silicon  Valley, di cui ho scritto quale Screen New Deal [New Deal della Sorveglianza]; i crudeli attacchi del governo Modi alla protezione dei prezzi per gli agricoltori dell’India (che hanno scatenato un’onda di eroiche proteste), e moltissimi altri.

Ciò che Schwab e il WEF stanno facendo con il Grande Reset è sia più sottile, sia più insidioso. Schwab ha naturalmente assolutamente ragione quando afferma che la pandemia ha rivelato molti mortali difetti strutturali del solito capitalismo, così come dimostrano la crisi climatica in accelerazione e il risucchio della ricchezza del pianeta verso la classe di Davos, anche nel mezzo della pandemia globale. Ma come i precedenti grandi temi del WEF, il Grande Reset non è un tentativo serio di risolvere realmente le crisi che descrive. Al contrario, è un tentativo di creare un’impressione plausibile che i grandi vincitori di questo sistema stiano per accantonare volontariamente l’avidità per fare sul serio riguardo alla soluzione delle crisi scatenate che stanno radicalmente destabilizzando il nostro mondo.

Perché? Per lo stesso motivo per cui continuo a sentire annunci di Facebook e podcast della NPR che raccontano quanto Facebook voglia essere regolamentato. Perché se i nostri signori industriali possono creare questa impressione è meno probabile che i governi ascoltino il crescente coro di voci che li sollecitano a fare quanto necessario per combattere realmente la spirale della povertà, della disoccupazione, del crollo climatico e della degenerazione dell’informazione: disciplinare le società che hanno creato queste crisi e tassarle, frazionarle e, in alcuni casi, porle sotto controllo pubblico.

Dunque no, il Grande Reset non è semplicemente un altro nome del New Deal Verde, come stanno assurdamente affermando molti di destra con una lavagna digitale e un’insana ossessione per AOC. Si tratta, prima di tutto e soprattutto, di bloccare un New Deal Verde reale, che del tutto certamente non avrebbe il sostegno della BP, della Mastercard, del Principe del Galles e di tutti gli altri soci del Great Reset.

E in settimane recenti un mucchio di giornalisti di destra su Fox News, così come un ministro degli affari esteri del Brasile e politici di spicco dell’opposizione in Australia e Canada hanno affermato di essere confusi al riguardo e stanno improvvisamente dando ossigeno a quella che, fino a poco tempo fa, era un cospirazione marginale. Laura Ingraham, Tucker Carlson e Ben Shapiro hanno tutti terrorizzato i loro grandi pubblici con affermazioni che sta per essere fatto loro ingoiare socialismo verde attraverso di Grande Reset di Schwab che, spiegano, è la medesima cosa del pianto “Ricostruire Meglio” del presidente eletto Joe Biden, che è esso stesso un’esile copertura del New Deal Verde della parlamentare Alexandria Ocasio-Cortez. (Come un primo appassionato di un gruppo indie punk, Glenn Beck ha usato il suo piedistallo a The Blaze per segnalare che stava inveendo contro il Grande Reset quando esso era solo un barlume nell’occhio di Schwab).

Questa gente pensa onestamente che Schwab sia in combutta con AOC e stia sfruttando la pandemia per far fallire la BP, con la piena cooperazione della BP? Naturalmente no. Ma il presidente Donald Trump se ne sta andando e il New Deal Verde è popolare, precisamente perché è tanto lontano quanto potrebbe esserlo da Davos, fondato su un ethos di ‘chi inquina paga’ e su programmi quali una garanzia di occupazione e un’assistenza sanitaria universale che godono di un vasto sostegno della classe lavoratrice. Per politici di destra, e per le compagnie petrolifere che li sostengono, quanto più l’intervento climatico possa essere fuso con un’organizzazione nota per i suoi ingorghi di jet privati e per il suo fondatore del genere dei cattivi di Bond, tanto più facile sarà opporsi a qualsiasi piano climatico. E’ per questo che il primo allarmismo riguardo al Grande Reset è arrivato dal Heartland Institute, l’epicentro della macchina del negazionismo del cambiamento climatico.

