Il trofeo della dirigenza mondiale

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Grafica di creative cartoon / Shutterstock.com

di Dilip Hiro – 27 aprile 2020

La Cina sotto Xi ha soppresso il coronavirus più recente al costo umano di tre vite per milione; gli Stati Uniti sotto Trump stanno ancora lottando per vincerlo, avendo già sacrificato 145 statunitensi ogni milione.

Storicamente, in mega crisi, sistemi locali e globali cambiano fondamentalmente. Prima che la pandemia di coronavirus colpisse inizialmente la Cina e poi il resto del globo, la domanda se l’era imperiale statunitense potesse star vacillando era già sul tavolo, in mezzo alle interminabili guerra del paese e con il leader più volubile del mondo. Quando l’umanità emergerà da questa devastante crisi di malattia, sconvolgimento e impoverimento, per non citare la frattura di un sistema economico globale creato da Washington ma sempre più alimentato dalla Cina su un pianeta stressato dal clima, la domanda sarà: il dragone cinese ha spinto l’aquila statunitense giù a una posizione secondaria?

Per valutare oggettivamente la questione in questo momento inquieto, è necessario esaminare su base quotidiana come le due superpotenze contemporanee hanno gestito la crisi del Covid-19 e porre la domanda: chi si è dimostrato migliore nel combattere la malattia più mortale dei tempi moderni, il presidente Donald Trump o il presidente Xi Jinping? E’ umiliante segnalare che mentre la Cina sotto Xi ha soppresso il più recente coronavirus al costo umano di tre vite per milione di abitanti, gli Stati Uniti sotto Trump  stanno tuttora lottando per vincerlo, avendo già sacrificato 145 statunitensi per ogni milione.

Nel riverbero del 16 dicembre 2019 di Trump con la pubblicizzazione di un parziale accordo commerciale con la Cina (dopo una lunga guerra commerciale) ha avuto luogo uno scambio sino-statunitense. George Gao, direttore dei Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CCDC) cinesi, ha parlato con il suo omologo statunitense Robert Redfield il 3 gennaio, allertandolo sull’arrivo di un virus ancora non identificato causa di polmonite nella città di Wuhan (notizie del quale il governo cinese aveva trattenuto nazionalmente per giorni cruciali). Redfield ha poi aggiornato su quella conversazione il Segretario alla Sanità e ai Servizi Umani Alex Azar.

Da allora le traiettorie delle politiche seguite da Beijing e Washington si sono scostate di 180 gradi. Attenzione, il premio potenziale al vincitore della gara per l’uccisione del super-virus è il Trofeo della Dirigenza Mondiale.

 

Attaccata da un virus virulento la Cina reagisce

La Commissione Sanitaria Nazionale cinese (NHC), che aveva inviato una squadra di esperti a Wuhan il 31 dicembre, ha informato l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) che casi di polmonite di un tipo ignoto erano stati individuati in quella città, collegati all’esposizione umana in un mercato ittico all’ingrosso di 1.000 banchetti, che vendeva pesce e altri animali, vivi e morti. Con ciò gli scienziati cinesi avevano di fronte due sfide separate: isolare il patogeno che causava la patologia al fine di avviare la sequenziazione del suo genoma e stabilire se ci fosse o no una trasmissione del virus tra umani.

Il 3 gennaio la NHC ha centralizzato tutti i test relativi alla misteriosa malattia e due giorni dopo, in collaborazione con esperti di malattie infettive causate da patogeni che saltano da animali a umani, ha completato la sequenziazione del genoma del virus. La sequenza è divenuta accessibile in tutto il mondo il 7 gennaio. E il 10 e 11 gennaio la WHO ha diffuso avvisi di indirizzo a tutti i propri stati membri riguardo alla raccolta di campioni da pazienti che potevano mostrare sintomi della malattia, elencando precauzioni stringenti per evitare il rischio di trasmissione tra umani.

