La verità sull’economia di Trump

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di Joseph Stiglitz – 18 gennaio 2020

Mentre i membri dell’élite economica si affannano verso Davos per la loro riunione annuale, ci si dovrebbe porre una semplice domanda: hanno superato la loro infatuazione per il presidente statunitense Donald Trump?

Due anni fa, alcuni rari leader industriali erano preoccupati per il cambiamento climatico, o turbati per la misoginia e l’estremismo di Trump. La maggior parte, tuttavia, festeggiava i tagli fiscali del presidente ai miliardari e alle imprese e attendevano con impazienza i suoi sforzi per liberalizzare l’economia. Ciò avrebbe consentito alle imprese di inquinare di più l’aria, di rendere più statunitensi dipendenti da oppiacei, di indurre più bambini a mangiare i loro cibi causa di diabete e di darsi al genere di  intrallazzi che hanno determinato la crisi del 2008.

Oggi molti capi industriali stanno tuttora parlando della continua crescita del PIL e dei prezzi record delle azioni. Ma né il PIL né [l’indice] Dow sono buone misure dei risultati economici. Nessuno dei due ci dice che cosa sta succedendo al tenore di vita dei cittadini comuni o qualcosa circa la sostenibilità. In realtà i risultati economici degli Stati Uniti negli ultimi quattro anni sono la prova regina nella denuncia della dipendenza da questi indicatori.

Per avere un buona lettura della salute economica di un paese, si cominci guardando alla salute dei suoi cittadini. Se sono felici e prosperi, saranno sani e vivranno più a lungo. Tra i paesi sviluppati, gli Stati Uniti si classificano agli ultimi posti a questo riguardo. L’aspettativa di vita negli Stati Uniti, già relativamente bassa, è scesa in ciascuno dei due anni della presidenza Trump e nel 2017 la mortalità nella mezza età ha raggiunto la sua percentuale più elevata dalla Seconda guerra mondiale. Questa non è una sorpresa, perché nessun presidente si è dato più da fare per assicurare che più statunitensi siano privi di assicurazione sanitaria. Milioni hanno perso la loro copertura e la percentuale di non assicurati è cresciuta, in solo due anni, dal 10,9 al 13,7 per cento.

Uno dei motivi del declino dell’aspettativa di vita negli Stati Uniti è ciò che Anne Case e l’economista premio Nobel Angus Deaton chiamano morti per disperazione, causate da alcol, eccessi di droga e suicidi. Nel 2017 (l’anno più recente per il quale sono disponibili dati affidabili) tali morti sono state quasi quattro volte il livello del 1999. La sola volta che ho visto qualcosa di simile a questi declini della salute – escluse guerre ed epidemie – è stata quando ero capo economista della Banca Mondiale e ho scoperto i dati sulla mortalità e sulla morbilità confermavano quanto suggerivano i nostri indicatori economici a proposito della condizione tetra dell’economia russa post sovietica.

Trump può essere un buon presidente per l’un per cento al vertice – e specialmente per lo 0,1 per cento al vertice – ma non è stato buono per tutti gli altri. Se attuati appieno, i tagli fiscali del 2017 determineranno aumenti delle imposte per la maggior delle famiglie nel secondo, terzo e quarto quintile del reddito.

Considerati i tagli fiscali che beneficiano sproporzionatamente gli ultraricchi e le imprese, non dovrebbe sorprendere che non ci sia stato alcun cambiamento significativo dei redditi disponibili della famiglia mediana statunitense tra il 2017 e il 2018 (di nuovo, l’anno più recente con dati attendibili). La parte del leone dell’aumento del PIL va anch’essa a quelli al vertice. Gli introiti settimanali reali mediani sono solo il 2,6 per cento più elevati del loro livello quando Trump ha assunto la carica. E questi aumenti non hanno compensato i lunghi periodi di stagnazione dei salari. Ad esempio, il salario mediano di lavoratore maschio a tempo pieno (e quelli con un posto a tempo pieno sono i fortunati) è tuttora più del 3 per cento inferiore a quanto era 40 anni fa. Né ci sono stati grandi progressi nel ridurre le disparità razziali: nel terzo trimestre del 2019 i guadagni settimanali mediani di un lavoratore nero a tempo pieno sono stati meno di tre quarti di quelli dei bianchi.

A peggiorare le cose, la crescita che si è verificata non è ambientalmente sostenibile, e ancor meno a causa della demolizione, da parte dell’amministrazione Trump, delle regole che ha superato stringenti analisi costi-benefici. L’aria sarà meno respirabile, l’acqua meno potabile, e il pianeta più soggetto a cambiamento climatico. In realtà le perdite relative al cambiamento climatico hanno già toccato nuove vette negli Stati Uniti, che hanno sofferto di maggiori danni alle proprietà che non qualsiasi altro paese, raggiugendo circa l’1,5 per cento del PIL nel 2017.

