Un’intervista a quattro medici cinesi nell’epicentro della pandemia a Wuhan

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di Benjamin Mateus – 3 aprile 2020

Il South China Morning Post con sede a Hong Kong ha scritto il mese scorso che un cinquantacinquenne può aver contratto una nuova infezione da coronavirus il 17 novembre 2019. Quella persona è stata il primo caso confermato di COVID-19 ma le autorità ritengono che non sia stato il paziente zero. Il successivo caso confermato è comparso il 1° dicembre 2010 ma non aveva collegamenti con il Mercato Ittico Generale di Huanan situato a Wuhan. L’emittente statale cinese CCTV ha riferito il 9 gennaio 2020 che l’epidemia era stata inizialmente identificata a Wuhan il 12 dicembre. Casi insoliti di affezioni simili a polmonite erano apparsi in ospedali locali.

Ospedale Jinyntan, uno dei primi ospedali ad ammettere pazienti con polmoniti insolite

Fluidi raccolti da questi pazienti ammessi in unità di cure intensive (ICU) sono stati valutati all’Istituto di Virologia di Wuhan. Sei dei sette pazienti erano venditori o fattorini che lavoravano al mercato. Il 21 dicembre il Centro Cinese per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie (CDC) ha pubblicato il proprio rapporto su un gruppo di pazienti con una “polmonite di causa ignota”.

Quando più pazienti furono ammessi per gravi patologie simili a polmonite che li collegava al mercato, la Commissione Sanitaria Municipale di Wuhan ha diffuso un avviso urgente il 30 dicembre sul suo profilo mediatico sociale Weibo. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è stata avvisata che c’erano 27 casi sospetti, di cui sette in condizioni critiche. All’epoca la sequenza genetica del patogeno era erroneamente ritenuta indicare che si trattava del coronavirus della Grave Sindrome Respiratoria Acuta (SARS).

Molti medici hanno condiviso tale informazione su Internet, tra cui il dottor Li Wenliang, un oftalmologo dell’Ospedale Centrale di Wuhan che ha messo in rete un avviso ai suoi colleghi della scuola di medicina via un gruppo WeChat. Quando il suo testo è diventato virale è stato pesantemente rimproverato dalle autorità per “formulare falsi commenti” e “disturbare gravemente l’ordine sociale” e costretto a firmare una confessione. Ha contratto l’infezione il 12 gennaio ed è morto il 7 febbraio.

Il 1° gennaio le autorità cinesi hanno chiuso il Mercato Ittico di Huanan. Il 2 gennaio c’erano 41 pazienti ospedalizzati con infezioni confermate in laboratorio. Sono stati trasferiti all’Ospedale Jinyintan di Wuhan.

Gli scienziati cinesi dell’Istituto Nazionale del Controllo e della Prevenzione della Malattie Infettive hanno stabilito la sequenza genetica del nuovo virus il 3 gennaio, battezzandolo 2019-nCoV. Le autorità sanitarie sono state messe in allarme dall’improvviso balzo dei casi riferiti, con molti di essi gravemente malati. Nessuna morte era stata riferita, ma i contatti stretti erano controllati. Per inciso, il direttore del CDC Robert Redfield ha allertato il Segretario USA alla Sanità e ai Servizi Umani, Alex Azar, lo stesso giorno delle sue discussioni con medici cinesi riguardo al virus.

Il centro di Hong Kong per le infezioni ha avvertito che la città doveva cominciare a mettere in atto rigide misure di sorveglianza contro una nuova polmonite virale che si stava diffondendo tra umani. Il Ministero della Sanità di Singapore è stato informato di una bambina cinese di tre anni con la polmonite e una storia di visita a Wuhan. La bambina è risultata negativa al SARS e al MERS-CoV.