Questo messaggio sta guadagnandosi seguito non perché le persone siano idiote, ma perché sono incazzate, e hanno ogni diritto di esserlo. Le politiche di confinamento hanno preteso mesi di sacrifici individuali per il bene comune senza offrire le protezioni collettive più elementari per evitare che le famiglie scivolassero nella fame e nella mancanza di un tetto o per mantenere a galla piccole aziende. Nel frattempo trilioni sono stati spesi per sostenere mercati e salvare multinazionali, e la speculazione sulla pandemia è rampante. Meraviglia che tanti trovino del tutto plausibile che le stesse élite che si aspettano che essi digeriscano tutti i sacrifici collegati al coronavirus mentre loro festeggiano negli Hamptons e su isole private siano anche disposte a esagerare i rischi della malattia per far loro accettare altra amara medicina “verde” per il bene comune? Come ha chiarito quel primo tema di Davos, la fiducia tra la gente e la vetta della montagna è stata spezzata, e del tutto certamente non è stata ricostruita.

Per un’occhiata a come tutto questo sta insieme date uno sguardo a ciò che succede in Alberta, Canada, sotto il suo premier realmente riprovevole, un certo Jason Kenney.  Kenney è salito al potere promettendo di operare da svergognato valletto del giacimento petrolifero di Alberta, specificamente delle sue sabbie bituminose dalla ultraveloce cottura del pianeta. Ha promesso di far approvare a forza tutte le condutture, indipendentemente dall’opposizione, e di creare una “war room” per sorvegliare tutti gli oppositori.

A marzo, nei primi giorni della pandemia, ho osservato che Kenney meritava il premio per il più vile capitalista del disastro del COVID-19 perché aveva appena licenziato 20.000 lavoratori dell’istruzione, presumibilmente per coprire i costi della pandemia, anche se aveva profuso 7 miliardi di dollari in sussidi pubblici all’oleodotto Keystone XL, nonostante i confinamenti avessero creato un grande surplus di petrolio greggio. Ha fatto seguito in autunno licenziando 11.000 lavoratori dell’assistenza sanitaria, un chiaro tentativo di sfruttare la crisi del COVID-19 per aprire la porta a una parziale privatizzazione dell’assistenza sanitaria in stile statunitense.

Non ha sorpreso nessuno che Kenney abbia anche presieduto a un’esplosione del coronavirus in stile statunitense, con il tasso di positività della provincia che ha recentemente superato il 10 per cento (più elevato della media a sud del confine).  Oggi Kenney, un autoproclamato iperliberista avversario del governo interventista, si è ridotto a implorare il primo ministro Justin Trudeau per fondi per costruire ospedali da campo.

Meraviglia che abbia cercato di cambiare discorso? La settimana scorsa Kenney ha fatto esattamente questo, scegliendo una domanda riguardo al Grande Reset durante una diretta Facebook. Il premier ha finto orrore all’idea che Klaus Schwab possa forse considerare il COVID-19 un’opportunità per promuovere obiettivi politici, descrivendo il piano come “un’accozzaglia di idee di sinistra di minore libertà e governo più forte”. Riscaldandosi sul suo argomento, ha dichiarato: “Non prenderò nessuna direttiva politica da Klaus Schwab e da quelli come lui… Diavolo, no! Non sfrutteremo né approfitteremo di una crisi per promuovere un programma politico… E’ molto spiacevole e riprovevole che persone influenti cerchino esplicitamente di approfittare di una crisi come questa per promuovere la loro visione e i loro valori politici”.

La destra in rete ha esultato: “Jason Kenney mostra una vera leadership rifiutando il nuovo ordine mondiale di Klaus Schwab”, ha dichiarato un canale, e non sopporto di fornire collegamenti a molti, molti altri.

