La Finlandia si stringe attorno alla giornata lavorativa di sei ore, e lo stesso dovremmo noi

Print Friendly

di Annina Claesson – 5 settembre 2020

E’ spesso difficile scuotersi di dosso il mito che i paesi nordici siano un paradiso di socialdemocrazia. Nuove riforme politiche sono spesso rappresentate in modo fuorviante, gonfiate e rese simboli di “eccezionalismo nordico” sui media internazionali. Un grosso esempio si può vedere nell’esperimento della Finlandia riguardo al reddito universale di base (UBI), un test di prova di dimensioni minori e meno ambizioso di come sia dipinto nei titoli anglofoni.

Oggi, dopo essere stata scossa in gran parte come il resto del mondo dal COVID-19, la Finlandia sta nuovamente attirando l’attenzione per quella che alcuni deprecano come una proposta utopica: una radicale riduzione delle ore di lavoro. Ma questa volta la proposta non è né eccezionale né fuori portata.

La primo ministro del paese, Sanna Marin (del Partito Socialdemocratico, SPD) è stata a lungo una promotrice di una giornata lavorativa nazionale di sei ore. Il 24 agosto, dopo essere stata ufficialmente eletta a presidente dello SPD, ha colto l’occasione per annunciare a membri del partito che il paese ha bisogno di “una visione chiara e di passi concreti riguardo a come la Finlandia possa procedere a orari lavorativi inferiori e a un tenore di vita migliore per i dipendenti finlandesi”.

La conferenza del partito ha respinto la proposta della Marin di fissare uno standard di sei ore come numero preciso.  Ma la primo ministro ha creato un gruppo di lavoro per arrivare a misure specifiche per ridurre nazionalmente le ore di lavoro senza ridurre i salari entro tre anni, in collaborazione con i sindacati e con altre associazioni dei lavoratori.

Perché questo piano riesca, la Marin ha anche bisogno di convincere gli altri quattro partiti del governo di coalizione finlandese. Questo può non essere un compito tanto difficile quanto sembra, grazie alla forte presenza del partito Alleanza di Sinistra (Vasemmistoliitto). Diversamente da molti paesi europei, tra cui i suoi vicini nordici, i socialdemocratici finlandesi non esitano a collaborare strettamente con le loro controparti più radicali, che oggi occupano numerosi portafogli ministeriali. Tra loro c’è il ministro degli affari sociali e della sanità, Aino-Kaisa Pekonen, che ha recentemente apprezzato le proposte della Marin, sollecitanti esperimenti nazionali di una giornata lavorativa di sei ore nonché di una settimana lavorativa di quattro giorni.

 

Una richiesta storica

Perché la Finlandia è in grado di unirsi attorno a una proposta che tuttora pare molto fuori dalla portata in altri luoghi? Il catalizzatore immediato della mossa della Marin è la svolta sismica nei modi globali di lavoro in conseguenza del COVID-19. Quando i lavoratori sono bloccati in riunioni su Zoom o colti a rischiare la vita in ospedali o supermercati, diventa più difficile da digerire l’idea neoliberista sacralizzata di lunghe giornate lavorative come un fine meritevole in sé stesso.

In questo senso parte della risposta è che la Finlandia non è in realtà una simile eccezione. In realtà, tagliare la giornata lavorativa è stato a lungo un elemento di coesione della sinistra, nella regione nordica ma anche in tutto il mondo. Dai suoi primi decenni, il movimento del lavoro ha sollecitato il taglio da dieci ore, dodici ore, o sedici ore di lavoro giornaliero a “otto ore di lavoro, otto ore di riposo e otto ore per fare quello che ci pare”. Se questo aveva potuto essere considerato un sogno irrealizzabile nell’era della Rivoluzione Industriale, i lavoratori dei paesi nordici e altrove hanno effettivamente conseguito la vittoria nel tardo diciannovesimo secolo e agli inizi del ventesimo (ispirando, nel procedere, il Primo Maggio).

Con le economie trasformate e la tecnologia progredita nei successivi due decenni, ulteriori riduzioni delle ore lavorative sono apparse non solo ragionevoli, ma necessarie. Negli anni Settanta organizzazioni femministe nordiche si sono alleate con sindacati e altri movimenti dei lavoratori per sollevare la questione che le giornate lavorative delle donne raramente si fermano a otto ore, quando sono anche caricate del “secondo turno” di lavoro di assistenza in casa. Attualmente, anche se le donne nordiche hanno alcuni dei livelli di partecipazione al lavoro più elevati del mondo, intraprendono sproporzionatamente lavoro a tempo parziale, spesso una necessità quando devono anche occuparsi di doveri di assistenza.

Ridurre le ore di lavoro su base collettiva diviene allora un naturale scopo politico immediato per la visione a più lungo termine di uguale accesso alla partecipazione nella società, e al perseguimento della felicità individuale.

