Futurismo italiano o castelli in aria dell’Europa

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di Wolfgang Streeck – 30 ottobre 2020

Se i fondi della UE saranno disponibili tra un anno, come saranno salvati i paesi e le loro economie se si ripeterà il disastro dei primi sei mesi di quest’anno?

E’ ora metà ottobre e il volume delle questioni UE non terminate è sbalorditivo. L’accordo sulla Brexit per evitare una Brexit senza accordo sta pendendo nell’aria e nessuno sa quando si materializzerà, ammesso che lo faccia; a tutt’oggi nessun segno di un modus vivendi in base al quale la Gran Bretagna riconquisterà l’intera sovranità economica che ha scelto. Sull’immigrazione e l’asilo tutti fingono di aspettare che la Germania se ne venga fuori con un piano che tutti, compresi gli elettori tedeschi, possano accettare; nulla di ciò è in vista, e come potrebbe esserlo? E quanto al “Fondo Recovery and Resilience”, noto anche come “Next Generation UE”, pubblicizzato come la risposta europea al coronavirus, non ha nemmeno superato il cosiddetto parlamento europeo. Inoltre, la sua legalità in base ai trattati rimane nebulosa; non ci sono notizie riguardo a come il denaro sarà raccolto, per non parlare di come il nuovo debito pan-europeo sarà rimborsato dopo il 2027 (probabilmente con nuovo debito); e, cosa più importante, rimane non chiaro come i progetti, in ordine ai quali si suppone che gli stati membri spendano la loro assegnazione, saranno controllati, e da chi, e, cosa ancor più importante, quando il denaro fresco toccherà finalmente terra nelle capitali nazionali.

E ora, in aggiunta a ciò, la “seconda ondata”. Francia e Spagna sono le più colpite, ma non dimentichiamo la Repubblica Ceca e la Germania che le stanno raggiungendo. Con i fondi UE disponibile ora non prima di un anno, come faranno i paesi a salvare sé stessi e le proprie economie se in questo autunno e inverno si ripeterà il disastro dei primi sei mesi dell’anno? I bilanci nazionali hanno già ampiamente superato i limiti di spesa; pare impossibile che possa esserci una seconda ondata di indebitamento per combattere una seconda ondata della pandemia. In ogni caso tutti vogliono evitarlo, anche perché non può essere escluso che ci sia una terza ondata nel 2021. Senza massicci sussidi governativi, una seconda ondata di isolamenti potrebbe alla fine rompere la schiena delle economie delle piccole aziende di servizio emerse dalle società industriali degli anni Settanta e Ottanta. Le insolvenze prolifereranno e le banche crolleranno sotto il cattivo debito: una catastrofe finale.

Che cosa intendono fare i governi, coscienti come devono essere dell’enorme potenziale di proteste che potrebbero scoppiare se con potranno proteggere dal disastro larghi segmenti delle loro società? In un simile contesto è tanto interessante quanto deprimente leggere un’intervista concessa l’8 ottobre dal primo ministro italiano Giuseppe Conte alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Due punti sono particolarmente sinistri. Innanzitutto il modo in cui Conte rassicura il suo pubblico tedesco della natura tecnocratica del suo progetto nazionale di ripresa, quando promette che l’Italia “ripagherà la fiducia riposta su di essa dall’Europa con investimenti e riforme strutturali di cui l’Italia ha oggi bisogno. Se l’Italia diverrà più produttiva e competitiva ciò avvantaggerà tutti nel mercato comune europeo…” Dopo aver indicato che parte dei fondi europei potrebbe essere usata per sostituire il debito pubblico italiano ad alto interesse con debito europeo a basso interesse, Conte procede a promettere una “riforma fiscale” mediante una “completa digitalizzazione e semplificazione del nostro ingombrante sistema fiscale”, accompagnata da una digitalizzazione del sistema dei pagamenti in generale e una piena integrazione delle banche dati pubbliche: “Dobbiamo collegare l’intero paese”.  Questo, afferma Conte, è il solo modo per por fine non solo all’economia sommersa ma anche alla “disuguaglianza regionale e persino sociale”: “Dobbiamo investire nella nostra infrastruttura materiale, nelle nostre autostrade e nei nostri collegamenti ferroviari, modernizzare i nostri aeroporti e porti” e muoverci in direzione di “un’economia sostenibile e un’energia rinnovabile”. Nulla riguardo al sistema sanitario sottofinanziato, riguardo a un’amministrazione pubblica miseramente inadeguata, riguardo alle competenze dei lavoratori e al genere di aziende di cui c’è bisogno per investimenti pubblici al fine di creare lavoro all’interno piuttosto che distruggerlo e ricrearlo all’estero. E solo alla fine Conte cita le “piccole e medie imprese che costituiscono la spina dorsale dell’economia italiana” che, ammette, richiedono “misure mirate”, che lascia imprecisate “per migliorare la loro base finanziaria”.

