I boliviani riportano al potere il partito di Evo Morales un anno dopo il colpo di stato applaudito dagli Stati Uniti

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di Glenn Greenwald – 20 ottobre 2020

Nel novembre del 2019 il presidente boliviano da tre mandati Evo Morales è stato costretto sotto la minaccia di violenze della polizia e dell’esercito a fuggire in Messico, solo settimane dopo essere stato dichiarato vincitore dell’elezione presidenziale di ottobre che gli avrebbe consegnato il quarto mandato. Insediato al suo posto è stato un regime golpista non eletto di destra, guidato dall’autoproclamata “presidente ad interim” Jeanine Añez, che ha prontamente presieduto un massacro militare che ha ucciso dozzine di sostenitori indigeni di Morales e poi ha concesso l’immunità a tutti i soldati coinvolti. Il Segretario di Stato statunitense Mike Pompeo all’epoca ha plaudito al golpe citando affermazioni successivamente smontate dell’Organizzazione degli Stati Americani, o OAS, a proposito di frodi elettorali e sollecitando un “processo realmente democratico rappresentativo del volere del popolo”.

Ma dopo che il regime della Añez ha rimandato per due volte le elezioni programmate quest’anno, i boliviani si sono recati alle urne domenica. Hanno consegnato una sonora vittoria al candidato presidenziale Luis Arce, ex ministro delle finanze di Morales e candidato del suo partito Movimento Verso il Socialismo, o MAS. Anche se i risultati ufficiali sono tuttora in corso di conteggio i sondaggi all’uscita dai seggi mostrano Arce con una vittoria a mani basse – più del cinquanta per cento contro un ex presidente centrista e leader di un colpo di stato di estrema destra – e la stessa  Añez ha ammesso che il MAS ha vinto: “Non abbiamo ancora il conteggio ufficiale, ma dai dati che abbiamo il signor Arce e [il candidato presidenziale del MAS] signor Choquehuanca hanno vinto l’elezione. Mi congratulo con i vincitori e chiedo loro di governare con in mente la Bolivia e la democrazia.

E’ difficile ricordare l’ultima volta che un colpo di stato militare approvato dagli USA in America Latina sia fallito così spettacolarmente. Anche con le affermazioni immediatamente dubbio dell’OAS dominato dagli USA a proposito di frodi elettorali, nessuno ha contestato che Morales avesse ricevuto, nell’elezione dello scorso ottobre, più voti di tutti gli altri candidati (la sola questione sollevata dall’OAS è stata se il suo margine di vittoria fosse sufficiente per vincere alla prima tornata e per evitare un ballottaggio).

Nonostante la vittoria elettorale di Morales la polizia boliviana, e poi l’esercito, hanno chiarito a Morales che né lui, né la sua famiglia né i suoi più stretti alleati sarebbero stati al sicuro se egli non avesse immediatamente lasciato il paese, come ha dichiarato Morales in un’intervista che ho condotto con lui solo settimane dopo che era stato mandato in esilio a Città del Messico. Morales ha incolpato non solo gli Stati Uniti per aver dato semaforo verde ai leader del colpo di stato di destra, ma anche attribuisce il colpo di stato alla rabbia occidentale per la sua decisione di vendere parte del prezioso litio del paese alla Cina piuttosto che all’occidente.

Dopo dodici anni in carica, Morales non è stato privo di controversie o critiche. Da primo leader indigeno eletto della Bolivia, persino alcuni dei suoi principali sostenitori sono diventati diffidenti di quella che hanno considerato la sua crescente dipendenza da tattiche quasi autocratiche per governare. Numerosi dei suoi sostenitori di maggior spicco – sia in Bolivia sia in Sudamerica – sono stati critici della sua decisione di assicurarsi il permesso della magistratura di perseguire un quarto mandato nonostante un limite costituzionale a due mandati. Persino l’alleato brasiliano di lungo corso di Morales, l’ex presidente Lula da Silva – che mi aveva correttamente predetto in un’intervista del 2019 che “puoi star sicuro che se Evo Morales si candiderà a presidente vincerà in Bolivia” – ciò nonostante ha definito un “errore” il perseguimento di un quarto mandata da parte di Morales.

Ma nessuna di queste critiche ha cambiato un fatto centrale inevitabile: più boliviani hanno votato per Morales quale loro presidente nel 2019 che per ogni altro candidato. E in una democrazia ciò si suppone sia decisivo; per quelli che affermano di credere nella democrazia ciò dovrebbe chiudere la questione. E’ per questo che Lula, nella sua intervista al Guardian poco dopo il colpo di stato in cui aveva criticato la candidatura di Morales per un quarto mandato, ciò nonostante, ha sottolineato il punto di gran lunga più importante: “ciò che gli hanno fatto è stato un crimine. E’ stato un colpo di stato; questo è terribile per l’America Latina”.

E quali che siano le critiche che si possano legittimamente formulare contro Morales – è difficile immaginare un qualsiasi leader che governi per più di un decennio senza scontentare alcuni sostenitori e commettere errori – è indubbio che la presidenza di Morale, sotto quasi ogni aspetto, sia stata un successo. Dopo decenni di instabilità nel paese, ha introdotto una democrazia stabile e fiorente, presieduto a una crescita economica che persino istituzioni finanziarie occidentali hanno elogiato, e operato per garantire una distruzione di gran lunga più equa che mai prima di quelle risorse, particolarmente alla minoranza del paese a lungo oppressa e ai suoi agricoltori rurali. Tale successo è ciò che è stato distrutto, di proposito, quando la presidenza boliviana è stata decisa nel 2019 non democraticamente ma mediante la forza.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/bolivians-return-evo-moraless-party-to-power-one-year-after-a-u-s-applauded-coup/

Originale: The Intercept

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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