ESTRADIZIONE DI ASSANGE: Dopo aver acclamato la violenza contro Assange, giornalisti hanno preparato il terreno per il gulag statunitense

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Sostenitori di Assange all’esterno dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, giugno 2013 (Xavier Graija Cedeno, Wikimedia Commons)

di Jonathan Cook – 4 settembre 2020

Otto anni di distorsioni dei media industriali hanno preparato il terreno per l’attuale indifferenza del pubblico riguardo all’estradizione di Assange e per la diffusa ignoranza delle sue orrende implicazioni, scrive Jonathan Cook.

Le udienze in Gran Bretagna sulla causa di estradizione dell’amministrazione degli Stati Uniti contro Assange iniziano sul serio la settimana prossima. La saga decennale che ci ha portati a questo punto dovrebbe inorridire chiunque abbia a cuore le nostre libertà sempre più fragili.

Un giornalista e editore è stato privato della sua libertà per dieci anni. Secondo esperti dell’ONU è stato detenuto arbitrariamente e torturato per gran parte di tale tempo mediante intenso isolamento fisico e interminabili pressioni psicologiche.

E’ stato intercettato e spiato dalla CIA durante il suo periodo di asilo politico presso l’ambasciata di Londra dell’Ecuador, in modi che hanno violato i suoi più fondamentali diritti legali. La giudice che sovrintende alle sue udienze ha un grave conflitto d’interesse – con la sua famiglia inserita nei servizi di sicurezza britannici – che non ha dichiarato e che avrebbe dovuto imporle di ricusare la causa.

Tutte le indicazioni sono che Assange sarà estradato negli Stati Uniti per subire processo manipolato di un grand jury mirato a garantire che trascorrerà i suoi giorni in un carcere di massima sicurezza, scontando una sentenza di fino a 175 anni.

Nulla di tutto questo è accaduto in una qualche dittatura da quattro soldi del Terzo Mondo. E’ accaduto proprio sotto i nostri occhi, in una maggiore capitale occidentale e in uno stato che afferma di proteggere i diritti della libera stampa. E’ accaduto non in un batter d’occhi ma al rallentatore, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno.

E una volta che ignoriamo una sofisticata campagna diffamatoria contro Assange da parte di governi e compiacenti media occidentali, la sola giustificazione per questo incessante attacco alla libertà di stampa è che un quarantanovenne ha pubblicato documenti che hanno denunciato crimini di guerra statunitensi. Questo è il motivo – e l’unico motivo – per cui gli Stati Uniti stanno perseguendo la sua estradizione e per cui egli ha languito in quello che corrisponde a un isolamento nel carcere di alta sicurezza di Belmarsh durante la pandemia di COVID-19. Gli appelli dei suoi avvocati per la libertà su cauzione sono stati respinti.

 

Testa decapitata su una picca

Mentre la stampa ha abbandonato Assange un decennio fa, facendo eco ad argomenti ufficiali che lo hanno messo alla gogna per l’igiene personale e il suo trattamento del suo gatto, Assange è oggi esattamente nella posizione in cui aveva predetto che si sarebbe trovato se governi occidentali avessero ottenuto quello che volevano. Ciò che lo attende è la consegna agli Stati Uniti in modo che possa essere rinchiuso fuori dalla vista per il resto della sua vita.

Ci sono stati due obiettivi che gli Stati Uniti e il Regno Unito hanno deciso di ottenere attraverso la persecuzione visibile, l’isolamento e la tortura di Assange.

Innanzitutto lui e WikiLeaks, l’organizzazione di trasparenza di cui è stato cofondatore, dovevano essere disattivati. Coinvolgersi con WikiLeaks dovevano essere reso troppo pericoloso da prendere in considerazione da potenziali rivelatori. E’ per questo che Chelsea Manning – il soldato statunitense che ha passato documenti relativi a crimini di guerra statunitensi in Iraq e Afghanistan per i quali ora Assange rischia l’estradizione – è stato analogamente sottoposta al carcere duro. In seguito ha subito sanzioni quotidiane punitive mentre in carcere per forzarla a testimoniare contro Assange.

Lo scopo è stato screditare WikiLeaks e organizzazioni simili e impedir loro di pubblicare ulteriori documenti rivelatori del genere che dimostra che i governi occidentali non sono i “buoni” che amministrano gli affari mondiali a beneficio dell’umanità, ma sono in realtà bulli globali, altamente militarizzati, per promuovono le stesse feroci politiche coloniali di guerra, distruzione e saccheggio che hanno sempre perseguito.

