La lunga storia della cancellazione dei debiti

Print Friendly

 

Uno statunitense è rilasciato dal carcere per debiti (Wikimedia)

di Olivia Schwob – 17 novembre 2019

“Volevo andare all’università per evitare di essere un uomo delle pulizie della terza generazione”.

L’uomo sul palco di questo municipio della California racconta una storia familiare. Oggi è un preside amato di una scuola superiore ma per finanziare la sua istruzione ha assunto un prestito: 80.000 dollari. All’inizio lo ha rimborsato secondo il programma, uno sforzo, ma non impossibile. Poi una catastrofe medica; insolvenza, bancarotta. Poi depressione; seconda insolvenza; un debito quasi doppio del prestito originale. E’  divenuto un problema famigliare; i genitori dell’uomo, cofirmatari del biglietto originale per il sogno americano oggi sopportano le conseguenze del suo insuccesso. Possono veder pignorati i loro salari, racconta, la loro previdenza sociale ipotecata. La simpatia cresce, palpabile, tra la folla.

Quello in municipio è un evento della campagna presidenziale a favore di Bernie Sanders. Il 24 giugno Sanders ha annunciato la sua intenzione di cancellare 1,6 trilioni di dollari di debiti studenteschi in sospeso, dopo la proposta di Elizabeth Warren ad aprile di una cancellazione più limitata; tre mesi dopo ha annunciato la stessa cosa per il debito sanitario: 81 miliardi di dollari nel2016, a carico di una stima di un adulto statunitense su sei. Ecco alcuni fatti ancor più orribili dietro i dati: madri sole, anziani malati, citati per parcelle mediche non pagate, pignorati per parcelle mediche non pagate, arrestati per parcelle mediche non pagate.

Oggi l’espressione “carcere per debiti” è spesso evocata per descrivere questa esperienza di indebitamento punitivo. A volta è intesa alla lettera. Si consideri Melissa Welch-Latronica, una madre sola trentenne che a febbraio è stata strappata dal suo furgoncino e gettata in una cella di Porter County, Illinois, per non aver pagato il conto di un’ambulanza. La sua vicenda è insolita ma non unica. Un rapporto del 2018 dell’ACLU ha documentato un migliaio di casi di “criminalizzazione del debito privato” e compilato una dozzina delle vicende più estreme. La maggior parte delle persone interessate era finita in carcere per non essere comparsa in tribunale per debiti non rimborsati, con la conseguenza di un mandato d’arresto. E poi c’è l’abominevole, sistemico ciclo di incarcerazione e re-incarcerazione di poveri – e particolarmente di poveri di colore – incapaci di pagare multe e spese di giudizio.

Tuttavia il carcere per debiti – un carcere specificamente destinato alla detenzione degli incapaci di rimborsare i propri debiti privati – è scomparso da molto tempo. L’esperienza più comune assomiglia a quella del preside della California: l’incasso punitivo assume la forma di ipoteche, vincoli e pignoramenti. Per i più la vicenda finisce non in carcere ma in insolvenza e bancarotta, forse la condizione di senzatetto o scelte impossibili tra cibo, tetto, farmaci e rimborso.

L’abolizione del carcere per debiti figura in una più vasta evoluzione del debito negli Stati Uniti. Le leggi morali derivano la loro forza da un senso di ordine naturale. Ma in momenti di crisi, quando l’insolvenza è divenuta la norma, la moralità e la matematica del debito si sono dimostrate fungibili, suscettibili di un totale cambiamento. Possiamo osservare questa storia alla ricerca di indizi su come il calcolo morale del debito possa essere ancora una volta suscettibile di trasformazione e per la conferma che ciò che oggi appare senso comune potrebbe essere considerato crudele e insolito domani.

Che il significato del debito possa cambiare radicalmente è evidente dai cambiamenti che ha già subito, anche prima di arrivare nell’America del Nord. Il debito non ha sempre suggerito agenzie di recupero e tassi d’interesse; la prima prova di relazioni creditizie, che data da città-stato sumere circa 5.000 anni fa, significava qualcosa di molto diverso. Nella sua vasta storia ‘Debt: The First 5.000 Years’ (2011), l’antropologo David Graeber suggerisce che la coesione nelle prime società era cresciuta da un senso di indebitamente divino, non rimborsabile e dall’aspettativa di mutua reciprocità. Per la maggior parte della storia umana questo era il genere di indebitamento che la maggior parte delle persone avrebbe riconosciuto: un “comunismo quotidiano”, lo definisce Graeber, di assistenza e interdipendenza collettiva senza fine.

