Fascismo statunitense: è successo qui

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Foto Grandave / Shutterstock.com

di Sarah Churchwell – 27 giugno 2020

Mentre la polizia militarizzata in tenuta antisommossa e con veicoli blindati si fiondava contro manifestanti pacifici in città di tutti gli Stati Uniti e il loro presidente emergeva da un bunker a far sparare lacrimogeni contro la gente lungo il suo percorso verso una chiesa che non aveva mai frequentato, tenendo in mano una Bibbia che non aveva mai letto, molti hanno ricordato un detto famoso spesso attribuito erroneamente al romanzo del 1935 di Sinclair Lewis It Can’t Happen Here [Non può succedere qui]: “Quando il fascismo arriverà negli Stati Uniti sarà avvolto nella bandiera e mostrerà una croce”. Poiché il romanzo di Lewis è ricordato meglio dei molti avvertimenti contro il fascismo statunitense negli anni tra le due guerre, ultimamente gli è stato attribuito l’ammonimento, ma quelle non sono parole di Lewis.

L’adagio ha avuto probabilmente origine da James Waterman Wise, figlio dell’eminente rabbino statunitense Stephen Wise e una delle molte voci all’epoca a sollecitare gli statunitensi a riconoscere il fascismo come una minaccia nazionale. “Gli Stati Uniti del potere e della ricchezza”, avvertì Wise, sono “Stati Uniti che hanno bisogno del fascismo”. Il fascismo statunitense poteva emergere da “ordini patriottici come l’American Legion e le Daughters of American Revolution… e può arrivare da noi avvolto nella bandiera statunitense o in un giornale di Hearst”. In un altro discorso quell’anno egli lo disse in modo leggermente diverso: il fascismo statunitense sarebbe probabilmente arrivato “avvolto nella bandiera statunitense e annunciato come un appello alla libertà e alla difesa della costituzione”.

Un fascismo statunitense impiegherebbe, per definizione, simboli e slogan statunitensi. “Non cercate do vederli issare la svastica”, avvertì Wise, “o impiegare nessuna delle forme popolari del fascismo” dell’Europa. L’ultranazionalismo del fascismo significa che funziona normalizzandosi, attingendo a familiari costumi nazionali per insistere di star semplicemente conducendo la solita attività politica. Come proclamò nel 1934 José Antonio Primo de Rivera, il leader del partito protofascista spagnolo della Falange, tutti i fascismi dovrebbero essere locali e indigeni:

L’Italia e la Germania… si sono rivolti indietro alla loro autenticità e se noi lo faremo l’autenticità che scopriremo sarà anch’essa la nostra: non sarà quella della Germania o dell’Italia e perciò, riproducendo i risultati degli Italiani o dei tedeschi diverremo più spagnoli di quanto siamo mai stati… Nel fascismo, come in movimenti di tutte le epoche, al di sotto delle caratteristiche locali vanno scoperte certe costanti… Quello che è necessario è un senso totale di ciò che è richiesto: un senso totale della Patria, della vita, della Storia.

Samuel Moyn si è recentemente opposto su queste pagine a paragonare le politiche di Trump al fascismo, perché la sua amministrazione sta “perseguendo cause con radici profonde nella storia statunitense. Non è necessaria nessuna analogia con Hitler o con il fascismo per spiegare questi risultati.”  Ma questo presuppone che il fascismo non abbia proprie radici profonde nella storia statunitense. E’ discutibile – per non dire eccezionalista – presumere che qualsiasi cosa nazionalmente statunitense non possa essere fascista; questo solleva la questione del fascismo statunitense anziché contestarla. Esperti del fascismo, quali Robert O. Paxton, Roger Griffin e Stanley G. Payne hanno a lungo sostenuto che il fascismo non risulta mai estraneo ai suoi seguaci; le sue affermazioni di parlare per “il popolo” e di ripristinare la grandezza nazionale significano che ciascuna versione del fascismo deve avere la propria identità locale. Ritenere che un movimento nazionalista non possa essere fascista perché è nativo, significa non cogliere per nulla il punto.

