Il coronavirus ucciderà la globalizzazione?

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di John Feffer, 5 marzo 2020

A una cena di metà febbraio un architetto mi ha detto che stava avendo un problema nel completare i suoi progetti di un edificio. Si trattava della moquette.

La maggior parte della moquette a tutto pavimento per grandi progetti di costruzioni negli Stati Uniti, ha spiegato, proviene dalla Cina. L’epidemia di coronavirus a Wuhan – e la successiva chiusura di molte fabbriche cinesi – sta avendo un effetto a catena su tutta l’economia globale fino all’applicazione della moquette in edifici statunitensi.

La diffusione globale di un nuovo patogeno ha messo a nudo la fragilità della vita moderna. Mentre gira intorno al mondo, il coronavirus ha compromesso il sistema circolatorio della globalizzazione, riducendo enormemente il flusso internazionale di denaro, merci e persone. La malattia lo ha fatto piuttosto con poca spesa, infettando sinora meno di 100.000 persone. Estrapolazioni e paure hanno fatto per essa la maggior parte del lavoro.

Nel mondo delle cose, il coronavirus ha infettato le catene globali di forniture che collegano produttori e consumatori. Il traffico portuale a Los Angeles, il più grande porto statunitense, è diminuito del 25 per cento a febbraio. Il traffico di container, in generale, è sceso di più del 10 per cento il mese scorso.

I produttori che dipendono dall’approvvigionamento di componenti in paesi lontani avevano già riconsiderato la loro partecipazione alla catena di montaggio globale a causa di dazi, costi dei trasporti e accresciuta automazione. Questo “rimpatrio” riceverà un’accelerazione dagli scompigli del coronavirus.

Anche le persone  non si stanno muovendo molto. I servizi aerei in e dalle zone calde emergenti – Corea del Sud, Italia – sono stati cancellati. Le vendite di biglietti aerei la settimana scorsa erano giù del 10 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. L’industria delle crociere, dopo epidemie in un paio di grandi navi, ha subito un grosso colpo.

Dopo aver spensieratamente ignorato l’epidemia di coronavirus in Cina per la maggior parte di febbraio, i mercati hanno subito una forte picchiata nella settimana finale del mese. Il mercato azionario ha perso 6 trilioni di dollari di capitalizzazione la settimana scorsa, il suo risultato peggiore dalla crisi finanziaria di un decennio fa. E’ una testimonianza sia della persistenza della malattia, sia dell’incompetenza di certi leader nazionali, in particolare di Donald Trump. Nonostante l’intervento della Federal Reserve e di altre banche centrali, la volatilità del mercato prosegue.

Potrebbe sembrare ridicolo aspettarsi che un patogeno, persino uno che si diffonda alla velocità di una pandemia, possa invertire una traiettoria economica che è in costruzione da più di un secolo. Ma l’epidemia di coronavirus coincide con attacchi alla globalizzazione economica da molti quartieri differenti.

Gli ambientalisti, ad esempio, sono da molto tempo scettici circa la crescita economica globale incontrollata. La minaccia del cambiamento climatico ha acutizzato tale critica e l’ha posta fermamente al centro del dibattito corrente.

Nel frattempo l’aggravamento della disuguaglianza economica ha messo in discussione la capacità della globalizzazione economica di sollevare tutte le barche in una marea montante. Persino il FMI ha riconosciuto l’impatto nocivo di tale disuguaglianza (ma senza impegnarsi nella necessaria revisione istituzionale per affrontare il problema).

Infine, un rallentamento dell’integrazione economica globale nello scorso decennio suggerisce che il mondo possa aver già superato il picco della globalizzazione.

In aggiunta a queste sfide sistemiche, un crescente populismo politico ha attaccato l’élite economica globale come nemica del “popolo”. Donald Trump ha contrastato tale élite e la sua ortodossia del libero mercato imponendo dazi sia ad alleati, sia ad avversari e ritirando la partecipazione statunitense a grandi patti commerciali, come il Partenariato Transpacifico.

La guerra commerciale iniziata con la Cina ha avuto forse l’impatto maggiore. Ha colpito duramente entrambe le economie con perdita di occupazione, costi maggiori per i consumatori e mercati persi per produttori e coltivatori. Nonostante il recente accordo tra Pechino e Washington, la maggior parte dei dazi resta in vigore.