La tesi centrale di Graeber è che il rigido apparato statale per la disciplina dell’indebitamento – lo sviluppo del denaro sancito dallo stato, un regime di scambi quantificati e la punizione per l’insolvenza – doveva essere creato, basato sulla fungibilità del debito. E per Graeber, un anarchico, può altrettanto bene essere smantellato. Le fondamenta morali contemporanee del debito – l’idea che il mancato rimborso di un debito sia un profondo misfatto o un difetto morale e che il diritto di un creditore al rimborso con interessi passi sopra ogni altra obbligazione – sono tanto storicamente contingenti quanto le istituzioni coercitive che sostengono. Con il movimento globale di schiavisti nell’ambito di paradigma mercantile imperialista, sostiene Graeber, i confine delle comunità si sono contratti ad accerchiare corpi individuali o unità familiari; il commercio basato sulla valuta che aveva avuto a lungo luogo ai margini della società ha finito per dominare gli scambi al loro interno. A un certo punto della storia quasi tutti sono diventati degli estranei.

Il critico culturale Lewis Hyde ha rintracciato questo estraniamento nella Riforma in Europa, quando le leggi cristiane sull’usura – non essere debitore né prestatore – si adattarono a una nuova realtà globale. L’usura era sempre esistita ai margini della società cristiana, più notoriamente dominio degli ebrei, il cui status di estranei poteva essere strategicamente sfruttato per consentire sia la violenza sia il genere di finanziamento imprenditoriale che contribuì alla circolazione del capitale e all’aumento generale della ricchezza. Ma nel sedicesimo secolo Giovanni Calvino sostenne che, poiché il denaro preso a prestito aumentava il valore per il debitore, restituire parte di tale valore al prestatore sotto forma di interessi era l’atto più giusto. Martin Lutero ragionò analogamente che anche se era cristiano rimettere i debiti, il vero cristianesimo non era realizzabile in una sfera civile corrotta; dunque era giusto che lo stato imponesse rigidamente le norme sul debito, una linea sottile tra società e barbarie.

Nel 2019 chiunque abbia una carta di credito con rimborso mensile può riconoscere le fondamenta dell’economia moderna nei principi di Calvino e Lutero. Ma le loro ingiunzioni non sono perdurate senza specifiche. Un senso di innato indebitamento interpersonale – il comunismo quotidiano di Graeber o quello che Hyde chiama il “cerchio” della mutua obbligazione – continua a dominare in molte delle nostre relazioni più intime, se non nel mercato in generale. Contemporaneamente l’esistenza di l’esistenza di norme sulla bancarotta suggerisce che l’economia moderna dipende, in una certa misura, da eccezioni, dalle persistente fungibilità del debito.

Quando gli europei attraversarono l’Atlantico portarono con sé le implacabili concezioni della Riforma sul debito. All’inizio di un’era di espansione imperiale, come descrive Graeber, re e conquistadores si trovarono così profondamente al verde da girare metà del mondo per venirne fuori o, meglio, per costringere gli schiavizzati e i dominati a tirarli fuori distruggendo, nel processo, intere civiltà.

Per altri aspetti, tuttavia, la vita economica in parti dell’iniziale America coloniale pareva esserci più un sostentamento tribale che un brutale scambio commerciale. Nel Connecticut del diciassettesimo secolo, ad esempio, le relazioni economiche e legali tra cittadini liberi erano informali, governate da “debiti di libro” – registrazioni tabellari di chi doveva che cosa – nonché quello che lo storico legale Bruce Mann (per inciso, marito di Elizabeth Warren) definisce un “modello comunitario” di risoluzione delle dispute. Come Mann lo descrive nel suo studio ‘Neighbors and Strangers’ (1987) la fiducia restava al centro della relazione tra creditori e debitori. I debiti di libro non corrispondevano a promesse formali di pagamento, bensì piuttosto a un’intesa che i pagamenti sarebbero stati effettuati quando il debitore fosse stato in grado. Il credito era concesso attraverso collegamenti personali e le dispute erano negoziate mediante appelli al carattere personale.

