Il sistema politico cinese e il coronavirus

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Personale di sicurezza della Reuters pattuglia l’esterno di un centro convegni utilizzato come ospedale improvvisato a Wuhan

di Branko Milanovic – 21 aprile 2020

Il sistema politico cinese ha mancato di reagire efficacemente a una minaccia che poi ha colpito il mondo. Come lo si evita in futuro?

Quando il filosofo della politica statunitense John Rawls ha pubblicatoThe Law of Peoples’ [La legge dei popoli] nel 1999 il testo doveva servire da ‘manuale’ su come organizzare la vita politica globale: la coesistenza tra tipi diversi di governo le cui fonti di legittimazione non erano le stesse. Rawls divideva i governi in quattro tipi: i liberali, le gerarchie consultive, stati ‘gravati’ e stati ‘illegali’. (Una quinta categoria, ‘assolutismo benevolo’, non aveva alcun ruolo nel libro).

I governi liberali erano le solite democrazie liberali. Le gerarchie consultive erano paesi, come il Marocco o la Giordania, che non sono democratici ma in cui i parlamenti sono eletti e non ci sono violazioni gravi dei diritti civili. Le società ‘gravate’ erano paesi poveri la cui povertà impediva di diventare società liberali (diciamo la Somalia). E gli stati ‘fuorilegge’ non facevano parte dell’ordine internazionale di Rawls.

Il libro di Rawls rifletteva moltissimo il momento unipolare degli anni Novanta, non meno della famosa affermazione circa la ‘fine della storia’ di Francis Fukuyama. Ma lo schema di Rawls cercava di offrire una rappresentazione più realistica della coesistenza di vari sistemi politici rispetto alla cosiddetta ‘teoria della pace democratica’ che sostiene che la pace è possibile solo tra nazioni democratiche che la pensano allo stesso modo. Rawls riconosceva che è improbabile che il mondo sia composto solo da tali nazioni e tuttavia che un qualche genere di modus vivendi va trovato tra sistemi diversi di governo.

Così egli considerava sia le società liberali sia le gerarchie consultive come ‘ben regolate’, accettando le organizzazioni interne diverse di ciascuna e non cercando di imporre le loro istituzioni. Gli ‘stati fuorilegge’ erano lasciati tuttavia inesplorati. E’ una delle principali manchevolezze della classificazione di Rawls: tali società non sono nemmeno società, bensì solo stati. Tuttavia le loro istituzioni interne rappresentano in effetti, secondo Rawls, una minaccia per il resto del mondo.

Questo punto merita di essere indagato nel contesto del Covid-19. Quando le istituzioni politiche nazionali di un paese costituiscono tale minaccia?

 

Effetti negativi

Supponiamo di essere contrari all’interferenza negli affari politici di altri popoli, e dunque contrari ad avventure pericolose come quelle perseguite nel ‘cambiamento di regime’. In senso astratto si deve ancora consentire che le istituzioni interne di un altro paese possano diventare ‘esternalità’, cioè che possano avere impatti negativi su altri paesi.

Durante la Prima guerra mondiali molti pensavano che il potere dell’esercito e dell’aristocrazia fondiaria in Germania rendessero le politiche del paese sistematicamente aggressive. Alcuni pensavano che l’Unione Sovietica e il suo potere sul Comintern facessero lo stesso. E la maggior parte pensava che il nazionalsocialismo non fosse un male solo per la Germania, bensì per il mondo. Ma forse questi sono esempi estremi: fortunatamente non viviamo in un mondo in cui siano presenti tali ‘esternalità’.

Tuttavia il sistema politico cinese deve avere la responsabilità della pandemia? Per molti versi sì.

 

Ampiamente evidente

La più considerevole mancanza è stata aver consentito che l’infezione si verificasse. Dopo l’episodio del coronavirus SARS del 2003, era ampiamente evidente che la trasmissione di virus pericolosi dagli animali agli umani costituiva un rischio grave. Il mercato cinese del pesce, con la sua varietà di specie selvatiche, è stato identificato da molti specialisti come l’origine particolarmente probabile di tale ‘salti’ da animali a umani.