Storicamente i movimenti fascisti sono stati anche contrassegnati da opportunismo, una disponibilità a dire quasi qualsiasi cosa per salire al potere, rendendo le definizioni ancor più nebulose. Cercare di identificare il loro nucleo, l’indivisibile atomo fascista, si è dimostrato impossibile; siamo lasciati a quella che Umberto Eco ha chiamato la “sfocatura” del fascismo, altri le sue “dottrine nebulose e sintetiche”. Ci sono buoni argomenti contro tentativi di stabilire, mediante tassonomie, quello che è divenuto noto come un “minimo fascista”, come se una lista di controllo potesse differenziare qualitativamente il fascismo da altre dittature autoritarie. Alcuni pensano che una cartina di tornasole sia l’antisemitismo; altri il genocidio. Conta il colonialismo? Aimé Césaire, C.L.R. James e Hannah Arendt, tra molti altri notevoli pensatori che vissero durante il primo fascismo, certamente ritenevano di sì, sostenendo che il fascismo europeo applicava a corpi bianchi ciò che i sistemi coloniali e schiavistici avevano perfezionato colpendo corpi neri e di colore.

Paxton ha sostenuto in modo influente che il fascismo è ciò che il fascismo fa. Ma caratteristi cospicue sono condivise in modo riconoscibile, tra cui: nostalgia per un passato più puro, mitico, spesso rurale; culti di tradizione e di rigenerazione culturale; gruppi paramilitari; delegittimazione degli avversari politici e demonizzazione dei critici; universalizzazione di determinati gruppi come autenticamente nazionali, disumanizzando contemporaneamente tutti gli altri gruppi; ostilità all’intellettualismo e attacchi alla libera stampa; antimodernismo; mascolinità patriarcale trasformata in un feticcio; e una sensazione angosciata di vittimismo e di rimostranze collettive. Le mitologie fasciste incorporano spesso un’idea di far pulizia, una difesa esclusoria contro contaminazioni razziali o culturali, e preferenze eugenetiche correlate per certe “discendenze del sangue” rispetto ad altre. Il fascismo trasforma l’identità in un’arma, convalidando l’herrenvolk e invalidando ogni altro popolo.

Gli statunitensi del periodo tra le due guerre, anche se non potevano prevedere ciò che sarebbe avvenuto in Europa, avevano ciò nonostante perfettamente chiaro un fatto che oggi abbiamo perso di vista: ogni fascismo è indigeno, per definizione. “Il fascismo deve essere coltivato in casa”, ammonì un docente statunitense nel 1937, “ripetendo le parole di Benito Mussolini che il fascismo non può essere importato” ma deve essere “particolarmente adatto alla nostra vita nazionale”. Logicamente, perciò, il “programma contro i negri” offrirebbe “uno slogan molto plausibile ai fascisti statunitensi” proprio come l’antisemitismo aveva fatto con i tedeschi. Altri hanno riconosciuto che le profonde radici antisemite dei cristiani evangelici hanno offerto uno slogan ugualmente plausibile al fascismo statunitense. Il patriottismo in tempo di guerra e il trionfo degli alleati diede presto agli statunitensi il permesso di considerare il fascismo come un patologia aliena e unicamente europea, ma “l’uomo in sella”, il despota che poteva cavalcare energie populiste reazionarie per il potere, era stato uno spettro della politica statunitense almeno fin dalla presidenza di Andrew Jackson negli anni Trenta del 1800.

Uno degli ultimi e più orrendi linciaggi pubblici negli Stati Uniti ebbe luogo nell’ottobre del 1934 nel Panhandle della Florida [il nord-ovest dello stato, il suo ‘manico’ – n.d.t.] dove una folla di sino a 5.000 persone si riunì per assistere a ciò che era stato annunciato ore prima sulla stampa locale. Claude Neal fu bruciato e castrato, gli furono ficcati in bocca e genitali e fu costretto a dire ai suoi torturatori che gliene piaceva il sapore. Dopo essere stato alla fine trascinato alla morte da un’automobile, la folla orinò sul suo cadavere mutilato e poi fu appeso presso il tribunale di Marianna. La stampa tedesca, rapida a capitalizzare le notizie su linciaggi statunitensi, fece circolare fotografie di Neal, la cui orribile morte descrisse con “taglienti commenti editoriali circa il fatto che gli Stati Uniti dovevano far pulizia a casa propria” prima di censurare il comportamento di altri governi nei confronti dei propri cittadini. “L’invito a smettere il linciaggio dei negri è una ritorsione nazista alle critiche statunitense” disse un titolo del Courier di Pittsburg nel riferire i resoconti tedeschi della violenza razziale statunitense.

