Esperto dell’OMS spiega perché in Cina diminuiscono i casi di COVID-19

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di Julia Belluz e Bruce Aylward – 4 marzo 2020

“E’ tutta una questione di rapidità”: le lezioni più importanti della reazione cinese al Covid-19.

C’è un unico paese al mondo che attualmente detiene il massimo sapere e l’esperienza del Covid-19: la Cina.

La Cina, e specificamente la provincia di Hubei, è dove è emersa la patologia del Covid-19; E’ dove è stato registrato l’83 per cento degli 89.000 casi noti sinora; ed è dove medici e autorità sanitarie hanno combattuto un’epidemia per due mesi – mentre altri paesi si sono preparati per l’epidemia – usando misure di sanità pubblica senza precedenti, tra cui un cordone sanitario e isolamenti che hanno colpito milioni di persone.

In settimane recenti, tuttavia, il numero di nuove infezioni e morti riferite in Cina è andato diminuendo, il che suggerisce che la diffusione del virus può aver toccato il picco nel paese e che la trasmissione sta rallentando.

Al tempo stesso i casi stanno rapidamente aumentando in altri paesi, con grosse epidemie in Corea del Sud, Italia e Iran, e un crescente numero di casi negli Stati Uniti.

E’ oggi cruciale che il resto del mondo impari il massimo possibile dagli sforzi della Cina di reagire alla diffusione del virus e di limitarla.

Questa è stata precisamente l’intenzione di una recente missione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in Cina, guidata dal vicedirettore generale dell’agenzia ed epidemiologo veterano Bruce Aylward. Il suo principale risultato: “L’audace approccio della Cina al contenimento della rapida diffusione di questo nuovo patogeno respiratorio ha mutato il corso di un’epidemia mortale in rapida acutizzazione”.

Lunedì Vox ha parlato con Aylward a proposito delle grandi acquisizioni del rapporto della missione: la strategia usata dalla Cina per contenere la diffusione del Covid-19, perché sia così cruciale la rapidità nel reagire a un’epidemia, se possiamo fidarci dei dati cinesi, e perché fumare potrebbe aver esacerbato l’impatto dell’epidemia nel paese. La nostra conversazione è stata rivista a fini di concisione e chiarezza.

 

QUELLO CHE IL MONDO PUÒ IMPARARE DALLA REAZIONE CINESE AL COVID-19.

Julia Belluz: L’OMS ha suggerito che il mondo dovrebbe seguire l’esempio della Cina ma, come sa, ci sono preoccupazioni riguardo agli effetti sui diritti umani della reazione della Cina allo scoppio del Covid-19, più in particolare le restrizioni alla libertà di movimento mediante gli isolamenti e i cordoni sanitari. Come risponde alle critiche al riguardo?

Bruce Aylward: Penso che le persone non prestino un’attenzione sufficiente. La maggior parte della reazione in Cina, in trenta province, ha riguardato l’identificazione dei casi, il tracciamento dei contatti e la sospensione di riunioni pubbliche, tutte misure comuni utilizzate dovunque nel mondo per gestire [la diffusione delle] patologie.

Gli isolamenti cui si far riferimento – le preoccupazioni per i diritti umani – solitamente riflettono la situazione in luoghi come Wuhan [la città della provincia dell’Hubei dove il virus è stato inizialmente identificato].[Gli isolamenti] sono stati concentrati a Wuhan e in due o tre altre città dove pure c’era stata un’esplosione [di casi di Covid-19]. Questi sono luogo finiti fuori controllo all’inizio [dell’epidemia] e la Cina ha preso questa decisione di proteggere la Cina e il resto del mondo.

La Cina sta ora tentando di far ripartire la sua economia. Non può farlo con milioni di persone isolate nei loro appartamenti o con i treni bloccati e con tutte le sue fabbriche sospese. Sta facendo funzionare di nuovo tutte queste cose, ma ha predisposto il suo sistema per una rapida identificazione e un rapida reazione. Non vuole essere mai più in un’altra situazione tipo Wuhan e non lo è. Quello è il primo luogo, e 30 altre provincie sono riuscite a evitarlo, e non solo a evitare ma a invertire [l’epidemia].

JB: D’accordo, dunque la maggior parte delle misure utilizzate in Cina per fermare il virus sono state mosse tradizionali di sanità pubblica che sono diffusamente accettate, e le misure draconiane sono state rare. C’è una qualche idea di che cosa sia stato più efficace nell’armamentario della Cina?