Operatori medici esaminano un paziente

Al 7 gennaio le autorità cinesi stavano operando un giro di vite su tutti i media sociali che pubblicavano informazioni sull’epidemia. Il CDC statunitense ha emesso un avviso di cautela per i viaggi a Wuhan. Nella Corea del Sud le autorità sanitarie hanno posto in isolamento una trentaseienne cinese di ritorno da Wuhan e sofferente di tosse e febbre. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato che un nuovo coronavirus era stato isolato il 9 gennaio. Era stata confermata anche la prima morte: un sessantunenne che era cliente regolare del Mercato Ittico. Aveva multiple patologie, tra cui una malattia epatica.

Il 13 gennaio virologi cinesi avevano pubblicato la sequenza del genoma del virus sull’archivio delle sequenze genetiche dell’Istituto Nazionale della Sanità (NIH), GenBank. La Tailandia ha riferito il primo caso confermato di 2019-nCoV in una donna cinese arrivata a Bangkok l’8 gennaio. Il 15 gennaio è stata confermata la seconda morte di un sessantanovenne in Cina, che si era ammalato il 31 dicembre.

L’OMS ha confermato che una squadra del Centro Tedesco per la Ricerca sulle Infezioni e Virologi all’Ospedale Charité di Berlino aveva sviluppato un nuovo test di laboratorio in grado di identificare il 2019-nCoV. Il protocollo di analisi è stato pubblicato. Secondo il dottor Christian Drosten, direttore dell’istituto, “oggi che questo test diagnostico è diffusamente disponibile, mi aspetto che non ci vorrà molto prima che saremo in grado di diagnosticare affidabilmente casi sospetti. Questo aiuterà gli scienziati a capire se il virus sia capace di diffondersi tra umani. Questo è un passo importante nella nostra lotta contro il nuovo virus”.

Al 21 gennaio un totale di 291 casi è stato riferito in tutte le principali città della Cina. Il Centro MRC per l’Analisi delle Malattie Infettive dell’Imperial College di Londra ha suggerito che i suoi modelli prevedevano più di 1.700 casi di infezione. Il governo cinese ha cominciato ad avvertire funzionari di livello inferiore di non nascondere più la diffusione del nuovo coronavirus. E’ stato anche reso noto successivamente che il presidente Xi Jinping era a conoscenza dell’epidemia prima di quanto era stato indicato. Lo stesso giorno gli Stati Uniti hanno riferito il primo caso nello stato di Washington.

Il 24 gennaio più paesi fuori dalla Cina hanno riferito casi importati. Il primo caso confermato di trasmissione tra umani fuori dalla Cina si è verificato in Vietnam. Il Politburo Cinese ha posto l’intera provincia di Hubei in una quarantena città per città che ha colpito quasi 60 milioni di persone.

Canera di degenza a Huoshanshen, uno degli ospedali costruiti in dieci giorni

Benjamin Mateus del WSWS ha avuto a metà marzo l’opportunità, attraverso un intermediario, di comunicare con quattro medici cinesi impegnati dall’inizio nella grande reazione alla pandemia di COVID-19 a Wuhan. Per garantire l’anonimato di queste persone i nomi e le località sono stati cambiati. La corrispondenza è stata rivista e ristrutturata per chiarezza e brevità.

Benjamin Mateus (BM): Buongiorno, vorrei ringraziarvi tutti per voler condividere le vostre esperienze. Sono importanti perché i lettori comprendano che cosa è accaduto a Wuhan e sentano direttamente da voi come avete operato nel periodo straziante. Ma prima di cominciare, potreste dirci brevemente di cosa vi occupate?

Dott. X: Io sono un anestesiologo di un centro provinciale terziario della provincia di Hubei.

Dott. D: Io lavoro nel reparto di emergenza. Lavoro in un’altra provincia in un centro provinciale terziario.

Dott. Z: Grazie. Sì, io sono un internista specializzato in medicina respiratoria. La mia concentrazione durante l’epidemia di Wuhan è stata diretta a valutare pazienti sospetti con tamponi orali per verificare il coronavirus. Abbiamo anche organizzato le loro tomografie computerizzate (CT). Se il test era positivo o i risultati indicavano polmoniti li ammettevano nell’ospedale. Chiamavamo quell’area la sala “osservatorio”.

Dott. W: Io mi occupo di ostetrica e ginecologia, parti e cura dei problemi femminili. Il dottor Z e io siamo entrambi di Wuhan.