Un paese che ha il controllo di vaste risorse politiche e istituzionali, come la Cina, avrebbe dovuto usarle per vietare qualsiasi commercio di animali selvatici o a rischio. Non possiamo, ad esempio, criticare la Repubblica Democratica del Congo per lo stesso genere di negligenza nel caso della pandemia di Ebola, emersa nella travagliata DRC nel 2018, poiché la capacità dello stato congolese di far rispettare la legge è minima. Ma la capacità di far rispettare la legge dello stato cinese è enorme, e non è stata usata.

La seconda mancanza è stata l’occultamento dell’epidemia, all’inizio, da parte della autorità provinciali di Hubei. Qui abbiamo a che fare con una caratteristica sia antica sia nuova del sistema politico cinese. E’ stato chiamato ‘autoritarismo decentrato regionalmente’ dal professore dell’Università di Hong Kong Chenggang Xu: le amministrazioni provinciale e di livello inferiore hanno una considerevole autonomia e i loro capi sono giudicati su quanto bene usano tale autonomia promuovere certi obiettivi nazionali, quali la crescita economica e la riduzione dell’inquinamento. In conseguenza, figure provinciali hanno interesse a non comunicare sviluppi sfavorevoli, in modo da non irritare il centro e compromettere le loro carriere politiche.

Questa non è una caratteristica nuova del governo cinese. Jacques Gernet scrive in Daily life in China on the eve of the Mongol invasion [Vita quotidiana in Cina alla vigilia dell’invasione mongola], un libro sulla Cina meridionale della dinastia Song del tredicesimo secolo:

“Il principio alla base dell’intero sistema amministrativo in Cina era che, soprattutto, doveva regnare la pace. Non dovevano essere creati problemi: un sottoprefetto che avesse consentito il sorgere di disordini nelle sue aree […] era un cattivo amministratore ed era lui a essere incolpato, indipendentemente da quale potesse essere stata l’origine dei disordini […]”

Il sistema attuale non è diverso, e anche questo ha contribuito alla diffusione all’inizio incontrollata dell’epidemia.

La domanda allora diviene: se il sistema politico cinese ha mancato di reagire efficacemente a una minaccia che alla fine ha colpito non solo la Cina, ma il mondo intero, quale dovrebbe essere l’approccio migliore per garantire che ciò non accada di nuovo?

 

Revisione internazionale

Idealmente dovrebbe esserci una revisione congiunta delle cose che sono andate storte. L’errore non è solo della Cina: gli Stati Uniti hanno sospeso la ricerca congiunta con la Cina sui virus solo mesi prima dell’epidemia. Una politica permanente di finanziamenti occidentali a singhiozzo dell’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha indebolita e l’ha resa più vulnerabile ad appoggiare senza discuterla la visione cinese all’inizio della crisi; persino quando è emerso che era sbagliata o fuorviante.

Idealmente una commissione internazionale composta da esperti non di parte di aree diverse dovrebbe studiare l’arrivo della crisi e le reazioni di tutti gli interessati. Non dovrebbe mettere la Cina nella posizione di imputata perché non è la sola responsabile degli effetti mortali della crisi; molti governi, se non la maggior parte, hanno reagito molto scarsamente. Ma dovrebbe concentrarsi sulla gestione cinese dell’origine della crisi con l’esplicito obiettivo non di incolpare o punire qualcuno, ma di assicurare che, per quanto possibile, non si verifichi mai una ripetizione.

Si può, naturalmente, essere scettici che qualcosa del genere accada, considerata l’indisponibilità dell’altra superpotenza di lasciare sottoporre all’esame internazionale qualsiasi azione del suo esercito o di altri. Questo è molto disgraziato, perché le regole internazionali sembrano applicarsi solo agli attori deboli, mai a quelli forti.

Forse, tuttavia, la Cina vedrebbe qualche beneficio in una tale indagine: può usarla per mostrare che anche attori grandi e potenti possono rispettare le regole internazionali, il che forse, svergognando altri, potrebbe contribuire a far sì che, in qualche caso futuro simile, Stati Uniti, Russia o Unione Europea accettino un controllo esterno di parte delle loro attività.

Questo articolo è una pubblicazione congiunta di Social Europe e di IPS-Journal.

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.ips-journal.eu/index.php?id=339&L=0&tx_news_pi1%5Bnews%5D=4284&tx_news_pi1%5Bcontroller%5D=News&tx_news_pi1%5Baction%5D=detail&utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=en_776_20200421&cHash=26114ca6f61419e0aac4da954f5c200e

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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