BA: Penso che la lezione chiave dalla Cina sia la rapidità; è tutta una questione di rapidità. Quanto più rapidamente si identificano i casi, si isolano i casi e si rintracciano il loro stretti contatti, tanto più si avrà successo. Un’altra importante lezione è che anche quando c’è una considerevole trasmissione con un mucchio di gruppi – perché le persone oggi osservano la situazione in alcuni paesi e si chiedono ‘Mio Dio, che cosa si può fare?’ – quello che la Cina dimostra è che se ci si calma, ci si tirano su le maniche e si avvia il lavoro sistematico di identificazione dei casi e di tracciamento dei contatti, si può cambiare decisamente la forma dell’epidemia, assumerne la responsabilità e impedire che un mucchio di persone si ammalino e molti dei più vulnerabili muoiano.

La domanda diventa allora, come l’hanno fatto e quanto di ciò è replicabile? Dopo essere tornato dalla Cina tutti con i quali parlo cominciano con: “Come possiamo isolare una città di 15 milioni come in Cina”. Io dico: “Perché mai dovremmo farlo?” E chiedo: “La tua popolazione conosce X, Y, Z [riguardo al virus]?” Apprendo che non hanno cominciato con le cose elementari.

Dunque, numero uno, se si vuole avere rapidità di reazione, la popolazione deve conoscere la patologia. Trovi una qualsiasi popolazione in occidente e chiedi quali sono di due segnali che si presentano che devono allarmare. Che cosa direbbe?

JB: I due sintomi iniziali più comuni non solo la febbre e la tosse secca?

BA: Giusto. [Ma molti ancora pensano] che siano il naso che cola e il raffreddore. La tua popolazione è il tuo sistema di sorveglianza. Tutti hanno un cellulare, tutti possono prendersi un termometro. Quello è il tuo sistema di sorveglianza. Non ci si basi sul visitare il proprio sistema sanitario, perché lo si infetterà. C’è questo grosso sistema di sorveglianza esistente, ci si assicuri che il sistema di sorveglianza sia preparato. Ci si assicuri di essere pronti ad agire sui segnali che arrivano da quel sistema di sorveglianza. Occorre essere preparati a valutare rapidamente se le persone abbiano o no quei sintomi, a sottoporre quelle persone a test e, se necessario, a isolarne e a rintracciarne i contatti.

Qui, di nuovo, è dove ho visto le cose cominciare a crollare. Quello che mi è stato detto è che se si pensa di essere stati esposti e di avere la febbre si deve telefonare [al proprio medico generico]. Dobbiamo fare meglio. Se usiamo nostri medici generici, hanno una linea di emergenza in cui li si può contattare? Sanno che cosa fare?

In Cina hanno creato una gigantesca rete di ospedali per gli infettivi. In alcune aree una squadra può venire da te e sottoporti al tampone e avere una risposta dopo da quattro a sette ore. Ma bisogna essere preparati. La rapidità è tutto.

Dunque ci si assicuri che la propria gente sia a conoscenza [del virus]. Ci si assicuri di avere meccanismi per collaborare con essa molto rapidamente attraverso il sistema sanitario. Poi un’infrastruttura sanitaria pubblica sufficiente a indagare i casi, identificare gli stretti contatti e assicurarsi che restino sotto sorveglianza. Questo è il 90 per cento della risposta cinese.

JB: Ma, di nuovo, la Cina ha messo in atto contemporaneamente molte misure diverse. Come sappiamo che il tracciamento dei contatti è stato più importante, diciamo, del cordone sanitario di massa e dell’isolamento di città?

BA: Riflettiamo su virus. Dov’è il virus e come lo si contiene? Si sa che il virus è nei casi e negli stretti contatti. E dove si trova la maggior parte del virus; è dove dovrebbe essere la maggior concentrazione dell’attenzione. La Cina ha fatto una quantità di cose e anche altri paesi dovranno farle andando avanti. Ma la chiave è l’informazione del pubblico e avere una popolazione informata, scoprire quei casi, isolarli rapidamente. Quanto prima li si isola è ciò che interrompe la catena. Assicurarsi che gli stretti contatti siano messi in quarantena e controllati fino a quando non si sa se siano contagiati. Quei contatti sono contagiati in una percentuale tra il 5 e il 15 per cento. E, di nuovo, si tratta dei contatti stretti, non di chiunque.

