Huawei, Tik Tok, WeChat & altri comodi bersagli

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di Patrick Lawrence – 17 agosto 2020

Speciale per Consortium News

Washington è ora impegnato a impedire che qualsiasi nazione non occidentale che non si adegua all’ordine neoliberista ascenda in qualsiasi campo in cui minaccia le migliori imprese statunitensi.

Il presidente Donald Trump discute gli indicatori economici, sabato 15 agosto 2020 a Bedminsgter, NJ, (White House Flickr, Joyce N. Boghosian)

Il regime di Trump sta oggi mettendo al muro Huawei, Tik Tok e WeChat, tre abili società tecnologiche e dei media sociali cinesi, o vietando loro il mercato statunitense o, nel caso di Tik Tok, costringendo il proprietario a vendere le sue attività statunitensi a una società statunitense. Sabato il presidente Donald Trump ha annunciato che c’è altro di simile in serbo.

“Stiamo pensando ad altro, sì”, ha detto durante un incontro alla Casa Bianca con giornalisti. Queste altre cose potrebbero includere Alibaba, la massima società cinese di commercio elettronico.

C’è sempre altro in serbo mentre seguiamo gli exploit del Matto Mike Pompeo, il nostro Segretario di Stato falso cristiano, che in questi giorni è a tutto vapore nelle sue campagne persecutorie contro i vari Belzebù che lo ossessionano: Cina, Iran, Russia e Venezuela ai primi posti tra essi.

Perché il regime è così indaffarato in politica estera in questi giorni? Il presidente, essendo un uomo d’affari, preferisce intensificare tensioni economiche e commerciali quanto meglio gli riesce. Pompeo, la cui comprensione di qualsiasi cosa non sia la guerra “finale” è limitata, può gestire niente più che i suoi sforzi disumani di affamare e minacciare quella sulla sua lista di satanici malvagi. Qual è il filo conduttore?

E’ tempo di collegare i vari puntini. Nel collegarli troveremo la nostra risposta.

Osservate la lista: Cina, Iran e Russia sono tutte nazioni non occidentali emergenti la cui continua ascesa in primo piano sta già alterando l’ordine globale a guida USA, se ordine è la parola giusta; col tempo avranno inevitabilmente ruoli di primo piano mentre esso è sostituito da quello che può essere correttamente chiamato un nuovo ordine. Il Venezuela non è così avanti come questi altri, quanto a sviluppo, ma, ciò nonostante, appartiene alla lista.

 

Le giustificazioni abbondano

La direzione di Huawei a Shenzen (Brucke-Osteuropa, Wikimedia Commons)

Siamo sottoposti a ogni sorta di giustificazioni per la politica statunitense contro queste nazioni. Le imprese tecnologiche cinesi sono minacce alla sicurezza nazionale. Gli iraniani sono sponsor statali del terrorismo. I russi sono aggressori. I venezuelani reprimono il loro popolo e la dirigenza traffica in droghe.

Sciocchezze a tutto campo. Non c’è alcuna prova che le imprese tecnologiche cinesi colludano con Pechino per compromettere gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti, non l’Iran, hanno sponsorizzato più gruppi terroristi in Medio Oriente di quanti pasti caldi voi abbiate consumato. Gli USA premono con forza sul fianco occidentale della Russia e definiscono i russi aggressivi perché lo difendono. Il governo venezuelano offre al suo popolo una replica benignamente tenue di socialismo e il popolo l’apprezza. Totale disprezzo per la stampa statunitense, come al solito al primo posto il The New York Times controllato dal governo, per sostenere questi disgraziati, dannosi casi di disinformazione.

Mia conclusione: stiamo entrando in un’era in cui gli Stati Uniti (appoggiato in molti casi dai loro alleati europei più privi di spina dorsale) stanno attivamente tentando di sopprimere nazioni non occidentali che non si piegano al primato statunitense in qualsiasi campo in cui possono rendersi genuinamente competitive.

Se accettiamo che la parità tra occidente e non occidente sia l’imperativo numero uno del nostro secolo, come chi scrive ha distintamente affermato, confinare queste nazioni ai gradini più bassi della scala dello sviluppo va giudicato come un’affermazione perdente. E’ anche pericolosa. Possiamo anche concludere che le cerchie politiche di Washington o (1) non comprendano la svolta storica che incombe su di noi, oppure (2) la comprendano perfettamente ma siano decise a preservare l’egemonia occidentale per pochi decenni finali prima che un ordine mondiale più equo li confini nei libri di storia.

