Testimoni della rivoluzione del Rojava: hevaltî e dignità

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di Debbie Bookchin, Emre Sahin e Marina Sitrin – 24 novembre 2019

Quello che ha avuto luogo nel Rojava è facilmente uno degli esperimenti più ispiratori ed eccitanti di autogoverno autonomo mai esistiti. E’ anche uno dei più grandi, e inclusivi di genere, spesso paragonato alla Rivoluzione Spagnola del 1936, nonché agli zapatisti del Chiapas, Messico. E tuttavia la gente fuori dalla regione sa poco delle diverse dimensioni della rivoluzione che ha luogo nel Rojava. E oggi questo territorio rivoluzionario è sotto attacco militare e politico, con la sua stessa esistenza a rischio.

Quella che segue è la seconda di una serie di interviste in tre parti con persone che hanno avuto continue relazioni nel Rojava e che hanno trascorso del tempo nel territorio rivoluzionario. Le prime due parti della serie sono con Debbie Bookchin ed Emre Sahin. Debbie, giornalista, scrittrice, oratrice pubblica e organizzatrice è figlia di Murray Bookchin e ha trascorso parte della primavera nel Rojava. Emre, una dottoranda curda e interprete ha trascorso la maggior parte dell’estate del 2019 recandosi in 14 paesi e città diverse del Rojava, conducendo ricerche e interviste in profondità.

La terza parte è un’intervista a Carne Ross, direttore esecutivo di Independent Diplomat e scrittore. Carne ha lasciato la sua carriera di diplomatico britannico, avendo lavorato in numerose ambasciate ed è stato direttore della sezione Medio Oriente e vicedirettore della sezione politica presso la missioni britannica alle Nazioni Unite. Carne ha girato il film Accidental Anarchist, basato sul suo periodo nel Rojava.

Come si possono raccontare il successo e gli effetti di una rivoluzione? A parte la soddisfazione di bisogni materiali e l’avere potere sulla propria vita, è riguardo a come le persone si contengono, come sentono, come sono diverse, più fiduciose, sicure di sé e come cambiano le loro relazioni reciproche. E’ una questione di dignità e nuove soggettività.

Debbie: Le persone che ho conosciuto in tutto il Rojava usano il termine “heval” per rivolgersi le une alle altre. Heval innanzitutto e soprattutto significa amico e significa anche compagno. Questo mi ha ricordato la Spagna, durante la rivoluzione del 1936, e come i titoli formali delle persone erano decaduti perché tutti erano diventati un “compañero” o una “compañera”, un compagno ma anche un amico.

Nel Rojava il termine heval ha un ruolo simile e c’è qualcosa di davvero bello al riguardo; si è amici, si è compagni e si è collaboratori perché si è tutti insieme nella lotta. E questo, a sua volta, diventa “hevaltî” che tradizionalmente significa amicizia, ma nel Rojava finisce per incarnare qualcosa di più: una mentalità di collettività, di scopo condiviso.

C’è un grande senso di cura nel Rojava, che è promosso molto potentemente attraverso il movimento delle donne. Il movimento delle donne permea ogni aspetto della vita e in molti modi ciò è stato una delle cose che mi hanno sorpreso di più.

Sapevo che il Rojava era in larga misura una rivoluzione femminile, e che uno dei suoi principali aspetti organizzativi è il suo essere anti-patriarcale e antigerarchico. Ero anche consapevole che al cuore della rivoluzione c’è l’idea che si devono cambiare completamente le relazioni sociali al fine di creare una società giusta. Questa idea deriva da Abdullah Ocalan ed anche presente nell’opera di mio padre [Murray Bookchin] dal cui lavoro Ocalan ha tratto ispirazione.