Naturalmente il comunalismo non preclude conflitti; le dispute erano comuni. Ma solo dopo che trattative informali interpersonali si erano deteriorate, le questioni finivano in tribunale. Là testimoni del carattere avrebbero testimoniato e i debiti di libro registrati sarebbero serviti solo da punto di partenza per la discussione circa chi era debitore e di quanto. Tuttavia il numero delle cause per debiti dibattute dai tribunali locale, sostiene Mann, indica l’importanza del credito in una società giovane, scarsa di contanti. Come Mann ha proseguito a indagare in Republic of Debtors (2002) lo stesso valeva tanto per i relativamente ricchi quanto per gli agrari di sussistenza. Nella terra dei mercanti fatti da sé, il debito era un modo per far circolare il denaro, specialmente quando il denaro stesso – oro e argento – era scarso sul campo. All’inizio tale debito era disciplinato da un proprio genere di comunalismo, quello che Graeber definisce il “comunismo dei ricchi”. Tra le classi delle piantagioni meridionali e mercantili settentrionali era fuori luogo esigere il rimborso di debiti, una rottura di accordi tra gentiluomini. L’equilibrio significava che la maggior parte dei debiti erano alla fine rimborsati.

Questo comunalismo avrebbe avuto vita breve; il rimborso puntuale sarebbe presto divenuto un principio economico inviolabile. Il lavoro d’archivio di Mann mostra che un’economia informale dei debiti, ancorata e coniugata alle relazioni personali, era esistita nel Connecticut rurale sino a intorno il 1720. Nel giro di una generazione, tuttavia, aveva ceduto il passo alla “fredda specificità” di obbligazioni e pagherò. Il motivo, sostiene Mann, era la crescente diversità della popolazione. Le rappresentazioni cartacee del debito – i cosiddetti “scrip” – potevano agevolare gli scambi tra protagonisti sconosciuti. Non passò molto tempo prima che tali pagherò cominciassero a circolare. Quando le collettività di vicini divennero gradualmente insiemi di estranei, nuove forme di controllo del debito allontanarono le vecchie forme di tolleranza e la cultura legale comunitaria della vita coloniale iniziale si trasformò nel caos conflittuale, litigioso che conosciamo oggi.

La classe mercantile ha anche scoperto un utilizzo dei debiti cartacei che alla fine sono diventati oggetto di lucrosa speculazione. Promesse di pagamento di elevato valore potevano essere messe all’asta e “girate”, estendendosi oltre le relazioni che rappresentavano in origine e spersonalizzando il debito in tale processo. In conseguenza i debiti erano raccolti con maggiore frequenza e fervore. Con contrazioni economiche quali quella seguita alla guerra rivoluzionaria, i detentori di pagherò divennero meno inclini a fidarsi dei debitori e più preoccupati del deprezzamento del valore dei titoli in loro possesso. Il decoro tra le classi mercantili evaporò.

Sullo sfondo incombeva la minaccia del carcere per debiti. In precedenza un destino più tipico dei veri indigenti, alla fine del diciottesimo secolo il carcere per debiti traboccava di persone “rispettabili”. Per quanto comune fosse sempre stato il debito, restava una cosa vergognosa, un marchio di dipendenza non maschia dalla generosità di altri. (I proprietari di piantagioni del sud, in particolare, non sopportavano il modo in cui l’indebitamento nei confronti di creditori britannici sembrava allinearli agli schiavi sulle cui schiene stavano cercando di costruire le loro fortune). L’incarcerazione per insolvenza era la maggior onta di tutte. Quando il sistema degli accordi tra gentiluomini cominciò a vacillare e gli esattori dei debiti si presentarono a bussare alla porta, gli effetti furono avvertiti più acutamente da quelli all’estremità della catena del debito: agricoltori quali quelli che guidarono la Ribellione di Shay nel Massachusetts rurale, che insorsero contro gli esattori quando furono minacciati del sequestro dei loro beni e della loro terra per non aver consegnato denaro. Ma  con il carcere per debiti che diventava dominio dei benestanti, la narrazione sociale del debito doveva cambiare al fine di risolvere l’incongruenza.