BM: Dottor D., quando è stato chiamato a Wuhan?

Dott. D: La mia squadra e io siamo stati inviati a Wuhan il 24 gennaio, quando la provincia di Hubei è stata posta in isolamento. Era la vigilia del Capodanno cinese. Una volta ricevuti gli ordini dal governo abbiamo immediatamente organizzato le nostre squadre e le nostre scorte mediche. Ho lavorato in una squadra con 138 operatori.

BM: Come siete arrivati sul posto?

Dott. D: Siamo arrivati su un volo noleggiato dal governo. Una volta arrivati siamo stati alloggiati in un albergo vicino. Tutti gli operatori medici, anche quelli di Wuhan, anche se le loro case erano appena accanto all’ospedale, hanno dovuto restare negli alberghi designati. Il cibo era abbondante e nutriente. Era donato dai cittadini.

Medici intubano un paziente

BM: Perché eravate sistemati in questo modo?

Dott. Z: Principalmente per proteggere le nostre famiglie. Ci eravamo resi conto che sarebbe stato impossibile stare con loro e mantenerle al sicuro.

BM: Può parlare di come erano riforniti gli ospedali?

Dott. D: Il governo era responsabile del coordinamento di tutte le forniture necessarie. Il nostro ramo governativo coordinava attraverso le sezioni regionali che poi distribuivano ai livelli successivi, giù fino agli ospedali. C’è una rete che abbiamo creato per queste situazioni.

BM: Dottor D, dove lavorava?

Dott. D: La mia squadra era assegnata a un tradizionale ospedale generale a Hankou convertito in un ospedale per l’ammissione di pazienti di COVID-19 durante l’epidemia.

[La città di Wuhan è un conglomerato di “tre città di Wuhan”: Hankou, Wuchang e Hanyang. Si trova a nord della confluenza dei fiumi Han e Yangtze].

BM: Dottor X, può parlare del numero di operatori di assistenza sanitaria che hanno assistito Wuhan?

Dott. X: Quando è entrato in vigore l’isolamento e sono state mobilitate le nostre risorse, penso che ci siano stati circa 40.000 operatori dell’assistenza sanitaria a sostegno dei nostri sforzi qui nella provincia di Hubei. Agli inizi è stato difficile. Gli ospedali stavano per essere sovraffollati di pazienti e non eravamo in grado di tenere il passo. Stavamo finendo a corto di scorte ma ora siamo riusciti a dotare gli ospedali di personale e abbiamo le attrezzature necessarie.

BM: E come procedeva il lavoro nelle corsie? Abbiamo visto immagini di medici cinesi in abbigliamento protettivo completo.

Dott. X: Abbiamo imparato rapidamente a sviluppare la procedura di indossare e togliere i nostri mezzi di protezione. [Hanno spiegato che indossavano abbigliamento protettivo completo – invece che solo grembiuli e reti per i capelli – con maschere visiere e quattro paia di guanti]. Era molto difficile lavorarci dentro. Facevamo turni. I medici hanno turni di sei ore, mentre le infermiere hanno turni di quattro ore. Passavamo un’ora prima del nostro turno a indossare le nostre protezioni e un’altra ora dopo solo per toglierle. Quando intubavamo pazienti, usavamo respiratori.

Dott. D: Possiamo essere stati eccessivamente zelanti nell’indossare occhialini e altre mezzi di protezione a volte quando forse non era necessario. Indossavamo da tre a quattro strati di guanti. Ma era difficile dire se fosse necessario o no. Ma abbiamo iniziato con un’abbondanza di precauzioni.

BM: Dottor Z, ho letto che i medici cinesi usavano tomografie computerizzate per diagnosticare i pazienti con COVID-19. Perché?

Dott. Z: Abbiamo riconosciuto che pazienti con sintomi lievi a volte erano rimandati a casa e crollavano. Abbiamo imparato che la tomografia computerizzata aveva un valore prognostico. Così, se un paziente è risultato positivo ma ha sintomi lievi, può andare a casa a meno che la scannerizzazione CT non mostri che ci sono infiltrazioni [polmonite]. Ammettiamo questi pazienti perché abbiamo scoperto che possono finire in scompenso in seguito.