Il 14 gennaio Maria Van Kerkhove, capo facente funzioni dell’unità della WHO sulle malattie emergenti, ha trasmesso un messaggio contrastante sulla situazione. Ha detto a giornalisti che c’erano stati, al momento, solo i più limitati tipi di trasmissione umana tra membri delle famiglie in Cina. Ciò nonostante, ha aggiunto, la possibilità di una più vasta trasmissione tra umani non doveva essere considerata “sorprendente” considerata la somiglianza del nuovo virus con quelli delle precedenti epidemie di SARS (Sindrome Respiratoria Acuta Grave) e di MERS (Sindrome Respiratoria Mediorientale). Tuttavia la Reuters e l’agenzia di stampa cinese Xinhua l’hanno citata aver affermato che c’era stata al momento sono la trasmissione più limitata tra umani del nuovo coronavirus, principalmente tra piccoli gruppi di famigliari e che “è molto chiaro ora che non abbiamo una trasmissione convalidata tra umani”.

Il 16 gennaio scienziati del Centro tedesco per la Ricerca sulle Infezioni di Berlino hanno sviluppato un nuovo test di laboratorio per individuare il nuovo coronavirus. Ciò ha offerto la possibilità di diagnosticare rapidamente casi sospetti. La WHO l’ha pubblicizzato come indirizzo guida per l’individuazione diagnostica. I leader di molti paesi lo hanno adottato, ma non il presidente Trump che, in stile Stati Uniti per Primi, ha preteso un test prodotto da scienziati statunitensi. Solo il 29 febbraio, tuttavia la Food and Drug Administration ha consentito a laboratori e ospedali di condurre propri test del Covid-19 per accelerare il processo. Ciò è stato quattro settimane dopo che la WHO aveva cominciato a distribuire globalmente i suoi test efficaci.

Il 19 gennaio la Commissione Sanitaria Nazionale cinese ha confermato la trasmissione tra umani del nuovo coronavirus. Quel giorno ha confermato pubblicamente i primi casi di trasmissione tra persone. Guidata da un ministro del governo, la NHC ha classificato il nuovo coronavirus come una malattia infettiva di categoria B secondo la legge del 1989 del paese sulla Prevenzione e Controllo della Malattie Infettive (modificata nel 2004 e nel 2013). Tale legge consente l’aggiornamento di una malattia infettiva a categoria A  in base una decisione del governo. Secondo tale classificazione le istituzioni sanitarie sono autorizzate a trattare i pazienti in isolamento in luoghi designati e a adottare le misure preventive necessarie per scoprire e trattare i loro stretti contatti.

Il 20 gennaio, dopo aver presieduto una riunione di gabinetto, il premier Li Keqiang ha parlato per la prima volta della necessità di controllare un’epidemia di coronavirus, chiedendo a tutte le unità del Partito Comunista e del governo di affrontare la situazione. Sottoscrivendo l’appello di Li, il presidente Xi ha sottolineato “l’importanza di informare il pubblico per salvaguardare la stabilità sociale”. Come ha tipicamente affermato un comitato di alto livello del Partito Comunista in un testo di WeChat: “Chiunque deliberatamente ritardi o nasconda notizie per il proprio interesse sarà per sempre inchiodato al pilastro della vergogna della storia”.

Tutto questo è successo alla vigilia della settimana di festa del Capodanno cinese, un periodo in cui centinaia di milioni di persone tornano alle loro case per festeggiare. Il 22 gennaio, tre giorni prima del Capodanno, le autorità hanno sospeso tutti i collegamenti ferroviari e aerei in uscita da Wuhan.

Il giorno successivo il governo centrale ha imposto un isolamento totale di quella città trafficata di 11 milioni di abitanti e di altri centri urbani della provincia di Hubei. Ai residenti è stato vietato di lasciare le loro abitazioni, mentre cibo e altre forniture dovevano essere consegnate da comitati di quartiere. Ciò ha creato un precedente per misure simili in altre città, quando nelle settimane seguenti molte aree dell’intera Cina sono state sottoposte a tale situazioni di “gestione chiusa” delle comunità. Fino a 760 milioni di persone sono state sottoposte a limitazioni di un genere o dell’altro ai trasferimenti mentre l’economia è stata ridotta a 40-50 per cento della sua capacità normale.

