Capitalismo con caratteristiche cinesi

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di Walden Bello – 15 dicembre 2019

Questo articolo è la seconda parte di una serie sulla Cina come potenza globale.

L’esperimento della Cina con il socialismo è stato caotico e non ha prodotto la molto desiderata transizione allo sviluppo e alla prosperità.

Quando il paese ha rotto con il socialismo e si è avventurato cautamente nello sviluppo guidato dal mercato nella campagna nei tardi anni Settanta, la Cina era una delle società più uguali della terra. Era anche molto povera, con il trenta per cento della popolazione che viveva sotto la soglia della povertà, molto similmente alle Filippine allora.

Oggi, con il suo coefficiente Gini, una misura della disuguaglianza, allo 0,50 o superiore, la disuguaglianza in Cina è pari a quella delle Filippine. Tuttavia il numero di cinesi che vivono in povertà è sceso a circa il 3 per cento della popolazione, mentre oltre il 20 per cento del filippini è ancora povero. La disuguaglianza è aumentata ma in termini di ascesa del popolo dalla povertà, la Cina è considerata con una storia di successo senza riserve, probabilmente la sola nel mondo.

Una familiarità con le caratteristiche e le vulnerabilità chiave dell’economia cinese contemporanea ci consentirà di ricavare una sensazione delle dinamiche e della direzione delle relazioni economiche della Cina con le Filippine e con il resto del Sud globale.

Ad esempio, è facile scambiare, come molti hanno fatto,  la decantata iniziativa Belt and Road (BRI) per un piano grandioso di egemonia globale della Cina se non si considera il problema del grande eccesso di capacità industriale della Cina, per il quale la BRI è stata ideata come soluzione. E non si può comprendere il problema dell’eccesso di capacità senza riferirsi, a sua volta, a quello delle caratteristiche centrali dell’economia cinese: il decentramento del processo decisionale, che ha condotto a un gran numero di progetti in competizione tra loro, grandi sprechi e un enorme surplus di capacità.

Quella cinese è un’economia capitalista, anche se unicamente cinese. Potrebbe essere chiamata “capitalismo con caratteristiche cinesi”, per dare un’interpretazione più accurata dell’enigmatica descrizione di Deng Xiaoping del suo progetto quale “socialismo con caratteristiche cinesi”. Deng, il pragmatico successore di Mao quale personalità dominante della politica cinese, guidò l’integrazione della Cina nell’economia capitalista globale negli anni Ottanta e Novanta.

La politica economica contemporanea della Cina ha quattro caratteristiche chiave:

  1. E’ largamente liberalizzata o diretta dal mercato.
  2. E’ largamente privatizzata ma con l’intervento statale in aree considerate strategiche.
  3. La sua avanguardia è una produzione orientata all’esportazione sostenuta da “repressione finanziaria”.
  4. Ed è decentrata, con un elevato livello di autonomia del processo decisionale locale, mentre le autorità centrali sono concentrate su vaste strategie e politiche macroeconomiche a livello nazionale.

 

Liberalizzazione

La liberalizzazione, o rimozione dei controlli statali su produzione, distribuzione e consumo, ha avuto luogo in tre fasi lungo gli anni Ottanta e Novanta.

La riforma del mercato è iniziata con la de-collettivizzazione e il ripristino di un’economia contadina basata sul mercato nelle campagne nei primi anni Ottanta, seguiti dalla riforma delle imprese statali urbane e dalla riforma dei prezzi nei tardi anni Ottanta. Negli anni Novanta la riforma delle imprese statali (SOE) è accelerata, con il fine della trasformazione di tali imprese in società capitaliste orientate al profitto.

In tutte queste fasi la spinta maggiore delle riforme è consistita, come ha detto Ho-Fung Hung, un’eminente autorità sulla trasformazione economica della Cina, nel “decentrare l’autorità della pianificazione e della disciplina dell’economia e nell’aprire l’economia prima al capitale cinese della diaspora (cinesi all’estero) in Asia e poi al capitale transnazionale da tutto il mondo”.

 

Privatizzazione con intervento statale strategico

Anche se segnali del mercato provenienti dalla domanda dei consumatori locali e dalla domanda globale erano diventati il fattore determinante dell’allocazione delle risorse, la mano visibile dello stato non era scomparsa. Era solo diventata più attenta. Pur abbandonando la pianificazione centrale, lo stato cinese non seguì il cosiddetto modello di sviluppo statale dell’Asia Nord-orientale di cui erano state avanguardie Giappone, Corea del Sud e Taiwan, che limitava gli investimenti stranieri e favoriva a tutto campo le imprese nazionali.

Per contro, in Cina i settori non strategici dell’economia sono stati aperti alla competizione tra imprese private, locali e straniere, mentre le aree considerate strategiche dal punto di visto della sicurezza nazionale, dell’interesse nazionale e della “competitività nazionale” generale, sono state sottoposte a una considerevole disciplina statale, con gran parte della produzione controllata da imprese statali (SOE) cui è stato, tuttavia, concesso un certo grado di competizione tra loro.