Inoltre l’incarcerazione per debiti non aiutava granché l’insolvente a rimborsare i suoi debiti, il che era, almeno in teoria, l’unica logica del tenerli in carcere. Per gli operatori finanziari il carcere per debiti era inteso non come punizione, bensì come una forma di garanzia finanziaria, mantenendo il delinquente al sicuro fino a quando i loro conti non fossero sistemati. Ma con argento e oro non più prontamente disponibili che in passato, spesso c’era poco che un debitore in carcere, al verde, potesse fare. Molti ben noti insolventi coloniali passavano i loro giorni a scrivere appassionate lettere dal carcere chiedendo clemenza. Focosi volantini presentavano i debitori mercantili o come nobili pionieri economici o altrimenti come vittime di circostanze. Recessioni suscitate dalla guerra rendevano evidente che l’insolvenza poteva capitare a uomini d’affare senza alcuna loro “colpa” morale. Il debito, così, finì per essere gradualmente considerato un difetto economico, piuttosto che personale. I detenuti prestigiosi si presentavano come cittadini retti e il loro debiti come una caratteristica della cittadinanza imprenditoriale. In forte contrasto con oggi, debitori e creditori si trovarono entrambi a operare da pari e associati per una soluzione.

La soluzione di tale incongruenza sarebbe arrivata sotto forma della Legge federale sulla Bancarotta del 1800. All’epoca la bancarotta era originata unicamente da debitori commerciale, il segno di un rischio legittimo e di un nobile fallimento. Ma anche questa parziale concessione segnalava una forte transizione dalle idee pubbliche sul debito. Segnava una considerevole rottura con la vecchia mentalità della Riforma che tutti i debiti dovessero essere rimborsati a ogni costo, creando una categoria di debiti giustificabili che da allora è argomento di negoziati e dibattiti. (Oggi i debiti studenteschi continuano normalmente a non aver titolo a essere cancellati mediante bancarotta). Ha segnato, anche, il punto di non ritorno nella creazione di un’economia basata su debito, speculazione e interessi nonché come accettazione di un paradigma che l’economia moderna dà per scontato: le espansioni sono seguite da contrazioni.

In tutto il secolo seguente le contrazioni furono abbondanti, incoraggiate dall’instabilità del sistema bancario decentrato e dalla rapida espansione del credito. Essere statunitensi significava immaginarsi come imprenditori. Quando l’antagonista delle banche Andrew Jackson si oppose a richieste di una moneta centrale, proliferarono banche private, autorizzate dallo stato ed emisero proprie banconote, estremamente infiammabili; panici periodici trovarono le banche incapaci di redimere la carta con il denaro, lasciando i detentori dei titoli a mani vuote quando gli esattori venivano a riscuotere. Quando Jackson impose le transazioni fondiarie solo per contanti all’ovest, una corsa alle banche del 1837 scatenò uno dei peggiori crolli economici della storia degli Stati Uniti. “Migliaia che si erano affezionatamente sognati milionari, sul punto di diventare tali, si sono risvegliati al fatto di essere in bancarotta”, scrisse il giornalisti e politico  di New York City  Horace Greeley.

Col proliferare del debito, lo stesso avvenne dell’ambivalenza circa il suo significato. Secondo lo studio di Philip Gura sulla filosofia morale anteguerra, ‘Man’s Better Angels: Romantic Reformers and the Coming of Civil War’ (2017), molti teorici sociali del diciannovesimo secolo erano turbati dell’effetto del credito sul tessuto sociale del paese, anche oltre le esplosioni di bancarotte e disoccupazione seguite ai fallimenti bancari. Alcuni consideravano l’economia cartacea come un ordine “perverso”, operante il gioco di prestigio da specchietto per le allodole di far apparire un’equivalenza tra una banconota e uno staio di grano. Altri consideravano l’economia cartacea spersonalizzata come suscitatrice di corruzione. Albert Brisbane, un socialista utopico, scrisse degli strumenti di debito come di “intrighi e artifici”, condannando “un irrequieta voglia di far denaro e la cupidigia e l’egoismo che sorgono dall’azione di individui e imprese isolate” come terreno fertile per la frode. Tuttavia molti riformatori consideravano anche la potenziale fruttuosità di un’economia cartacea per la nuova nazione e immaginavano ordini sociali utopici che la incorporassero.