E’ troppo considerare questa come una guerra mondiale di altro genere? Penso di no. E le implicazioni di questo termine, se lo si accetta, impongono una seria considerazione.

 

Dopo il 2001

Nell’intervallo immediatamente successivo agli attacchi del 2001 contro New York e Washington, gli USA ebbero una scelta e un’occasione di accettare, immaginativamente e creativamente, l’emergere di un nuovo ordine globale e il relativo declino dell’occidente in esso dopo un periodo di superiorità sfruttatrice che risale indietro di un millennio. Ma i nostri leader decisero che, no, ci comporteremo più caoticamente e violentemente possibile.

In altri termini, la guerra che conduciamo contro la Cina è la stessa guerra che conduciamo contro l’Iran e contro la Russia e contro il Venezuela. Possono apparire diverse, ma sono un’unica cosa. Non c’è alcuna indicazione che questa guerra si dimostrerà altro che protratta e malvagia.

Tutte queste nazioni sono consapevolmente non occidentali ma in nessun senso antioccidentali. Anche i loro peccati sono gli stessi: sono tutti a favore dell’autodeterminazione e contro l’egemonia antidemocratica occidentale, e per un ordine globale in effetti basato sui cinque principi articolati da Zhou Enlai alla Conferenza di Bandung del 1955 delle nazioni non allineate.

L’edificio in cui si tenne la Conferenze Asiatico-Africana a Bandung, Indonesia, è oggi un museo dell’evento. (Jagawana, CC BY-SA 3.0, Wikimedia Commons)

Pensate a questi famosi principi: mutuo rispetto per l’integrità e la sovranità territoriale, non aggressione, non interferenza negli affari interni altrui, uguaglianza e coesistenza pacifica. Citate uno di questi che sia rispettato dagli Stati Uniti. Citatene uno che una qualsiasi delle nazioni sulla nostra lista violi, e risparmiateci le fesserie sulla riannessione russa della Crimea dopo che gli USA erano balzati temerariamente verso la base navale di Sebastopoli attraverso il colpo di stato coltivato in Ucraina sei anni fa.

Le nazioni sulla nostra lista mostrano tutte forze, dobbiamo anche notare. Queste forze si traducono in potenza di una o un’altra grandezza. In questo, queste nazioni sono schierate per il potere emergente del non occidente. Sono lieto di chiamarlo il potere della padronanza di sé.

 

Variante del Giappone postbellico

E’ ormai evidente che la Cina ha raggiunto un livello di progresso tecnologico che la proietterà nella guida globale in vari campi significativi. E’ una variante della storia del Giappone postbellico: iniziò producendo portacenere di ceramica e radio a transistor e proseguì a dominare industrie quali le automobili, i cantieri navali, la siderurgia, la robotica, attrezzature mediche di alto livello e così via. A fini di proporzioni, il Giappone aveva una popolazione di 92 milioni nel 1960; la Cina oggi ne ha 1,4 miliardi.

Il presidente USA Richard Nixon e il premier cinese Zhou Enlai brindano, 25 febbraio 1972 (White House / Wikimedia Commons)

L’Iran è destinato ad avere un ruolo di guida nelle dimensioni politiche e della sicurezza della sua regione, indipendentemente dalle preferenze altrui, un ruolo positivo, considerato il suo obiettivo di portare stabilità a una regione che gli USA hanno dato alle fiamme. Ha le quarte maggiori riserve di petrolio del mondo ed è un centro di varie alleanze emergenti con altre potenze, notevoli tra esse Cina e Russia.

Il Venezuela ha le maggiori riserve petrolifere del mondo, ovviamente, e con l’elezione di Hugo Chavez nel 1999 ha cominciato a rendersi l’entità più indesiderata dal punto di vista di Washington, una socialdemocrazia funzionante nell’America Latina che serve il suo popolo. Queste sono fonti di potere. E’ a causa di entrambe che gli USA sono così intenti ad abbattere il governo di Nicolas Maduro, succeduto a Chavez dopo la morte di quest’ultimo nel 2013.

La grande trasgressione di Vladimir Putin è stata insistere su nulla di più e nulla di meno che la parità dopo che gli USA avevano messo in ginocchio la Federazione Russa durante la tragica presidenza del supino, sempre ubriaco Boris Yeltsin. Dal suo famoso discorso alla conferenza di Monaco sulla sicurezza nel 2007, il presidente russo è stato costantemente chiaro sul suo apprezzamento di relazioni estese e cooperative con l’occidente, ma solo se basate su una collaborazione tra uguali.

