Israeliani attaccano Netanyahu e le restrizioni per il coronavirus in un’ondata di disobbedienza civile

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di Mairav Zonszein – 14 novembre 2020

Molti israeliani ritengono che il secondo confinamento del loro paese per il coronavirus sia mirato a fermare le proteste contro la corruzione, non la diffusione della malattia.

Un venerdì sera di fine giugno il sessantasettenne Amir Haskel, un pilota dell’aviazione in pensione dopo 32 anni di carriera nelle Forze di Difesa Israeliane con il rango di brigadier generale, si è ritrovato per la prima volta in vita sua in cella in un carcere. Haskel era stato arrestato mentre protestava di fronte alla residenza ufficiale del primo ministro Benjamin Netanyahu a Balfour Street a Gerusalemme Ovest. Lui e un gruppetto di altri erano accampati sul marciapiede da due settimane, impegnati in un sit-in per chiedere le dimissioni di Netanyahu.

Quel venerdì si erano presentate inaspettatamente centinaia di persone. La polizia aveva arrestato Haskel che ha detto che i poliziotti lo avevano preso perché stava guidando una protesta che violava le prescrizioni della polizia, anche se nessuna prescrizione o permesso simili erano richiesti. Avevano cercato di raggiungere un accordo con lui affinché firmasse un ordine che gli avrebbe impedito di entrare a Gerusalemme per quindici giorni, ma egli si era rifiutato e aveva trascorso la notte in carcere fino a quando non era stato liberato da un giudice. “Mi era chiaro che il cambiamento può avvenire solo a Balfour. Non può avvenire a Tel Aviv. Deve sentire il nostro fiato sul collo”, ha detto Haskel che considera l’allontanamento di Netanyahu e il primo e necessario passo di un processo. “La maggiore minaccia a Israele non è l’Iran o Hezbollah o Hamas. Sono le divisioni interne della nostra società”.

Il brigadier generale in pensione Amir Haskel indossa una mascherina in mezzo a preoccupazioni per l’epidemia di coronavirus del paese mentre posa per una foto a Telv Aviv, Israele, il 28 giugno 2020 – foto di Ariel Schalit /AP

Netanyahu è il primo ministro dal mandato più lungo di Israele, essendo stato al timone per undici anni consecutivi. E’ anche il primo premier in carica a essere incriminato, attualmente sotto processo in tre cause per corruzione, frode e abuso di fiducia, derivate dall’aver abusato della sua autorità in cambio, tra l’altro, di una copertura mediatica favorevole. Anche se ci sono state modeste ma ostinate proteste contro Netanyahu dopo le inchieste sulla sua corruzione, avviate inizialmente alla fine del 2016, non è stato che quando il coronavirus ha paralizzato Israele che le persone – molte ventenni e trentenni – hanno cominciato a scendere in strada  a schiere.

Per più di venti settimane ormai, decine di migliaia di israeliani sono scesi in strada per chiedere che Netanyahu si dimetta per corruzione, per non aver gestito la pandemia e per quella che molti descrivono come la sua megalomania, facendo tutto il possibile per sottrarsi al processo. Sono convenuti in gran numero di fronte alla sua residenza ufficiale, molti portando cartelli improvvisati, scandendo all’unisono “Vattene!” e “Non ce ne andremo prima che Bibi si dimetta”.

Dimostranti israeliani protestano contro il primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo le sue dimissioni per i casi di corruzione e per non aver combattuto il coronavirus, a Gerusalemme Ovest il 31 ottobre 2020 – Foto di Mostafa Alkjarouf / Anadolu Agency / Getty Images

Ci sono state proteste anche davanti all’abitazione privata di Netanyahu a Cesarea (appena a nord di Tel Aviv), di fronte all’abitazione del ministro della difesa Benny Gantz nel quartiere centrale di Rosh Haayin, nelle strade di Tel Aviv – dove il sindaco settuagenario della città, Ron Huldai, è stato ferito durante una protesta il mese scorso – e in oltre mille località di tutto il paese, tra cui alcune cittadine considerate roccaforti della destra. Carmi Gillon, un ex capo dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele, è stato arrestato dopo essersi incatenato in un blocco stradale a Gerusalemme. Secondo alcuni organizzatori della protesta, il numero di persone in piazza in tutto Israele in un singolo giorno ha superato i 250.000 israeliani, con più di 20.000 nella sola Gerusalemme.

Il primo ministro e i suoi fedeli hanno definito i dimostranti “anarchici” e “untori” e recentemente li hanno anche accusati di essere finanziati dall’Iran.