William B. Greene, un teologo e teorico sociale associato al movimento Trascendentalista, schierato contro banchieri inetti, echeggiava l’anarchico francese Pierre-Joseph Proudhon nel dichiarare che “la proprietà è furto” e condannava la crescente distanza tra capitale e lavoro. Tuttavia Greene non era un socialista;  egli credeva che le economie centralizzate e l’interferenza dello stato nella vita privata costituissero un affronto alla libertà. Egli pensava, invece, che la libertà e il disegno di Dio potessero realizzarsi soltanto in un’economia di mercato competitiva e scorrevole che facesse a meno di banche usuraie. (Per Greene tale sistema economico assumeva la forma di banche mutue che riteneva potessero preservare le possibilità espansive della carta accanto a valori comunalisti, con i prestatori che addebitavano tassi d’interesse soltanto nominali e la moneta separata da denaro accumulabile). Horace Greeley, contemporaneamente, era riluttante nei confronti dell’alienazione e dell’atomizzazione di un’economia basata sull’egoismo individuale, ma considerava l’industriosità un imperativo morale e riteneva il sistema capitalista  inefficiente e causa di sprechi, nonché sfruttatore. Greeley era a favore dell’idea dell’”associazione”, sviluppata dal socialista utopico francese Charles Fourier: la cooperazione economica, fusa con un sistema bancario nazionalizzato, avrebbe accresciuto la ricchezza collettiva e allineato armoniosamente capitale e lavoro.

Se alcune di queste idee suonano oggi familiari, non sono neppure state mai così remote. La guerra civile, sostiene Gura, ha bloccato queste visioni alternative. Ciò che prese forma in seguito – la l’economia industriale vastamente disuguale e sfruttatrice del diciannovesimo e del primo secolo ventesimo – ha confermato le paure peggiori di questi idealisti.

Oltre a prefigurare i pericoli di un’economia basata sulla speculazione, la crisi del debito degli inizi del 1800 contribuì anche a cristallizzare la nuova moralità del debito, sotto la forma di ampliate norme sulla bancarotta. Nel 1841 i legislatori federali estesero le leggi sulla bancarotta a tutti i debitori. Nel giro di due anni circa 41.000 persone avevano chiesto la bancarotta. Nel giro di quattro, la legge federale era stata revocata, ma il principio era in vigore: gli stati continuavano a offrire protezioni nella bancarotta e alla fine il carcere per debiti scomparve del tutto. L’economia del debito era destinata a permanere. L’emissione del primo “biglietto verde” federale nel 1862 e la creazione della Federal Reserve nel 1913 mise fine a un periodo di crescenti sofferenze drammatiche in cui governi statali e federale combattevano per la supervisione sulle banche, i prestiti e la moneta, cementando il ruolo del debito commerciale nella crescita economica.

Tuttavia non fu che dopo la Prima guerra mondiale che divenne legale per le banche prestare a singoli per profitto, segnando una svolta finale verso l’economia del debito che conosciamo oggi. Come riferisce lo storico dell’economia Louis Hyman in ‘Debtor Nation: The History of America in Red Ink’ (2011) per la classe lavoratrice industriale a basso salario, il debito era una parte inevitabile della vita. Anche se i capitalisti, in pratica, erano stati da tempo in grado di ottenere prestiti personali dalle banche che finanziavano la loro industria, i lavoratori di che facevano funzionare le fabbriche pagavano ai pescecani dei prestiti tassi d’interesse mozzafiato per far quadrare i conti. I consumatori della classe lavoratrice e i dettaglianti dipendevano da sistemi informali di credito simili ai debiti di libro che avevano guidato le economie locali nel Connecticut coloniale, ma la transizione all’economia commerciale cartacea aveva determinato un cambiamento irreversibile nella funzione sociale del debito.

Anziché la gestione collettiva di una comunità costruita su mutue obbligazioni, questi debiti di libro erano un sottoprodotto risentito della “competizione”: il credito catturava più clienti, ma rischiava anche di perdere denaro a causa di debitori inaffidabili. Per proteggere sia debitori sia mercanti, alla fine degli anni Dieci e all’inizio di quelli Venti, le leggi che disciplinavano i piccoli prestiti resero finalmente i prestiti ai consumatori un’attività legittima e redditizia. Presto seguì il finanziamento per l’acquisto di automobili assieme a un turbine di ulteriori regole e una forte spinta ai prestiti per l’acquisto della casa dopo la Grande Depressione. La corsa era partita.