Ciò che mi ha sorpresa, tuttavia, e di cui non mi ero resa conto fino a quando non sono arrivata là a vederlo con i miei occhi, è stato quanto profondamente importante sia il movimento delle donne nel realizzare questa trasformazione. Sotto gli auspici dell’organizzazione femminile ombrello Kongreya Star (Congresso Star) il movimento delle donne si estende a ogni aspetto della vita.

Per offrire un esempio, ci sono le Mala Jině,  le Case delle Donne, che sono presenti in ogni comunità che ho visto nel Rojava. Questi sono luoghi in cui le donne di ogni età, anche se largamente guidate da donne anziane, sbrogliano i problemi della comunità. Le Mala Jině sono usate molto frequentemente da un largo segmento della comunità; invece della polizia o del sistema giudiziario, sono una sorta di primo approdo per le persone che hanno dispute.

Molte di queste dispute sono domestiche, poiché c’è un mucchio di istruzione ancora da realizzare nelle comunità e così spesso si vedranno arrivare donne che hanno problemi con i loro mariti o i loro padri, ma sono anche usate per altri generi di conflitto, come dispute tra vicini o dispute economiche. Cosa importante, non sono solo membri curdi della comunità che visitano le  Mala Jině; ad esempio o visto arrivare una donna araba una volta che aveva difficoltà con suo padre.

L’attenzione è molto sull’istruzione. Ad esempio, quando un padre pensa vada bene costringere la sua figlia adulta a stare a casa, le donne della Mala Jině innanzitutto offrono protezione alla parte danneggiata; hanno in atto un sistema in cui se una persona a bisogno di essere allontanata da una situazione pericolosa, può esserlo, e insieme con i suoi figli, se necessario. Poi si rivolgono alla parte che aggredisce ed elaborano le cose per coinvolgerla, per parlarle, creare un piano su come può essere educata a un punto di vista più liberatorio e poi farle firmare un contratto, di cui poi controllano il seguito, verificando se effettivamente stanno operando cambiamenti.

In questo modo sono spesso in grado di evitare il tipici sistema giudiziario statale che usiamo noi, in cui le persone vanno dalla polizia, vanno in tribunale e a volte delle persone sono incarcerate. Quella per loro è in gran parte un’ultima spiaggia. E questo, la Mala Jině, è uno dei molti progetti del movimento delle donne.

Sono anche impegnate nell’istruzione e nel sostegno alle aziende di proprietà femminile. Fino alla rivoluzione ai curdi non era permesso parlare la loro lingua, indossare i loro abiti, ascoltare la loro musica, e ancor meno insegnare la lingua ai figli. E le donne erano le destinatarie ultime delle peggiori forme di dominio.

Kongreya Star si reca porta a porta, invitando donne di ogni etnia di ogni villaggio, paese e città a venire alle accademie delle donne dove possono sperimentare collettivamente la loro emancipazione, apprendere competenze tecniche e contribuire socialmente e politicamente alla creazione di quella che i curdi chiamano la “nazione democratica”. E in aree rurali, dove le donne non possono necessariamente recarsi all’accademia, tengono lezioni sull’assistenza ai bambini, su temi riproduttivi, sull’emancipazione economica, l’alfabetismo, il matrimonio minorile e simili.

Quando ero là, ho potuto visitare un centro curricolare dove si stavano letteralmente riscrivendo tutti i libri di testo da usare, dalle scuole elementari, alle secondarie e alle superiori. L’idea che avrebbero innanzitutto rappresentato la storia politica e culturale di tutta la gente che vive nell’area – rispetto alla storia secondo il regime di Assad – e che ciascuno di tali libri di testo sarebbe stato pubblicato in tre lingue: curdo, arabo e siriaco. In precedenza tutta l’istruzione era condotto solo in arabo.