Proteste che storicamente fanno uscire in strada grandi numeri di israeliani ebrei sono state da lungo tempo dominate dal campo pacifista israeliano di sinistra e un decennio fa da altri che attiravano l’attenzione sull’elevato costo della vita. Quello che sta accadendo oggi è differente. Con più di un milione di disoccupati in un paese di nove milioni, la cultura e la vita notturna del tutto morte in mezzo alla pandemia, e la possibilità delle persone di recarsi fuori dal paese gravemente limitata, un movimento nazionale di israeliani scontenti, che copre tutte le età e in una certa misura precedenti socioculturali, sta praticando la disobbedienza civile. Israele è stato guidato da governi di destra in tutti gli ultimi vent’anni e mentre i suoi partiti politici continuano a virare a destra, molti dei suoi cittadini stanno avvertendo circa il declino democratico del paese.

Il governo ha reagito con relativa forza contro un segmento della popolazione ebrea in larga misura non familiare con la brutalità poliziesca e che non aveva visto violati i suoi diritti individuali. Al tempo stesso il governo ha del tutto ignorato gli incitamenti e i casi di violenza contro i dimostranti. La reazione ufficiale consiste nell’offrire agli israeliani ebrei una piccola finestra su come sono sempre andate le cose per i palestinesi, sia in Israele, sia nella West Bank occupata e a Gaza, le cui proteste sono, in partenza, trattate come sospette.

“Si può dire che qui c’è stato qualcosa di diverso sin dall’inizio”, ha affermato il fotogiornalista Oren Ziv, che per quindici anni ha seguito proteste grandi e piccole, di sinistra e di destra, in tutto Israele e nella West Bank. “In un paese in cui Netanyahu ha governato per così tanti anni e in cui così tanti sono nati in una realtà Netanyahu, i dimostranti stanno cambiando l’ordine del giorno indirizzando il riflettore su come Netanyahu sia il problema. E diversamente dalle proteste del passato, come quelle del 2011” – che erano concentrate sull’elevato costo della vita e su problemi sociali e hanno visto una partecipazione ancor più vasta  – “qui i dimostranti sono usciti in strada affermando chiaramente che questo è politico”, ha detto Ziv. “Perché indipendentemente da per che cosa si sia schierati, la prima richiesta è che lui deve andarsene”.

Dimostranti che indossano mascherine a causa della pandemia di COVID-19 si riuniscono per una dimostrazione contro il governo israeliano presso la residenza del primo ministro a Gerusalemme il 1° agosto 2020 – Foto di Menahem Katana / AFP / Getty Images

Le proteste si sono intensificate a settembre, quando Israele ha sperimentato la seconda ondata di casi di COVID – con alcune delle più elevate percentuali di infezioni del mondo – determinando un secondo rigido confinamento nazionale. Oltre a multare persone perché non indossavano mascherine e a tracciare cellulari per individuare contatti, per due settimane il governo di Israele ha attuato regole d’emergenza che hanno limitato qualsiasi riunione a sino venti persone e sino a mezzo miglio di distanza da casa. Tale misura, che è stata assunta nonostante non ci fossero prove che le proteste all’esterno avessero contribuito ad aumentare le infezioni, hanno in effetti fermato le proteste di massa davanti alla residenza di Netanyahu. Più di metà del pubblico israeliano ritiene che questo secondo confinamento sia motivato dalla politica piuttosto che da problemi sanitari, secondo un sondaggio dell’Israel Democray Institute.

Le restrizioni hanno determinato un boomerang, inducendo centinaia di piccole proteste spuntate come funghi in tutto il paese, rendendo quasi impossibile alla polizia contenerle. Ciò ha indotto la polizia, agli inizi di ottobre, a infliggere una tra le peggiori violenze poliziesche sinora contro i dimostranti. Le tattiche della polizia per contenere e sedare le proteste sono state a volte inaspettatamente dure, anche con cannoni ad acqua direttamente contro i corpi dei dimostranti con conseguenti numerosi feriti nonché la polizia a cavallo e arresti violenti, misure usate storicamente contro minoranze in Israele, quali cittadini palestinesi, ebrei etiopi ed ebrei ortodossi. I dimostranti si sono seduti in strada e prestare ascolto alle sollecitazioni della polizia ad andarsene, hanno avviato marce spontanee per eludere le barricate della polizia, si sono rifiutati di fornire i dati dei loro documenti d’identità e si sono rifiutati di pagare le multe da 250 dollari distribuite dalla polizia, preferendo invece contestarle in tribunale.

“La gente è passata attraverso un rapido processo di politicizzazione, mossa da un discorso concentrato sulla corruzione governativa. La gente non ha lavoro, dunque ha tempo, ed è arrivata al limite”, ha detto Ori Givati, un attivista e collaboratore del gruppo anti-occupazione Breaking the Silence, che è stato arrestato numerose volte durante le proteste. “Non credo più che la polizia mi protegga. Non l’ho creduto a lungo a causa delle mie esperienze nella West Bank. Ma fino a quando non lo sperimenti e sei attaccato, non lo senti”, ha detto indicando la forte differenza tra l’attivismo anti-occupazione e questa protesta. “Quando sono arrestato nella West Bank, non ci sono migliaia di persone a sostenermi. A Balfour,  quando sei arrestato sei un eroe”.