Nel corso di un incontro con il direttore generale della WHO, Tedros Adhanom Ghebreyesys, il 29 gennaio a Beijing, il presidente Xi gli ha assicurato di aver  controllato e diretto personalmente la reazione all’epidemia virale e le misure di prevenzione e controllo che l’avevano accompagnata. Il 30 gennaio, con il nuovo coronavirus diffuso in 17 paesi, compresi gli Stati Uniti, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’epidemia una “emergenza sanitaria globale”. L’11 febbraio ha battezzato Covid-19 la malattia causata dal coronavirus più recente, che può culminare in una polmonite mortale.

 

Nel frattempo in Trumplandia…

Il 29 gennaio il presidente Trump ha insediato ufficialmente una squadra speciale guidata dal Segretario della Sanità e dei Servizi Umani, Alex Azar, per controllare, contenere e mitigare la diffusione del coronavirus tenendo contemporaneamente informati gli statunitensi sulla materia.

Azar e Robert Redfield, dei Centri per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, erano già stati coinvolti nel proteggere gli statunitensi dal virus mortale. Il 7 gennaio Redfield aveva creato il Sistema di Gestione del Caso del Covid-19 e il 21 aveva attivato la sua struttura di reazione all’emergenza. Quello stesso giorno il primo caso di coronavirus confermato in laboratorio è stato confermato a Olympia, Washington. (Casi precedenti sarebbero stati individuati successivamente). Il presidente ha segnalato la notizia con un tweet: “Si tratta di una sola persona proveniente dalla Cina e abbiamo tutto sotto controllo. Andrà tutto bene”.

In seno alla Casa Bianca il consigliere nazionale di Trump sul commercio, Peter Navarro, ha trasmesso un documento di avvertimento al Consiglio della Sicurezza Nazionale affermando che l’attuale “assenza di protezione aumenta il rischio che il coronavirus si evolva in una pandemia a tutto campo, mettendo a rischio la vita di milioni di statunitensi”. Stimava che tale pandemia avrebbe potuto uccidere mezzo milione di persone e sferrare un colpo da 5,7 trilioni di dollari all’economia.

Due giorni dopo, in risposta a tali sviluppi, tutto ciò che Trump ha fatto è stato vietare l’arrivo di cittadini non statunitensi che si fossero recentemente recati in Cina. Da allora in poi ha ripetutamente pubblicizzato ciò come prova che aveva agito tempestivamente. Il piano di Azar di mettere sotto sorveglianza cinque città al costo di 100 milioni di dollari è saltato quando, il 21 febbraio, Nancy Messonnier, direttrice del Centro Nazionale per l’Immunizzazione  e le Malattie Respiratorie del CDC ha dichiarato a giornalisti che i problemi riguardanti i kit dei test del Covid-19 erano ancora irrisolti.

In assenza di verifiche significative, il numero dei casi negli Stati Uniti appariva limitato. “Il coronavirus è molto sotto controllo negli Stati Uniti” ha twittato Trump il 24. “CDC e [Organizzazione della] Sanità Mondiale hanno lavorato intensamente e in modo molto brillante. Il mercato azionario comincia ad apparirmi molto buono!” Ha ignorato il documento di Navarro del giorno precedente e il suo avvertimento di “una crescente probabilità di una pandemia di Covid-19 a tutto campo che potrebbe contagiare fino a 100 milioni di statunitensi, con una perdita di vite sino a 1-2 milioni di anime”.

Invece, in una conferenza stampa del 25 febbraio a New Delhi durante il suo viaggio in India, il presidente ha altezzosamente affermato che un vaccino per il Covid-19 sarebbe stato presto disponibile. “Ora lo stanno sperimentando, l’hanno studiato, sanno moltissimo, in realtà siamo prossimi a un vaccino”, ha detto fiduciosamente.