JB: Ci sono state notizie dalla Cina a proposito di danni collaterali da questa epidemia: i pazienti HIV, ad esempio, che risultano non aver ricevuto cure in tempo a causa delle restrizioni ai viaggi e agli isolamenti. Che cosa possiamo imparare dalla Cina per minimizzare questo genere di danni in altri paesi?

BA: La Cina ha compiuto una quantità di passi quando si è resa conto che doveva riconvertire grandi parti del suo sistema ospedaliero [per reagire all’epidemia]. La prima cosa è che ha detto che i test erano gratuiti, le cure erano gratuite. Oggi ci sono grandi barriere [ai test e alle cure] in occidente. Si può ottenere il test, ma poi si potrebbe essere negativi e dover pagare il conto. In Cina si sono resi conto che si trattava di barriere alle persone che cercavano assistenza, così, come stato, si sono fatti carico del pagamento per le persone i cui piani assicurativi non lo coprivano. Hanno cercato di mitigare tali barriere.

L’altra cosa che hanno fatto: normalmente una ricetta in Cina non può durare più di un mese. Ma hanno aumentato a tre mesi per assicurare che le persone non ne restassero prive [quando hanno dovuto chiudere molti dei loro ospedali]. Un’altra cosa: le ricette possono essere fatte online e attraverso WeChat [invece di dover prendere un appuntamento dal medico]. E hanno creato un sistema di consegna dei farmaci per la popolazione colpita.

 

QUESTA E’ LA GRANDE PANDEMIA CHE CI ERA STATA DETTA IN ARRIVO: IL “BOTTO GROSSO”?

JB: L’idea che la diffusione di questo virus sia principalmente causata da famiglie compare in evidenza nel suo rapporto. Come lo sappiamo?

BA: Si guarda ai grandi, lunghi elenchi dei casi e si identificano quelli in cui ci sono raggruppamenti nello spazio e nel tempo e si cerca di indagare che genere di raggruppamenti sono stati: è successo in un ospedale, in una casa per anziani, in teatri, in ristoranti? Abbiamo scoperto che in prevalenza è capitato nelle famiglie. Non è una grande sorpresa; la Cina aveva bloccato un mucchio di altre occasioni in cui le persone potevano riunirsi. E le riunioni in famiglia sono le più strette, più lunghe esposizioni [al virus] ed essere contagiati dal virus è funzione del fatto che qualcuno ce l’abbia, quanto vi si sia stati esposti e quanto virus diffonda.

Una maggiore sorpresa, e questo è qualcosa che ancora non comprendiamo, è quanto poco virus ci sia stato nella comunità più vasta. Dovunque andassimo, abbiamo cercato di scoprire e capire quanti test erano stati effettuati, quante persone erano state controllate e chi fossero.

Nella provincia di Guangdong, ad esempio, sono stati condotti 320.000 test su persone presentatesi in ospedale, in cliniche ambulatoriali. E al picco dell’epidemia è stato positivo lo 0,47 per cento di quei test. Si continua a dire che [i casi sono] la punta dell’iceberg. Ma non siamo riusciti a scoprire questo. Abbiamo scoperto che ci sono molte persone ammalate, molti stretti contatti, ma non una grande circolazione asintomatica del virus nella popolazione più vasta. E questo è diverso dall’influenza. Nell’influenza si trova il virus in tutta la popolazione infantile, nei campioni del sangue dal 20 al 40 per cento della popolazione.

JB: Se non avete trovato l’”iceberg” dei casi leggeri in Cina, che cosa dice questo riguardo a quanto mortale sia il virus, al tasso di mortalità dei casi?

BA: Dice che probabilmente non siamo lontani. Il tasso medio di mortalità è del 3,8 per cento in Cina, ma molto di esso è determinato dall’epidemia iniziale a Wuhan dove le cifre erano più elevate. Se si guarda fuori dalla provincia di Hubei [dove si trova Wuhan] il tasso di mortalità è oggi appena sotto l’un per cento. Non lo citerei come il dato. E’ la mortalità in Cina, e loro scoprono casi rapidamente, li isolano, li curano e li assistono precocemente. La seconda cosa che fanno è ventilare dozzine di persone negli ospedali medi; usano l’ossigenazione extracorporea a membrana [rimozione del sangue dal corpo di una persona e ossigenazione dei suoi globuli rossi] quando la ventilazione non funziona. E’ un’assistenza sanitaria sofisticata. Hanno un tasso di sopravvivenza per questa malattia che non estrapolerei al resto del mondo. Quello che si è visto in Italia e in Iran è che molte persone muoiono.