Forze della polizia israeliana usano cannoni ad acqua per disperdere dimostranti mentre si riuniscono contro il governo israeliano e il primo ministro Benjamin Netanyahu a Gerusalemme Ovest il 18 luglio 2020 – Foto di Mostafa Alkharouf /Anadolu Agency / Getty Images
Dimostranti israeliani si scontrano con agenti di polizia durante una manifestazione contro Netanyahu a Gerusalemme, Israele, il 22 agosto 2020. – Foto di Amir Levy / Getty Images

Dopo una protesta il 14 luglio numerose persone hanno testimoniato di essere state messe all’angolo da poliziotti in un’area e innaffiati deliberatamente con un cannone ad acqua, pur avendo implorato i poliziotti di voler andare a casa. Tra le cinquanta persone arrestate quella notte c’è stata la venticinquenne studentessa Merav Ferziger, che si era recata a Gerusalemme per partecipare alla protesta e che è finita con un braccio leso da un cannone ad acqua e un occhio nero per tutti gli spintoni della polizia. “E’ stato spaventoso e doloroso e tuttavia molto esaltante” ha detto. “Mi sentivo come se fossi in un film. Una donna accanto a me è stata irrorata direttamente in faccia”. Nonostante gli arresti di massa, nemmeno uno solo dei manifestanti è stato incriminato.

Gli arresti sono il modo della polizia di schiacciare le proteste, ha detto l’avvocato per i diritti umani Gaby Lasky, che per anni ha difeso il diritto di contestare di attivisti dei diritti umani sia israeliani, sia palestinesi. Da luglio ci sono stati più di 500 arresti, secondo la Lasky, che ha detto che alla maggior parte degli arrestati è stato chiesto di firmare un ordine restrittivo che li avrebbe allontanati dalla località della protesta per sino a quindici giorni, e alcuni sono stati anche messi agli arresti domiciliari. La maggior parte delle persone firma, perché non farlo significa passare la notte in carcere fino a quando non vedono un giudice che, nella maggior parte dei casi, annulla gli ordini della polizia.

La polizia ha anche applicato alcune volte la tecnica del “kettling”, chiudendo  i dimostranti in un’area specifica e non consentendo loro di uscirne per un esteso periodo di tempo. “E’ una tecnica nuova”, ha detto la Lasky. “Non sono va contro le direttive sul coronavirus poiché si dovrebbe mantenere una distanza di due metri, ma è anche traumatica e mentalmente dannosa”.

Frank Romano, al centro, arrestato mentre protestava contro la demolizione di un villaggio palestinese, saluta accanto alla sua legale Gaby Lasky presso il tribunale di Gerusalemme il 16 settembre 2018 – Foto di Ahmad Gharabli / AFP / Getty Images

Secondo la Lasky, la polizia ha confiscato i cellulari delle persone all’atto dell’arresto e numerosi attivisti affermano di essere sorvegliati da poliziotti in borghese. In settimane recenti, poliziotti sotto copertura hanno operato all’interno delle proteste, individuando quelli che giudicano i leader e arrestandoli. Questo è un pilastro delle tattiche militari israeliane nella West Bank occupata. “E’ chiamato l’”incitatore principale”, un termine militare”, ha detto Givati. “Si afferra il palestinese con il megafono”, l’idea essendo che se si elimina l’attivista guida, la protesta perde vigore.

La polizia ha anche impiegato agenti della sua unità contro il crimine organizzato per investigare i dimostranti. La Ferziger, arrestata per la seconda volta in ottobre, ha detto che mentre era interrogata agenti l’hanno accusata di far parte di un’organizzazione criminale che programmava di distruggere proprietà pubbliche, ferire poliziotti e diffondere il virus. “Cercavano di ottenere altri nomi di attivisti”, ha detto. “Sono addestrati a catturare mafiosi e trafficanti di droga. Ero seduta lì nella mia maglietta tie-dye, sorridendo incredula dietro la mia mascherina”.

Il segmento della società israeliana che ha maggior familiarità con la repressione statale – cittadini palestinesi di Israele che costituiscono più del venti per cento della popolazione – è rimasto visibilmente assente dalle proteste. Ciò è in parte dovuto al fatto che trovano fuori strada i discorsi dei manifestanti di salvare o ripristinare la democrazia israeliana; nella loro esperienza la democrazia piena deve ancora essere stabilita.

