La difesa di Trump della cultura post guerra civile del Sud va oltre il razzismo

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di Patrick Cockburn – 12 luglio 2020

Il presidente Trump sta rendendo chiara la misura in cui il paese resta diviso dalla Guerra Civile statunitense. La sua minaccia di opporre il veto ai 718 miliardi di dollari della Legge sulla Difesa se ribattezzerà le basi militari statunitensi intitolate a generali confederati richiama alla memoria il 1861. La sua posizione evidenzia il modo bizzarro in cui l’esercito statunitense ha intitolato le sue maggiori basi, come Fort Bragg in North Carolina e Fort Hood in Texas, a generali confederati come Braxton Bragg e John Hood che avevano combattuto una guerra per distruggere gli Stati Uniti.

Critici suggeriscono in modo derisorio che questa tradizione di intitolare installazioni militari a nemici sconfitti dovrebbe significare che future basi ne includeranno almeno una intitolata a Osama bin Laden, il fondatore di al-Qaeda, e un’altra ad Abu Bakr al-Baghdadi, il leader dell’Isis, entrambi uccisi da soldati statunitensi.

La rabbia generata dalla disputa sul ribattezzamento delle basi e la rimozione delle statue di comandanti confederati sottolinea la rilevanza contemporanea dell’esito della guerra civile. Un tweet di Trump offre un indizio circa il motivo perché debba essere così un secolo e mezzo dopo la resa della Confederazione. “E’ stato triste”, ha scritto Trump, “vedere la storia e la cultura del nostro grande paese fatta a pezzi con la rimozione delle nostre splendide statue e monumenti”.

Ma di quale “storia e cultura” sta parlando Trump? Gli Stati Uniti hanno due fonti di cultura politica: una deriva da Thomas Jefferson e James Madison e da una rivoluzione popolare contro un potere imperiale lontano; l’altra proviene dagli stati schiavisti con la loro tradizione fortemente diversa. Gran parte di ciò che i non statunitensi trovano peculiare e contraddittorio riguardo agli Stati Uniti è originato dalla disagiata coabitazione di queste due culture, le cui correnti democratica e autoritaria alternativamente si respingono e si fondono tra loro. Gli statunitensi spesso negano questa eredità contaminata, preferendo vedere il loro passato attraverso le lenti delle intenzioni dei patri fondatori e  le lotte della frontiera, minimizzando la guerra civile per lo schiavismo che lasciò 750.000 morti.

La versione della cultura e della storia che Trump difende è quella del Sud degli Stati Uniti e ha principalmente a che vedere con le relazioni contemporanee tra neri e bianchi. La maggior parte delle statue a comandanti bellici confederati fu eretto molto dopo la guerra e affermò sfrontatamente il suprematismo bianco. Memphis, Tennessee, ad esempio, fino a tempi recenti vantava una statua eretta nel 1905 al generale confederato di cavalleria Nathan Bedford Forrest, un proprietario di piantagioni, commerciante di schiavi e comandante confederato i cui soldati massacrarono circa 300 soldati neri dell’Unione che si erano arresi a Fort Pillow nel 1864. In seguito divenne il primo capo del Ku Klux Klan. Ancora nel 1998 un’altra statua fu eretta a Forrest a Nashville, Tennessee.

Il motivo per cui le “guerre culturali” hanno così forte risonanza negli Stati Uniti è che hanno le loro radici in una guerra reale e hanno poco a che fare con pittoresche nostalgie militari, come quelli in Inghilterra che si abbigliano da Cavalieri e Roundheads del diciassettesimo secolo per rimettere in scena battaglie della guerra civile. Il messaggio reale trasmesso da quelle statue era che il Sud poteva aver perso la guerra civile e che lo schiavismo poteva essere stato abolito, ma i neri sarebbero rimasti segretati, discriminati e privati dei diritti civili.