Il Courier fu uno di molti giornali afroamericani che non solo vide affinità tra la Germania Nazista e gli Stati Uniti di Jim Crow, ma risalì anche a collegamenti causali. “Hitler impara dagli Stati Uniti”, aveva dichiarato il Courier già nel 1933, riferendo che università tedesche sotto il nuovo regime del Terzo Reich stavano spiegando di attingere le loro idee dai “pionieri statunitensi Madison Grant e Lothrop Stoddard” e che le “follie razziali” negli Stati Uniti offrivano alla Germania nazista “un modello per opprimere e perseguitare le proprie minoranze”. L’afroamericano Age di New York si chiese analogamente se Hitler avesse studiato “sotto la tutela” di leader del [Ku Klux] Klan, forse da “subordinato o qualcosa del genere”.

Gli stessi nazisti vedevano una chiara affinità. Articoli recenti hanno dimostrato che Hitler si affidò sistematicamente alle leggi razziali statunitensi nell’ideare le leggi di Norimberga, mentre il Terzo Reich cercava anche attivamente sostenitori nel Sud di Jim Crow, anche se la dirigenza politica del Sud bianco in larga misura non restituì il favore. Ma la corrispondenza tra i due sistemi era perfettamente evidente all’epoca, su entrambe le sponde dell’Atlantico. Un console generale nazista in California cercò persino di  comprare il Klan, con l’idea di organizzare un colpo di stato statunitense. Il suo prezzo fu troppo basso – il Klan era tutt’altro che non mercenario – ma, come giornalisti osservarono dopo che la vicenda venne alla luce nel 1939, il Klan non poteva permettersi di apparire straniero; “per essere efficace” il suo programma nativista doveva essere perseguito “nel nome degli Stati Uniti”.

Nel 1935 afroamericani si organizzarono in tutto il paese in proteste di massa contro il massacro mussoliniano di etiopici oltremare. “Il fascismo statunitense ha già i negri”, dichiarò il giornalista e storico giamaicano-statunitense Joel Augusts Rogers. Langston Hughes concordò: “Date un cappuccio a Franco e sarà un membro del Ku Klux Klan, un Kleagle [dirigente del Klan]. Il fascismo è ciò che sarà il Ku Klux Klan quando si unirà alla Liberty League e comincerà a usare mitragliatrici e aerei invece di pochi metri di corda”. “A noi negri negli Stati Uniti non occorre ci sia raccontato che cos’è il fascismo in azione”, disse Hughes a un altro uditorio. “Lo sappiamo”.

Al tempo stesso, nel 1935, W.E.B. Du Bois pubblicò Black Reconstruction in America. Questa opera fondamentale della storiografia revisionista afroamericana apparve nel mezzo del tumulto per la persecuzione dei Nove di Scottsboro e mentre la vittoria della medaglia da parte di Jesse Owens alle Olimpiadi di Berlino era considerata sia una beffa a Hitler sia una strigliata agli Stati Uniti di Jim Crow. Assolutamente non per caso, dunque, Du Bois implica più di una volta nel suo studio che il suprematismo bianco degli Stati Uniti di Jim Crow poteva essere considerato “fascismo”. Sessant’anni dopo, in un saggio ignorato ma notevole, Amiri Baraka ha reso esplicita l’idea di Du Bois, sostenendo che la fine dell’era dell’Emancipazione  “gettò gli afroamericani nel fascismo. Non ci sono altri termini al riguardo. Il rovesciamento di governi democraticamente eletti e il dominio mediante il terrore diretto, da parte del settore più reazionario del capitale finanziario… Attuato mediante assassinii, intimidazione e rapine, dalle prime truppe d’assalto, di nuovo il prototipo hitleriano, il Ku Klux Klan, direttamente finanziato dal capitale del nord.” Ci sarebbero voluti altri vent’anni perché la storiografia bianca statunitense assorbisse l’argomento quando, nel 2004, Paxton osservò, in The Anatomy of Fascism, che poteva essere sostenuta una forte tesi che il primo Ku Klux Klan nel Sud dell’Emancipazione fu il primo movimento fascista del mondo:

[Il primo Klan fu] un’autorità civica alternativa, parallela allo stato legale, che, agli occhi dei fondatori del Klan, non difendeva più i legittimi interessi della loro comunità. Adottando un’uniforme (tonaca e cappuccio bianchi) nonché con le loro tecniche di intimidazione e con la loro convinzione che la violenza era giustificata per la causa del destino del loro gruppo, la prima versione del Klan nel Sud statunitense sconfitto fu verosimilmente una notevole anticipazione del modo in cui movimenti fascisti avrebbero operato nell’Europa tra le due guerre.

