Perché gli statunitensi non insorgono come il popolo del Cile e del Libano?

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di Medea Benjamin e Nicolas J.S. Davies – 15 novembre 2019

Le ondate di proteste scatenate in un paese dopo l’altro in tutto il mondo suscitano la domanda: perché gli statunitensi non insorgono in proteste pacifiche come i nostri vicini? Viviamo al centro stesso di questo sistema neoliberista che sta facendo ingozzare alla gente del ventunesimo secolo l’ingiustizia e la disuguaglianza sistemiche del capitalismo del laissez-faire del diciannovesimo secolo. Così siamo sottoposti a molti degli stessi abusi che hanno alimentato proteste di massa in altri paesi, compresi affitti elevati, salari stagnanti, debiti dalla culla alla tomba, disuguaglianza economica in continuo aumento, assistenza sanitaria privatizzata, un rete di sicurezza sociale a pezzi, trasporti pubblici orrendi, corruzione politica sistemica e guerre interminabili.

Abbiamo anche un presidente corrotto e razzista che il Congresso potrebbe presto mettere in stato d’accusa, ma dove sono le masse fuori dalla Casa Bianca a picchiare pignatte per cacciare Trump? Perché la gente non dà addosso agli uffici dei suoi parlamentari, pretendendo che rappresentino il popolo oppure si dimettano? Se nessuna di queste condizioni ha sinora provocato una nuova rivoluzione americana, che cosa ci vorrà per scatenarne una?

Negli anni Sessanta e Settanta l’insensata Guerra del Vietnam provocò un serio movimento ben organizzato contro la guerra. Ma oggi le guerre interminabili degli Stati Uniti infuriano semplicemente sullo sfondo delle nostre vite, mentre USA e alleati uccidono e mutilano uomini, donne e bambini in paesi distanti giorno dopo giorno, anno dopo anno. La nostra storia ha anche assistito a movimenti di massa stimolanti per i diritti civili, i diritti delle donne e i diritti dei gay, ma questi movimenti sono parecchio domati oggi.

Il Movimento Occupy nel 2011 è arrivato vicino a sfidare l’intero sistema neoliberista. Ha risvegliato un’intera generazione alla realtà del governo di, da e per l’un per cento corrotto, e ha costruito una base potente di solidarietà tra il 99 per cento emarginato. Ma Occupy ha perso impeto perché non ha operato la transizione da elemento di coesione e da forum decentrato, democratico a un movimento coeso che potesse avere un impatto sulla struttura esistente del potere.

Il movimento per il clima sta cominciando a mobilitare una nuova generazione e gruppi come Sciopero Scolastico per il Clima e Ribellione all’Estinzione prendono direttamente di mira questo sistema economico distruttivo che dà priorità alla crescita e al profitto delle imprese rispetto alla stessa sopravvivenza della vita sulla Terra. Ma anche se proteste per il clima hanno bloccato parti di Londra e di altre città di tutto il mondo, la dimensione delle proteste per il clima negli Stati Uniti non corrispondono ancora all’urgenza della crisi.

Dunque, perché il pubblico statunitense è così passivo?

Gli statunitensi riversano la loro energia e le loro speranze nelle campagne elettorali. Le campagne elettorali nella maggior parte dei paesi durano solo pochi mesi, con rigidi limiti al finanziamento e alla pubblicità per cercare di garantire elezioni leali. Ma gli statunitensi riversano milioni di ore e miliardi di dollari in campagne elettorali pluriennali gestite da un settore in continua crescita di pubblicità industriale commerciale che ha persino assegnato a Barack Obama il suo premio di “Venditore dell’anno” nel 2008. (Gli altri finalisti non erano John McCain o i Repubblicani, bensì Apple, Nike e la birra Coors).

Quando le elezioni statunitensi finalmente terminano, migliaia di volontari esausti spazzano via le bandierine e vanno a casa, ritenendo di aver compiuto il loro lavoro. Mentre la politica elettorale dovrebbe essere un veicolo di cambiamento, questo modello neoliberista di politica industriale di “centrodestra” e “centrosinistra” assicura che i parlamentari e i presidenti di entrambi i partiti rispondano principalmente all’un per cento dominante che “paga lo spettacolo”.

