La distorta definizione della libertà di espressione da parte di Trump

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Foto di TEro Veralainen / Shutterstock.com

di Adam Serwer – 30 maggio 2020

Sarah Palin sapeva che i suoi diritti erano stati violati.

Solo giorni prima delle elezioni del 2008 la candidata Repubblicana alla vicepresidenza ha dichiarato a un conduttore radiofonico conservatore che le stampa stava calpestando il suo diritto alla libertà di espressione.

“Se [i media] convincono abbastanza elettori che questa è una campagna negativa, cioè che io contesti Barack Obama riguardo ai suoi collegamenti, “ha detto la Palin, “allora non so quale sarà il futuro del nostro paese in termini dei diritti del Primo Emendamento e della nostra capacità di porre domande senza temere attacchi dei media prevalenti”.

Le osservazioni della Palin sono state diffusamente ridicolizzate all’epoca. Il Primo Emendamento, hanno indicato giornalisti di destra e sinistra, protegge la libertà di espressione, non la libertà dalle critiche. Si ha il diritto di parlare, e altri hanno il diritto di elogiare, irridere o ignorare secondo quanto ritengono giusto.

Per quanto assurda possa suonare, la bizzarra interpretazione della Palin circa il Primo Emendamento è stata oggi adottata dal presidente degli Stati Uniti. Martedì la società dei media sociali, Twitter, ha aggiunto un’etichetta a uno dei tweet del presidente che dichiarava falsamente che il voto per posta sarebbe “sostanzialmente fraudolento”, sollecitando gli utenti a “procurarsi i fatti circa il voto per posta”. Twitter non ha messo Trump al bando dalla piattaforma, né ha censurato il suo tweet, anche se sarebbe stato interamente suo diritto farlo e conforme ai suoi termini di servizio. Ha semplicemente aggiunto un contesto aggiuntivo mostrando che l’affermazione del presidente era falsa. Per rappresaglia, Trump ha firmato ieri pomeriggio un decreto presidenziale che ha istruito il governo federale di “riconsiderare la portata” della Sezione 230, una clausola della legge federale che protegge le società dalla responsabilità per i contenuti pubblicati dai loro utenti. Il Primo Emendamento è stato esplicitamente scritto per proteggere il diritto dei cittadini di esprimere opposizione ai propri leader; dice che il Congresso “non farà nessuna legge… che limiti la libertà di espressione, o della stampa”. Ma per il presidente la critica delle sue falsità è una violazione dei suoi diritti alla libertà di espressione. Questa posizione inverte lo scopo del Primo Emendamento, trasformando un diritto individuale alla libertà di espressione nel diritto dello stato di zittire i propri critici.

Le società di comunicazioni via Internet hanno una quantità enorme di potere di influenzare il discorso pubblico, un potere che hanno spesso esercitato in modo irresponsabile. Ci sono dibattiti importanti da tenere riguardo alla portata di tale potere, e se l’azione dello stato sia necessaria per prevenire monopoli o disciplinare più rigorosamente l’uso di dati privati. Ma le azioni del presidente sono poco più che un tentativo di  usare l’autorità dello stato per intimidire le società dei media sociale dall’amplificare le sue falsità.

La maggior parte dei dibattiti sulla libertà di espressione degli ultimi anni ha riguardato non la censura governativa, bensì tesi su quali forme di espressione o comportamento meritino approvazione o disapprovazione sociale, e sul confine tra indignazione proporzionata e crudeltà. Ma il tentativo di Trump di punire Twitter per aver etichettato il suo tweet è un problema da manuale di libertà di espressione, che coinvolge il diritto democratico di criticare il governo. Le reazioni della destra sostenitrice di Trump, dopo anni di nervosismo riguardo alle proteste nelle università e a tweet squallidi,  sono indicative.