Nel ventesimo secolo la cittadinanza economica statunitense è così divenuta un diritto al debito (per i debitori) e un diritto all’interesse (per i finanziatori). In effetti un accesso paritario al credito sarebbe divenuto uno slogan del movimenti antidiscriminazione di metà secolo. Ma quella che era stata pubblicizzata come un’opportunità si è trasformata in un’obbligazione. Come descrive Hyman, alla fine del secolo non era più possibile non partecipare all’economia del credito; a ogni adulto statunitense era assegnato un merito creditizio e l’apparente autosufficienza di cosiddetta vita da “classe media” era divenuta possibile soltanto salendo quella scala di debito finanziarizzato. Era la brama di crescita delle istituzioni finanziarie che aveva condotto il debito alla metastasi in ogni aspetto della vita statunitense.

Il motore chiave di questa metastasi è stata la cartolarizzazione: l’assemblaggio di debiti concreti, come i mutui, in un nuove genere di bene che, per quanto effimero, poteva essere comprato, venduto e assicurato per profitto e che era totalmente anonimo, non richiedendo fondamentalmente alcuna conoscenza degli stessi debiti che lo componevano. Mediante la manipolazione di questa rete complessa di assemblaggi, rivendite e cecità selettiva alla fine sarebbe stata scatenata la crisi finanziaria del 2008, il cui meccanismo aveva avuto in realtà origine in sforzi di stimolare i mercati dei capitali per un’ampliata proprietà delle case e per lo sviluppo economico in mezzo a un declino urbano post-industriale.

Nel processo, le banche hanno sviluppato quella che Hyman chiama una “scienza alchemica di trasformare attività in titoli”, mediante la quale “con la matematica giusta un mutuo poteva essere trasformato in qualsiasi cosa”. Mentre lo stesso metodo era adottato e raffinato dal mercato delle carte di credito tra gli anni Settanta e Novanta, politici e interessi bancari contro i regolamenti hanno smantellato le norme post-Depressione che avevano separato le banche d’investimenti da quelle commerciali. La revoca della legge Glass-Steagall nel 1999 ha coinvolto sempre più l’economia in un gioco speculativo e, secondo l’economista Joseph Stiglitz, ha consentito di regnare sovrana alla cultura delle banche d’investimento di assumere elevati rischi per elevati utili.

Com’era accaduto nella moda della carta nel diciannovesimo secolo, il debito stesso era divenuto il produttore di denaro, ma questa volta per i prestatori. Con le carte di credito, anziché impedire la concessione di un prestito – come sarebbe accaduto nel caso di cattivo “credito” tra conoscenti nel Connecticut coloniale – un pesante carico debitorio di un debitore ha finito per suggerire un percorso diverso di profitto. Le istituzioni finanziatrici hanno costruito il loro modello di crescita sull’aumento del debito totale dei consumatori con ogni mezzo necessario, compresa, e specialmente, la concessione di credito a chi probabilmente non sarebbe stato in grado di rimborsare quanto dovuto. Contemporaneamente salari stagnanti hanno invertito la relazione su quanto debito una persona aveva e quanto era attesa rimborsare. Alla fine del ventesimo secolo, sostiene Hyman, l’espansione, l’acquisto e la vendita di debito era diventata un principale motore della creazione di capitale nell’economia statunitense. Il carico debitorio individuale era salito a vette stellari.

A partire dagli anni Novanta, picchi di percentuali di bancarotta hanno sollecitato un ritorno a una moralizzazione in stile Riforma. L’espansione delle carte di credito in mercati considerati in precedenza troppo “rischiosi” ha razzializzato il profilo del credito al consumo, e metafore razziste hanno potuto essere mobilitate per contenere la responsabilità morale dell’insolvenza. (Disuguaglianze razziali continuano a dettare su chi il debito pesa di più e chi ha migliore accesso ai dovuti dividendi del debito). L’agitazione su come tutto tale debito sarà mai rimborsato rimane costante, ma astratta; per la maggior parte la sinergia debitore-creditore è proseguita indisturbata. Vivere nei debiti è sembrato normale. C’è stata una sensazione di processo, di ottenere ciò che ci paga a rate.