Dopo la rinascita del KKK nel 1915, il secondo Klan dichiarò fino a cinque milioni di membri a metà degli anni Venti, un livello di proliferazione nella società statunitense che rappresentava uno su ogni tre o quattro maschi statunitensi protestanti bianchi. Quando Mussolini balzò sul palcoscenico mondiale nel 1921, molti statunitensi di tutto il paese riconobbero immediatamente il suo progetto, con giornali dal Montana alla Florida che spiegavano ai loro lettori che “i fascisti potrebbero essere noti come il Ku Klux Klan” e “il klan… è i fascisti degli Stati Uniti”. Paragoni tra il Klan nazionale e il fascismo italiano divennero presto ubiqui nella stampa statunitense; la somiglianza non era superficiale.

Il secondo Klan si disintegrò nel tardi anni Venti sotto la macchia di corruzioni e scandali sessuali, ma alcuni dei suoi leader iniziali cominciarono presto a tagliare i loro vestiti macchiati di sangue per adattarsi alle nuove mode politiche. La maggioranza dei gruppi fascisti statunitensi dell’era interbellica, più di uno dei quali si identificava come fascista, si avviò non come filiali del nazismo, ma come discendente del Klan. Il loro nazionalismo cristiano era inestricabile dal loro antisemitismo, anche se condusse anche a un settarismo che può aver impedito loro di forgiare alleanze più forti.

Molti di questi gruppi condividevano la passione dei loro omologhi europei per indossare uniformi con “camicie colorate”, per suggerire forza organizzata e potenza militaristica, per intimidire ed escludere, compresi l’Ordine delle Camicie Nere di Atlanta; le Camicie Bianche, i militanti “Crociati per la Libertà Economica”, fondati da George W. Christians che coltivava baffetti a spazzolino e un ciuffo hitleriano di capelli cascanti; le Camicie Grigie, ufficialmente “L’Associazione dei Pionieri della Protezione della Patria”, fondate nello stato del nord di New York; le Camicie Kaki (note anche come “Fascisti statunitensi”); le Camicie Argento, che William Dudley Pelley modellò sui “corpi nazisti d’élite” di Hitler e le Camicie Eleganti. Alla fine del 1934 i giornalisti statunitensi motteggiavano la crescente lista. “Le Camicie Grigie rendono gli Stati Uniti il numero uno tra le nazioni in camicia”, diceva un titolo sarcastico indicando che a meno che altri paesi non avessero cominciato a imbrogliare combinando colori “sarà impossibile superarci quanto alle camicie”.

Ma altri presero più sul serio la minaccia. Come spiegò ripetutamente James Waterman Wise “i vari ordini della camicie colorate, l’intera brigata di merceria che gioca sul pregiudizio di parte” stavano “gettando i semi del fascismo” negli Stati Uniti. La Legione Nera fu una progenie del Klan che fiorì nel Midwest, il cui leader parlò di impossessarsi di Washington in un colpo di stato rivoluzionario, definì il New Deal un complotto giudeo “per far morire di fame i gentili” e sposò lo sterminio degli ebrei statunitensi mediante diffusori di gas venefico nelle sinagoghe il giorno dello Yom Kippur. Chiunque si chiede “come sarebbe il fascismo in questo paese” dovrebbe guardare alla Legione Nera, con il suo “odore di hitlerismo”, la sua “piattaforma anticattolica, antigiudea, antinegri, antisindacale, le sue fruste, i suoi bastoni e le sue armi, il suo sfrontato disprezzo per la legge e l’ordine e per i giusti processi della democrazia” avvertì un editoriale vastamente sponsorizzato del 1936 “Questi sono gli atteggiamenti e l’equipaggiamento del fascismo”.

Il “Movimento degli amici di Hitler” di breve durata, si trasformò presto in un più accettabile “Amici della nuova Germania” nel 1933, prima di diventare il Bund. Tenne numerose vaste manifestazioni presso il Madison Square Garden, tra cui, nel 1939, la sua “Dimostrazione di massa per il vero americanismo”, in cui un gigantesco ritratto di George Washington fu affiancato da svastiche e milleduecento “truppe d’assalto” esibirono nelle navate il saluto nazista; riprese della manifestazione sono state restaurate nel 2019 nel breve film “A Night at the Garden”. Nel 1940 il Bund dichiarò centomila membri e aveva fondato campi estivi negli stati di New York, New Jersey e a Long Island dove addestrava giovani nazisti statunitensi. Il propagandista del Bund, Gerhard Kunze, disse all’epoca che “la svastica non è straniera, bensì al cento per cento statunitense. Gli indiani l’hanno sempre usata”, mentre l’emblema di un altro gruppo “Il Partito nazionalsocialista statunitense” era un “indiano statunitense con il braccio teso in saluto sullo sfondo di una svastica nera”. Ammettevano di lavorare per naturalizzare il nazismo, cercando consanguineità con il simbolismo statunitense.