L’ex presidente Jimmy Carter ha schiettamente descritto quella che gli statunitensi chiamano eufemisticamente “finanza elettorale” come un sistema di corruzione legalizzata. Transparency International (TI) classifica gli Stati Uniti al ventiduesimo posto del suo indice della corruzione politica, identificandoli come più corrotti di qualsiasi altro paese sviluppato ricco.

Senza un movimento organizzato di massa che continuamente prema e pungoli per un cambiamento reale e chiami i politici a rispondere – delle loro politiche così come delle loro parole – i nostri governanti neoliberisti suppongono di poter ignorare in sicurezza le preoccupazioni e gli interessi della gente comune quando prendono decisioni cruciali che plasmano il mondo in cui viviamo. Come osservò nel 1857 Frederick Douglass: “Il potere non concede nulla senza che sia preteso. Non lo ha mai fatto e mai lo farà”.

Milioni di statunitensi hanno interiorizzato il mito del “sogno americano”, credendo di avere opportunità eccezionali di mobilità sociale ed economica rispetto ai loro pari di altri paesi. Se non hanno successo deve essere colpa loro; o non sono abbastanza in gamba oppure non lavorano abbastanza duramente.

Il Sogno Americano è non solo elusivo; è una totale fantasia. In realtà gli Stati Uniti hanno la maggiore disuguaglianza di reddito di ogni paese sviluppato ricco. Dei 39 paesi sviluppati dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) solo il Sudafrica e il Costa Rica superano il tasso di povertà del 18 per cento degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti sono un’anomalia: un paese molto ricco che soffre di una povertà eccezionale. A peggiorare le cose, i bambini nati da famiglie povere negli USA hanno probabilità di restare poveri da adulti maggiori dei bambini poveri di altri paesi ricchi. Ma l’ideologia del sogno americano mantiene le persone in lotta e in competizione per migliorare le loro vite su basi strettamente individuali, invece di pretendere una società più equa e l’assistenza sanitaria, l’istruzione e i servizi pubblici di cui tutti abbiamo bisogno e che meritiamo.

I media industriali mantengono gli statunitensi disinformati e docili. Il sistema mediatico industriale statunitense è anche unico, sia nella sua consolidata proprietà industriale sia nella sua limitata copertura giornalistica, nelle sue redazioni infinitamente ridotte e nella limitata gamma dei punti di vista. Il suo giornalismo economico riflette gli interessi dei proprietari e pubblicitari industriali; il suo giornalismo e dibattito nazionale è strettamente inquadrato e limitato dalla retorica prevalente dei leader Democratici e Repubblicani; la sua anemica copertura della politica estera è dettata editorialmente dal Dipartimento di Stato e dal Pentagono.

Il sistema mediatico chiuso avvolge il pubblico in un bozzolo di miti, eufemismi e propaganda per lasciarci eccezionalmente ignoranti riguardo al nostro stesso paese e al mondo in cui viviamo. Giornalisti Senza Frontiere classifica gli Stati Uniti quarantottesimi su 180 paesi nel suo Indice della Libertà di Stampa, ancora una volta rendendo gli Stati Uniti un’eccezionale anomalia tra i paesi ricchi.

E’ vero che si possono cercare le proprie verità sui media sociali per contrastare le chiacchiere industriali, ma i media sociali sono essi stessi una distrazione. Le persone passano innumerevoli ore su Facebook, Twitter, Instagram e altre piattaforme a dar sfogo alla loro rabbia e frustrazione senza alzarsi dal divano per fare concretamente qualcosa, salvo forse firmare una petizione. Il “clictivismo” non cambierà il mondo.

Si aggiungano a ciò le infinite distrazioni di Hollywood, videogiochi, sport e consumismo e lo sfinimento che deriva dallo svolgere più lavori per far quadrare i conti. La conseguente passività politica degli statunitensi non è un qualche strano accidente della cultura statunitense, bensì il prodotto intenzionale di una rete reciprocamente rafforzante di sistemi economici, politici e mediatici che mantengono il pubblico statunitense confuso, distratto e convinto della propria impotenza.

La docilità politica del pubblico statunitense non significa che gli statunitensi siano felici del modo in cui stanno le cose, e le sfide uniche che questa docilità indotta pone agli attivisti e organizzatori politici statunitensi non possono certamente essere più spaventose della repressione minacciosa della vita che affrontano gli attivisti in Cile, Haiti o Iraq.

Dunque come possiamo liberarci dai nostri ruoli assegnati di spettatori passivi e tifosi meccanici di una classe dominante venale che se la ride lungo la via alla banca e attraverso le sale del potere mentre arraffa ancor più ricchezza e potere concentrati a nostre spese?

