Il capovolgimento dei diritti umani in Brasile

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Aluizio Palmar

di Jacob Blanc – 12 febbraio 2020

Aluizio Palmar, un giornalista brasiliano, attivista per i diritti umani ed ex detenuto politico, è citato in giudizio per diffamazione dal suo stesso torturatore. La tortura fisica e psicologica ha avuto luogo quarant’anni fa, quando Palmar era incarcerato dalla dittatura militare che governò il Brasile dal 1964 al 1985. Ma è stato solo nel mese scorso, in un clima definito dal presidente brasiliano di destra Jair Bolsonaro, che il persecutore di Palmar si è sentito imbaldanzito a presentare la denuncia.

Come migliaia di altri sotto il regime militare, Palmar fu sottoposto a varie forme di tortura: scariche elettriche, affogamento simulato e il famigerato “trespolo del pappagallo” in cui era appeso a un palo con le mani e i piedi legati insieme, il corpo che ciondolante in basso, rannicchiato e sospeso in aria. Palmar fu torturato da numerosi agenti diversi nei quattro centri di detenzione in cui fu rinchiuso tra il 1969 e il 1971. Uno dei suoi persecutori si distinse sempre: il tenente Mario Espedito Ostrovski.

Quando Palmar fu incarcerato sua moglie era in incinta del loro figlio. Ostrovski lo sapeva e durante sedute di interrogatorio – che comprendevano violenze fisiche – il tenente tirò fuori la famiglia di Palmar. “Mi disse che avrebbe arrestato mia moglie, che le avrebbe fatto perdere il bambino che aspettavano”, ha ricordato Palmar. Ostrovski derise Palmar e lo strigliò per fare di suo figlio un sovversivo politico, ancor prima della nascita. “Mi disse che l’ideologia si trasmette col sangue”.

Oggi il settantaseienne Palma è coinvolto in una causa con Ostrovski. In un crudele capovolgimento, non è una causa della vittima che cerca giustizia nei confronti del suo persecutore. Invece è stato Ostrovski – divenuto avvocato dopo il suo servizio militare – a querelare Palmar per diffamazione e “danni morali” per i suoi sforzi di attirare l’attenzione del pubblico sui crimini di Ostrovski. In un momento in cui gli attivisti per i diritti umani stanno correndo crescenti pericoli in Brasile sotto un presidente che sia glorifica, sia normalizza la storia violenta del Brasile, una vittima di torture è citata per diffamazione dall’uomo che l’ha torturata.

Le violazioni dei diritti umani da parte di Ostrovski sono ben documentati, tra cui nel rapporto del 1984 sulla tortura intitolato Brazil: Nunca Mais’ (Brasile: mai più] e anche nella Commissione Nazionale per la Verità del 2014, il più vasto tentativo sinora di chiarire la repressione del regime militare del Brasile. In tali rapporti molteplici vittime hanno testimoniato gli atti di tortura di Ostrovski.

Nonostante tali prove, Ostrovski non ha mai subito un processo. Né, quanto a questo, nessuno in Brasile è stato chiamato a rispondere della crudeltà della dittatura. Diversamente dai vicini Cile e Argentina, dove in effetti hanno avuto luogo limitati processi, nemmeno un solo membro dell’esercito brasiliano ha subito accuse penali.

L’assenza di giustizia legale per violatori dei diritti umani in Brasile contribuisce a spiegare la causa contro Palmar. Dagli anni Ottanta, Palmar è stato un attivista per i diritti umani e giornalista ardente. E’ stato cofondatore di un giornale politico, ha scritto un libro sulla sparizione forzata di sei dissidenti brasiliani, ha gestito un sito web che pubblica documenti desegretati e ha fondato il Centro per i Diritti Umani e la Memoria Popolare nella città di Foz do Iguacu.

Così, anche se c’è stata un’assenza concertata di giustizia politica e istituzionale, Palmar e innumerevoli brasiliani come lui hanno combattuto per mantenere viva la memoria del passato. Una di tali iniziative ha avuto luogo nel 2013 e spicca come punto cruciale della causa attuale.

Come parte delle indagini per la Commissione Nazionale per la Verità, Palmar e tre altre vittime di torture hanno testimoniato in un’udienza pubblica. Dopo tale testimonianza, dimostranti si sono impegnati in un’azione politica comune in America Latina, nota come escrache: per denunciare Ostrovski – che aveva vissuto in un relativo anonimato – la folla ha marciato sul suo studio legale e ha tenuto una rumorosa manifestazione per “squalificarlo” in quanto torturatore. Lo stesso Palmar non ha preso parte alla protesta, ma ha pubblicizzato l’evento su Facebook.

Ed è precisamente l’atto di Palmar di aver condiviso la protesta su Facebook che Ostrovski sta ora citando nella sua richiesta di risarcimento legale e finanziario. Ma se l’evento ha avuto luogo nel 2013, perché solo oggi è avviata la causa legale?