Purtroppo, l’avversione di Kenney per l’opportunismo nella crisi arriva tardi per le migliaia di lavoratori di nuova disoccupazione nell’istruzione e negli ospedali della sua provincia, o per le centinaia di pazienti che presto riceveranno cure nei suoi ospedali da campo. E anche se Kenney è stato lesto a dire che il Grande Reset non era una teoria cospirazionista e che il coronavirus è reale, delle sue dichiarazioni si sono immediatamente appropriati crescenti numeri di persone che sono seriamente convinte che il COVID-19 sia una bufala inventata dai globalisti di Davos per eliminare le loro proprietà private, avvelenare i loro cervelli con il 5G e derubarli del loro diritto di recarsi in palestra.

In Alberta migliaia di quelle persone hanno partecipato la settimana scorsa a “Marce per la libertà” senza mascherine. Non ho dubbi che Kenney lo intendeva quando ha detto loro di farla finita, proprio come lui indubbiamente vuole che il COVID-19 smetta di devastare la sua provincia, assieme alla sua reputazione. Ma quello che vuole molto più e fermare la spinta all’intervento climatico nei piani di ripresa dal coronavirus in modo che le compagnie petrolifere che finanziano il suo partito e la sua amministrazione possano spremere un po’ di altri trimestri redditizi. E lui, insieme con numeri crescenti di politici analogamente vili di tutto il mondo, considera l’alimentare la cospirazione del Grande Reset il mezzo più efficace per conseguire quell’obiettivo.

Nulla di questo intende dire che la spinta di Schwab al Reset sia benevola e non meritevole di esame. Ogni sorta di idee pericolose è in agguato sotto la sua vasta falda, da un’avventata spinta a maggiore automazione nel mezzo di una crisi di disoccupazione alla costante mossa a rendere normale la sorveglianza di massa e strumenti di tracciamento biometrico, al problema molto reale (anche se non nuovo) del singolare potere di Bill Gates sulla politica globale della sanità. L’ironia, tuttavia, sta nel fatto che il frullatore dei fatti che attualmente rimescola il Grande Reset rende di fatto più difficile chiamare a rispondere di qualsiasi di queste cose il gruppo di Davos, poiché critiche legittime sono state ora mescolate a fantasticherie veramente pericolose contro la vaccinazione e a un vero e proprio negazionismo del coronavirus.

Rende anche più difficile parlare del profondo riallineamento di cui le nostre economie e società hanno disperatamente bisogno, una visione che un gruppo di noi ha esposto in un breve filmato che abbiamo diffuso a ottobre, chiamato “Gli anni della riparazione” (The Years of Repair), perché oggi tutti i discorsi su come cambiare in meglio in reazione alle crudeltà che il COVID-19 ha rivelato sono immediatamente calunniati come parte del Grande Reset. Come ha scritto recentemente lo storico Quinn Slobodian, anni dopo la pubblicazione de “La dottrina degli shock”, “la destra si sta ora appropriando di questa narrazione ai propri fini”. Contemporaneamente le manovre meno fantasiose ma estremamente reali della dottrina degli shock che attualmente conducono una guerra alle scuole pubbliche, agli ospedali, ai piccoli agricoltori, alle protezioni ambientali, alle libertà civili e ai diritti dei lavoratori ricevono solo una frazione dell’attenzione che meritano.

E’ tutto un piano, un altro genere di elaborata cospirazione? Nulla di così elegante. Come Steve Bannon ci ha detto gentilmente, la strategia informativa dell’era Trump è sempre consistita nell’”inondare la zona di merda”. Quattro anni dopo, possiamo constatare che cosa ciò significhi in patria. E’ come se cospirazionisti di estrema sinistra ed estrema destra se ne stiano seduti su un vassoio di sandwich di merda informativa a parlare di come il Grande Reset sia il piano di Bill Gates di usare il DNA dei nostri test del COVID-19 per trasformare gli Stati Uniti nel Venezuela.

Non ha alcun senso, e va benissimo per tizi come Bannon e anche Kenney. Perché se si vuole continuare a muovere guerra all’ecologia che sostiene la vita sulla Terra, un gran modo per farlo consiste nell’inquinare deliberatamente la sua ecologia informativa che sostiene la democrazia. In realtà è l’inquinamento il problema.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-great-reset-conspiracy-smoothie/

Originale: The Intercept

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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