Nel frattempo il Regno Unito è alla fine uscito quest’anno dall’Unione Europea, il che è stato una vittoria per i nazionalisti economici. Populisti altrove hanno attaccato quella che Steve Bannon chiama la “Classe di Davos”. L’ortodossia neoliberista ha ceduto il passo a dichiarazioni di Prima gli Stati Uniti, Prima il Brasile, e via dicendo.

Una tale battuta d’arresto non è necessariamente fatale. La globalizzazione è stata contestata prima da crisi finanziarie, da pandemie come l’influenza di Hong Kong e persino dallo spettro dell’Anno 2000.

Questa volta, tuttavia, il fallimento della comunità globale nel fissare nuove regole del percorso per l’economia, l’ambiente e l’assistenza sanitaria, sta creando una tempesta perfetta di malfunzionamento internazionale. Se qualcosa con un livello relativamente basso di mortalità, come il coronavirus – tra l’un per cento e il 4 per cento, rispetto al 50 per cento della Ebola –  può fare un tale danno all’economia globale, forse la paziente stava già soffrendo di condizioni di base parecchio disperate.

 

Pandemia

Quando le persone viaggiano, si portano dietro ogni sorta di bagagli, compresi patogeni.

Così la grande era delle esplorazioni fu anche l’era del genocidio. Gli esploratori del Nuovo Mondo portarono un assortimento di patologie, quali il vaiolo e il morbillo, che erano nuove per le comunità indigene. Gli invasori coloniali sottoposero le Americhe alla guerra e alla schiavitù. Ma furono quelle malattie a essere largamente responsabili di una riduzione catastrofica delle popolazioni su e giù per le Americhe. Fino a 56 milioni di persone, o il 10 per cento della popolazione mondiale dell’epoca, morirono entro l’inizio del 1600. Il tasso di mortalità delle comunità indigene fu di un incredibile 90 per cento.

In cambio, gli esploratori tornarono nei loro paesi nativi con la sifilide, una malattia orribile, certo, ma che non spopolò radicalmente l’Europa.

Le pandemie sono chiaramente associate al movimento di mercanti e soldati. I soldati romani di ritorno dalla Mesopotamia furono responsabili della peste che devastò l’impero romano nel secondo secolo, una delle numerose pandemie che contribuirono a cancellare il dominio globale di Roma. La peste bubbonica del quattordicesimo secolo cominciò in Cina e raggiunse l’Europa attraverso navi mercantili che trasportavano topi infettati da pulci. Nell’era moderna, soldati di ritorno in patria dall’aver combattuto nella Prima guerra mondiale, diffusero l’influenza spagnola che uccise 50 milioni di persone.

Quell’ultima pandemia fu uno dei fattori responsabili del collasso della prima onda di globalizzazione moderna. Prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, nel 1914, il mondo non era mai stato più collegato con navi a vapore, treni e il telegrafo come tessuto connettivo. Il commercio, in proporzione del PIL, era al 14 per cento alla vigilia della guerra.

La devastazione della Prima guerra mondiale, seguita dall’epidemia di influenza, sferrò un duro colpo al commercio e all’integrazione economica mondiali. La depressione economica degli anni Venti, l’ascesa di vari tipi di nazionalismo e una Seconda guerra mondiale assicurarono che, arrivati al 1945, il commercio in percentuale del PIL fosse sceso a un mero 5 per cento.

La globalizzazione moderna è resa possibile della medicina moderna. Un paio di pandemie sono scoppiate dopo il 1945, ma non hanno bloccato il sistema circolatorio globale. Nell’antica lingua accadica, il termine per l’epidemia significava “morte certa”. Solo recentemente i professionisti della medicina sono stati in grado di gestire scoppi di epidemie di simili dimensioni.