La risposta si collega direttamente con l’attuale panorama politico del Brasile. Dopo l’elezione di Bolsonaro nell’ottobre del 2018, una duratura cultura di impunità è divenuta ancor più sfrontata. Capitano dell’esercito negli anni finali della dittatura, Bolsonaro ha costruito la sua carriera politica su una impenitente nostalgia per il governo militare. Tra le sue molte dichiarazioni che hanno fatto notizia, Bolsonaro ha evocato il più famigerato torturatore della dittatura nel voto per mettere in stato d’accusa l’ex presidente Dilma Rousseff – lei stessa vittima di torture – e ha affermato che l’assassinio da parte del regime di circa 500 cittadini non si era spinto abbastanza in là.

Carla Luciana Silva, docente di storia presso l’Università Statale del Paranà Occidentale, considera sia la presidenza di Bolsonaro, sia la causa legale di Ostrovski una conseguenza della transizione incoerente del Brasile dal governo militare a quello civile, in cui molte delle politiche dell’era della dittatura sono rimaste in vigore persino dopo il ritorno ufficiale della democrazia. In particolare ella segnala l’eredità della Legge di Amnistia del 1979 che ha reso quasi impossibile portare i colpevoli davanti alla giustizia.

“Dal 1979 i torturatori sono stati protetti da una legge che è interpretata come un’impunità per loro”, ha detto Luciana Silva. “Oggi loro sono protetti da un presidente irresponsabile, che governa chiaramente solo per un segmento della popolazione. Il torturatore si è sentito a suo agio nel citare in giudizio la sua vittima come se dovesse succedere nulla”.

Sia da giornalista, sia da attivista per i diritti umani, Palmar incarna due dei settori della società civile più sotto minaccia nel Brasile di Bolsonaro. Solo tra gli inizi di dicembre e quelli di gennaio molti giornalisti e canali mediatici in Brasile hanno subito maltrattamenti, compresi due giornalisti in Rondonia che hanno ricevuto una condanna sospesa al carcere in una causa di diffamazione e l’antenna di una stazione radiofonica distrutta mediante incendio. Lo stesso Bolsonaro ha recentemente rinnovato il suo antagonismo nei confronti della stampa:  quando a dicembre gli è stato chiesto del crescente scandalo di corruzione che circonda la sua famiglia, egli ha cambiato discorso aggredendo verbalmente il giornalista: “Sembri terribilmente simile a un omosessuale”. Queste minacce contribuiscono alla realtà pericolosa in cui, dal 2010, 22 giornalisti sono stati uccisi in Brasile.

E secondo la ONG Frontline Defenders, il Brasile è anche uno dei luoghi più mortali della terra per gli attivisti dei diritti umani, con uno spaventoso aumento delle minacce, degli arresti e di aggressioni fisiche contro attivisti, particolarmente per i diritti ambientali, indigeni e LGBTQI. Nel 2019 il numero dei leader e attivisti indigeni uccisi la raggiunto la percentuale più alta in due decenni e il regime di Bolsonaro continua a schivare ogni responsabilità di risolvere l’assassinio del 2018 di Marielle Franco, una consigliera comunale, femminista gay nera e attivista per i diritti umani. Bolsonaro ha anche attaccato i media quando sono emerse prove di apparenti contatti tra la sua famiglia e i sospetti assassini della Franco.

La situazione di Palmar è sintomatica di come i diritti umani siano capovolti in Brasile. E’ in gioco una doppia ingiustizia: non solo un sopravvissuto alla tortura è ancora una volta preda del suo ex persecutore, ma l’assenza di chiamata a rispondere lungo gli ultimi 40 anni è oggi aggravata a un punto tale che un torturatore sente che sono violati i suoi diritti. Nel Brasile di Bolsonaro torturatori come Ostrovski possono pervertire il sistema legale non solo per zittire vittime e critici, ma anche per tentare di ridefinire i diritti di chi contino davvero.

Prima di Bolsonaro i torturatori e violatori dei diritti umani del recente passato del Brasile si erano in larga misura tenuti celati dalla vista del pubblico. Come parte della Commissione Nazionale per la Verità, i colpevoli accusati erano stati chiamati a testimoniare. Ostrovski, come molti altri, si era rifiutato di farsi avanti.

Aluizio Palmar offre un motivo inequivocabile per la riemersione oggi di Ostrovski a citarlo in giudizio.

“Con Bolsonaro al potere [questi persecutori] si sentono liberi”, ha detto Palmar. “Si sentono liberi di andare attorno a minacciarci, a commettere forme di terrorismo. E sempre più stanno mettendo in pericolo la stessa democrazia brasiliana. C’è un nemico reale e ci ostacolerà a lungo.”

Per contribuire ad attirare l’attenzione sull’aggressione di Bolsonaro ai diritti umani, la comunità internazionale deve denunciare la causa contro Aluizio Palmar come un tentativo infondato di zittire una vittima e di intimidire un giornalista. Se lasciati senza controllo, torturatori come Ostrovski e i loro agevolatori al potere proseguiranno i loro sforzi di far tornare indietro l’orologio e riportare il Brasile al suo passato autoritario.

Jacob Blanc è docente di storia all’Università di Edinburgo.

 

 

da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/the-inversion-of-human-rights-in-brazil/

Originale: NACLA

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons

 

 

 

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