Il sociologo finlandese Paavo Seppanen ha formulato queste affermazioni già nel 1967. Ha delineato un modello “6+6” di condivisione del lavoro – a tutt’oggi evocato come punto di riferimento – in cui la giornata lavorativa potrebbe essere suddivisa in due turni alternativi di sei ore. Gruppi di base, sindacati e commissioni governative hanno studiato e lavorato al modello “6+6”, sviluppando proposte concrete per reimmaginare l’uso del tempo in una società in rapido cambiamento. Con l’ascesa del neoliberismo queste proposte – assieme al movimento per la riduzione delle ore di lavoro – hanno incontrato pesanti resistenze ideologiche e perso spinta politica. Tuttavia la richiesta di una giornata di sei ore permane in programmi di partito e piattaforme sindacali.

Tra il 1996 e il 1999 la Finlandia ha messo in atto un esperimento di una settimana lavorativa di trenta ore sulla base del modello di Seppanen. Il risultato dell’esperimento ha mostrato aumenti non solo del benessere riferito dei lavoratori, ma anche della produttività e dell’efficienza complessiva. Risultati simili sono stati osservati negli esperimenti svedesi su scala più ridotta ma di più alto profilo di giornate lavorative di sei ore in case di riposto, non solo per quanto riguarda i risultati in termini di salute, sia dei lavoratori, sia dei residenti.

Se questi esperimenti hanno mostrato una simile promessa, che cosa ostacola la riduzione delle ore di lavoro come obiettivo politico nazionale? Un motivo centrale è la resistenza dei datori di lavoro che hanno interesse a pagare (il meno possibile) in base alle ore lavorate, non in base alla produttività. Una giornata di sei ore con la paga di otto significa un salario orario maggiore. Significa anche una perdita di controllo sui lavoratori, non solo in termini di parti minori di ciascun giorno in cui i datori controllano le attività dei dipendenti, ma anche attraverso il riconoscimento implicito che i lavoratori dovrebbero avere maggior voce in capitolo nell’organizzazione della vita lavorativa. Ma una tale proposta si scontra anche con l’influenza ideologica di un sistema di valori neoliberista in cui il lavoro è presentato come la fonte finale del valore personale e il prezzo da pagare per avere una partecipazione nella società. Infatti la recente iniziativa della Marin ha incontrato immediatamente la resistenza di partiti di destra e di gruppi d’interesse economici. Queste forze sono presenti anche nello SDP, spiegandone la riluttanza a impegnarsi immediatamente in una politica a tappeto di sei ore.

C’è anche un altro blocco sulla via della giornata lavorativa di sei ore: i costi immediati. Dagli anni Novanta, molti altri esperimenti di giornate lavorative più breve sono stati condotti in singole aziende in Finlandia, ma con risultati più contrastanti di quelli condotti con l’appoggio del governo.  Sono solitamente abbandonati quando i singoli datori di lavoro scoprono che i costi stanno diventando troppo elevati. Analogamente l’esperimento presso le case di riposo svedesi è stato alla fine abbandonato a causa dei costi montanti coperti unicamente dalle amministrazioni locali.

Senza un sostegno finanziario su vasta scala ci sono scarsi incentivi per le organizzazioni minori o le amministrazioni locali per condurre esperimenti o piene attuazioni di orari di lavoro ridotti. Questo porta a una situazione da Comma 22 in cui esperimenti localizzati vengono meno a causa di assenza di sostegno finanziario o volontà politica che a sua volta rimane fiacca a causa di prove limitate di iniziative riuscite. Come con la transizione alla giornata lavorativa di otto ore, una giornata universale di sei ore è improbabile divenga una realtà senza fissarla come un massimo legale nazionale. Altrimenti poche aziende saranno disposte a rinunciare al vantaggio competitivo di orari di lavoro più lunghi.

Inaspettatamente il COVID-19 può dimostrarsi l’olio che rimette in moto questi ingranaggi arrugginiti. Una crisi economica incombente sommata alla completa revisione delle abitudini di lavoro – assieme a una generale nuova priorità a preoccupazioni per la salute – ha rivitalizzato il dibattito sugli orari di lavoro ridotti in Finlandia. Con l’iniziativa della Marin c’è un chiaro segnale che galvanizzare la volontà politica attorno a una giornata di sei ore è possibile non soltanto in un lontano futuro, bensì qui e ora.

Ma se tali iniziative sono impressionanti, non è nessun bene per noi considerare la regione nordica come un regno magico di socialdemocrazia benedetto da circostanze uniche che vi rendono possibili simili riforme. I fattori sociali e politici che muovono risultati favorevole o sfruttatori per i lavoratori in questa regione sono generalmente gli stessi del resto del mondo, particolarmente nell’era del coronavirus. Per trovare ispirazione per reimmaginare un futuro di lavoro più emancipatorio val la pena di tener d’occhio la Finlandia.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/finland-is-rallying-around-a-six-hour-workday-and-so-should-we/

Originale: Jacobin

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Trump e l’attacco degli anarchici invisibili Successivo Libertà di stampa? Mostratemi un giornalista convenzionale che si opponga alla tortura di Assange