Questo suggerisce che i cinesi sono realmente bravi nel mantenere in vita le persone con questa malattia e solo perché è l’un percento in Cina nella popolazione generale fuori da Wuhan non significa [che sarà lo stesso in altri paesi].

JB: Questo è davvero preoccupante per il resto del mondo. Lei suggerisce che questo sia il ‘botto grosso’, la pandemia che capita una volta in un secolo e per la quale la gente si sta reggendo forte?

BA: No. Non può essere il botto grosso se non come nel caso dell’influenza… se c’è una pandemia di influenza è una funzione del virus. E’ un virus con un livello molto, molto elevato di contagiosità, un tasso molto, molto elevato di trasmissione. Il tempo che [il virus] impiega per trasferirsi [da una persona all’altra] può essere di soli 1,5 giorni. Per il Covid-19 è più lungo: da quattro a cinque giorni. Si guardi in giro nel mondo. Vediamo una quantità di focolai controllati con le reazioni giuste, e persino ignorati se arrivano in uno stato guasto.

Panico e isterismo non sono appropriati. Questa è una malattia che risiede nei casi e nei loro stretti contatti. Non è un nemico nascosto, in agguati tra i cespugli. Ci si organizzi, ci si educhi e ci si lavori.

JB: Come dovrebbero occuparsi del virus i paesi?

BA: All’inizio ero fortemente convinto che dovessimo praticare il tampone a milioni di persone e vedere che cosa stava succedendo [quanti avevano il virus]. Ma i dati dalla Cina mi hanno fatto ripensare. Quello che invece si potrebbe fare è che ogni ospedale dovrebbe sottoporre a test per il Covid le persone con sintomi di polmonite atipica. Le persone con sintomi di tipo influenzale; sottoporle al test per il Covid.

Abbiamo nel mondo un muccio di sistemi di sorveglianza per l’influenza che cercano di identificare quella brutta, e dovremmo usare quei sistemi per il Covid.

 

FIDARSI DELLA CINA

JB: Abbiamo visto una modesta ripresa a Hubei nell’ultimo paio di giorni. Che cosa sta succedendo là?

BA: Ho scritto ieri alla squadra [in Cina] e ho chiesto dell’aumento di casi, che è stato molto modesto. Mi hanno detto che stanno passando in rassegna l’arretrato di casi sospetti – dunque persone che mostravano sintomi, risultati di tomografie computerizzate – e anziché confermarli clinicamente, si stanno assicurando di sottoporli a test. Alcuni di essi sono anche in alcune epidemie carcerarie. Già oggi i casi hanno cominciato a diminuire. [Il nuovo conto dei casi] si è ridotto di nuovo oggi.

JB: Possiamo fidarci dei dati della Cina?

BA: La grande domanda è: stanno nascondendo le cose? No, non lo stanno facendo. Abbiamo osservato molte cose per cercare di confermare che i casi stavano diminuendo. Quando sono andato nelle cliniche per i contagi e parlato con le persone che vi lavoravano mi hanno detto: “Avevamo una fila fuori dalla porta e ora vediamo un caso l’ora”.

Secondo dati nazionali le clini sono passate dal vedere 46.000 persone al giorno, a un certo punto, e ora sono scese a 1.000. Dunque c’è stato un grande calo dei numeri nel sistema.

Seconda cosa: parlando con medici negli ospedali ho sentito in continuazione: abbiamo letti liberi, possiamo isolare sempre più rapidamente le persone. L’ho sentito a Wuhan e in altre provincie. La terza cosa: ho parlato con persone che si occupano di sperimentazioni cliniche di farmaci e stanno avendo problemi nel reclutare pazienti. Tutte queste cose hanno contribuito a confermare [i dati della Cina].

JB: Quali sono le maggiori vulnerabilità in Cina, e di cosa lei è più preoccupato per altri paesi che affrontano più casi?

BA: Si devono avere abbastanza posti letto. In Cina hanno chiuso intere ali [di ospedali], le hanno sigillate per renderle una zona riservata [in cui i pazienti con la malattia possono essere curati in sicurezza]. Hanno lavorato su vasta scala. Hanno comprato un mucchio di apparecchi di ventilazione per mantenere in vita le persone. Si sono assicurati di avere un elevato flusso di ossigeno, attrezzature di tomografia computerizzata (TC), potenziale di laboratorio. Dunque letti, ventilazione, ossigeno, TC e laboratori. E hanno avuto problemi in diversi punti con tutte quelle forniture. [I cinesi] diranno: ci sono manchevolezze nella nostra reazione, in quanto rapidamente abbiamo scoperto questo, in quanto rapidamente abbiamo reagito. E ci sarà una grande riforma per correggere questo.