Quello stesso giorno, in un aggiornamento del CDC a Washington, Nancy Messonnier ha descritto in questo modo la situazione: “Alla fine ci aspettiamo di vedere la comunità [contagiata] estendersi in questo paese… [e] i problemi per la vita quotidiana possono essere gravi. Ma queste sono cose su cui le persone devono cominciare a riflettere ora”. Ciò ha determinato una sbalorditiva caduta di 1.031 punti della Media Industriale Dow Jones che ha fatto infuriare Trump. Ha prontamente sollecitato  Larry Kudlow, direttore del Comitato Economico Nazionale, a presentarsi in televisione a predicare fiducia. In conseguenza Kudlow ha dichiarato alla CNBC: “Abbiamo contenuto questo. Non dirò a tenuta stagna, ma parecchio prossimi a tenuta stagna”.

Al suo ritorno a Washington il 26 febbraio Trump ha sostituito Azar, quale capo della squadra speciale sul coronavirus, con il vicepresidente Mike Pence e lo ha incaricato di diffondere messaggi positivi al fine di raddrizzare un mercato azionario nervoso. Il giorno successivo il presidente carico di lamentele la denunciato che i media stavano facendo tutto il possibile “per far apparire il Caronavirus [sic] più brutto possibile, anche gettando i mercati nel panico, se possibile”.

 

Nel frattempo, tornando nel Regno di Mezzo

Il 10 febbraio il presidente cinese Xi ha visitato un ospedale di Beijing dove ha tenuto una videochiamata con operatori della sanità di Wuhan. La relativa copertura e la sua misurazione della temperatura da parte di un medico hanno riempito la prima pagina del giornale ufficiale, il Quotidiano del Popolo. A quel punto i capi del Partito Comunista di Wuhan e della provincia di Hubei erano stati “sostituiti” a causa della loro mediocre reazione iniziale al coronavirus.

A Wuhan nel giro di un mese sono stati creati 60.000 posti letto d’ospedale extra per pazienti di Covid-19 convertendo 16 sale mostre e sedi sportive in ospedali da campo e costruendo anche due ospedali nuovi di zecca. Il 23 febbraio Xi ha tenuto una teleconferenza con 170.000 dirigenti locali descrivendo la pandemia come l’emergenza di sanità pubblica più dura da contenere dalla fondazione della Repubblica Popolare. Ha indicato che la situazione restava cupa e complessa, mentre la provincia di Hubei e parti considerevoli del resto del paese (e dell’economia) erano state bloccate.

La maggiore priorità è stata attribuita alla produzione di mezzi di protezione personale. Secondo un aggiornamento stampa ufficiale del 6 marzo, la produzione di indumenti protettivi era balzata da meno di 20.000 pezzi al giorno a 500.000 pezzi al giorno. La produzione di mascherine specialistiche N95 è aumentata di otto volte a 1,6 milioni e quella di mascherine comuni ha totalizzato cento milioni.

Durante il suo viaggio a Wuhan quattro giorni dopo Xi ha elogiato gli operatori sanitari, gli ufficiali militari, i soldati, gli operatori comunitari, gli agenti di polizia, i funzionari e volontari in prima linea nella lotta alla pandemia, nonché i pazienti e i residenti nella città in isolamento. L’epidemia aveva a quel punto causato 3.000 morti. Il 9 marzo, tuttavia, i nuovi casi quotidiani a Wuhan erano già scesi a 19 dalle migliaia al giorno di un mese prima. Tutti gli ospedali improvvisati sono stati chiusi. Ciò nonostante Xi ha avvertito che l’opera di prevenzione e controllo richiedeva una vigilanza costante.

Quando 114 paesi hanno riferito casi di coronavirus all’Organizzazione Mondiale della Sanità l’11 marzo, essa ha dichiarato l’epidemia Covid-19 una pandemia globale.

Arrivati a metà marzo il governo cinese e la Fondazione Jack Ma, parte del mega conglomerato societario Alibaba Group, avevano inviato medici e forniture sanitarie in Belgio, Cambogia, Francia, Iran, Iraq, Italia, Filippine, Serbia, Spagna e Stati Uniti. La fondazione ha annunciato che avrebbe spedito “20.000 kit di test, 100.000 mascherine e 1.000 indumenti protettivi e visiere” a ogni paese in Africa e ha aggiunto che il primo ministro dell’Etiopia Abiy Ahmed avrebbe “assunto la guida della gestione della logistica e della distribuzione di tali forniture ad altri paesi africani”.