Si presupponeva che i tagli fiscali avrebbero innescato una nuova ondata di investimenti. Hanno invece scatenato un’ubriacatura record di riacquisti di azioni – circa 800 miliardi nel 2018 – da parte di alcune delle società più redditizie degli Stati Uniti e a deficit record in tempo di pace (circa 1 trilione di dollari nell’anno fiscale 2019) in un paese supposto prossimo alla piena occupazione. E pur con scarsi investimenti gli Stati Uniti hanno dovuto indebitarsi massicciamente all’estero: i dati più recenti mostrano un indebitamento all’estero di quasi 500 miliardi di dollari l’anno, con un aumento di più del 10 per cento della posizione debitoria netta degli Stati Uniti in un solo anno.

Analogamente, le guerre commerciali di Trump, nonostante tutto il loro strepito e furore, non hanno ridotto il deficit commerciale statunitense, che nel 2018 è stato un quarto superiore a quello del 2016. Il deficit mercantile del 2018 è stato il più vasto mai registrato. Anche il deficit nel commercio con la Cina è stato circa un quarto superiore al 2016. Gli USA hanno ottenuto un nuovo accordo commerciale nord-americano, senza le clausole dell’accordo sugli investimenti che voleva la Business Roundtable, senza le clausole riguardanti i prezzi dei medicinali che volevano le compagnie farmaceutiche e con migliori norme sul lavoro e ambientali. Trump, un auto-proclamato maestro delle trattative, ha perso su quasi ogni fronte nei suoi negoziati con i Democratici del Congresso, con la conseguenza di un accordo commerciale leggermente migliorato.

E nonostante le promesse vantate da Trump di riportare negli USA i posti di lavoro nella manifattura, l’aumento nell’occupazione manifatturiera è ancora inferiore a quanto era sotto il suo predecessore, Barack Obama, una volta avviata la ripresa post 2008 ed è tuttora marcatamente inferiore a quanto era al suo livello precrisi. Anche il tasso di disoccupazione, a un minimo da cinquant’anni, maschera la fragilità dell’economia. Il tasso di occupazione di maschi e femmine in età da lavoro, pur crescendo, è aumentato meno che durante la ripresa di Obama ed è tuttora considerevolmente inferiore a quello di altri paesi sviluppati. Il ritmo della creazione di occupazione è anch’esso marcatamente inferiore di quanto era sotto Obama.

Di nuovo, il basso tasso di occupazione non è una sorpresa, nondimeno perché le persone poco sane non possono lavorare. Inoltre, quelli che ricevono indennità di invalidità, quelli in carcere – la percentuale di carcerati negli Stati Uniti è aumentato di più di sei volte dal 1970, con circa due milioni di persone dietro le sbarre – o quelli tanto scoraggiate da non cercare attivamente lavoro non sono conteggiati come “disoccupati”. Ma, naturalmente, non sono occupati. Né è una sorpresa che un paese che non offre assistenza accessibile all’infanzia o non garantisce permessi familiari abbia un’occupazione femminile inferiore – percentualmente alla popolazione di più di dieci punti inferiore – rispetto ad altri paesi sviluppati.

Anche giudicando in base al PIL, l’economia di Trump non è all’altezza. La crescita dell’ultimo trimestre è stata solo del 2,1 per cento, molto inferiore al 4, 5 o addirittura 6 per cento che Trump aveva promesso di realizzare, e persino inferiore al 2,4 per cento medio del secondo mandato di Obama. Questo è un risultato marcatamente scarso se si considera lo stimolo offerto dal trilione di dollari di deficit e dai tassi d’interesse ultra-bassi. Questo non è un caso, o solo una questione di sfortuna: il marchio di Trump e incertezza, volatilità, e prevaricazione, mentre fiducia, stabilità e sicurezza sono essenziali per la crescita. E lo stesso è l’uguaglianza, secondo il Fondo Monetario Internazionale.

Dunque Trump merita voti scarsi non solo su compiti essenziali quali il rispetto della democrazia e la difesa del nostro paese. Non dovrebbe essere promosso nemmeno riguardo all’economia.

Joseph E. Stiglitz, premio Nobel in economia, è docente universitario alla Columbia University e capo economista presso il Roosevelt Institute. Il suo libro più recente è ‘People, Power and Profits: Progressive Capitalism for an Age of Discontent’.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-truth-about-the-trump-economy/

Originale: Project Syndicate

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons

 

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