Il contratto sociale nel Rojava riconosce a tutti il diritto di essere istruiti nella propria lingua e loro stanno rendendo ciò una realtà sotto forma di due milioni di nuovi libri di testo. Ho visto magnifici sillabari che avevano stampato – di cui erano giustamente orgogliosi – in tutte e tre le lingue. E’ un’espressione molto forte di questa cultura di uguaglianza che proviene dal movimento delle donne, perché noi abbiamo cura dei nostri vicini, conosciamo i nostri vicini, siamo una società multietnica e diversificata e non settaria che include moltissimo una cultura di cura degli altri.

Un’altra osservazione inattesa è stata il modo in cui la gente del Rojava sente che una delle maggior catene da cui deve liberarsi erano i vincoli mentali. Dovunque sono andata ho sentito persone parlare di cambiare la loro “mentalità” e questa, in un certo senso, è una cosa molto emozionale, non si tratta solo di “oh, che genere di struttura economica costruiremo”, oppure “come salveremo l’ambiente”, ma si tratta di “come diventeremo un popolo differente? Persone che rispettano altre etnie, scelte di genere, o l’ambiente? Dicevano in continuazione: “Dobbiamo cambiare la nostra mentalità. E per noi questo significa autocritica e istruzione”.

Penso che la generazione più giovane stia partendo avvantaggiata nel luogo perché tanti di loro sono diventati adulti già in questo tempo di rivoluzione. E anche i più anziani si sentono impegnati a cambiare il loro modo di pensare e uno dei modi in cui lo faranno consisterà nel coinvolgersi in un dialogo tra loro, con testi diversi e con le loro comunità.

In questo processo di emancipazione c’è quasi una dialettica; la comunità diviene più forte e l’individuo diviene più emancipato e a loro volta porta maggiore saggezza alla comunità. Questo è qualcosa che ho visto in quasi ogni aspetto della vita nel Rojava, che si trattasse di assemblee cittadini, di contesti universitari o di ospedali.

 

Emre: In tutto il Rojava le persone nella loro tarda adolescenza e nei primi vent’anni avevano una specie di fiducia in sé stesse; lo si poteva vedere e ascoltare; parlavano con molta maggior sicurezza, si comportavano diversamente. Questa è la prima generazione che è diventata adulata durante la rivoluzione, rispetto al regime dittatoriale di Assad. Erano più fiduciosi riguardo alla prosecuzione della rivoluzione rispetto alle generazioni più anziane ed erano decisamente più impegnati nel dedicare il loro tempo e la loro energia alla rivoluzione.

Un’altra importante conquista della rivoluzione del Rojava è  la de-mercificazione della vita e il suo impatto sulle relazioni sociali. La soddisfazione dei bisogni umani più elementari, quali un tetto, cibo, assistenza sanitaria, istruzione e occupazione, non è lasciata alla mercé delle relazioni di mercato e capitaliste. Reti di solidarietà e mutuo aiuto a base famigliare, locale e regionale assicurano che nessuno sia senzatetto o alla fame. E’ quasi impossibile trovare persone che dormano in strada o elemosino cibo o denaro in tutto il Rojava! Inoltre non ci sono orfanotrofi o case per anziani nella regione, semplicemente perché le comunità si prendono cura di sé stesse.

La de-mercificazione della vita aiuta a unire le persone e accresce la solidarietà sociale, che a sua volta accresce le capacità di autosostentamento delle comunità. Inoltre agiscono fuori dai confini stabiliti dalle relazioni sociali capitaliste e si relazionano tra loro in modi che non sono basati sull’egoismo e sulla competizione.

Nel Rojava non c’è uno spazio, come c’è nella maggior parte del mondo, in cui lo stato o il capitale privato colmi il vuoto. In occidente abbiamo molti ospizi e orfanotrofi privati e pubblici e rifugi per senzatetto, fondamentalmente strutture di reti di sicurezza per quelli che la società ha lasciato indietro.

Quello che è diverso nel Rojava è che non c’è nulla di questo. La sola eccezione sono le Case dei Martiri, che si prendono cura dei bisogni delle famiglie dei martiri nel caso abbiano difficoltà ad accedere al cibo o a un tetto. Tali case sono in ogni paese, ma sono i soli meccanismi istituzionalizzati di assistenza sociale. Per il resto le persone si prendono reciprocamente cura attraverso reti familiari, di vicinato e altre reti informali.