In altri termini il governo ha permesso investimenti stranieri diretti su vasta scala per consentire a imprese locali di accedere alla tecnologia straniera e a diffonderla presso un’intera serie di industrie, mantenendo contemporaneamente un controllo esclusivo e concentrando le risorse statali sulle industrie considerate vitali per lo sviluppo complessivo dell’economia.

Considerato il grande ritiro dello stato da vasti strati dell’economia, è giustificato descrivere l’economia politica cinese come “neoliberista con caratteristiche cinesi”, come fa l’economista marxista David Harvey. Ma forse è meglio caratterizzata come un’economia di mercato con isole strategiche di produzione controllata dallo stato e con una vasta sorveglianza macroeconomica esercitata dallo stato centrale.

Ciò è tutt’altro rispetto alla micro-gestione centralizzata dell’economia dello stato socialista ante 1978.

 

Produzione orientata all’esportazione con repressione finanziaria

Anche se la parte maggiore della produzione nazionale era diretta al mercato locale, la spinta strategica dell’economia cinese post-liberalizzazione è stata una industrializzazione rapida attraverso la produzione per l’esportazione, una caratteristica colta nel detto che la Cina è diventata “la fabbrica del mondo”.

Le esportazioni, al loro picco nel primo decennio di questo secolo, hanno toccato un enorme 35 per cento del prodotto interno lordo, un dato triplo di quello del Giappone. La Cina è diventata, come dice Hung, lo “snodo di una rete globale di produzione che inizia con gli studi di progettazione negli Stati Uniti e in Europa, procede attraverso produttori di componenti specializzati e materie prime nell’Asia orientale e sud-orientale e termina in Cina, dove progetti, materiali e componenti sono assemblati in prodotti finiti che sono poi inviati in tutto il mondo”. (In questa divisione del lavoro “sino-centrica” le Filippine sono state integrate come produttrici di cibo, fonte di materie prime e fornitrici di componenti industriali quali chip per computer).

Rendere la produzione orientata all’esportazione l’avanguardia dell’economia ha significato frenare la crescita dei consumi interni, una caratteristica che è stata sottolineata dalla politica della repressione finanziaria: cioè i tassi d’interesse sui depositi dei consumatori sono stati tenuti deliberatamente bassi al fine di mantenere basso il tasso d’interesse sui prestiti a imprese statali e private impegnate nella produzione per l’esportazione. Dal 2004 al 2013 il tasso reale medio sui depositi è stato uno 0,3 per cento estremamente basso.

Un terzo ingrediente chiave della produzione orientata all’esportazione è stato una politica di mantenimento del valore del renmimbi basso in rapporto con il dollaro. Da 1979 al 1994 il renminbi si è costantemente deprezzato rispetto al dollaro, ad 1,5 a 8,7, mentre la Cina abbandonava il suo vecchio modello di sostituzione delle importazioni dell’era Mao per dirigersi a un modello orientato all’esportazione che richiedeva un renminbi sottovalutato per rendere competitive sui mercati globali le esportazioni cinesi. Poi, nel 1994, il renminbi è stato svalutato del 33 per cento rispetto al dollaro, seguito da un ancoraggio a 8,3 renminbi per dollaro nei successivi nove anni, promuovendo vigorosamente la competitività delle merci cinesi sui mercati globali.

Nella sua guerra commerciale con la Cina il presidente statunitense Donald Trump ha definito la Cina “manipolatrice della moneta”, asseritamente mantenendo basso il valore del renminbi per inondare gli Stati Uniti con le sue esportazioni. Tuttavia la maggior parte degli economisti afferma che la Cina ha lasciato in larga misura che fossero le forze del mercato a stabilire il valore del renminbi da oltre un decennio.

Il quarto ingrediente del modello diretto dall’esportazione, il suo “carburante indispensabile” secondo Hung, è stato “la protratta manodopera a basso costo liberata dalla campagna dalla metà degli anni Novanta”. Anche se c’è stata una “manna demografica” sotto forma di un vasto surplus rurale di manodopera che ha consentito alla Cina di approfittare del lavoro a basso costo più a lungo di altre economie asiatiche, quest’ultimo è stato anche il risultato di politiche governative che, diversamente dagli anni Ottanta, hanno canalizzato risorse dalle aree rurali alle aree urbane e generato un esodo continuo di popolazione rurale dagli anni Novanta.

La somma di politiche finanziarie favorevoli al settore dell’esportazione, di una moneta sottovalutata e di un basso costo del lavoro è stata una formula che ha scatenato nel mondo una marea di merci cinesi a basso prezzo che si è dimostrata profondamente destabilizzante non solo per i settori industriali delle economie del Nord globale, ma anche per quelle del Sud globale, quali Messico e Brasile, che avevano livelli salariali più elevati.