Dott. D: Anche ora che l’epidemia è terminata, restiamo in guardia. Forse due o tre settimane fa abbiamo avuto un settantaduenne arrivato senza difficoltà respiratorie o febbre, solo capogiri e affaticamento. Il paziente era stato ammesso al dipartimento di neurologia. Quando hanno attuato la CT il paziente aveva tutti i segni caratteristici del COVID-19 nei polmoni. Diciassette medici e infermiere erano rimasti contagiati e il dipartimento è stato chiuso. Dunque la CT si è dimostrata preziosa quando i pazienti non presentano i segnali e i sintomi comuni.

Operatori medici con mezzi completi di protezione

BM: Come affrontano le vostre famiglie la vostra assenza durante l’epidemia?

Dott. W: Mio marito lavora in un cantiere navale da dirigente e siamo rimasti separati per proteggerlo dal contagio. Ma anche lui è impegnato nella lotta al COVID-19. Non sono solo gli operatori sanitari. L’intero paese è impegnato nella lotta; ci manchiamo a vicenda ma aiuta sapere che tutti sono impegnati.

Dott. X: Mio figlio è all’università, così sappiamo che è al sicuro. Anche mia moglie è medico e lavoriamo nello stesso ospedale. Alloggiamo nell’albergo ma abbiamo stanze separate. La situazione è dura ma sappiamo che la malattia si può prevenire, controllare e curare restiamo impegnati e vigili.

Dott. Z: Mio marito è un medico e lavora anche lui nel nostro ospedale. Abbiamo mandato nostro figlio a stare con i nonni prima che chiudessero Wuhan. Sapevamo che la situazione sarebbe stata molto grave e non saremmo stati in grado di prenderci cura di lui.

BM: Quali difficoltà, secondo voi, ha incontrato Wuhan nella sua lotta contro l’epidemia?

Dott. X: All’inizio dell’epidemia a Wuhan le autorità locali hanno nascosto il problema. Non lo hanno riferito al ministero della sanità o al governo. In seguito è divenuto impossibile celarlo, ma l’infezione si stava estendendo rapidamente. L’assistenza sanitaria era a corto di personale e scorte.

BM: E’ stato per questo che il tasso di mortalità è stato così più elevato a Wuhan rispetto ad altre province?

Dott. X: Eravamo in una situazione difficile. Eravamo a corto di scorte mediche. Tuttavia il governo è stato in grado di distribuire equipaggiamenti medici – abbigliamento protettivo, guanti, maschere – persino cibo e altro a ogni ospedale. Abbiamo persino costruito due ospedali in due settimane.

BM: Qualcuno di voi ci ha lavorato? E’ stato un risultato enorme.

Dott. W: No.

BM: Gli ospedali in Europa e negli Stati Uniti sono inondati di casi. Come avete fatto fronte all’assalto di pazienti contagiati?

Dott. X: Nell’ospedale in cui lavoravo c’erano 3.000 stanze per degenti. Abbiamo deciso di far condividere la stanze ai pazienti con COVID-19, ma abbiamo mantenuto i pazienti solo sospetti in stanze singole. In questo modo abbiamo ampliato la nostra capacità. Ma si deve fare quello che è necessario. Avere i pazienti di COVID-19 insieme li ha anche aiutati ad affrontare meglio la situazione perché si sono tenuti compagnia. Alle famiglie non era permesso visitarli.

BM: Dottor W., avete scoperto che pazienti in cinta con COVID-19 reagiscono meno o hanno più complicazioni?

Dott. W: Non abbiamo rilevato rischi speciali extra nella gravidanza rispetto a donne non gravide. Abbiamo trattato la loro gravidanza non diversamente dal solito ma alle loro famiglie non era consentito di stare con loro.

BM: Dunque le donne incinta se la sono cavata bene?

