La guerra sionista contro il festival palestinese di Roma è un segno sinistro di cose a venire

Print Friendly

di Romana Rubeo e Ramzy Baroud – 16 ottobre 2020

Una guerra sionista contro il festival palestinese di Roma ha rivelato la fragilità del sistema politico italiano quando di tratta di parlare di Palestina e Israele. La triste verità è che, anche se l’Italia non è spesso associata a una ‘potente’ lobby filoisraeliana come nel caso di Washington, l’influenza filoisraeliana in Italia è giusto altrettanto pericolosa.

L’episodio più recenti è iniziato il 24 settembre, quando la comunità palestinese di Roma ha annunciato piani per tenere un ‘Falastin – Festival della Palestina’, un evento culturale che mira a illustrare la ricchezza della cultura palestinese in tutta la sua grandezza. L’idea alla sua base non è semplicemente di rendere umani i palestinesi agli occhi degli italiani comuni, ma di esplorare ciò che i due popoli hanno in comune, di cementare legami e costruire ponti. Tuttavia, per gli alleati di Israele in Italia, anche tali obiettivi non minacciosi erano troppo da sopportare.

Il festival, patrocinato dal II Municipio di Roma – una delle suddivisioni amministrative del municipio centrale romano – si è trovato al centro di una grossa – e grottesca – controversia.

Il 25 settembre è apparso uno strano post filoisraeliano su Partito Democratico II Municipio, il partito politico italiano di centrosinistra che controlla quella particolare suddivisione. Senza alcun contesto o indicazione di una occasione specifica, il post, che mostrava la bandiera israeliana, celebrava l’amicizia tra il Partito Democratico e Israele condannando contemporaneamente il Movimento Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni (BDS).

La confusione del post e la strana tempistica suggerivano che il Partito Democratico è sotto attacco per il suo patrocinio del festival palestinese. Sopraffatta dai rabbiosi commenti sui media sociali, la pagina Facebook del partito ha bruscamente cancellato il post antipalestinese senza molte spiegazioni.

Ma presto si è fatta chiarezza quando, il 30 settembre, la comunità ebrea di Roma ha diffuso una dichiarazione che esprimeva indignazione nei confronti del II Municipio per aver asseritamente patrocinato un ‘festival antisemita’. Approfittando della deliberata distorsione tra l’antisemitismo e la legittima critica dell’Israele dell’apartheid, i rappresentanti della comunità si sono accaniti riguardo al BDS e al presunto boicottaggio delle attività economiche ebree.

La dichiarazione, parte della quale traduciamo qui, affermava che “… il movimento BDS parteciperà all’iniziativa (il festival) e questo è inaccettabile e pericoloso (perché) il movimento promotore del boicottaggio nega l’esistenza stessa dello stato d’Israele ed è collegato ai gruppi terroristici di Hamas e Fatah”.

A parte le affermazioni non comprovate – più esattamente, del tutto false – la dichiarazione ha fatto riferimento alla ‘definizione dell’antisemitismo dell’IHRA’, ulteriormente spiegata di seguito, che è stata accettata dal governo italiano, nonché dai parlamenti francese e austriaco. In base a tale logica, la dichiarazione ha concluso che, uno, “il movimento BDS è antisemita” e, due, “il II Municipio sta legittimando l’odio antiebraico”.

In una mossa chiaramente coordinata, anche il Centro Wiesenthal, che spesso si atteggia a organizzazione progressista, è passato all’attacco. Lo stesso giorno in cui la comunità ebrea di Roma ha diffuso la sua dichiarazione, il Centro ha inviato una lettera al primo ministro italiano Giuseppe Conte anche esponendo le stesse affermazioni false del presunto antisemitismo del BDS, la definizione dell’IHRA e così via.

Il Centro è sceso tanto in basso da paragonare il movimento BDS al programma nazista della Germania. Ha affermato che il movimento palestinese per il boicottaggio era, in effetti, ispirato dal boicottaggio nazista degli ebrei, facendo riferimento allo slogan “Kaufen nicht bei Juden” (non comprate dagli ebrei).

La ricaduta è stata rapida e, a giudicare dalla consueta mancanza di spina dorsale dei politici europei, anche prevedibile. La consigliera del II Municipio Lucrezia Colmayer ha repentinamente rassegnato le proprie dimissioni “prendendo le distanze” dalla decisione della presidente del II Municipio, Francesca Del Bello, di patrocinare il festival.

“Con questo gesto voglio rinnovare la mia vicinanza alla comunità ebrea di Roma, con la quale ho condiviso questo importante percorso culturale e amministrativo”, ha scritto la Colmayer.

La Del Bello ha fatto subito seguito con una propria dichiarazione. “MI scuso se il patrocinio del II Municipio a ‘Falastin – Festival della Palestina’… ha offeso la comunità ebrea e indotto una consigliera a dimettersi”, ha scritto, respingendo le dimissioni della Colmayer e invitandola a tornare in consiglio.

Fortunatamente, nonostante tutti gli ostacoli, “il festival è stato un grande successo”, ci ha raccontato Maya Issa, membro della comunità palestinese di Roma e del Lazio.

Il festival “è stato un modo per la gente di apprendere riguardo alla Palestina e di considerare la Palestina sotto una luce differente. L’atmosfera è stata magica: colori, profumi, cibo, Dabkah [danza tradizionale], arte e letteratura palestinesi”.

La buona notizia è che, nonostante la campagna sionista italiana ben coordinata, il festival palestinese è comunque andato avanti e, secondo Issa, “molti politici italiani hanno compreso il nostro messaggio e hanno deciso di partecipare”.