Degli 89 paesi che, a tutto il 26 marzo, avevano ricevuto assistenza d’emergenza dalla Cina per combattere la pandemia, 28 erano in Asia, 16 in Europa, 26 in Africa, nove nelle Americhe e 10 nel Pacifico meridionale. Tali forniture mediche includevano kit di test, mascherine, indumenti protettivi, termometri a infrarossi e respiratori. La Cina ha anche invitato dirigenti ed esperti di più di 100 paesi a una videoconferenza sul Covid-19, mentre il presidente Xi ha condotto 26 conversazioni telefoniche con 22 leader stranieri, tra cui il presidente francese Emmanuel Macron, il re saudita King Salman bin Abdul Aziz, il re spagnolo Felipe VI, il primo ministro italiano Giuseppe Conte e Donald Trump.

 

Trump si risveglia

Il 13 marzo il presidente Trump ha dichiarato un’emergenza nazionale, promettendo di accelerare enormemente i test del coronavirus (cosa che ha disastrosamente mancato di fare). A quel punto aveva accumulato una considerevole serie di false affermazioni e di pure e semplici menzogne riguardo alla malattia in rapida diffusione. Tipicamente, in una visita alla direzione del CDC di Atlanta, Georgia, il 6 marzo si era vantato della sua “abilità naturale” di capire il tema dell’epidemiologia.

Il 13 marzo ha falsamente annunciato che era in corso di sviluppo un sito di Google per aiutare le persone a trovare luoghi per ottenere il test del Covid-19, cosa di cui è emerso i dirigenti di Google non sapevano nulla. Il giorno successivo ha schierato dirigenti di Walmart, Target, CVS, Walgreens, LabCorp, Quest Diagnostic e Roche Diagnostic insistendo che contribuissero ad accelerare i test per fermare il virus in rapida diffusione. Di fatto è successo ben poco e la nazione ha cominciato a chiudere. Le scuole pubbliche hanno chiuso, le leghe sportive hanno rimandato o tagliato le loro stagioni, la gente ha cominciato a lavorare da casa in gran numero (mentre altri, a milioni, hanno semplicemente perso il lavoro) e forniture di disinfettanti per le mani, salviette disinfettanti e carta igienica sono scomparse dagli scaffali. Dopo un mese pochissime delle promesse del presidente si erano concretizzate, mentre la malattia si era diffusa enormemente e le morti avevano cominciato a salire alle stelle.

Richiesto circa la scarsità di kit e luoghi di test, che ha lasciato gli Stati Uniti molto dietro la Corea del Sud e altri paesi nel far fronte al virus ancora in diffusione, Trump non poteva essere più chiaro: “Non mi assumo assolutamente nessuna responsabilità”, ha detto. E tuttavia, bloccato nella sua bolla di “Rendiamo nuovamente grandi gli Stati Uniti”, fino al 6 marzo ha bloccato un’offerta della Fondazione Jack Ma di inviare 500.000 kit di test e un milione di mascherine agli Stati Uniti per la distribuzione a cura del CDC.

Ascoltando il grido di battaglia della WHO di “test, test, test”, la Corea del Sud era riuscita a evitare il genere di isolamenti messo in atto dalla Cina, da molti paesi europei occidentali e da alcune città statunitensi. In una disperata telefonata al presidente Moon Jae-in il 24 marzo Trump lo ha pregato di inviare in fretta kit di test negli Stati Uniti. In risposta, Jeong Eun-kyeong, direttore dell’equivalente sudcoreano del CDC, ha accettato, ma solo a un livello che non riducesse la capacità di test del proprio paese.

Subito dopo l’arrivo di 1.000 respiratori cinesi all’aeroporto internazionale John F. Kennedy il 4 aprile, con grande sollievo di un grato governatore Andrew Cuomo, un tweet di Trump ha detto: “USA GRANDI!” La sua vanteria, comunque, è suonata vuota, considerate la notizia cupa che, tra il 12 febbraio e l’11 marzo, l’indice Dow Jones era crollato di circa 8.000 punti dal suo picco storico e la disoccupazione nazionale era triplicata rispetto a un minimo del 3,5 per cento (con altra a venire).