E, secondo, Assange doveva essere fatto soffrire orribilmente e in pubblico per farne un esempio e dissuadere altri giornalisti dal seguirne mai le orme. E’ l’equivalente moderno di una testa decapitata issata su una picca in mostra alle porte della città.

Il fatto del tutto evidente – confermato dalla copertura mediatica del suo caso – è che questa strategia, promossa principalmente dagli Stati Uniti e dal Regno Uniti (con la Svezia in un ruolo minore) ha avuto un enorme successo. La maggior parte dei giornalisti mediatici industriali collude tuttora entusiasticamente con la denigrazione di Assange, principalmente ignorando, in questa fase, la sua terribile traversia.

 

Vicenda celata in piena vista

Quando è corso nell’ambasciata dell’Ecuador nel 2012, in cerca di asilo politico, giornalisti di ogni canale mediatico industriale hanno ridicolizzato la sua affermazione – oggi, naturalmente, interamente confermata – che si stava sottraendo a tentativi statunitensi di estradarlo e rinchiuderlo per davvero.

I media hanno continuato con la loro irrisione anche quando sono montate evidenze che un grand jury era stato convocato segretamente per redigere accuse di spionaggio contro di lui e che era situato nel distretto orientale della Virginia, dove hanno sede le direzioni dei servizi di sicurezza e di spionaggio degli Stati Uniti. Ogni giuria là è dominata dal personale di sicurezza USA e dalle relative famiglie. La sua speranza di giudizio equo era inesistente.

Abbiamo invece sopportato otto anni di distorsioni dei media industriali e la loro voluta complicità nella sua diffamazione, che ha preparato il terreno per l’attuale indifferenza del pubblico all’estradizione di Assange e per la diffusa ignoranza delle sue orrende implicazioni.

Giornalisti industriali hanno accettato, interamente sulla parola, una serie di razionalizzazioni circa il motivo per cui gli interessi della giustizia sono stati serviti richiudendo indefinitamente Assange – ancor prima della sua estradizione – e sono stati calpestati i suoi più fondamentali diritti legali. L’altro lato della storia – quella di Assange, la storia celata in piena vista – è stato invariabilmente assente dalla copertura, che si sia trattato della CNN, del The New York Times, della BBC o del The Guardian.

 

Dalla Svezia a Clinton

Innanzitutto è stato affermato che Assange si era sottratto a interrogatori riguardo a denunce di aggressioni sessuali in Svezia, anche se erano state le autorità svedesi che gli avevano consentito di partire; anche se il pubblico ministero originale svedese, Eva Finne, aveva archiviato l’indagine contro di lui affermando: “Non ci sono sospetti di reati di nessun genere”, prima che l’indagine fosse raccolta da un pubblico ministero diverso per malcelati motivi politici; e persino nonostante Assange avesse in seguito invitato i procuratori svedesi a interrogarlo dove si trovava (nell’ambasciata), una possibilità che avevano regolarmente accettato in altri casi ma che avevano risolutamente rifiutato nel suo.

Non è stato solo che nessuno di questi punti è mai stato riferito come contesto della vicenda svedese dai media industriali. O che molto alto a favore di Assange sia stato semplicemente ignorato, come prove manomesse nel caso di una delle due donne che avevano denunciato una violenza sessuale e il rifiuto dell’altra di firmare la denuncia di stupro redatta per le dalla polizia.

La vicenda è stata anche grossolanamente e continuamente raccontata scorrettamente come relativa ad “accuse di stupro” quando Assange era semplicemente richiesto di testimoniare. Nessuna accusa è mai stata mossa contro di lui perché la seconda procuratrice svedese, Marianne Ny – e i suoi omologhi britannici, tra cui Sir Keir Starmer, allora capo della procura e oggi leader dei Partito Laburista – apparentemente desideravano evitare di verificare la credibilità delle loro accuse interrogando effettivamente Assange. Lasciarlo a marcire in una piccola stanza dell’ambasciata serviva molto meglio ai loro propositi.

Quando il caso svedese si è spento – quando è diventato evidente che il procuratore originale aveva avuto ragione nel concludere che non c’erano prove per giustificare ulteriori interrogatori, per non parlare di accuse – la classe politica e mediatica ha cambiato corso.

