Sinistra flatulenza: Trump contro Twitter

Print Friendly

di Binoy Kampmark – 3 giugno 2020

Segare il ramo su cui si sta seduti difficilmente può essere la migliore delle politiche. Ma tutto dipende dalla natura del ramo. Il presidente statunitense Donald Trump ha ansimato in un altro piccolo momento storico, andando all’offensiva contro società dei media sociali usando lo stesso linguaggio che i suoi falsi avversari progressisti usano contro di loro. Tutti sembrano essere d’accordo su un punto: i giganti della Silicon Valley sono diventati mostri scatenati troppo potenti nella gara per l’alta influenza. Ma esistono forti divergenze e atteggiamenti su come tali società debbano essere controllate, per non dire disciplinate.

L’idea di come castigare tali società viene dagli estremi opposti dello spettro dell’informazione. Per gli arrabbiati e gli offesi, questi giganti di Internet dovrebbero essere puniti perché distribuiscono contenuti creati dagli utenti che potrebbero, ad esempio, essere ritenuti glorificare la violenza o veicolare sgradevolezze. La loro idea pare essere non ci si può fidare dell’umanità quanto all’assistere a materiali che potrebbero, remotamente, risultare pericolosamente elettrizzanti.

Questa è la visione assunta, per esempio, dal comico Sacha Baron Cohen: “Una cosa mi è parecchio chiara”, ha detto in tono di rimprovero al suo pubblico al vertice dell’anno scorso Never is Now, ospitato dalla Anti-Defamation League. “Tutto questo odio e questa violenza [nel mondo] sono agevolati da un pugno di società di Internet che equivalgono alla più grande macchina di propaganda della storia”.

Per Baron Cohen e cosmopoliti che la pensano come lui, il problema in tutto questo è la protezione offerta dalla Sezione 230 della Legge sull’Onestà delle Comunicazioni. La norma conferisce immunità alle società di Internet per i contenuti generati dagli utenti che ospitano.

Per Trump tali società dovrebbero essere punite perché abusano della loro immunità dall’incriminazione per vietare o evidenziare di fatto contenuti o opinioni indesiderabili. In breve, non dovrebbero esserci limiti alla qualità o alla natura dei contenuti utente utilizzati o pubblicati. Per il primo presidente Twitter della storia, è stato troppo bruciante essere “evidenziato” per contenuto postato su Twitter che dissentiva dalla reazione al letale arresto di lunedì di George Floyd a Minneapolis. Giovedì Trump aveva twittato la frase: “Quando cominciano i saccheggi, cominciano gli spari”. Era una frase del capo della polizia di Miami, Walter Headley, usata nel 1967 in reazione a, come scritto all’epoca, un “giro di vite su … delinquenti dei bassifondi”. Egli parlava per rassicurare gli entusiasti dei calci in testa: “Non ci importa di essere accusati di brutalità poliziesca”.

Trump ha dato una leggera rinfrescata a tale versione: “I saccheggi conducono agli spari ed è per questo che un uomo è stato colpito e ucciso a Minneapolis mercoledì sera, o guardare che cosa è appena successo a Louisville con sette sparati. Non voglio che questo succeda ed è questo che significa l’espressione pubblicata ieri sera”.

Twitter di recente ha mostrato interesse al presidente degli Stati Uniti. Contrassegnando e mascherando tweet ha anche aggiunto un collegamento di verifica dei fatti a uno dei messaggi di Trump. Tutto questo è stato semplicemente troppo, una persistente macchia informatica. Il decreto presidenziale che ne è seguito è stato irascibile e un po’ confuso, prendendosela con l’esercizio di potere da parte di società di Internet “su un mezzo vitale di comunicazione per dedicarsi ad azioni ingannevoli o pretestuose che ostacolano il libero e aperto dibattito censurando determinati punti di vista”. Conseguentemente “la Sezione 230 non era intesa a permettere a un pugno di società di crescere come titani che controllano percorsi vitali  del nostro discorso nazionale sotto la maschera della promozione di sedi aperte di dibattito e poi offrire a questi pachidermi un’immunità in bianco quando usano il loro potere per censurare contenuti e zittire punti di vista che non aggradano loro”. Nel rimuovere o limitare l’accesso al contenuto, tali società erano “impegnate in una condotta editoriale” e, per tale motivo, andava rimosso lo scudo dell’immunità.