Poi c’era anche padre Coughlin. “Prendo la via del fascismo”, disse nel 1936, prima di fondare il Fronte Cristiano, i cui membri si autodefinivano “camicie brune”. Il suo virulento programma radiofonico antisemita, che trasmetteva regolarmente affermazioni dai falsi Protocolli degli anziani di Sion, raggiunse al suo picco quasi trenta milioni di statunitensi, il più vasto pubblico radiofonico del mondo all’epoca. Quegli ascoltatore si sintonizzarono alla fine del 1938 quando Coughlin stava giustificando la violenza della Kristallnacht, sostenendo che era una “rappresaglia” contro gli ebrei che a suo dire avevano assassinato più di venti milioni di cristiani e rubato miliardi di dollari di “proprietà cristiane”; il nazismo, disse, era un “meccanismo di difesa” naturale contro il comunismo finanziato da banchieri ebrei. Il settimanale di Coughlin, Social Justice, che aveva una circolazione stimata in 200.000 copie al suo picco, fu descritto all’epoca dalla rivista Life come probabilmente la voce più diffusamente letta della “propaganda nazista negli Stati Uniti”.

Ma il leader statunitense più spesso accusato di tendenze fasciste fu Huey Long. Da governatore (e senatore) della Louisiana, Long impose la legge marziale locale, censurò i giornali, vietò le riunioni pubbliche, affollò di suoi sodali i tribunali e le amministrazioni e insediò la sua amante ventiquattrenne a segretario di stato. Long fu un delinquente, ma il suo programma “Condividiamo la nostra ricchezza” migliorò effettivamente le condizioni locali, costruendo strade e ponti, investendo in ospedali e scuole e abolendo l’imposta capitaria. Il suo populismo economico, inoltre, non fu basato sulla promozione di divisioni razziale, etniche o religiose; egli subordinò il suo suprematismo bianco al suo messaggio politico ridistribuzionista. “Ci limitiamo a linciare un negro di tanto in tanto”, dichiarò spensieratamente quando rigettò leggi contro i linciaggi, anche se riconobbe anche che “non si possono aiutare i bianchi poveri senza aiutare i negri” e in tal modo preparò la sua “marea montante che solleva tutte le imbarcazioni”. Quando Long pose gli occhi sulle elezioni presidenziali del 1036, Franklin D. Roosevelt fu sufficientemente allarmato per informare il suo ambasciatore in Germania: “Long programma di essere un candidato alla presidenza del tipo di Hitler”, prevedendo che entro il 1940 Long avrebbe tentato di insediarsi da dittatore.

Roosevelt non fu certo il solo a temere che Long diventasse un “fuhrer statunitense”; la carriera politica di Long offriva una quantità di motivi per dubitare della sua buonafede democratica. Ispirò il personaggio di Buzz Windrip nel romanzo It Can’t Happen Here di Sinclair Lewis, il presidente-dittatore che promette agli statunitensi 5.000 dollari l’anno se votano per lui, come aveva fatto Long. Ma il nome Windrip suggerisce anche il reverendo Gerald B. Winrod, l’”Hitler del Kansas” che diresse i “Difensori della Fede Cristiana” e che aveva percorso fin dai tardi anni Venti la nazione tenendo conferenze sul suolo millenario di Hitler, Stalin e Mussolini nella profezia biblica. Che Lewis considerasse anche il Klan come un movimento fascista è chiaro dall’estesa denuncia che apre il romanzo, in cui Lewis scorre una genealogia di tendenze protofasciste statunitensi, tra cui antisemitismo, corruzione politica, isterismo bellico, teorie cospirazioniste e cristianesimo evangelico prima di finire con i “viaggiatori notturni del Kansas”, i “treni di persone che sono andate a godersi linciaggi”. “Non succede qui? … Dove mai nella storia c’è stato un popolo così maturo come il nostro per una dittatura?”