Improvvisamente l’isolamento di Assange è stato implicitamente giustificato per motivi interamente diversi, politici, perché egli avrebbe aiutato la campagna per l’elezione presidenziale di Donald Trump nel 2016 pubblicando e-mail, asseritamente “piratate” dalla Russia, da server del Partito Democratico. Il contenuto di tali e-mail, oscurato nella copertura dell’epoca e largamente dimenticato oggi, rivelava corruzione del campo di Hillary Clinton e tentativi di sabotare le primarie del partito per indebolire il suo rivale alla candidatura presidenziale, il senatore Bernie Sanders.

 

Il Guardian fabbrica una diffamazione

La destra autoritaria ha mostrato scarso interesse per il lungo isolamento di Assange presso l’ambasciata e in seguito la sua detenzione a Belmarsh, per la sua rivelazione di crimini di guerra statunitensi, il che è il motivo dello scarso sforzo che è stato dedicato per occuparsene. La campagna di demonizzazione contro Assange si è invece concentrata su temi che hanno probabilità di scatenare liberali e la sinistra, che altrimenti potrebbero avere scrupoli nello scartare il Primo Emendamento e rinchiudere persone perché fanno giornalismo.

Proprio come le accuse svedesi, nonostante la loro mancata indagine, hanno attinto al peggior genere di politica identitaria automatica a sinistra, la storia delle e-mail “piratate” è stata mirata ad alienare la base del Partito Democratico.

Straordinariamente, l’affermazione della pirateria russa persisto anche se anni dopo – e dopo un’importante inchiesta di Robert Mueller sul “Russiagate” – tuttora non può essere sostenuta da nessuna prova reale. Di fatto, alcuni dei più addentro alla materia, come l’ex ambasciatore britannico Craig Murray, hanno insistito per tutto il tempo che le e-mail non erano state piratate dalla Russia ma erano state fatte trapelare da un disilluso addetti ai lavori del Partito Democratico.

Un punto ancora più importante, tuttavia, è che un’organizzazione di trasparenza come WikiLeaks non aveva altra scelta, dopo che le erano stati consegnati quei documenti, se non di rivelare gli abusi del Partito Democratico, quale che ne fosse la fonte.

Il motivo per cui Assange e WikiLeaks sono finiti coinvolti nel fiasco del Russiagate – che ha sprecato le energie di sostenitori del Partito Democratico in una campagna contro Trump che in realtà lo ha rafforzato, anziché indebolirlo – è stato la copertura credula, ancora una volta, del tema da parte di quasi tutti i media industriali. Canali liberali come il giornale The Guardian si sono spinti addirittura fino a inventare apertamente un articolo – in cui è stato falsamente affermato che un assistente di Trump, Paul Manafort, e “russi” non nominati aveva visitato segretamente Assange nell’ambasciata – senza ripercussioni o ritrattazioni.

 

Ignorata la tortura di Assange

Tutto questo ha reso possibile ciò che è accaduto da allora. Dopo che il caso svedese è svanito e non sono rimasti motivi ragionevoli per non permettere ad Assange di lasciare libero l’ambasciata, i media hanno improvvisamente deciso in coro che una violazione tecnica della libertà su cauzione era un motivo sufficiente per il suo continuo isolamento nell’ambasciata o, meglio ancora, per il suo arresto e la sua incarcerazione. Quella violazione della cauzione, naturalmente, era relativa alla decisione di Assange di cercare asilo nell’ambasciata, in base a una valutazione corretta che gli Stati Uniti pianificavano di chiedere la sua estradizione e la sua incarcerazione.

Nessuno di questi giornalisti ben pagati è sembrato ricordare che, nella legge britannica, il mancato rispetto delle condizioni della libertà su cauzione è permesso se c’è una “causa ragionevole” e sottrarsi alla persecuzione politica è molto evidentemente proprio una simile causa ragionevole.

Analogamente i media hanno deliberatamente ignorato le conclusioni di un rapporto di Nils Melzer, uno studioso svizzero di legge internazionale ed esperto delle Nazioni Unite sulla tortura, che Regno Unito, Stati Uniti e Svezia avevano non solo negato ad Assange i suoi diritti legali fondamentali ma avevano colluso nel sottoporlo ad anni di tortura psicologica, un genere di tortura, ha segnalato Melzer, che era stato affinato dai nazisti perché era stato ritenuto essere più crudele e più efficace della tortura fisica nello spezzare le vittime.

Assange ha in conseguenza sofferto un declino della salute e cognitivo e ha perso considerevole peso. Nulla di questo è stato ritenuto degno di attenzione da parte media industriali a parte una citazione di passaggio, specificamente quando la cattiva salute di Assange lo ha reso incapace di presenziare a un’udienza in tribunale.