Il Wall Street Journal ha colto l’occasione per rimproverare Twitter per “aver offerto a Trump la prova per dimostrare che le élite tecnologiche si dedicano ad attaccare il presidente e i suoi seguaci”, sostenendo che ogni futura censura governativa sarebbe colpa sua, per aver irritato il presidente. Scrivendo sul New York Post, Sohrab Ahmari ha fatto il tifo per Trump, annunciando: “Se Twitter ha intenzione di ‘verificare’ il leader del Mondo Libero” allora “dovrebbe essere trattato come l’editore che è, con tutte le responsabilità che ciò comporta”. A parte il bizzarro fraintendimento della legge da parte di Ahmari, Twitter e altre piattaforme sono protetti dalla responsabilità per quanto pubblicano i suoi utenti, non per quanto pubblica la società stessa; non aver bisogno del permesso dello stato per criticarlo fa parte di ciò che rende libera una società. Il “mondo libero” immaginato qui è uno in cui gli statunitensi sono liberi di dire tutte le cose carine che vogliono riguardo al bellissimo e brillante signor Trump.

Questo dovrebbe essere evidente, ma se la nostra libertà di esprimerci dipende dall’approvazione presidenziale di ciò che diciamo, allora semplicemente non godiamo di libertà di espressione. La difesa trumpiana della censura statale dei media sociali è che se non vogliamo che ci siano spezzate le gambe, allora dovremmo assicurarci di pagare il pizzo. Twitter non è certo la prima società mediatica a subire questo genere di estorsione  da parte del presidente; come segnala il mio collega David Graham, Trump ha tentato di usare l’autorità della sua carica per zittire critiche del Washington Post, della CNN, di giornalisti della Casa Bianca e persino della ESPN.

Anche se l’effettiva portata legale del decreto resta da chiarire, il suo intento no. La democrazia è impossibile se i cittadini privati non possono opporsi pubblicamente ai loro leader. L’obiettivo finale della rappresaglia di Trump consiste nel gelare critiche delle sue azioni e del suo comportamento, sanzionando piattaforme in rete che formulano tali critiche. Contrariamente all’affermazione del presidente, Twitter non ha “soffocato la libertà di espressione” criticando il capo dello stato. Ma nell’istruire il governo federale di punire Twitter e altre società dei media sociali, Trump si è dato a una forma di censura.

Le società dei media sociali godono dei diritti del Primo Emendamento. Sono autorizzate a definire i propri termini di servizio e a decidere chi li viola. Twitter non è tenuto a permettervi di usare il suo servizio più di quanto il proprietario di un ristorante sia tenuto a servirvi se non portate scarpe o una camicia. Questo ha funzionato a vantaggio di Trump: anche se i suoi post frequentemente violano i termini di servizio delle piattaforme dei media sociali, il suo potere e la sua influenza fanno sì che le società siano riluttanti dal cancellarlo a causa delle sue trasgressioni.

Né cancellare le protezioni da responsabilità della Sezione 230 condurrebbe necessariamente a un’Internet più equa, meno limitata. Anche se alcuni conservatori, spronati da legislatori Repubblicani, hanno suggerito che le protezioni della legge sono condizionate dal fatto che le piattaforme restino neutrali riguardo ai punti di vista politici, nel testo della legge non esiste nessuna simile clausola, e una tale prescrizione susciterebbe problemi propri di libertà di espressione.

Ciò che fa la Sezione 230 è evitare che le società siano citate in giudizio quando uno dei loro utenti fa un’affermazione diffamatoria, come accusare falsamente di omicidio qualcuno, come Trump ha fatto ripetutamente nei confronti del conduttore conservatore del giornalismo via cavo Joe Scarborough nelle ultime settimane. Trump, in qualità di presidente, gode di alcune protezioni da cause per diffamazione, ma cancellare le protezioni della Sezione 230 spingerebbe più, non meno, gli editori in rete a moderare le cose che scrivono i loro utenti, a meno di essere citati in giudizio per un’affermazione falsa o diffamatoria. Ogni recensione di un ristorante, sezione di commenti, o aggiornamento di status diventerebbe un rischio di responsabilità per la società che lo ospita.