E’ vero che in momenti diversi della storia, per motivi differenti, comunità hanno agito così, come in tempi di crisi dopo un disastro naturale di qualche genere, ma nel Rojava accade per tutto il tempo. La differenza è che c’è una forte coscienza sociale al riguardo; fa parte della società che stanno sviluppando. Queste reti di assistenza, mutuo aiuto e solidarietà sono andate fiorendo negli ultimi sette anni e le persone cercano di collegarle all’idea di rivoluzione e di come contribuiamo a essa.

Quando richieste di alcuni pensieri conclusivi, sia Debbie sia Erme hanno parlato apertamente, concludendo con una riflessione complessiva su un processo in corso.

Debbie: Nel Rojava stanno alla fine affermando il loro diritto a essere quello che sono e a esprimere l’identità a lungo soppressa del popolo curdo, che è qualcosa che tutti, ogni persona dovrebbero essere in grado di esprimere. Questa eterogeneità è qualcosa che lo stato, per sua stessa natura, cerca di togliere alle persone, perché assume come proprio fondamento l’omogeneità, promuovendo questa idea che siamo tutti insieme una sola nazionalità e che quello che conta sono tutti i modi in cui siamo gli stessi.

Quello che sta dicendo il popolo curdo è che siamo un ricco arazzo di molte etnie, religioni e tradizioni culturali e vogliono che il mondo capisca semplicemente quanto sia importante ciò e l’essere in grado di esercitare la loro identità culturale e preservare tale diretto per tutte le etnie della regione.

Si tratta anche, a un livello molto più elevato, di che cosa significhi essere un essere umano perché non si può essere realmente esseri umani completi se non si ha quella libertà e non si può realmente vivere una vita buona se non si ha un posto sicuro ed ecologicamente sano in cui vivere. E questo è ciò che loro chiedono. Chiedono il diritto all’autodeterminazione. Questo è realmente tutto ciò che chiedono. Vogliamo essere in grado di autogovernarci, di decidere delle nostre vite di concerto con le persone con cui viviamo nelle nostre comunità creando una politica di confederalismo democratico costruita sulla democrazia diretta, sull’assenza di gerarchia e in particolare sui diritti delle donne, e un’economia anticapitalista ecologicamente solida.

Quando ho chiesto come possiamo aiutare, come possiamo sostenere questo progetto profondamente rivoluzionario, hanno detto: la cosa più importante che potete fare è cominciare a realizzarlo nelle vostre comunità. Potete aiutarci di più andando a operare questi cambiamenti nelle vostre città e paesi.

Emre: Coloro che vivono nel Rojava sono coscienti che esiste una discrepanza tra ciò che il mondo pensa del Rojava e ciò che sta realmente succedendo. Le persone a ogni livello della società sono coscienti che le rivoluzioni sono un processo caotico. Sapete, in occidente soffriamo quando le nostre discussioni teoriche si scontrano con un processo della vita reale. Questa discrepanza spesso demotiva le persone. Ma nel Rojava le persone sono consapevoli dello scontro tra la teoria rivoluzionaria e il contesto e di come non è sempre facile tradurre questo in pratica sul campo.

Il punto cruciale è: loro non sono scoraggiati da questo. Al contrario, lo considerano una componente naturale del cambiamento rivoluzionario e vi vedono un mucchio di potenziale. Ad esempio sono state create cooperative e nel corso degli anni le centinaia di cooperative hanno mancato di diventare migliaia, e loro considerato questo come parte del caos del cambiamento rivoluzionario e non tanto come ostacoli, bensì piuttosto come opportunità da cogliere e da sfruttare.