Invece, i ripetuti avvertimenti di Melzer riguardo al trattamento violento di Assange e ai suoi effetti su di lui sono finiti in orecchie sorde. I media hanno semplicemente ignorato i risultati di Melzer, come se non fossero mai stati pubblicati, che Assange è stato, ed è, torturato. Dobbiamo solo fermarci a immaginare quanta copertura mediatica avrebbe ricevuto il rapporto di Melzer se avesse riguardato il trattamento di un dissidente in uno stato ufficialmente nemico quale Russia o Cina.

 

Media adoratori del potere

L’anno scorso la polizia britannica, in coordinazione con un Ecuador ora retto da un presidente, Lenin Moreno, che bramava legami più stretti con Washington, ha fatto irruzione nell’ambasciata per trascinare fuori Assange e rinchiuderlo nel carcere di Belmarsh. Nella loro copertura di questi eventi i giornalisti hanno fatto di nuovo i finti tonti.

Avevano prima trascorso anni a professare la necessità di “credere alle donne” nel caso di Assange, anche se significava ignorare le prove, e poi a proclamare la santità delle condizioni della libertà su cauzione, anche se erano utilizzate semplicemente come pretesto per la persecuzione politica. Oggi tutto ciò è stato spazzato via in un istante. Improvvisamente i nove anni di isolamento di Assange per una violenza sessuale inesistente e una minore infrazione della libertà su cauzione sono stati narrativamente sostituiti da un caso di spionaggio. E i media si sono nuovamente schierati contro di lui.

Alcuni anni fa l’idea che Assange potesse essere estradato negli Stati Uniti e rinchiuso per il resto della sua vita, con il suo giornalismo ridefinito “spionaggio”, era irrisa come così improbabile, così scandalosamente illegale che nessun giornalista “convenzionale” era pronto a tollerarla come un motivo genuino per cercare asilo nell’ambasciata. Era derisa come un prodotto della fantasia febbrile, paranoide di Assange e dei suoi sostenitori e come una copertura opportunistica per evitare di affrontare l’indagine in Svezia.

Ma quando la polizia britannica ha invaso l’ambasciata nell’aprile dell’anno scorso e lo ha arrestato per l’estradizione negli Stati Uniti precisamente sulle accuse di spionaggio che Assange aveva sempre avvertito sarebbero state usate contro di lui, i giornalisti hanno riferito questi sviluppi come se fossero dimentichi di questi precedenti.

I media hanno cancellato questo contesto non da ultimo perché li avrebbe fatti apparire volenterosi allocchi della propaganda statunitense, come apologeti dell’eccezionalismo e dell’illegalità statunitensi, e perché avrebbe dimostrato una volta di più che Assange aveva ragione. Avrebbe dimostrato che il vero giornalista è lui, piuttosto che il loro giornalismo industriale ammansito, compiacente e adoratore del potere.

 

Morte del giornalismo

Oggi ogni giornalista del mondo dovrebbe essere indignato, contestando gli abusi che Assange sta subendo, e ha subito, e il destino che sopporterà se l’estradizione sarà approvata. Dovrebbero protestare sulle prime pagine e in notiziari televisivi contro gli interminabili e sfacciati abusi della procedura legale nelle udienza di Assange presso tribunali britannici, tra cui il grossolano conflitto d’interesse di Lady Emma Arbuthnot, la giudice che sovrintende al suo caso.

Dovrebbero essere in rivolta per la sorveglianza illegalmente organizzata dalla CIA all’interno dell’ambasciata ecuadoriana mentre Assange vi era confinato, rendendo nullo il caso già disonesto degli Stati Uniti contro di lui violando i privilegi del suo rapporto cliente-avvocato. Dovrebbero manifesta indignazione per le manovre di Washington, ammettendo un sottile vena di giusto processo da parte dei tribunali britannici, intese a estradarlo per accuse di spionaggio per aver svolto un lavoro che sta al centro stesso di quanto il giornalismo afferma di essere: chiamare i potenti a rispondere.

Non occorre che i giornalisti si curino di Assange o lo apprezzino. Devono parlare in protesta perché l’approvazione della sua estradizione segnalerà la morte ufficiale del giornalismo. Significherà che qualsiasi giornalista al mondo che dissotterri verità imbarazzanti riguardo agli Stati Uniti, che ne scopra i segreti più oscuri, dovrà restare zitto e rischiare di finire in carcere per il resto della sua vita.

Ciò dovrebbe terrorizzare ogni giornalista. Ma non ha avuto un effetto simile.