Dott. W: Sì, per la maggior parte. Abbiamo in effetti avuto una soglia più bassa per trasferire la paziente per un parto cesareo a causa della difficoltà nello sforzo per respirare durante il travaglio.

BM: E riguardo al neonato?

Dott. W: I neonati sono stati trasferiti in una sala di degenza a pressione negativa, isolati e sono rimasti in quarantena per due settimane. Le madri sono rimaste in altre due settimane di quarantena dopo essere divenute asintomatiche e aver avuto un testo negativo per l’acido nucleico. Se sia la madre sia il bambino risultavano negativi, allora il bambino poteva restare con sua madre ed essere allattato al seno.

BM: Quale parte del lavoro avete trovato tutti più impegnativo?

Dott. X: Io ho lavorato al centro regionale di ammissione all’Unità di Cure Intensive (ICU). Così tutti i pazienti più gravi arrivavano da noi. So che i pazienti erano sempre molto grati per i nostri sforzi e sapevano che cercavamo di fare del nostro meglio. Si poteva vedere che erano spaventati. A volte ci si sente impotenti e ciò era doloroso.

Ho avuto un paziente. Era sulla cinquantina. Aveva perso i genitori a causa del COVID-19. Anche se era intubato sollevava sempre il pollice. Ha cercato di restare sempre positivo. Ma non migliorava e dunque sapevo che non si sarebbe ripreso. Tre settimane dopo è morto di insufficienza respiratoria. Non so perché la sua morte mi abbia colpito tanto. Mi sono sentito crollare. Sono tornato nella mia stanza d’albergo isolato. Mia moglie era nella stanza accanto. Ci siamo seduti contro la parete e ci siamo parlati. Non dimenticherò mai quella sera.

Dott. D: Quando riposavamo… non ci siamo mai realmente sentiti riposati. E’ difficile spiegarlo. Non era intorpidimento o smarrimento. Forse una sensazione di dolore o paura. Nella mia testa tutto ciò cui riuscivo a pensare era a come salvare quei pazienti, costantemente alla ricerca di riferimenti, a consultare le linee guida, a leggere articoli, ad avere discussioni e incontri.

Vedere un paziente attaccato al respiratore e vedere i livelli di ossigeno del suo sangue calare lentamente… a quel punto non resta nulla da fare. Vederli morire lentamente è molto doloroso. Ci si sente così impotenti.

Penso che solo a febbraio siano morti 129 pazienti nell’ospedale dove lavoravo, 38 di loro solo nella mia corsia. Al picco dell’epidemia ho visto quattro corpi tenuti nella corsia per più di 24 ore perché l’obitorio era pieno e a corto di personale. Era così opprimente che la paura mi percorreva dalla punta dei capelli a sotto i piedi. Sentivo che tutto il mondo è malato… il mondo intero è semplicemente malato.

Molti dei miei colleghi mi hanno raccontato che non riuscivano a dormire. Molti hanno sviluppato gravi ansie quando sono venuti in corsia. Tremavano quando dovevano ripulire gli scarti medici. Ho cercato di consolarli, di lavorare con loro, di calmarli.

Dott. Z: Ricordo che avevamo perso un paziente e io stavo cercando di trovare il coraggio di avvertire la famiglia. Ho telefonato e quando mi ha risposto al telefono, ha detto: “E’ mio papà?” Ho detto: “Sì”. Poi lui ha detto: “Grazie. Sarò lì tra circa un’ora. Devo finire di curare un paziente”. E’ un mio collega. Mi ha raccontato che sua madre era morta il giorno prima e i suoi due fratelli la settimana prima. E’ venuto, ha firmato le carte e se n’è andato. L’ho chiamato e lui si è girato e ha detto: “Grazie. Ciao”, e se n’è andato.

BM: Può parlare del dottor Li Wenliang? E’ morto di COVID-19 [il 7 febbraio 2020] ma era stato rimproverato quando aveva avvertito i colleghi sui media sociali dell’epidemia a dicembre. Cosa ne pensa?