Il presidente Vladimir Putin incontra dirigenti economici tedeschi, 1 novembre 2018 (Kremlino)

Non occorre cambiare nemmeno una sillaba della posizione spesso dichiarata da Putin per riconoscere questa come la posizione di tutti gli avversari designati degli Stati Uniti. Ma l’avvento dell’uguaglianza tra le nazioni è il singolo motivo più fondamentale per cui gli Stati Uniti oggi conducono la guerra che descrivo.

E’ sempre una cosa eccellente per la politica estera degli Stati Uniti fallire quando diretta contro potenze non occidentali che la pensano a modo loro, specialmente quando è elaborata dall’inimitabile (grazie a Dio) Pompeo. Venerdì scorso ci ha offerto due flop uno dietro l’altro. Wunderbar in entrambi i casi.

Alle Nazioni Unite il Consiglio di Sicurezza ha votato contro il tentativo di lungo corso di Pompeo di prorogare un embargo delle armi contro l’Iran, come previsto dall’accordo del 2015 che regolava i programmi nucleari della Repubblica Islamica. Questo è stato l’imbarazzo numero 1 per l’irrazionale Pompeo.

Il Consiglio di Sicurezza tiene una videoconferenza pubblica in cui non è stata adottata una bozza di risoluzione proposta dagli USA sull’embargo delle armi contro l’Iran, 14 agosto 2020 (UN Photo/Mark Garten)

E questo deve piacervi: Pompeo oggi propone di invocare una clausola di “ritorsione” che prevede che le sanzioni siano ripristinate se l’Iran viola i termini dell’accordo; non importa, dice, che l’amministrazione Trump abbia ripudiato il patto due anni fa. Quando ciò sarà respinto, come sarà certamente, sarà l’imbarazzo numero 2.

Il regime di Trump ha contemporaneamente annunciato di aver sequestrato più di un milione di barili di carburante iraniano in rotta per il Venezuela. Questo doveva essere un’affermazione audace, pettoruta del potere e del controllo statunitense dell’alto mare e della sua impavida posizione contro l’Iran.

Il fatto è che l’Iran aveva venduto il petrolio, franco a bordo, ben prima che quattro petroliere di proprietà greca salpassero con esso. L’Iran da allora non ha avuto nulla a che fare con la transazione. Emerge ora che l’armatore greco, George Gialozoglou, era stato in colloqui con Washington per settimane per organizzare il sequestro. Sospetto che egli abbia acquistato il carburante precisamente per offrire l’occasione agli USA di sequestrarlo.

Quando il primo carico di carburanti iraniani è salpato a fine maggio, è stato trasportato su navi iraniane e gli USA l’hanno lasciato stare. L’incidente di venerdì scorso è stato certamente inscenato per le apparenze; insomma, imbarazzo numero 3 secondo il mio conto. Mohammad Javad Zarif, il ministro degli esteri iraniano, ha confermato questo giudizio numerose volte sui media sociali nel corso del fine settimana.

Credo a Trump quando dice che c’è altro in arrivo in queste guerre senza armi contro la Cina. Gli Stati Uniti sono oggi impegnati a impedire che nazioni non occidentali che non si adeguano all’ordine neoliberista ascendano in qualsiasi campo in cui minaccino le migliori imprese statunitensi. Se riuscite a immaginare una misura più chiara della debolezza statunitense, fatemelo sapere.

Quando Pompeo è stato sconfitto al Consiglio di Sicurezza venerdì scorso, Kelly Craft, l’ambasciatore all’ONU del regime, ha usato un’espressione interessante. Gli stati uniti “non si fermeranno davanti a nulla” per imporre nuovamente l’embargo contro l’Iran, anche se dovessero farlo unilateralmente, come è probabile si dimostri il caso. Credo anche a Craft. Dovremmo tutti trovare spaventose quelle parole quando guardiamo al futuro.

Il sequestro della nave lo scorso fine settimana è stato una totale farsa, ma attraverso esso gli USA affermano efficacemente il diritto alla pirateria in mare. Non usa l’espressione “guerra mondiale” come modo di dire.

Patrick Lawrence, per molti anni corrispondente dall’estero, principalmente per l’International Herald Tribune, è un giornalista, saggista, scrittore e conferenziere. Il suo libro più recente è ‘Time No Longer: Americans After the American Century’ (Yale). Seguitelo su Twitter @thefloutist. Il suo sito web è Patrick Lawrence. Sostenete il suo lavoro attraverso il suo sito Patreon.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://consortiumnews.com/2020/08/17/patrick-lawrence-huawei-tik-tok-wechat-other-handy-targets/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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