 

Carriera & Status, non verità

La grande maggioranza dei giornalisti occidentali, naturalmente, non ha mai scoperto in tutta la sua carriera professionale alcun segreto significativo dai centri del potere, anche i giornalisti che ufficialmente quei centri di potere li controllano. Questi giornalisti riconfezionano comunicati stampa e informazioni di lobbisti, attingono a risorse in seno al governo che li usano come un canale ai larghi pubblici che attirano, e loro riferiscono voci e malignità dall’interno dei corridoi del potere.

Questa è la realtà del giornalismo d’accesso che costituisce il 99 per cento di quelle che chiamiamo notizie politiche.

Ciò nonostante, l’abbandono di Assange da parte dei giornalisti – la totale assenza di solidarietà mentre uno di loro è perseguitato in modo tanto flagrante quanto i dissidenti un tempo mandati nei gulag – dovrebbe deprimerci. Significa non solo che i giornalisti hanno abbandonato qualsiasi pretesa di fare del vero giornalismo, ma che hanno anche rinunciato del tutto a che sia fatto da qualcuno.

Significa che i giornalisti industriali sono pronti a essere considerati dai loro pubblici con un disprezzo anche maggiore di quanto lo sia già. Perché mediante la loro complicità e il loro silenzio, si sono schierati con governi per assicurare che chiunque realmente chiami il potere a rispondere, come Assange, finirà dietro le sbarre. La loro stessa libertà li classifica come una élite prigioniera, prova inevitabile che servono il potere, non lo contrastano.

La sola conclusione da trarre è che i giornalisti industriali si preoccupano della verità meno di quanto facciano delle loro carriere, dei loro salari, del loro status, e del loro accesso ai ricchi e potenti.

Come hanno spiegato tanto tempo fa Ed Herman e Noam Chomsky nel loro libro ‘La fabbrica del consenso’, i giornalisti aderiscono a una classe media dopo una lunga istruzione e lunghi processi di addestramento mirati a sradicare quelli non affidabilmente simpatizzanti con gli interessi ideologici dei loro datori di lavoro industriali.

 

Offerta sacrificale

In breve, Assange ha elevato l’asticella per tutti i giornalisti rinunciando al loro dio – l’”accesso” – e al loro modus operandi di rivelare occasionali squarci di verità molto parziali offerte da fonti “amiche”, e invariabilmente anonime, che usano i media per guadagnare punti rispetto a rivali nei centri di potere.

Invece, attraverso rivelatori, Assange ha sradicato l’intero spettro sincero, nudo e crudo di verità la cui rivelazione non ha aiutato nessuno al potere, solo noi, il pubblico, mentre cercavano di capire che cosa era fatto, e che cosa era stato fatto, nel nostro nome. Per la prima volta abbiamo potuto vedere esattamente quanto orribile, e spesso criminale, era il comportamento dei nostri leader.

Assange non ha denunciato solo la classe politica; ha denunciato anche la classe mediatica, per la sua fiacchezza, per la sua ipocrisia, per la sua dipendenza dai centri di potere, per la sua incapacità di criticare un sistema industriale in cui era inserita.

Pochi di loro possono perdonare ad Assange quel crimine. Ed è per questo che saranno lì a plaudire la sua estradizione, anche se solo con il loro silenzio. Pochi giornalisti liberali attenderanno fino a quando sia troppo tardi per Assange, fino a quando sia impacchettato per la consegna, per dar voce ai loro articoli fiacchi, contorti o agonizzanti sostenendo che, per quanto apparentemente sgradevole sia Assange, non ha meritato il trattamento che gli Stati Uniti hanno in serbo per lui.

Ma ciò sarà di gran lunga troppo poco, di gran lunga troppo tardi. Assange aveva bisogno di solidarietà dai giornalisti e dalle loro organizzazioni mediatiche molto tempo fa, nonché di denunce a gola spiegata dei suoi oppressori. Lui e WikiLeaks sono stati in prima linea in una guerra per rifondare il giornalismo, per ricostruire un vero controllo sui potere sfrenato dei nostri governi. I giornalisti hanno avuto l’occasione di unirsi a lui in quella lotta. Invece hanno abbandonato il campo di battaglia, lasciandolo come offerta sacrificale ai loro padroni industriali.

Jonathan Cook è un giornalista indipendente che vive a Nazareth.

Questo articolo è dal suo blog Jonathan Cook.net.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://consortiumnews.com/2020/09/04/assange-extradition-after-cheering-assanges-abuse-journalists-have-paved-path-to-us-gulag/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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