Dott. W: Lo conoscevo. Avevo parlato con lui. Sono sconvolto che sia morto. Era così giovane. Sua moglie era incinta quando lui è morto. E’ difficile parlare di questo. Sarebbe potuto succedere a chiunque. Ma queste sono faccende politiche… E la sua famiglia non ha potuto essere con lui. Hanno semplicemente messo il suo corpo in un sacco e lo hanno mandato alla cella funeraria.

BM: Ho letto che il Partito Comunista Cinese (CPC) lo ha scagionato e ha presentato “scuse solenni” alla sua famiglia.

Dott. W: Non è questione di scagionarlo. Parlando del CPC… odio in particolare parlarne. Troppi sacrifici inutili. Troppe perdite inutili di vite. Quattro medici sono morti di COVID nel loro stesso ospedale… due di loro nello stesso dipartimento (oftalmologia). Ci sono anche quattro medici che sono ancora sotto respiratore da quasi due mesi. Nessuno osa lasciarli morire perché il pubblico non li perdonerebbe.

BM: Dottor D, quanti operatori di assistenza sanitarie sono venuti a Wuhan e quanti sono rimasti contagiati?

Dott. D: Quando è arrivata la mia squadra avevamo circa 40.000 operatori di assistenza sanitaria nella provincia di Hubei. Penso che circa 3.000 siano rimasti contagiati, ma prevalentemente nella prima fase della reazione. Non avevamo messo in atto una rigorosa politica di controllo dell’infezione ed eravamo a corto di scorte mediche.

DM: E’ rimasto contagiato qualcuno della vostra squadra?

Dott. X: Siamo stati impegnati quasi immediatamente all’inizio di gennaio. Nella mia squadra quattro sono rimasti contagiati, ma solo uno ha dovuto essere intubato, ma poi si sono ripresi.

Dott. D: Nessuno dei nostri 138 operatori medici nella mia squadra è rimasto contagiato.

Dott. X: Era importante fare le diagnosi in anticipo. Abbiamo isolato rapidamente i pazienti e avviato immediatamente le cure. Ma, cosa della massima importanza, è stato essenziale proteggere i nostri operatori di assistenza sanitaria. Abbiamo circa 200 collaboratori nel nostro istituto virologico e zero contagi.

Per la popolazione generale, indossare mascherine e lavare le mani è stato cruciale per ridurre le infezioni. Questi è stato applicato anche agli operatori medici. Ma indossare correttamente abbigliamento di protezione è qualcosa che abbiamo imparato rapidamente. Abbiamo anche scoperto che ventilare le stanze dei pazienti contribuiva al controllo dell’infezione.

Dott. Z: Abbiamo anche interrotto immediatamente tutte le rotazioni cliniche di studenti di medicina. Abbiamo ripetutamente istruito i residenti a prestare massima attenzione a procedure di protezione personale. Abbiamo salito le scale a piedi invece di usare gli ascensori. Abbiamo limitato la nostra permanenza in spazi chiusi. Avevamo un completo di abiti, scarpe e copricapo da indossare all’esterno. Abbiamo irrorato il nostro intero corpo con alcol medico prima di andare nella nostra stanza e poi abbiamo immediatamente fatto una doccia. Abbiamo tagliato i capelli molto corti.

BM: Ci sono state delle cure che avete scoperto inefficaci? Negli USA e in Europa le persone usano clorochina perché hanno sentito che può aiutare a combattere l’infezione.

Dott. X: Abbiamo usato Arbidol (umifenovir: in trattamento antivirale per l’influenza utilizzato in Russia e in Cina). Non ha aiutato per nulla e ha causato dei danni al fegato. Abbiamo somministrato anche lopinavir (un antiretrovirale della classe degli inibitori della proteasi usato contro l’HIV) che ha causato anch’esso danni al fegato e provocato nausea o vomito nei pazienti. Anch’esso non ha avuto alcuna utilità. Il Virazole (noto anche come ribavirina, usato per trattare infezioni respiratorie virali sinciziali); non ha avuto evidenti effetti collaterali, ma non ha prodotto benefici. Neppure gli steroidi sono parsi offrire benefici ma possono aver ridotto l’immunità dei pazienti.