 

PERCHE’ IL VIRUS UCCIDE SPROPORZIONATAMENTE GLI ANZIANI E RISPARMIA I GIOVANI

JB: Mentre le morti si verificano in percentuali più elevate tra gli anziani, ci sono anche notizie di giovani, altrimenti sani, che muoiono. Che cosa sta succedendo al riguardo? E ci sono dibattiti su come le elevate percentuali di fumatori in Cina possono contribuire a tali morti?

BA: [Il fumo] decisamente contribuisce perché le condizioni di co-morbilità rendono peggiore [il Covid-19]. Nel lungo termine sappiamo che i fumatori subiscono malattie cardiovascolari e polmonari, e  questi sono co-fattori in termini di una probabilità più elevata di mortalità. Da tale punto di vista sappiamo che è un problema. In parte della [ricerca sulla] mortalità vediamo un tasso di mortalità più elevato tra gli uomini rispetto alle donne in Cina. C’è il sospetto che possa essere in funzione di differenze di abitudini nel fumo. Ci sono percentuali molto elevate di fumatori tra gli uomini in Cina, rispetto alle donne.

Abbiamo passato molto tempo a chiedere ai medici chi siano quelle persone sulla trentina e quarantina che deteriorano rapidamente e subiscono questa malattia e muoiono. Ci hanno detto: “Non lo sappiamo”. Io ho chiesto: “E riguardo al fumo?” Non ho trovato nessuno che rispondesse sì alla domanda. E’ qualcosa cui non ho potuto trovare risposta.

JB: Quali sono altri importanti vuoti di conoscenza?

BA: E’ difficile trovare il virus in campioni generali praticati nella comunità. E questo è interessante e rassicurante. Non è come l’influenza. Ma non abbiamo potuto trovare risposta alla domanda sul perché alcuni giovani, persone altrimenti sane, deteriorano improvvisamente. Dobbiamo capire questo se vogliamo mantenere in vita le persone.

JB: Negli anziani che cosa spiega l’elevato tasso di mortalità? E’ qualcosa che riguarda il deterioramento del sistema immunitario con l’età o la maggior probabilità di avere [di sviluppare] altre malattie invecchiando?

BA:  Penso sia la seconda cosa. Queste persone stanno morendo per un processo infiammatorio dei polmoni. Non è un processo infettivi, come un’infezione batterica o virale. E’ infiammatorio, come vediamo nella SARS. Non siamo sicuri del meccanismo. Non sappiamo se la percentuale di persone che muoiono che avevano il cancro fosse la metà rispetto all’ipertensione e a malattie cardiovascolari. Il diabete è un po’ inferiore  rispetto a tali due, e il cancro ancora inferiore.

JB: Dunque perché i bambini sembrano risparmiati sinora? Qual è l’ipotesi migliore?

BA: E’ la domanda da un milione di dollari. Ci sono tre possibilità: i bambini non sono contagiati per qualche motivo; sono contagiati ma hanno una manifestazione più leggera della malattia; sono contagiati e manifestano la malattia come tutti gli altri ma non lo abbiamo costatato perché le scuole sono chiuse. Penso che la prima e l’ultima ipotesi non siano la realtà. Dunque si tratta del gruppo di mezzo.

Ci sono un paio di teorie in circolazione [per spiegare questo]. I recettori cui si lega [il Covid-19] nei polmoni non sono molto maturi nei bambini. Ma la realtà è che vediamo questo fenomeno fino a 90 anni di età, dunque questo suona improbabile. Secondo: forse i quattro coronavirus che causano raffreddori conferiscono una certa immunità temporanea nei bambini. Ma allora perché gli anziani no [non sono protetti]?

Dobbiamo trovare un test sugli anticorpi [per sottoporre la popolazione a test degli anticorpi al virus] per scoprire se i bambini trasferiscono l’epidemia e noi semplicemente non lo vediamo.

 

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://popularresistance.org/who-expert-explains-why-chinas-cases-of-covid-19-are-declining/

Traduzione di Giuseppe Volpe

 

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