Per contrastare ciò, il 9 aprile la Federal Reserve ha attivato prestiti alle imprese e altri programmi per un valore di 2,3 trilioni di dollari per stabilizzare un’economia in affondamento. Ha anche già iniettato 500 miliardi di dollari nel sistema finanziario a marzo, con piani per altri 1,5 trilioni a venire.

Al 27 marzo, mentre gli Stati Uniti si erano guadagnati lo status globale di numero uno per casi di coronavirus, il presidente ha anche promulgato la Legge sugli Stanziamenti Supplementari per la Preparazione e la Reazione al Coronavirus, approvata quasi all’unanimità dal Congresso, per accelerare l’assistenza federale a lavoratori e imprese. Essa ha incluso il versamento di 1.200 dollari alla maggior parte dei contribuenti; rafforzato le indennità di disoccupazione; avviato un programma di 500 miliardi di dollari di prestiti alle grandi imprese, città e stati e un fondo di 367 miliardi di dollari per le piccole imprese.

Nonostante tutto questo il prodotto interno lordo del paese è atteso ridursi di almeno il 10,8 per cento nel secondo trimestre del 2020. La contrazione del PIL cinese del 6,8 per cento nel primo trimestre dell’anno è stata una caduta storica. Tuttavia al 5,9 per cento il tasso di disoccupazione nelle aree urbane nel marzo 2020 è stato inferiore dello 0,3 per cento al mese precedente.

 

Passaggio di mano del trofeo della dirigenza mondiale?

La domanda che molti esperti di geopolitica si stanno oggi ponendo è questa: le loro reazioni al Covid-19 hanno spostato il rapporto di forza tra Cina e Stati Uniti in un modo che conterà in un mondo post coronavirus? Osservare il caos delle conferenze stampa quotidiane di Trump e il fallimento della sua amministrazione nel fermare efficacemente il virus si è dimostrato un monito allarmante che le persone razionali possono pianificare qualsiasi cosa, salvo un presidente statunitense irrazionale.  Dopotutto, sotto il suo sguardo 746.459 statunitensi hanno contratto il Covid-19 e 39.651 sono morti entro metà aprile. I dati comparabili della Cina sono stati 82.747 casi e 4.632 morti.

Nathalie Tocci, una consulente del capo degli affari esteri dell’Unione Europea, ha recentemente proposto alla considerazione un parallelo storico pertinente. Ha citato la crisi di Suez del 1956, l’alleanza non riuscita, anche se cospirativa, tra Gran Bretagna e Francia e Israele per rovesciare militarmente il regime nazionalista del presidente egiziano Gamal Abdul Nasser. E’ oggi considerata il momento del tramonto del potere imperiale britannico. Nel contesto attuale ha ipotizzato che la pandemia del Covid-19 possa dimostrarsi un “momento Suez” per gli Stati Uniti.

Ignorando gli avvertimenti di scienziati e di esperti della sanità pubblica, il presidente Trump minaccia di estendere disastrosamente la sua cronologia infernale del coronavirus in un futuro sempre più doloroso “riaprendo” il paese troppo presto. Facendolo, semplicemente accelererà il giorno in cui il Trofeo della Dirigenza Mondiale, detenuto dagli Stati Uniti dal 1946, sarà consegnato alla Repubblica Popolare Cinese.

Dilip Hiro, un collaboratore regolare di TomDispatch, è autore, tra molti altri libri, di ‘After Empire: The Birth of a Multipolar World’. Il suo libro più recente è ‘Cold War in the Islamic World: Saudi Arabia, Iran and the Struggle for Supremacy’ (Oxford University Press).

Questo articolo è apparso inizialmente su TomDispatch.com, un blog del Nation Institute, che offre un flusso costante di fonti, notizie e opinioni alternative da Tom Engelhardt, a lungo direttore di edizione, cofondatore dell’American Empire Project, autore di The End of Victory Culture, e di un romanzo, The Last Days of Publishing. Il suo libro più recente è ‘A Nation Unmade By War’ (Haymarket Books).

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-world-leadership-trophy/

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3

 

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