Lo stesso presidente Windrip è “scurrile, quasi analfabeta, un pubblico bugiardo facilmente identificato, e le sue ‘idee’ sono quasi idiote”. Il suo regime fascista, mosso dal nazionalismo cristiano e da un desiderio di omogeneità etnica, trasforma sia gli afroamericani sia gli ebrei in nemici dello stato, decretando che tutti i banchieri sono ebrei. It Cant’t Happen Here suggerisce che negli Stati Uniti i sostenitori più pericolosi del fascismo sarebbero quelli che “hanno ripudiato il termine ‘fascismo’ e predicato la schiavitù al capitalismo sotto l’egida della Libertà Costituzionale e Tradizionale Nativa Statunitense”. Sarebbe il “governo dei profitti, da parte dei profitti e per i profitti”. La versione cancerosa del nazionalismo del fascismo fa sì che un fascismo statunitense innesterà sempre fedi statunitensi nella libertà individuale in realtà di avidità sistemica, stampando “liberiamo” sulle bandiere agitate da imbonitori.

Dorothy Thompson, la celebrata giornalista e attivista antifascista e moglie di Sinclair Lewis all’epoca, si guadagnò analogamente il nomignolo di “Cassandra” per aver predetto che il fascismo negli Stati Uniti sarebbe apparso sin troppo familiare agli statunitensi quando fosse arrivato. (La Thomson godette nel replicare che Cassandra alla fine si era sempre dimostrata veritiera). “Quando gli statunitensi pensano a dittatori, pensano sempre a qualche modello straniero”, disse, ma un dittatore statunitense sarebbe stato “uno dei nostri, e si schiererà per tutto ciò che è tradizionalmente statunitense”. E il popolo statunitense, aggiunse la Thomson, “lo accoglierà con un grande, forte, universale, democratico belato da pecora di ‘OK, Capo! Sistema le cose come vuoi, Capo!’” Un anno dopo un professore di Yale di nome Halford Luccock fu ampiamente citato sulla stampa quando disse a un uditorio: “Quando il fascismo verrà negli Stati Uniti non sarà etichettato ‘made in Germany’; non sarà contrassegnato da una svastica; non sarà neppure chiamato fascismo; sarà chiamato, ovviamente, ‘americanismo’”. E Luccock proseguì: “L’altisonante espressione ‘lo stile statunitense’ sarà usata da gruppi d’interesse, intenti al profitto, per coprire una moltitudine di peccati contro la tradizione statunitense e cristiana, peccati quali violenza illecita, lacrimogeni e fucili, negazione di libertà civili”.

Pochi anni dopo la Thomson scrisse di nuovo in termini simili, dicendo che le era stato ricordato che cosa lo stesso Huey Long le aveva spiegato una volta: “Il fascismo statunitense non emergerà mai come fascista bensì come un movimento statunitense al cento per cento; non duplicherà il metodo tedesco di ascesa al potere, ma dovrà solo avere il presidente e il gabinetto giusti”. Il vicepresidente di FDR, Henry Wallace, diffuse il proprio avvertimento. “Il fascismo statunitense non sarà realmente pericoloso”, scrisse sul The New York Times nel 1944, “fino a quando non ci sarà  una decisa coalizione tra i membri dei cartelli, i deliberati avvelenatori dell’informazione pubblica e gli schierati per il genere di demagogia del K.K.K.”.

L’avvertimento di Wallace arrivò nel mezzo dell’incriminazione mal consigliata da parte dell’amministrazione Roosevelt di molte di queste figure su accuse di sedizione, compresi Winrod, Pelley, Elizabeth Dilling (del cosiddetto Movimento delle Madri) e di James True (che fondò un gruppo chiamato “America First Inc.” e sollecitò un pogrom statunitense). Questa costellazione aveva orbitato intorno al Comitato America First [Prima di tutto gli Stati Uniti, insistendo nell’appropriarsi indebitamente del termine America di cui gli Stati Uniti sono solo una parte – n.d.t.] e al suo leader di facciata, Charles Lindbergh, il celebrato aviatore che, per una volta, diede al loro antisemitismo cospirazionista una vena di legittimazione fino a quando non finì in disgrazia nel settembre del 1941 per un discorso diffusamente condannato come antisemita e “non statunitense”. Quando gli Stati Uniti entrarono nella Seconda guerra mondiale, il significato di “America First” subì un brusco voltafaccia da patriottico a sedizioso, divenendo sinonimo di simpatie antisemitiche naziste.