Grazie alla seconda onda della globalizzazione, il commercio sarebbe aumentato di nuovo ai livelli registrati nel 1914, ma solo nei tardi anni Ottanta. Con il collasso del blocco sovietico, una terza onda di globalizzazione ha rimosso altre barriere al movimento di merci e denaro. Persino la Cina, un paese nominalmente comunista, ha aderito all’Organizzazione Mondiale del Commercio alla fine del 2001. Da allora ha offerto la sua versione della globalizzazione attraverso l’iniziativa Belt and Road che pone la Cina al centro di una rete in espansione di commerci e finanza.

Il coronavirus, di per sé, non porrà fine a questa più recente onda di globalizzazione. Come la pandemia di influenza del 1918, potrebbe contribuire a una tendenza di maggiore frammentazione. O, servendo da monito su come la salute dell’umanità sia stata per millenni mutualmente dipendente attraverso i confini, l’epidemia più recente potrebbe indurre un ripensamento di come il mondo opera insieme.

 

Le cose vanno a pezzi?

La Cina si dimostrerà centrale nello stabilire in quale direzione il mondo si diriga.

Al momento guru economici in occidente stanno esibendo un certo grado di Schadenfreude per le difficoltà di Pechino: Kenneth Rapoza, per esempio, sostiene su Forbes che “il nuovo coronavirus Covid-19 finirà per essere il sipario di chiusura sul ruolo quasi trentennale della Cina di principale produttore del mondo”. La catena di montaggio globale si stava già allontanando da fonti cinesi in conseguenza dei dazi di Trump, dunque la pandemia non fa che rafforzare tale tendenza.

La Cina potrebbe tuttora uscire vincitrice da tutto questo. Non più dipendente da produzioni di basso livello, potrebbe investire il suo surplus di capitale in una spinta ancora maggiore a una produzione a maggior valore aggiunto, particolarmente nella sfera digitale. Tale svolta potrebbe agevolare anche una forte riduzione dell’impronta carbonica del paese.

Molto dipende dalla relazione tra USA e Cina. Molto prima della crisi del coronavirus, l’élite politica statunitense aveva già abbandonato il sostegno al coinvolgimento con la Cina. La Cina era già pronta al disimpegno. Aveva preparato il terreno per una globalizzazione alternativa, denominata in renminbi e finanziata dai considerevoli avanti commerciali del paese. Molti paesi in prossimità della Cina hanno optato per partecipare all’iniziativa Belt and Road e ricevono finanziamenti dalla Asian Infrastructure Investment Bank.

Proprio nel momento in cui Cina e Stati Uniti dovrebbero forgiare un nuovo consenso sull’economia e l’ambiente, i due paesi di stanno dirigendo in direzioni diverse. E ciò renderà difficile per la comunità internazionale, quale essa è, arrivare a soluzioni globali a quelli che sono sempre più problemi globali, quali il cambiamento climatico e le pandemie.

A causa del coronavirus la Cina ha riscoperto quanto sia dipendente dal resto del mondo: perché acquisti prodotti cinesi, fornisca consumatori cinesi, fornisca materie prime del l’economia cinese, serva i turisti cinesi.

Il tasso di crescita previsto per la Cina nel 2020 è stato rivisto al ribasso dal 6 al 5 per cento, ma potrebbe scendere anche di più. Il sociologo Walden Bello sostiene da tempo che l’economia cinese è in effetti molto fragile, con un eccesso di capacità nel settore industriale, una bolla immobiliare, elevate percentuali di debito e una crescente disuguaglianza.

Con l’iniziativa Belt and Road, Pechino sperava di trovare una via d’uscita da questi problemi. Tale strategia dipende da numerose variabili ignote, che nel breve termine includono la persistenza della pandemia e i risultati delle imminenti elezioni presidenziali negli Stati Uniti.

Il coronavirus è un segnale d’allarme sia per Pechino, sia per Washington. Il nuovo status quo di una resuscitata Guerra Fredda tra i due egemoni è impraticabile. E’ ora di un’altra onda di globalizzazione, ma questa volta una che riduca le emissioni carboniche, proceda più equamente e rafforzi la capacità delle istituzioni internazionali di combattere le pandemie.

Non succederà senza la collaborazione tra USA e Cina. E non succederà senza un presidente statunitense diverso e senza un approccio diverso a Pechino.

John Feffer è il direttore di Foreign Policy In Focus.

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/will-the-coronavirus-kill-globalization/

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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