Cina e USA: il “Grande Gioco” del ventunesimo secolo

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di Conn Hallinan – 22 agosto 2020

Dal 1830 al 1895 gli imperi britannico e russo tramarono e complottarono per il controllo dell’Asia Centrale e Meridionale. Al cuore del “Grande Gioco” c’era la certezza dell’Inghilterra che i russi avessero mire sull’India. Così furono combattute guerre, tracciati confini e generazioni di giovani incontrarono la morte in passi desolati e avamposti solitari.

Alla fine era tutta un’illusione. La Russia non aveva mai progettato di sfidare il dominio britannico sull’India e le guerre sanguinarie non risolsero nulla, anche se i confini arbitrari e le tensioni etniche alimentati dalla strategia di divide et impera del colonialismo sono tuttora presenti. Così Cina, India, Pakistan, Afghanistan e Nepal si combattono per linee tracciate a Londra, mentre Beijing, Tokyo e Seoul competono per minuscole isole disabitate, residui del Giappone imperiale.

Tale storia è importante tenerla presente quando si comincia a vagliare le logiche dietro il sempre più pericoloso stallo tra Cina e Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale.

Per gli statunitensi la Cina è un concorrente in rapida ascesa che non gioca secondo le regole e minaccia una delle più importanti rotte commerciali del globo in una regione a lungo dominata da Washington. Il Segretario di Stato USA Mike Pompeo ha essenzialmente sollecitato un cambio di regime.

Secondo Ryan Hass, ex direttore per la Cina del Consiglio della Sicurezza Nazionale, l’amministrazione Trump sta tentando di “riorientare le relazioni USA-Cina in direzione di una rivalità sistemica generale che non possa essere invertita” da amministrazioni che seguiranno. In breve, una guerra fredda non diversa da quella tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Per i cinesi gli ultimi duecento anni – la Cina in effetti tende a pensare in secoli, non decenni – sono stati un’anomalia nella sua lunga storia. Uno dei paesi più ricchi del globo che ha introdotto il mondo a ogni cosa dalla seta alla polvere, la Cina del diciannovesimo secolo è diventata una discarica di oppio britannico, incapace persino di controllare le proprie coste.

La Cina non ha mai dimenticato quegli anni di umiliazione o i danni che il colonialismo contribuì a infliggere al suo popolo. Quelle memorie sono un ingrediente della crisi attuale.

Ma la Cina non è il solo paese con memorie.

Gli Stati Uniti hanno dominato l’Oceano Pacifico – a volte chiamato un “lago statunitense” – fin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Improvvisamente gli statunitensi hanno un concorrente, anche se è una rivalità che regolarmente è esagerata.

Un esempio è il giornalista del New York Times Breth Stephens che recentemente ha avvertito che la marina cinese ha più navi della marina statunitense, ignorando il fatto che la maggior parte delle imbarcazioni cinesi sono piccole fregate e corvette della guardia costiera. Il principale interesse strategico della Cina è la difesa delle sue coste, da dove sono venute numerose invasioni nel diciannovesimo e ventesimo secolo.

La strategia cinese consiste nella “negazione dell’area”: mantenere a debita distanza le portaerei statunitensi. A questo fine Beijing si è legalmente impossessata di numerose piccole isole e scogliere nel Mar Cinese Meridionale per creare una barriera alla marina statunitense.

Ma la maggior spinta cinese è economica attraverso la grande iniziativa Belt and Road (BRI), non militare, e si sta attualmente rivolgendo all’Asia Meridionale come area di sviluppo.

L’Asia Meridionale è estremamente complessa, comprendendo Afghanistan, Pakistan, India, Bangladesh, Bhutan, Tibet, le Maldive e lo Sri Lanka. I suoi 1,6 miliardi di abitanti costituiscono quasi un quarto della popolazione mondiale, ma rappresentano solo il 2 per cento del PIL globale e l’1,3 per cento del commercio mondiale.

Tali cifre si traducono in un livello di povertà del 44 per cento, due punti percentuali sopra quello della regione più impoverita del mondo, l’Africa Subsahariana. Quasi l’85 per cento della popolazione dell’Asia Meridionale guadagna meno di due dollari al giorno.

Gran parte di questo è una conseguenza del colonialismo che ha fatto deragliare le economie locali, soppresso la manifattura e costretto paesi a adottare monocolture finalizzate all’esportazione. La globalizzazione del capitale negli anni Ottanta ha accelerato la disuguaglianza economica che il colonialismo aveva lasciato in eredità alla regione.

Lo sviluppo in Asia Meridionale è dipeso dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) che richiedono ai debitori di aprire i loro mercati al capitale occidentale e di ridurre i debiti mediante severe misure di austerità, che soffocano ogni cosa, dall’assistenza sanitaria ai trasporti.

Questa strategia economica – a volte chiamata “Washington Consensus” – genera “trappole del debito”: i paesi tagliano la spesa pubblica, il che deprime le loro economie e aumenta il debito, determinando ancora altre tornate di indebitamento e di austerità.