BM:  Quale è stata la vostra esperienza clinica con questa infezione? L’età dei pazienti, quanto a lungo c’è voluto loro per ammalarsi, quanto mortale è stata l’infezione?

Dott. X: Per gli anziani è stata molto devastante. Non hanno avuto buoni risultati, ma abbiamo visto tutte le età. Solitamente una volta che una persona restava esposta ci volevano pochi giorni o una settimana prima che sviluppasse sintomi. Pazienti con sintomi minimi sono stati isolati a casa e operatori dell’assistenza sanitaria li hanno controllati regolarmente. Dopo una settimana o due, guarivano oppure si presentavano all’ospedale ed erano ammessi. Circa l’80 per cento dei pazienti che hanno richiesto l’intubazione è morto, solitamente entro il quinto giorno di ospedalizzazione. A volte hanno resistito più a lungo ma la possibilità di guarigione peggiorava.

BM: Volevo concludere chiedendo le vostre opinioni sulla reazione globale a questa pandemia. Cosa vorreste dire al resto del mondo, in Europa, Stati Uniti, Africa e America Latina?

Dott. D: Ogni governo deve prestare a questa pandemia la massima attenzione possibile. Assegnare materiali e operatori di assistenza sanitaria alle aree con maggiori necessità. Chiudere la città, persino il paese, presto. Isolare presto le persone vulnerabili.

Dott. Z: Penso sia importante collaborare. Dopo questo enorme disastro e scarsità di materiali, la Cina inviato 300 operatori di assistenza sanitaria ad aiutare l’Italia, anche con scorte mediche.

Dott. X: In paesi sottosviluppati i governi devono usare le loro risorse nel modo più efficiente possibile. Devono proteggere la popolazione generale e se questo significa chiudere città o paesi, dovrebbero farlo il più presto possibile. Dovrebbero istruire la popolazione a lavare le mani e a tenere ventilate le loro case. Proteggere gli operatori medici.

Noi non avevamo prestato attenzione sufficiente nella fase iniziale.

BM: Voglio ringraziare tutti voi per aver partecipato. Vi ringrazio per il vostro lavoro. Per favore, sempre, restate al sicuro.

 

Il 18 marzo 2020 le autorità cinese non hanno riferito nessuna nuova infezione, segnando un traguardo in una pandemia che ora ha colpito più di 200 paesi e territori, con più di un milione di casi e oltre 53.000 morti. La lotta contro la pandemia è condotta nei suoi nuovi epicentri in Europa e negli Stati Uniti. La Cina ha visto i suoi numeri fermarsi sotto 82.000 casi con oltre 76.000 persone guarite e 3.318 morti. Attualmente ci sono 1.863 casi attivi.

Il 25 marzo lo stretto isolamento della provincia di Hubei è terminato quando la Commissione Sanitaria di Hubei ha annunciato che avrebbe ridotto le restrizioni ai viaggi. Tuttavia le autorità locali rifiutano di revocare i divieti di viaggiare. Nonostante il tentativo di Pechino di riportare le persone al lavoro, ci sono vaste preoccupazioni e dubbi riguardo alle assicurazioni governative che l’epidemia sia stata messa sotto controllo. Il 28 marzo la polizia della città di Jiujiang ha creato un blocco per impedire che lavoratori migranti passassero per Hubei. La situazione è diventata violenta con riprese video che mostrano le polizie di Jiujiang e quella di Huangmei che si scontrano tra loro, nonché centinaia di persone che attaccano la polizia.

La provincia di Henan nella Cina centrale, appena a nord di Hubei, ha posto martedì in isolamento la contea di Jia colpendo 600.000 persone. Tutte le attività sono state chiuse, eccetto i servizi essenziali quali utenze, forniture mediche e logistica. La base per tali misure è arrivata dopo che canali giornalistici avevano riferito domenica tre nuove infezioni. Un medico di nome Liu è stato riscontrato positivo sabato insieme con due colleghi cui aveva trasmesso l’infezione.

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://www.wsws.org/en/articles/2020/04/03/wuha-a03.html

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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