Un anno fa pochi si aspettavano che il 2019 sarebbe stato un anno di rivolte globali contro il sistema economico e politico neoliberista che ha dominato il mondo per quarant’anni. Pochi predicevano nuove rivoluzioni in Cile o Iraq o Algeria. Ma le rivolte popolari hanno un loro modo di scompigliare il senso comune.

Anche i catalizzatori di ciascuna di queste rivolte sono stati sorprendenti. Le proteste in Cile sono iniziate per un aumento delle tariffe della metropolitana. In Libano la scintilla è stata una tassa proposta su WhatsApp e altri profili dei media sociali. Aumenti della tassa sui carburanti hanno innescato le proteste dei gilet gialli in Francia mentre la fine dei sussidi per il carburante è stata un catalizzatore sia in Ecuador sia in Sudan.

Il fattore comune a tutti questi movimenti è l’indignazione della gente comune contro sistemi e leggi che premiano la corruzione, l’oligarchia e la plutocrazia a spese della sua qualità della vita. In ciascun paese tali catalizzatori sono stati l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma una volta che la gente è scesa in strada, le proteste si sono rapidamente trasformare in rivolte più generali con la richiesta delle dimissioni di leader e governi.

Loro hanno le armi, ma noi abbiamo i numeri. La repressione e la violenza statale non ha fatto altro che alimentare maggiori rivendicazioni popolari di un cambiamento più fondamentale e milioni di dimostranti in un paese dopo l’altro sono rimasti impegnati alla nonviolenza e alla protesta pacifica, in forte contrasto con la violenza rampante del colpo di stato di destra in Bolivia.

Anche se queste rivolte sembrano spontanee, in ogni paese in cui la gente è insorta nel 2019, attivisti hanno lavorato per anni a costruire i movimenti che alla fine hanno portato in piazza e sui titoli dei giornali grandi numeri di persone.

La ricerca di Erica Chenoweth sulla storia dei movimenti di protesta nonviolenti ha scoperto che ogni volta che almeno il 3,5 per cento della popolazione è sceso in piazza per chiedere un cambiamento politico, i governi non sono stati in grado di opporsi alle sue domande. Transparency International ha rilevato che il numero degli statunitensi che considera l’”azione diretta”, comprese le proteste di piazza, come antidoto al nostro sistema politico corrotto è aumentato dal 17 al 35 per cento da quando Trump ha assunto la carica, molto più del 3,5 per cento della Chenoweth. Soltanto il 28 per cento continua a considerare una risposta soltanto “votare per un candidato pulito”. Dunque siamo forse solo in attesa del catalizzatore giusto per emozionare il pubblico statunitense.

In realtà il lavoro degli attivisti progressisti negli USA sta già scompigliando lo status quo neoliberista. Senza il lavoro di costruzione del movimento di migliaia di statunitensi, Bernie Sanders sarebbe ancora un senatore poco noto del Vermont, largamente ignorato dai media industriali e dal Partito Democratico. La prima campagna presidenziale enormemente riuscita di Sanders nel 2016 ha spinto una nuova generazione di politici statunitensi a impegnarsi in soluzioni politiche reali a problemi reali, anziché nelle vaghe promesse e ricerche di applausi che servono da cortine fumogene per i programmi corrotti di politici neoliberisti come Trump e Biden.

Non possiamo predire esattamente quale catalizzatore innescherà un movimento di massa negli Stati Uniti simile a quelli che stiamo vedendo all’estero, ma con un numero sempre maggiore di statunitensi, specialmente giovani, che chiedono un’alternativa a un sistema che non soddisfa i loro bisogni, l’esca per un movimento rivoluzionario è dovunque. Dobbiamo solo continuare a suscitare scintille fino a quando una si accenderà.

Medea Benjamin, cofondatrice di CODEPINK for Peace è autrice di ‘Inside Iran: The Real History and Politics of the Islamic Republic of Iran’ e di ‘Kingdom of the Unjust: Behind the U.S.-Saudi Connection’.

Nicolas J.S. Davies è un autore indipendente, ricercatore per CODEPINK e autore di ‘Blood on Our Hands: The America Invasion and Destruction of Iraq’.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/why-arent-americans-rising-up-like-the-people-of-chile-and-lebanon/

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

 

 

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