Ora che il festival è terminato, i gruppi filopalestinesi in Italia sono pronti a contrastare le false accuse e il linguaggio diffamatorio scagliati contro di loro dallo schieramento filoisraeliano.

“Risponderemo con la verità e confuteremo tutte le accuse false, specialmente le menzogne riguardo il movimento BDS”, ha detto Issa, aggiungendo: “Noi, la comunità palestinese, dobbiamo resistere, insieme con tutti quelli che appoggiano la vera democrazia e la libertà”.

Non c’è dubbio che la comunità palestinese italiana sia più che capace di realizzare questo compito cruciale. Tuttavia vanno tenuti presenti due punti importanti.

Innanzitutto la “definizione di antisemitismo dell’IHRA”, nota anche come EUMC, è stata deliberatamente abusata dai sionisti al punto che un tentativo genuino di contenere il razzismo antiebraico è stato trasformato in uno strumento per difendere in crimini di guerra israeliani in Palestina e per zittire i critici che osano non solo censurare le azioni illegali di Israele, ma persino di celebrare la cultura palestinese.

Di particolare significato è il fatto che la persona stessa che ha redatto tale ‘definizione’, l’avvocato statunitense Kenneth S. Stern, ha condannato l’abuso dell’iniziativa.

In una dichiarazione scritta, sottoposta al Congresso statunitense nel 2017 Stern ha sostenuto che la definizione originale è stata fortemente abusata e che non era mai stata intesa a essere manipolata come strumento politico.

“La ‘definizione operativa’ EUMC è stata adottata recentemente nel Regno Unito e applicata a campus universitari. Un evento intitolato ‘Settimana dell’apartheid israeliano’ è stato cancellato perché violava la definizione. A un sopravvissuto dell’Olocausto è stato richiesto di cambiare il titolo di un discorso in un campus e l’Università [di Manchester] ha imposto che fosse registrato dopo che un diplomatico israeliano aveva lamentato che il titolo violava la definizione”, ha scritto.

“Forse il caso più vergognoso”, ha proseguito Stern, “è stato quello di un gruppo estraneo al campus che, citando la definizione, ha sollecitato un’università a condurre un’inchiesta su una docente (che aveva ricevuto il suo dottorato dalla Columbia) per antisemitismo, in base a un articolo che lei aveva scritto anni prima. L’Università (di Bristol) ha poi condotto l’inchiesta. Anche se alla fine non ha trovato basi per punire la professoressa, la procedura stessa è stata agghiacciante e in stile McCarthy”.

Un secondo punto da considerare è che la politica italiana è arrivata al punto che, su molti temi, è diventato difficile distinguere agevolmente tra partiti apparentemente progressisti e partiti populisti. La Palestina, nel nuovo discorso politico italiano, specialmente quello del Partito Democratico, è forse l’esempio tipico più evidente.

Ciò è particolarmente inquietante, considerando che il Partito Democratico è stato il culmine ideologico di partiti che esistevano durante l’era della Prima Repubblica italiana (1948-1992) che erano noti per le loro forti posizioni a favore dei diritti e dell’autodeterminazione dei palestinesi e per la loro forte opposizione alle violazioni israeliane della legge internazionale.

Non è più così, poiché la posizione del partito sulla Palestina oggi si discosta a malapena dal mantra opprimente “due popoli, due stati”.

La nuova era della politica italiana rende possibile a persone come Lia Quartapelle – una parlamentare del Partito Democratico – atteggiarsi a difensori dei diritti umani sul palcoscenico internazionale riferendosi a Israele come a “un’eccezione straordinaria, una democrazia plurale in una regione alimentata da politiche settarie e fondamentaliste”. La sua dichiarazione è non solo sbagliata e fuorviante; essa incarna anche una forma profondamente radicata di sentimenti antiarabi se non, verosimilmente, di puro e semplice razzismo.

Il tentativo di bloccare il festival palestinese è un microcosmo dell’agenda della politica estera italiana sulla Palestina e Israele, in cui Roma offre ai palestinesi null’altro che vuota retorica, restando contemporaneamente praticamente condiscendente nei confronti dell’agenda sciovinista e razzista di destra di Tel Aviv.

Gli italiani devono campire che non si tratta più di parlare di Palestina e Israele, bensì di qualcosa che tocca direttamente anche loro e la loro democrazia. L’Italia è un paese che ha introdotto, poi combattuto e sconfitto il fascismo; si è alleata con il nazismo e poi lo ha combattuto e sconfitto. Ancora una volta ha di fronte le stesse scelte estreme: schierarsi con il razzismo e l’apartheid di Israele o sostenere la lotta del popolo palestinese per la libertà.

 

Romana Rubeo è una giornalista italiana e direttrice responsabile di The Palestine Chronicle. I suoi articoli compaiono su molti giornali e riviste accademiche in rete. Ha un dottorato in Lingue e Letterature Straniere ed è specializzata in traduzioni audiovisive e giornalistiche.

Ramzy Baroud è un giornalista e direttore del The Palestine Chronicle. E’ autore di cinque libri. Il suo più recente è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” (Clarity Press).  Il dottor Baroud è membro ricercatore anziano non residente del Center for Islam and Global Affairs (CIGA) e anche dell’Afro-Middle East Center (AMEC). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/zionist-war-on-palestinian-festival-in-rome-is-ominous-sign-of-things-to-come/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente La capacità del Venezuela di combattere il COVID-19 è malamente azzoppata dalle 31 tonnellate di oro sottratte al suo Tesoro Successivo Il FMI si impossessa della pandemia per aprire la via alle privatizzazioni in 81 paesi