Il razzismo di Trump è sfrontato e non celato, ma la cultura che ha promesso di difendere include molto più che divisioni razziali. Include un intero insieme di atteggiamenti accanitamente difesi nei confronti delle donne, della proprietà delle armi, dell’aborto, del cristianesimo evangelico, della polizia paramilitare, del delitto e castigo, della discriminazione risarcitoria e del ruolo del governo nella società. Questo è importante a causa di uno sviluppo sorprendente negli USA dal riconoscimento de jure dei diritti  civili agli statunitensi neri negli anni Sessanta. Quello è stato considerato da molti il momento in cui gli Stati Uniti si sono messi alle spalle il passato e in cui le tradizioni tossiche del Vecchio Sud sarebbero scomparse nella storia. Ma non è accaduto nulla di simile. Al contrario, la controreazione ai diritti civili è stata per molti aspetti più forte e influente del movimento originale che aveva tentato di infrangere lo status quo razzista.

Tale controreazione è stata così forte che il sud è stato in grado di espandere la propria cultura nel senso più vasto a nord e a ovest, molto oltre i confini della vecchia Confederazione. Come ha scritto Godfrey Hogson al volgere del secolo nel suo profetico libro More Equal Than Others: America from Nixon to the New Century [Più uguali degli altri: gli Stati Uniti da Nixon al nuovo secolo] era stato “supposto che il Sud sarebbe diventato più simile al resto del paese, [ma] in politica e in molti aspetti della cultura il resto del paese ha finito con somigliare al Sud”.

La “meridionalizzazione” spiega molti aspetti strani della cultura statunitense che risultano inspiegabili, quali il modo in cui atteggiamenti riguardo a ogni cosa, dalla proprietà delle armi all’aborto, siano diventati un segno di identità. Spiega anche molto riguardo all’ascesa al potere di Trump, che ha colto di sorpresa la maggior parte degli statunitensi, compresi molti dei suoi sostenitori e quasi tutti i non statunitensi. Occasionalmente è definito “l’ultimo presidente confederato”, il che è troppo semplicistico; ma la descrizione indica in effetti la via all’identità della sua base, la cui lealtà è così impermeabile ai suoi fallimenti.

Le convinzioni e i valori che sono mutati dalla Confederazione sconfitta hanno prodotto una variante distinta di nazionalismo statunitense. Esso si è combinato con il conservatorismo di destra nel resto del paese per produrre un formula politica vincente usata da Richard Nixon, Ronald Reagan e Donald Trump. Un presidente Democratico come Bill Clinton è parso essere un’eccezione a questo, ma in molti aspetti la sua storia ha solo confermato la tendenza. Nel 1996 Peter Applebome, il corrispondente del The New York Times da Atlanta, ha scritto un libro intitolato Dixie Rising: How the South is Shaping American Values, Politics and Culture [Ascesa del Dixie: come il sud sta plasmando i valori, la politica e la cultura degli Stati Uniti]. In un passaggio citato da Hogson egli afferma: “Bill Clinton si sta dichiarando a favore della preghiera a scuola assieme a una indiscriminata legislatura Repubblicana che fa a pezzi lo stato sociale” e “la Corte Suprema sta agendo come se [il presidente Confederato] Jefferson Davis fosse il capo dei giudici”.

Il titolo del libro di Applebome spiega il suo tema. Egli conclude che “per capire gli Stati Uniti si deve capire il Sud”.

Lo stesso vale per Trump e per il trumpismo. La cultura politica del Sud, che si è propagata in tutte le parti degli Stati Uniti, è la sua base politica, il che spiega perché il destino delle statue e il ribattezzamento delle basi militari sono così importanti per lui.

Patrick Cockburn è un giornalista premiato dell’Independent specializzato in analisi dell’Iraq, della Siria e delle guerre in Medio Oriente. E’ all’Independent dal 1990. Nel 2014 ha previsto l’ascesa dell’Isis. Ha anche svolto lavoro di dottorato presso l’Institute of Irish Studies, Queens University Belfast e ha scritto degli effetti dei Troubles sulla politica irlandese e britannica alla luce della sua esperienza.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trumps-defense-of-the-souths-post-civil-war-culture-goes-beyond-racism/

Originale: The Independent

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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