Ayman Odeh, un politico israeliano palestinese che guida la Lista Congiunta, l’alleanza politica di principali partiti arabi di Israele, si è recato alle proteste e le sostiene, ma comprende la riluttanza del suo elettorato. Ha detto che i cittadini palestinesi vedono i dimostranti battersi per salvare una democrazia che essi stessi non hanno mai avuto e lamentare un corro di una fiducia nei confronti dello stato che loro non hanno mai sperimentato. “Un’intera generazione di ebrei si sta confrontando, per la prima volta, con la brutalità della polizia”, ha detto, “anche se è molto più morbida di quella che affrontano i cittadini arabi”.

Dimostranti israeliani reggono striscioni e scandiscono slogan durante una dimostrazione contro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Tel Aviv, Israele, il 27 agosto 2020 – Foto di Sebastian Scheiner /AP

La repressione poliziesca non ha avuto l’effetto di deterrenza ricercato, in larga misura perché il movimento non ha leader ufficiali, né politici o partiti politici in grado di monopolizzarlo a loro vantaggio. Questo è voluto. “Non ci sono decisori. E’ davvero autentico, è questo che è magnifico”, ha detto Yishai Hadas, un dimostrante sessantacinquenne attivo in un gruppo di protesta chiamato “Ministro del crimine”, dedicato a costringere Netanyahu a lasciare la carica a causa del suo processo per corruzione.

In forte differenza con i tipi di dimostrazioni cui il campo pacifista di Israele ha preso parte – manifestazioni statiche con discorsi e canti approvati in anticipo, o persino le proteste sociali del 2011, che avevano avuto un gusto più alla Woodstock – queste proteste hanno una natura attiva, spontanea e dinamica. Anche se ci sono differenze sia ideologiche sia tattiche tra i vecchi dimostranti più anziani, come Haskel, che cercano di restare in buoni rapporti con le autorità, e i dimostranti più giovani che sono disposti a sfidare la polizia e a farsi arrestare ripetutamente, entrambi i campi sono d’accordo che la potenza delle proteste è che sono differenziate e decentrate, con nessuno a rivendicare la proprietà del loro messaggio o carattere.

Per la folla più giovane, l’attrattiva delle proteste è che si spingono oltre la richiesta dell’allontanamento di Netanyahu. “Noi parliamo di uguaglianza, diritti individuali, stato sociale, pace, occupazione, giustizia distributiva”, ha detto Maayan Amran, che ha trentasette anni. “Voglio anche che Bibi se ne vada, ma solo allontanarlo non basta”. Quando ha cominciato a protestare è rimasta piacevolmente sorpresa che uno dei primi slogan che ha sentito è stato “Giustizia per Iyad”, con riferimento a Iyad al-Hallaq, un residente palestinese autistico ucciso dalla polizia di confine a maggio mentre si recava a scuola. “I giovani stanno cominciando a fare collegamenti tra forme di brutalità poliziesca, anche contro la comunità etiopica, di cui molti non erano consapevoli”, ha detto Amran, che proviene da una famiglia di ascendenza irachena che ha sempre votato per il partito Likud di Netanyahu, come lei stessa ha fatto in passato.

La realtà della pandemia del coronavirus e della sua successiva crisi economica ha avuto anch’essa un ruolo nell’indurre più israeliani a darsi ad atti di dissenso e a normalizzare atti di resistenza contro la politica del governo. “Il confinamento ha trasformato ogni cittadino in un fuorilegge”, ha detto Ohad Nevo, un attivista trentatreenne di Gerusalemme che fa parte di un fiorente gruppo di artisti, studenti e attivisti divenuto noto per indossare bandane rosa nelle proteste. “L’atto più elementare di uscire di casa è divenuto disobbedienza civile. La situazione ha consentito un risveglio popolare con la gente che vede come lo stato può togliere diritti fondamentali, ponendoci in una posizione più simile agli ultraortodossi, ai palestinesi e agli etiopici”.

Ci sono segni che i dimostranti stanno riuscendo a irritare Netanyahu. “Sta impazzendo. Il partito Likud è ossessionato da queste proteste. Ministri descrivono riunioni in cui sono concentrati unicamente su come fermarle”, ha detto Akiva Novick, un giornalista di destra dell’emittente pubblica di Israele. “Ma Netanyahu è tuttora la figura più popolare in Israele. Se c’è un’alternativa è a destra. Il pubblico israeliano si sta solo spostando più a destra. Chiunque pensasse che la disaffezione nei confronti di Bibi avrebbe spostato Israele a sinistra sta fantasticando”.

Anche se ciò che verrà per Israele resta una domanda aperta, attivisti sono stati galvanizzati dalla vittoria elettorale di Joe Biden negli Stati Uniti. Il loro messaggio dopo l’elezione è stato: “Trump è fuori; Bibi tu sei il prossimo”.

 

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://theintercept.com/2020/11/14/israel-coronavirus-netanyahu-protests/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

 

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