In queste aree la Cina è stata non solo una fonte di importazioni concorrenziali ma anche una causa di de-industrializzazione con alcune imprese che hanno sradicato le loro strutture industriali a intensità di manodopera e le hanno trasferite nella Cina sud-orientale e altre che hanno semplicemente subappaltato la produzione delle loro merci a società cinesi a basso costo del lavoro. Non sorprendentemente il risentimento della classe lavoratrice è montato in luoghi della cosiddetta “rust belt” degli USA, risentimento che Trump è stato in grado di sfruttare nel 2016 con la sua  retorica  anticinese nella sua corsa alla presidenza.

 

Autoritarismo decentrato

Contrariamente all’immagine popolare dello sviluppo cinese quale prodotto della direzione centralizzata, un carattere decentrato è stato, in realtà, una della delle sue caratteristiche chiave.

Il decentramento è stato uno degli ingredienti chiave della formula di crescita della Cina, risalente agli anni Novanta. Il decentramento è stato uno sprone a un’intensa competizione tra località da quando Pechino, secondo un resoconto, “ha avviato la valutazione di dirigenti locali in base a quanto cresceva la loro economia sotto il loro sguardo”, ed essi, a loro volta, “concorrevano tra loro nel corteggiare società, offrendo loro terreni a basso prezzo, tagli fiscali e manodopera a basso costo”.

Descritto essenzialmente come una trasformazione della burocrazia in una “vasta start up”, il decentramento ha perseguito una decisiva rottura con l’economia pianificata e una spinta alle autorità locali a essere “proprietarie” del processo di riforma sia dando loro la responsabilità di mettere insieme le risorse per gli investimenti, sia concedendo loro di incassare i premi di una riuscita accumulazione del capitale.

Le autorità provinciali e locali hanno così avuto un grande potere nell’interpretare e attuare le direttive strategiche generali di Pechino. L’autorità economica del governo centrale è stata generalmente indebolita, il suo ruolo trasformato in quello di un “protagonista indiretto”, concentrato sulla gestione dello sfondo macroeconomico quale i tassi d’interessi, i rapporti di cambio e le politiche preferenziali nei confronti di determinate regioni e settori. In effetti la Cina è stata descritta come il “paese più decentrato della terra”, con la quota di entrate del governo locale più che doppia rispetto a quella comune nei paesi sviluppati, e anche molto maggiore di quella comune nei paesi in via di sviluppo.

E’ importante notare, tuttavia, che la forte autorità locale e dominio sulle risorse nell’accumulazione del capitale e sul processo di sviluppo hanno coperto principalmente i settori non strategici dell’economia. Importanti attrici del controllo centrale nelle province sono state alcune imprese statali chiave (SOE) nei settori strategici designati, quali l’energia, le industrie pesanti, le ferrovie e le telecomunicazioni che erano direttamente controllate da Pechino, anche se esse stesse godevano di un elevato livello di autonomia. Qui va precisato, tuttavia, che la maggioranza delle 150.000 SOE del paese – e due terzi di tutti i patrimoni delle SOE – erano controllate da amministrazioni provinciali e locali, non da Pechino.

Il rapporto tra la periferia e il centro ha oscillato tra decentramento e ri-accentramento nel corso degli anni, con la fase più recente di ri-accentramento, anche se limitato, che sta avendo luogo sotto l’attuale guida di Xi Jinping.

Nella maggior parte degli altri paesi la portata del decentramento avrebbe probabilmente determinato un indebolimento permanente del centro. La Cina, tuttavia, ha un vantaggio su altri paesi che fa sì che il sistema funzioni e non finisca a pezzi ed esso è la struttura del Partito Comunista che è parallela alla struttura del governo a tutti i livelli e in tutte le regioni. Pure consentendo conflitti di fazione a un livello considerevole, la struttura del partito e la sua relativa disciplina sono ciò che rende possibile il paradosso dell’”autoritarismo decentrato”.

Liberalizzazione, privatizzazione accanto a interventi strategici in industrie chiave, industrializzazione guidata dall’esportazione con la gestione della moneta da parte dello stato e autoritarismo decentrato, questi sono stati gli ingredienti del cosiddetto miracolo cinese. Sono anche stati responsabili di generare i problemi che ora l’economia affronta, un tema al quale torneremo nel prossimo capitolo di questa serie.

Questa serie è basato sullo studio recentemente pubblicato da Focus on the Global South intitolato ‘China: An Imperial Power in the Image of the West?’ in occasione del settantesimo anniversario, quest’anno, della fondazione della Repubblica Popolare Cinese.

Il giornalista di Foreign Policy In Focus Walden Bello e direttore fondatore e attuale co-presidente del Consiglio di Focus on the Global South. E’ autore o co-autore di 26 libri e monografie.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/capitalism-with-chinese-characteristics/

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

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