Ciò non impedì all’ex vice di Huey Long, il reverendo Gerald L.K. Smith – che aveva costruito la sua carriera politica su denunce di presunti “banchieri internazionali” ebrei – di candidarsi alla presidenza nel 1944 con la promessa di risolvere il “problema ebraico” della nazione. Il partito di Smith si chiamava America First.

Oggi, nel 2020, ci troviamo con un presidente da America First. Tesi che Donald Trump possa essere compreso solo in relazione al movimento conservatore moderno negli Stati Uniti, meglio inquadrato dalla svolta a destra sotto Barry Goldwater o la famosa Strategia Meridionale di Lee Atwater, presuppongono una rottura con la politica statunitense del periodo tra le due guerre, non necessariamente evidente all’epoca. Per offrire solo un esempio, Goldwater fu descritto più di una volta nel corso della sua campagna presidenziale nel 1964, sia dai suoi sostenitori sia dai suoi critici, come una politico di “America First”.

Né sono solo i critici di Trump a vedere tendenze fasciste nella retorica della sua amministrazione di glorificazione della violenza e inosservanza del primato della legge, dei processi democratici e delle libertà civili; lo stesso presidente e i suoi sostenitori abbracciano regolarmente tradizioni di fascismo statunitense. “America First” fu inizialmente lo slogan preferito di movimenti e politiche statunitensi xenofobi nativisti dal 1915 al 1941 a partire dal test di lealtà di Woodrow Wilson che richiedeva che gli immigrati “statunitensi col trattino” dimostrassero di stare per l’”America First”, seguito dal suo uso come grido di battaglia per mantenere gli Stati Uniti fuori dalla Lega delle Nazioni e perché non ratificassero  il Trattato di Versailles. Anche Warren G. Harding condusse una campagna di America First nel 1920, persino quando lo slogan era in corso di appropriazione da parte del secondo Klan, che regolarmente marciava con la scritta su striscioni e lo usava nelle sue pubblicità di reclutamento. Fu evocato nella sala del Congresso da sostenitori della legge nativista ed eugenetica sull’immigrazione del 1924. Poi fu assimilato dagli autodefiniti gruppi fascisti statunitensi degli anni Trenta, compresi il Bund tedesco statunitense e il primo Comitato di America First del 1940-1941, quando Lindbergh lo usò per convincere gli statunitensi che “interessi ebrei” stavano cercando di manipolare gli Stati Uniti perché partecipassero a una guerra europea.

Lo stesso Trump ha echeggiato la retorica “nordicista” degli uomini del Klan e dei fascisti statunitensi dell’epoca tra le due guerre quando ha detto di preferire più immigranti dalla Norvegia e meno da “cessi” come Haiti e Africa. Ha elogiato il “lignaggio del sangue” di Henry Ford, che fece circolare la serie di articoli intitolata “The International Jew” [L’ebreo internazionale] che propagandava i Protocolli degli Anziani di Sion in tutti gli Stati Uniti negli anni Venti. Nello stesso decennio Fred Trump, allora un giovanotto (in seguito padre di Donald) fu arrestato dopo che era scoppiata una rissa coinvolgente uomini del Klan alla parata del Memorial Day nel Queens. Di Donald Trump è stato detto che possedesse i discorsi di Hitler negli anni Novanta; ha negato di averli mai letti, ma poi lui è anche incapace di dire la verità.

E ultimamente, in reazione all’uccisione di George Floyd nella primavera del 2020 e delle proteste di Black Lives Matter che hanno spazzato la nazione e poi il mondo, Donald Trump ha annunciato che avrebbe tenuto una manifestazione per i suoi sostenitori a Tulsa, a meno di un anno dal centenario del peggior pogrom contro i neri della storia statunitense, che lasciò fino a 300 afroamericani uccisi, 8.000 senzatetto, e la comunità nera della città distrutta. La manifestazione di Trump doveva aver luogo il 19 giugno, un giorno noto come “Juneteenth” [più o meno ‘diciagiugno’ – n.d.t.] che è giunto a essere celebrato come un anniversario che segna la fine dello schiavismo negli Stati Uniti e l’emancipazione degli afroamericani. Per complessi motivi storici, il rinvio della libertà e dell’affrancamento, il ritardo della libera e piena cittadinanza sotto la legge, la soppressione attiva di diritti dei neri, tutte queste cose echeggiano nella celebrazione del Juneteenth. (Dopo una vasta indignazione per la chiara provocazione, la manifestazione di Trump è stata posposta di un giorno, al 20 giugno, ancora a Tulsa. Trump ha proceduto a rivendicare il merito di aver istruito il paese circa il Juneteenth).

