C’è vita oltre la plastica?

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di Robert Koehler – 3 settembre 2020

Sì, è dovunque… non solo nelle corsie dei supermercati e dei grandi magazzini e in ogni altra struttura commerciale che vi venga in mente, per non citare le nostre credenze, i nostri armadi e cestini della spazzatura, ma sull’erba e sui marciapiedi, nelle discariche, nei laghi e fiumi, negli oceani. E non scompare. Mai.

Sapete, non si biodegrada. E “la vasta maggioranza di tutta la plastica prodotta sinora probabilmente non sarà riciclata”, scrive su Quartz Zoe Schlanger. “E esisterà virtualmente per sempre, frantumandosi in microplastiche che si mostrano dovunque gli scienziati le cerchino”.

Ciò includerebbe, secondo il Centro per la Diversità Biologica, la Grande Macchia di Rifiuti del Pacifico: “un vortice di detriti plastici nell’Oceano Pacifico nord-centrale” delle dimensioni circa doppie del Texas. E anche quello è solo una piccola parte della cosa: “Ai ritmi attuali la plastica è attesa superare in peso tutto il pesce dei mari entro il 2050.

L’inquinamento platico ha un effetto diretto e mortale sulla fauna. Migliaia di uccelli marini e tartarughe marine, foche e altri mammiferi marini sono uccisi ogni anno dopo aver ingerito plastica o finendovi intrappolati…

“Uccelli marini morti sono spesso scoperti con gli stomaci pieni di plastica… Balene morte sono state trovate con le pance piene di plastica”.

E, oh sì: “Nel primo decennio di questo secolo abbiamo prodotto più plastica di tutta la plastica della storia fino all’anno 2000. E ogni anno miliardi di libbre di altra plastica finiscono negli oceani mondiali. Studi stimano che ci siano oggi da 15 a 51 trilioni di pezzi di plastica negli oceani mondiali, dall’equatore ai poli, dai manti di ghiaccio dell’Artico al fondale marino. Nemmeno un miglio quadrato di superficie oceanica in qualsiasi luogo è libero dall’inquinamento plastico”.

Tutto questo crea il contesto per un’altra notizia. La grande industria petrolifera, si potrebbe dire, è diventata il nuovo Benjamin Braddock. Mi riferisco, naturalmente, a quel momento iconico del film del 1967 Il laureato in cui il personaggio di Dustin Hoffman, un recente laureato, riceve uno sconcertante consiglio per la carriera da un tizio più anziano: “Plastica!

L’umorismo sarcastico di questo iconico film antisistema al crepuscolo dei tardi anni Sessanta si è, potremmo dire, biodegradato un po’ più dell’attuale oggetto del sarcasmo. La plastica è oggi troppo onnipresente per essere divertente come soleva essere. Fa semplicemente parte della vita, non delle nostre vite ma delle vite di ogni essere sul pianeta. Il che offre il contesto per una notizia recente, che ha attirato la mia attenzione oltre i ribollenti problemi dell’attualità, tra cui la violenza e il razzismo che sembrano così impervi da modificare. Improvvisamente mi trovo in uno stato di affannosa incredulità che il nostro futuro a lungo termine sembri contare molto meno… dei profitti di breve termine per alcuni.

Plastica! Per l’Africa!

“Affrontando la crisi climatica che minaccia l’industria dei combustibili fossili, le compagnie petrolifere stanno oggi gareggiando che produrre altra plastica. Ma hanno di fronte due problemi: molti mercati sono già inondati di plastica e pochi paesi sono disposti a essere discariche dei rifiuti plastici del mondo”.

Così il New York Times ci ha informato alcuni giorni fa, in un pot-pourri di giornalismo ironico. La crisi climatica sta “minacciando” l’industria del combustibili fossili? Non al modo in cui il resto di noi è minacciato da essa – con il pianeta che diventa sempre mano abitabile – ma dal “declino inevitabile” della domanda di combustibili fossili. Così l’industria sta “passando alla plastica” per utilizzare il suo eccesso di disponibilità di petrolio e gas, ma in questo incontra due problemi: la maggior parte dei mercati è “inondata” di plastica e, a parte ciò, stiamo finendo a corto di paesi in cui scaricare la plastica quando è ora di gettarla via.

Prima di proseguire, almeno una domanda risuona come “un vortice di detriti plastici”. Riciclare la roba, cosa che affermiamo di star facendo, non significa realmente… riciclarla. Significa spedirla in altri paesi perché ne facciano quello che vogliono, il che principalmente significa abbandonarla. Dunque la domanda sta qui. Perché il paese più ricco, più dominante della terra non può far fronte – col che intendo effettivamente riciclarli e riutilizzarli – ai suoi stessi rifiuti? Di nuovo dal New York Times:

“Nel 2019 esportatori statunitensi hanno spedito più di un miliardo di libbre di rifiuti plastici in 96 paesi, tra cui il Kenya, ufficialmente per essere riciclate, in base a statistiche commerciali. Ma gran parte di quei rifiuti, spesso contenenti la plastica più difficile da riciclare, finisce invece in fiumi e oceani”.

E dopo che la Cina ha chiuso i suoi porti alla maggior parte dei rifiuti plastici nel 2018, gli esportatori hanno cercato nuovi terreni di discarica. Le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate nel 2019 rispetto a un anno prima.

Così la grande industria petrolifera, concentrandosi sul Kenya come snodo, considera l’Africa come il luogo che la salverà, sia come mercato sia come discarica. Ma ci sono alcuni problemi in questo. Il Kenya ha recentemente messo in atto alcuni norme rigorose, vietando sacchetti di plastica e altra plastica monouso. E una cosa nota come la Convenzione di Basilea, un trattato internazionale – non ratificato dagli Stati Uniti – impone restrizioni alla capacità di nazioni ricche di inviare rifiuti indesiderati in nazioni povere. Ma lobbisti dell’industria petrolifera sperano di influenzare un accordo commerciale statunitense per forzare il Kenya ad ammorbidire le sue restrizioni alla plastica e aprire il continente sia ai prodotti sia ai rifiuti dell’industria.

Che cosa stiamo facendo a noi stessi? C’è vita oltre la plastica? Certamente io non ho risposte, ma le domande affluiscono senza interruzione. E non smetteranno.

 

Robert Koehler (koehlercw@gmail.com), associato a PeaceVoice, è un giornalista e redattore premiato di Chicago. E’ autore di ‘Courage Grows Strong at the Wound’.

 

 Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/is-there-life-beyond-plastic/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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