Secondo: Conte ricorda orgogliosamente all’intervistatore che lo stato italiano ha gestito per due decenni avanzi primari di bilancio, spendendo meno delle proprie entrate, a parte il servizio del debito. Ciò, naturalmente, è stato esattamente in linea con le richieste di austerità dell’Unione Europea, il rispetto delle quali è stato, cosa che Conte non dice, uno dei motivi principali della bassa spesa italiana per i servizi pubblici, tra cui l’assistenza sanitaria – due per cento del PIL in meno rispetto alla Germania – e lo stesso per l’impatto devastane della prima ondata del coronavirus. Secondo Conte, è stato l’elevato debito pubblico che ha imposto l’austerità, non una moneta comune che nega all’Italia una politica monetaria indipendente e la pone alla mercé non solo dei mercati finanziari, ma anche della “solidarietà europea”.

Che cosa realizzerà tale solidarietà? Con meno da pagare ai suoi creditori, suggerisce Conte, ed entrate più elevate dalla riscossione digitalizzata delle imposte e dalla conquista fiscale dell’economia sommersa, l’Italia sarà in grado di spendere di più, non solo in porti e aeroporti ma, secondo lui, anche in istruzione, creazione di occupazione e “una politica familiare lungimirante che ponga fine al declino della popolazione”. Ma quando accadrà ciò? Può un’iniezione di liquidità una tantum, per quanto elevata, compensare l’economia italiana convivente con una moneta notoriamente sopravvalutata? O il governo italiano si aspetta che le “riforme strutturali” (Conte) che il denaro dovrebbe finanziare renderanno l’economia italiana sufficientemente produttiva da giustificare avere lo stesso rapporto di cambio delle economia dell’Europa del nord? Attualmente l’Italia può attendersi 209 miliardi di euro dal Fondo Recovery and Resilience, che potranno arrivare nel 2021 se le cose andranno bene, e che deve spendere nei sette anni fino al 2027. Questo equivale all’1,9 per cento l’anno del PIL fuso dell’Italia nel 2020, meno di quanto sarebbe necessario anno dopo anno solo per mantenere il proprio sistema sanitario al livello dell’Europa del Nord. Chi si aspetta che i giocattoli tecnologici su cui la maggior parte dei fondi sarà spesa aumenterà la produttività economica italiana in modo che il paese sia in grado di fare a meno di iniezioni europee di liquidità una volta esaurita la manna europea, quando sarà di nuovo solo con quell’insaziabile bestia dell’euro? Diversamente da ponti e aeroporti, le scuole, università, ospedali, trasporti pubblici locali, uffici di pianificazione economica e altre infrastrutture sociali piuttosto che solo fisiche non sono questioni da un colpo solo ma necessitano di essere finanziate su base ricorrente. Richiedono un fondamentale allontanamento dai principi dell’economia neoliberista (“avanzi primari” per vent’anni!) con la loro celebrazione dei mercati e della proprietà privata rispetto al governo e alle istituzioni pubbliche. Nulla di questo è in vista, né ha Bruxelles né a Roma.

Wolfgang Streeck è direttore emerito dell’Istituto Max Planck per lo Studio delle Società di Colonia, Germania.

Co-pubblicato con El Salto.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://braveneweurope.com/wolfgang-streeck-italian-futurism-or-european-castles-in-the-air

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

 

 

 

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