Una volta ho avuto un incontro con un co-presidente di un’assemblea regionale. Uno degli argomenti di cui parlavamo era la liberazione delle donne nel movimento e lui elogia il movimento delle donne, elogia i ruoli delle donne, mi snocciola tutti questi argomenti chiave sulla natura femminista della rivoluzione. E quando l’intervista finisce io mi allungo alle tazzine del caffè per portarle in cucine e lui mi ferma, mi tiene il braccio e dice: “Cosa stai facendo?” E io dico: “Le sto solo portando in cucina”, al che lui replica: “Ci sono donne per questo”.

Ovviamente abbiamo comunque portato le tazzine in cucina e quando in seguito ho raccontato questa incoerenza a una donna dell’ufficio dell’Abori Jin (Economia femminile) lei mi ha sorriso e ha detto: “Sì, ci sono ancora dinosauri come quello, ma non preoccuparti; ogni giorno che passa stanno diventando sempre più ridotti di numero”. In seguito mi ha spiegato che sono coscienti di queste contraddizioni e anche se le prendono sul serio non sono stigmatizzate né c’è un tentativo di censurarle. C’era apertura a tutto questo.

Nonostante la guerra e l’embargo continui, che sono molto debilitanti sul campo, le persone continuano a mobilitarsi per la rivoluzione. Un esempio. Ho incontrato un giovane giornalista curdo, Vedat Erdemci, un paio di volte. Vedat aveva ventisette anni, era stato a lungo un sostenitore della libertà curda e nel 2016 si era trasferito nel Rojava. L’ho incontrato in un ristorante e una delle cose di cui abbiamo parlato inizialmente era di come aveva aiutato i nuovi proprietari del ristorante con le decorazioni. Tra le decorazioni, quali tradizionali disegni curdi sulle tovaglie, c’erano frammenti di granate esplose di mortaio che avevano trovato in strada.

Quando ho scherzato al riguardo, lui ha risposto che pensava che fosse un grande simbolo della rivoluzione perché mostrava che nonostante la guerra, nonostante l’embargo, nonostante così tanto, le persone sono motivate, e danno tutto quello che hanno e usano tutti i materiali che hanno a disposizione. Non solo è utile, ma serve da memoria delle sfide del passato e di nuove possibilità, con il ristorante come spazio costruito dalla rivoluzione.

Quel commento è diventato tanto più forte quando recentemente abbiamo perso il nostro amico e giornalista Vedat, ucciso in un attacco aereo turco a Serekaniye il 10 ottobre, mentre seguiva l’invasione. Il suo punto era che usiamo e diamo il cento per cento e le sue azioni riflettono questo. Non appena iniziata l’invasione, con le poche risorse che aveva, è tornato al giornalismo di frontiera. E ora è morto.

E dovunque mi sia recata ho visto persone con questo spirito, uno spirito di ottimismo nonostante tutto, l’idea gramsciana del pessimismo dell’intelletto e dell’ottimismo della volontà. L’ho visto dappertutto; nonostante l’essere sotto l’attacco della seconda più vasta forza militare della NATO e con limitatissime risorse disponibili loro hanno comunque questo ottimismo della volontà. Lo si vede specialmente nelle donne, che stanno reclamando il loro spazio, camminano erette, con dignità e non concedendo spazio agli uomini.

Nonostante tutto le persone continuano il loro lavoro e la loro vita con ottimismo, continuando a creare una nuova società e sacrificando tutto per difenderla. Non si torna indietro. Le relazioni tra le persone sono cambiate, il loro senso di sé è cambiato e indipendentemente da cosa accadrà non si tornerà indietro da quel processo, da questo processo dal quale non c’è ritorno.

Debbie Bookchin è una scrittrice, giornalista premiata e co-curatrice di The Next Revolution: Popular Assemblies and the Promise of Direct Democracy (Verso, 2014), una raccolta di saggi di Murray Bookchin.      

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/1025828/

Originale: ROAR

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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