C’è un dibattito reale da tenere sui limiti della Sezione 230. Come ha scritto lo scorso luglio Sarah Jeong sul The New York Times, la protezione da responsabilità impedisce che le piattaforme siano citate in giudizio per affermazioni diffamatorie dei propri utenti, ma è stata utilizzata anche per proteggere società che rifiutano di cancellare pornografia vendicativa. Il probabile candidato Democratico alla presidenza, Joe Biden, ha sostenuto che la Sezione 230 andrebbe revocata per impedire che piattaforme come Facebook promuovano informazioni false. Il senatore Ron Wyden dell’Oregon, il legislatore che ha scritto la Sezione 230, ha difeso la norma sostenendo “se si smonta la 230, allora si danneggia l’opportunità che voci diverse, piattaforme diverse e, in particolare, l’uomo qualunque abbia una possibilità di decollare”. Che si ritengano giuste o sbagliate queste tesi, sono almeno collegate a ciò che la legge effettivamente prevede. Come ha scritto la Jeong: “Non può esserci un dibattito onesto su una versione inesistente della 230”.

L’obiettivo di Trump non è un dibattito onesto. E’ censura. Se le società tecnologiche non promuovono la sua propaganda, o non affermano la sua esenzione dalle loro norme, saranno punite. Il suo approccio riflette un crescente senso di vittimismo della destra per i termini cambiati del discorso pubblico, in cui le loro idee di politica, razzia, genere e sessualità sono ora sottoposte a dura critica quelli che dissentono da esse. La crescente diversità degli Stati Uniti ha disturbato cosi rapidamente la presa sul potere detenuta un tempo dai conservatori culturali – non è stato che una generazione fa che i Democratici volevano censurare la musica rap e vietare i matrimoni dello stesso sesso – che oggi si stanno rivolgendo al potere dello stato per risolvere dibattiti che non hanno più fiducia di vincere sulla pubblica piazza. I trumpiani non cercano di tagliare il potere della grande industria tecnologica. Cercano di esercitarlo contro i propri nemici.

La dirigenza delle società tecnologiche lo capisce. Il CEO di Facebook Mark Zuckerberg ha criticato ieri mattina le azioni di Twitter, affermando su Fox News che le società dei media sociali non dovrebbero essere “l’arbitro della verità”. Ma Facebook è stato felice di prendere tali decisioni a favore di Trump, inginocchiandosi davanti al potere e mantenendo contemporaneamente una facciata di neutralità.  A ottobre Facebook ha allegramente pubblicato, senza verificarla, un’inserzione di un comitato di azione politica filo-Trump che aveva falsamente accusato Biden di corruzione; nel mese corrente ha etichettato come “parzialmente falsa” un’inserzione critica del Lincoln Project anti-trumpiano.

La portata e l’influenza dei media sociali è una novità e non ci sono regole ovvie che evitino di limitare i diritti individuali o di concentrare troppo potere nelle mani di un’entità o di un’altra. Ma non è una soluzione far dipendere il pubblico dalla disponibilità di ricchi dirigenti tecnologici di resistere alla pressione di un presidente che vuole forzarli a fare quello che ordina.

La destra trumpiana, tuttavia, non sta cercando soluzioni a domande difficili riguardo a diritti e norme. Sta cercando di inserire società dei media sociali quali Twitter e Facebook come parte di un’infrastruttura autoritaria che amplifichi il suo potere e zittisca la sua opposizione. Sta cercando di rendere reale la convinzione del presidente che lui e i suoi sicofanti hanno il diritto di dire tutto quello che vogliono e che noi abbiamo di diritto di stare zitti, il diritto di genufletterci, o il diritto di essere puniti. O di dire che Trump è “il più grande presidente della nostra storia”. Scegliete voi.

Questo articolo fa parte del progetto “The Battle for the Constitution”, in collaborazione con il National Constitution Center.

Adam Serwer è un giornalista del The Atlantic dove si occupa di politica. Twitter. E-mail.

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/trumps-warped-definition-of-free-speech/

Originale: The Atlantic

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

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