Non è probabile che il decreto abbia un grande effetto. Gli esperti legali lo considerano come di scarso impatto, uno spreco di sinistra flatulenza. L’ex ispettore generale del Dipartimento della Giustizia, Michael Bomwich, lo ha considerato “un bubbolio. Illegale e impraticabile”. Secondo Joshua Geltzer, direttore esecutivo della Constitutional Advocacy and Protection, sarebbe arduo sostenere la tesi che le etichette di Twitter sui tweet di Trump ricadano fuori dall’immunità della Sezione 230. Né Trump potrebbe citare per diffamazione, considerato che Trump, non Twitter, ha aggiunto l’elemento di falsità alla materia.

Jameel Jaffer, direttore del Knight First Amendment Institute presso la Columbia University considera il parto del decreto “incostituzionale perché è stato emesso per rappresaglia per le verifiche da parte di Twitter dei tweet del presidente Trump”. La preoccupazione per Jaffer è che il decreto comporta la possibilità di intimidazione e indagine delle società di Internet. “Può ben esserci una regolamentazione e una legge meritevoli di considerazione in questa sfera, ma qualsiasi altra cosa questa decreto possa essere non un è tentativo in buona fede di proteggere l’espressione in rete”.

Ciò che hanno fatto queste ultime mosse è precipitare una specie di conflitto all’interno della normalmente amorale sfera dei media sociali. I titani sembrano in disaccordo su come approcciare il demagogo alla Casa Bianca. Lo lasciamo abbaiare e muggire senza inibizioni o dovrebbe essere aggiunta una qualche etichetta di avvertimento sanitario? Mark Zuckerberg chiarisce in modo ipocrita la posizione di Facebook: tali società non dovrebbero essere arbitre della verità. (Purtroppo per il CEO, ha espresso tale idea in un canale di notizie che spesso preferisce la narrazione fantasiosa alla solida veridicità). “Le società private probabilmente non dovrebbero essere, specialmente questa società di piattaforme… non dovrebbero essere nella posizione di fare ciò”.

Il CEO di Twitter, Jack Dorsey, la pensa diversamente. “La nostra intenzione è collegare i puntini di dichiarazioni conflittuali e mostrare l’informazione in discussione in modo che le persone possano giudicare da sé. Una maggior trasparenza da parte nostra è cruciale affinché le persone possano vedere chiaramente il motivo delle nostre azioni”.

Nessuno dei due CEO andrebbe preso troppo sul serio. Twitter deciderà le proprie politiche secondo come le considera adatte (si consideri, ad esempio, la sua legittima politica di integrità civica); lo stesso Facebook. Nessuno dei due – e qui Zuckerberg ha ragione – dovrebbe essere arbitro, ma lo sono. Hanno plasmato, diretto, persuaso, irriso e solleticato i creduloni, gli idioti e gli illusi. E nonostante tutta la confusione causata da questo Decreto, Facebook non è considerato un bersaglio serio. Come insistono Ian Bogost e Alex Madrigal, la campagna di Trump ha in effetti ceduto “il controllo alla macchina di acquisto di inserzioni di Facebook” nel 2016, come sta facendo ora. Lo scienziato di Internet Zeynep Tufekci può solo concordare: la relazione tra il presidente e il CEO di Facebook “è così liscia che Trump ha detto che Zuckerberg si è congratulato in una cena privata con lui per essere il ‘Numero uno su Facebook’”. Tempo di mangiare di nuovo.

Il dotto Binoy Kampmark è stato uno studioso del Commonwealth presso il Selwyin College di Cambridge. Insegna alla RMIT University di Melbourne. E-mail: [email protected].

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/sinister-flatulence-trump-versus-twitter/

Originale: Countercurrents

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Immagini esclusive dall’interno di un tribunale britannico rivelano il trattamento antidemocratico e il deterioramento fisico di Assange Successivo Donald Trump, James Madison e la difesa della Casa Bianca