Trump non è uno studioso di storia, ma qualcuno attorno a lui chiaramente lo è. Ma è anche vero che la tonante ignoranza di Trump non significa che lui non comprenda la retorica razzista e fascista che impiega. Non c’è bisogno di sostenere che lui sia un genio che complotta un colpo di stato fascista per riconoscere che Trump ha un senso dimostrabile di come operi il suprematismo bianco negli Stati Uniti, senza nemmeno essersi preso il disturbo di organizzare i suoi pensieri, come ha fatto, al riguardo.

E anche questo è il modo in cui il fascismo ha sempre operato in pratica: non è stato altro che opportunista. Quelle che Paxton chiama le sue “passioni mobilitanti” catalizzano il fascismo che è mosso, come lui segnala, più da sentimenti che da riflessioni. Per i fascisti conta solo “il destino storico del gruppo”, aggiunge: “il loro solo metro morale è il valore della razza, della nazione, della comunità. Reclamano legittimità in base a nessuno standard universale eccetto un trionfo darwiniano della comunità più forte”. Le sue “dottrine nebulose e sintetiche”, combinate con il suo ultranazionalismo e il suo antiintellettualismo, significano che il fascismo non è mai un insieme coerente di dottrine ideologiche. La forza prende il posto dell’ideologia, mentre l’uomo forte fascista esibisce per i suoi seguaci il loro senso di giusto dominio e rabbia cui altri gruppi, nello sposare l’uguaglianza, rigettano il loro diritto.

Le energie fasciste statunitensi oggi sono diverse dal fascismo europeo degli anni Trenta, ma ciò non significa che non siano fasciste; significa che non sono europee e che non siamo negli anni Trenta. Sono organizzate intorno a metafore fasciste classiche di rigenerazione nostalgica, fantasie di purezza razziale, celebrazione di un popolo autentico e dell’annullamento degli altri, rendendo gruppi dei capri espiatori per l’instabilità economica o la disuguaglianza, rigettando la legittimità degli avversari politici, demonizzazione dei critici, attacchi alla libera stampa, e affermazioni che la volontà del popolo giustifica l’imposizione violenta della forza militare. Sono state riesumate vestigia del fascismo tra le due guerre, sono state agghindate e riconvertite per i tempi moderni. Le camicie colorate possono non vendersi più, ma cappelli colorati stanno andando alla grande.

Leggere dei nascenti movimenti fascisti statunitensi degli anni Trenta durante l’amministrazione Trump pare meno profetico che anticipatorio, un montaggio al rallentatore di un ordine parafascista determinato ad affermarsi lentamente nel corso di quasi un secolo. Certamente pare meno sorprendente che una violenza riconoscibilmente fascista stia scoppiando negli Stati Uniti sotto Trump, con il suo procuratore generale che invia truppe nella capitale nazionale ad agire da esercito privato, gruppi paramilitari armati che occupano campidogli statali, leggi approvate per negare la cittadinanza e i diritti a gruppi specifici, e l’attacco al diritto di cittadinanza per nascita garantito dal Quattordicesimo Emendamento. Quando il presidente dichiara il voto un “onore” piuttosto che un diritto e “scherza” riguardo al diventare presidente a vita, quando il governo compie sforzi per aggiungere nuove categorie di identità etnica al censimento decennale per la prima volta nella storia della nazione e quando proteste nazionali i reazione a ingiustizie razziali divengono il pretesto per una discutibile legge marziale, stiamo assistendo a un ordine fascista statunitense che si sta assemblando.

Trump non è né anormale né originale. Il populismo nativista reazionario non è nulla di nuovo negli Stati Uniti, semplicemente non era mai arrivato prima alla Casa Bianca. Alla fine importa pochissimo che Trump sia fascista nell’anima se è fascista nelle sue azioni. Come indica a proposito del dittatore uno dei personaggi di Lewis in It Can’t Happen Here: “Buzz non è importante, è della malattia che ci ha indotto a elevarlo che dobbiamo occuparci”.

[Sarah Churchwell è docente di letteratura statunitense e studi umanistici presso la Scuola di Studi Avanzati dell’Università di Londra. Il suo libro “Behold America: The Entangled History of the ‘America First’ and ‘The American Dream’” è stato pubblicato l’anno scorso (settembre 2019).

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/american-fascism-it-has-happened-here/

Originale:  The New York Review of Books

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

 

 

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