La Banca Mondiale e il FMI sono stati particolarmente avari nel finanziare sviluppi infrastrutturali, una parte essenziale della costruzione di un’economia moderna. Sono “l’inadeguatezza e la rigidità delle varie istituzioni monetarie occidentali che hanno gettato l’Asia Meridionale nelle braccia della Cina”, afferma l’economista Anthony Howell sul South Asia Journal.

L’iniziativa Belt and Road (BRI) adotta un altro approccio. Mediante una combinazione di sviluppo infrastrutturale, assistenza commerciale e finanziaria, paesi in Asia, Medio Oriente ed Europa sono collegati a quella che è essenzialmente una nuova “Via della seta”. Circa 138 paesi hanno aderito.

Usando una varietà di istituzioni – la China Development Bank, il Silk Road Fund, la Export-Import Bank of China e l’Asian Infrastructure Investment Bank – Beijing ha costruito strade, sistemi ferroviari e porti in tutta l’Asia Meridionale.

Per decenni, finanziatori occidentali hanno o ignorato l’Asia Meridionale – con l’eccezione dell’India – oppure imposto tante restrizioni ai fondi di sviluppo che la regione è stagnata economicamente. L’iniziativa cinese ha il potenziale di invertire questo, allarmando l’occidente e l’India, la sola nazione della regione a non aver aderito alla BRI.

Anche l’Unione Europea ha resistito all’iniziativa, anche se l’Italia vi ha aderito. Anche numerosi paesi mediorientali hanno aderito alla BRI e al China-Arab Cooperation Forum. L’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto hanno aderito alla Digital Silk Road cinese, una rete di satelliti di navigazione che compete con il GPS statunitense, il GLONASS russo e il Galileo dell’Unione Europea. La Cina ha anche sottoscritto una cooperazione militare e commerciale venticinquennale da 400 miliardi di dollari con l’Iran.

Inutile dirlo, Washington non è certo felice che la Cina sgomiti in una regione dominata dagli Stati Uniti che contiene un considerevole parte delle forniture energetiche mondiali.

In una competizione mondiale per mercati e influenza la Cina sta dimostrando considerevoli forze. Ciò, ovviamente, crea frizioni. Gli Stati Uniti e, in una certa misura, la UE, hanno lanciato una campagna per congelare la Cina fuori dai mercati e limitare il suo accesso alla tecnologia avanzata. La Casa Bianca ha esercitato con successo pressioni su Gran Bretagna e Australia per vietare alla società cinese Huawei di installare una rete digitale a 5G e sta premendo su Israele e Brasile perché facciano lo stesso.

Non tutte le tensioni attuali sono economiche. L’amministrazione Trump ha bisogno di un diversivo dal suo grande fallimento nel controllare la pandemia e il Partito Repubblicano ha fatto dell’attacco alla Cina un pezzo centrale della sua strategia elettorale. C’è persino la possibilità che la Casa Bianca possa tirar fuori una “sorpresa di ottobre” e avviare un qualche genere di scontro militare con la Cina.

E’ improbabile che Trump voglia una guerra totale, ma un incidente nel Mar Cinese Meridionale potrebbe schierare gli statunitensi dietro la Casa Bianca. Il pericolo è reale, specialmente poiché i sondaggi in Cina e negli Stati uniti mostrano che c’è una crescente ostilità tra entrambi i popoli.

Ma le tensioni vanno oltre la disperata necessità di Trump di essere rieletto. La Cina si sta riaffermando come potenza regionale e come una forza con la quale fare i conti a livello mondiale. Che gli Stati Uniti e i loro alleati considerino ciò con ostilità non è certo una sorpresa. La Gran Bretagna fece del suo meglio per bloccare l’ascesa della Germania prima della Prima guerra mondiale e gli USA fecero in larga misura lo stesso con il Giappone nell’imminenza della Guerra del Pacifico.

La Germania e il Giappone erano grandi potenze militari con la volontà di usare la violenza ottenere quello che volevano. La Cina non è una grande potenza militare ed è più interessata a creare profitti che imperi. In ogni caso una guerra tra due potenze dotate di armi nucleari è quasi inimmaginabile (il che non significa che non possa accadere).

La Cina ha recentemente ammorbidito il suo linguaggio nei confronti degli USA, sottolineando la coesistenza pacifica. “Non dovremmo permettere che nazionalismo e teste calde sequestrino in qualche modo la nostra politica estera”, dice Xu Quinduo di China Radio gestita dalla stato. “La retorica dura non dovrebbe sostituire la diplomazia razionale”.

Il nuovo tono suggerisce che la Cina non ha alcun entusiasmo di competere con l’esercito statunitense ma preferirebbe guardare lontano e lasciare che iniziative con la Belt and Road lavorino per essa. Diversamente dai russi, i cinesi non vogliono vedere Trump rieletto e hanno chiaramente deciso di non concedergli nessuna scusa per intensificare le tensioni come piano di un anno elettorale.

Il recente scontro della Cina con l’India e il suo bullismo nei confronti di paesi del Mar Cinese Meridionale, tra cui Vietnam, Malesia, Filippine e Brunei ha isolato Beijing e la dirigenza cinese può risvegliarsi al fatto di aver bisogno di alleati, non di avversari.

E di pazienza.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/china-the-us-21st-centurys-great-game/

Originale: Dispatches from the Edge

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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