Fino al 2008. Come gli agricoltori ribelli di Shay, gli indebitati per mutui hanno sofferto la frantumazione di un’economia costruita sul differimento. E’ stata forse l’incongruenza della collisione della proprietà della casa – quella scommessa tra le più sicure, quell’emblema di sicurezza – con l’improvvisa dissoluzione del patto debitorio. O forse è stato il fatto delle case in bilico che ha fatto cominciare ad apparire, ancora una volta, moralmente sospetto un mercato di bisogni fondamentali basato sul rischio e disponibile solo ad assuntori di rischi, con i profitti al prestatore garantiti. Quando i debitori hanno riempito Zuccotti Park nel 2011, hanno mosso un’accusa schiacciante e credibile: i prestatori hanno fatto questo, lo hanno fatto consapevolmente e lo hanno fatto per profitto.

E’ indicativo che Graeber e Hyman abbiano pubblicato i loro studi sul debito nel 2011, cavalcando la stessa onda che ha alimentato il movimento Occupy. Più di un decennio dopo la scossa sismica che l’ha scatenata, la piena forza di tale onda deve ancora abbattersi. Il carico dei debiti e le percentuali di insolvenza sono tuttora in ascesa. Ma la nostra ambivalenza culturale circa il debito rimane irrisolta. Per alcuni l’indebitamento degli statunitensi moderni illustra un sistema nazionale di valori in termini positivi: il desiderio di sognare in grande. Tuttavia per star finalmente prendendo forma un consenso: il nostro indebitamento non può essere sostenuto.

Cancellare i debiti in massa sarebbe stato impensabile per un macellaio del diciassettesimo secolo o per una mercante del diciottesimo, ma nel giro di un secolo il calcolo si è totalmente trasformato. Il debito è oggi chiaramente molto diverso. Tuttavia la trasformazione in corso nel discorso morale sul debito – lo status del debitore individuale e del creditore istituzionale, per non citare l’intera industria del profitto – sollecita paragoni.

Mentre l’insolvenza era diventata un infortunio universale alla fine del diciannovesimo secolo, oggi sta emergendo come un danno universale. Non è una scelta calcolata e non è un fallimento personale, ma qualcosa causato alle persone da un conglomerato creditizio senza volto con un potere enormemente maggiore. I debiti oggi coinvolgono tutti –  come grano per la macina economica, sono il problema di tutti – ma sono anche resi anonimi e astratti, tutt’altra cosa dalla gestione collettiva che il debito circolante poteva un tempo aver sostenuto.

Graeber scrive che il debito è stato normalmente un “accordo peculiare tra due uguali che non sarebbero stati più uguali fino al momento in cui sarebbero tornati uguali di nuovo”. Certamente questo valeva per molti cittadini economici degli insediamenti agricoli e delle imprese mercantili del Nuovo Mondo. Ma sotto un’amministrazione del debito a fini di lucro divenuta professionale e ineludibile la gerarchia è mantenuta solo da un’illusione di una futura uguaglianza e tale illusione sta svanendo.

Le vestigia di vergogna che ancora circondavano gli indebitati stanno finalmente scomparendo. (Lentamente, tuttavia; gran parte della retorica sul debito studentesco e sul debito medico rende impliciti giudizi di valore e distinzioni tra differenti tipi di debito. Gli studenti universitari e i malati sono virtuosi, in questi racconti, mentre le persone che lottano con il debito da carte di credito possono non esserlo). Organizzazioni quali Strike Debt!, sorte dopo Occupy, hanno sollecitato una vasta resistenza a ogni genere di prestito privato; il loro Debt Resistors’ Operations Manual (2014) dettaglia procedure e alleati per rifiutare di pagare, da debiti medici e studenteschi a rate dell’automobile.

Seguono le orme di una grande tradizione che risale alle civiltà sumere del 2400 avanti Cristo. Hammurabi, il legislatore originario, decreto quattro volte durante il suo regno che tutti i debiti dei suoi sudditi fossero rimessi, in risposta a diffusi disordini popolari. Il debito è una costruzione sociale, fondamentalmente malleabile, e ciò che è ingestibile deve alla fine essere considerato immorale. Ma quando il debito diventa troppo pesante da sopportare, e mentre gli statunitensi si trovano alla fine di una lunga strada lastricata di false promesse, rimane una scelta: ritarare la bilancia o rinegoziare interamente il significato del debito.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/the-long-history-of-debt-cancellation/

Originale: Boston Review

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Nyet significa nyet: linee rosse della Russia sull’espansione della NATO Successivo Crollo della montatura svedese sulla “molestie sessuali” denuncia la cospirazione politica contro Assange

Lascia un commento