Uno storico riflette sul ritorno del fascismo

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di Lawrence Wittner – 7 gennaio 2020

Nel 1941, l’anno in cui sono nato, il fascismo stava per conquistare il mondo. Durante i decenni precedenti, movimenti della destra radicale – mobilitati da demagoghi a un culto di virulento nazionalismo, odio razziale e religioso e militarismo – avevano compiuto grandi passi in nazioni di tutto il pianeta. Alla fine del 1941 Germania, Italia e Giappone fascisti avevano lanciato grandi invasioni militari di altre terre, avevano conquistato gran parte dell’Europa, dell’Asia e del Medio Oriente.

Furono tempi cupi.

Per fortuna, tuttavia, sorse un movimento enorme per opporsi al colosso fascista. Guidato da liberali e membri assortiti della sinistra in tutto il mondo e alla fine sostenuto dall’alleanza di Gran Bretagna, Unione Sovietica e Stati Uniti, questo movimento di resistenza alla fine prevalse.

La lotta antifascista della Seconda guerra mondiale creò il terreno per un ordine internazionale nuovo e migliore. Nel gennaio del 1941 il presidente statunitense Franklin D. Roosevelt, in un importante discorso pubblico, espose quelle che divennero note come Le Quattro Libertà. I popoli di tutte le nazioni, proclamò, dovrebbero godere della libertà di parola e di espressione, della libertà di culto, della libertà dalla paura e della libertà dal bisogno. Nell’agosto di quell’anno Roosevelt e il primo ministro britannico Winston Churchill rivelarono la Carta Atlantica, dichiarando che i popoli dovevano avere diritto alla libertà di scegliere la propria forma di governo, che la forza doveva essere abbandonata negli affari mondiali e che l’azione internazionale doveva promuovere una vita e condizioni di lavoro migliorate per tutti.

Queste dichiarazioni pubbliche – accoppiate al diffuso discredito di partiti, movimenti e idee di destra – condusse direttamente alla creazione, nel 1945, delle Nazioni Unite. Secondo la Carta dell’ONU, lo scopo della nuova organizzazione mondiale era “salvare le generazioni successive dal flagello della guerra”, “riaffermare la fede in diritti umani fondamentali” e “impiegare l’apparato internazionale per la promozione del progresso sociale ed economico di tutti i popoli”.

E, in effetti nei decenni seguenti la Seconda guerra mondiale, ci furono considerevoli passi avanti in proposito. Guidate da Eleanor Roosevelt, le Nazioni Unite promulgarono una Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sancendo diritti fondamentali da proteggere. Inoltre, gran parte dell’Europa, il centro di due terribili guerre mondiali, mise da parte il nazionalismo per creare un’unione federale. Inoltre, un’ondata di decolonizzazioni liberò gran parte del mondo dal dominio straniero e le Nazioni Unite e molti governi nazionali crearono programmi di aiuti economici per i paesi più poveri del mondo.

Occorre ammettere che le politiche nazionali a volte non sono all’altezza dei nuovi ideali e programmi internazionalisti, antimilitaristi e ugualitari. I governi – e particolarmente i governi della maggiori potenze – hanno sin troppo spesso ignorato le Nazioni Unite e hanno invece sprecato le loro risorse in crescendo militari e guerre terribili. Molti governi avevano anche una storia macchiata quando si trattava di rispettare diritti umani, promuovere progresso sociale ed economico e limitare il crescente potere delle imprese multinazionali.

Anche così, per decenni politiche interne umane – dal divieto di discriminazione razziale alla cancellazione di leggi inique sull’immigrazione, dal miglioramento della sanità pubblica alla promozione di interventi contro la povertà e a favore dei diritti dei lavoratori – restarono la norma in molte nazioni, quanto meno un inchino alla pace e alla legge internazionale.

Ma circa nell’ultimo decennio queste politiche sono state spazzate via da movimenti e partiti che seguono il vecchio copione fascista, con demagoghi di destra che ne strombazzano gli elementi chiave del nazionalismo virulento, dell’intolleranza razziale e religiosa e del militarismo. Sfruttando, in particolare, le migrazioni di massa e finanziata da avide élite economiche, questa rinascita della destra radicale ha fatto progressi impressionanti, minando l’Unione Europea, correndo per il potere in Gran Bretagna, Francia, Germania, Olanda e Grecia e prendendo il controllo di paesi quali Russia, India, Italia, Ungheria, Polonia, Turchia, Brasile, Filippine, Israele, Egitto e, naturalmente, Stati Uniti.

Molto prima dell’avvento di Donald Trump, il Partito Repubblicano [Grand Old Party – GPO] aveva operato una svolta a destra, spinto in quella direzione dalla sua incorporazione di razzisti del sud e di cristiani evangelici. Tale riorientamento politico è accelerato dopo che l’elezione di Barack Obama aveva spinto i suprematisti bianchi in una frenesia di rabbia e autocommiserazione.

La campagna elettorale 2015-16 di Trump per la presidenza ha accelerato la radicalizzazione del GPO. Attingendo a una retorica insolitamente carica di odio, egli ha malignamente denunciato i suoi rivali Repubblicani e Democratici. Lungo il percorso si è dato alle sue caratteristiche menzogne e ha irriso o incitato la violenza contro i suoi critici, i disabili, i migranti, le persone di colore, i mussulmani, le donne e la stampa. Il suo razzismo, xenofobia e militarismo, sommati al suo stile da bullo e alla manifesta assenza di requisiti per la carica pubblica, avrebbero dovuto condannare la sua campagna. Ma, invece, ne è emerso vittorioso; un chiaro segno che un numero considerevole di statunitensi trovava attraente il suo approccio.

Da presidente, Trump non solo ha esibito un notevole disprezzo per la verità, la legge, le libertà civili, i poveri, i diritti civili e i diritti delle donne, ma ha compiaciuto i ricchi, le imprese, i suprematisti bianchi e i fanatici religiosi. Si è anche dimostrato abile nell’incitare odi tra i suoi seguaci di destra mediante invettive razziste e xenofobe scagliate in riunioni di massa e mediante messaggi di propaganda. Contemporaneamente ha forgiato strette alleanze con i suoi omologhi autoritari all’estero. Per amore o per forza i dirigenti Repubblicani si stringono sempre più tenacemente a lui quale Leader Supremo della nazione. Se il GOP non è ancora un partito fascista, è ben sulla via di diventarlo.

Essendo cresciuto in un tempo in cui maniaci farneticanti spinsero i loro fanatici seguaci a estirpare libertà e decenza umana, io ho, purtroppo, molta familiarità con lo schema.

Anche così, la lotta per il futuro è lungi dall’essere conclusa. Nel corso della mia vita ho visto potenti movimenti condurre lotte vincenti per la giustizia razziale, i diritti delle donne, e l’uguaglianza economica. Ho visto grandi campagne contestare con successo guerra e follia nucleare. Ho visto l’emergere di leader politici stimolanti che hanno rovesciato dittature contro probabilità incredibilmente contrarie. Cosa forse più importante, ho visto milioni di persone, negli Stati Uniti e in tutto il mondo, cambiare la marea contro il fascismo quando, circa otto decenni fa, esso minacciò di travolgere il mondo.

Speriamo che lo possano fare di nuovo.

Il dottor Lawrence Wittner, collaboratore di PeaceVoice, è docente emerito di storia all’Università Statale di New York, Albany. E’ autore di ‘Confronting the Bomb’ (Stanford University Press).

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://zcomm.org/znetarticle/a-historian-reflects-on-the-return-of-fascism/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2020 ZNET Italy – Licenza Creative Commons

 

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