Perché il mondo ricorderà il presidente uscente della BCE come il Non Tanto “Super” Mario Draghi

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European Central Bank chief Mario Draghi attends the Committee on Economic and Monetary Affairs at the EU headquarters in Brussels on June 21, 2016.
Draghi said on June 21 the ECB is prepared for all eventualities regarding the British EU referendum later this week, but the economic impact of the vote is difficult to predict. / AFP / JOHN THYS (Photo credit should read JOHN THYS/AFP/Getty Images)

di  Lambert Strether – 30 ottobre 2019

Di Marshall Auerback, un analista e commentatore di mercato. Questo articolo è stato prodotto da Economy for All, un progetto dell’Independent Media Institute.

Mario Draghi [ha concluso] il suo mandato di presidente della Banca Centrale Europea (BCE) alla fine di ottobre. Lo ha fatto come il capo più determinante della BCE dall’avvio dell’euro. Ampliando considerevolmente il ruolo della banca centrale Draghi probabilmente ha salvato l’eurozona dall’implosione. Ma in modo molto simile alla difesa del regime di Bashar al-Assad in Siria, rimane non chiaro se il mantenimento dell’unione della moneta unica sia stato un obiettivo meritevole o abbia semplicemente perpetuato un sistema profondamente difettoso che ha creato miseria per milioni di persone.

Per molti aspetti le azioni di Draghi sono state simili ad aggiungere altri piani a una struttura con fondamenta scarse, violando, nel farlo, i codici di sicurezza pur avendo fornito uno spazio in modo che l’edificio potesse diventare marginalmente abitabile. Ma, nel far questo, le sue azioni hanno contribuito a grandi costi socioeconomici e, nelle parole di Fritz W. Scharpf, ex direttore dell’Istituto Max Planck per lo Studio delle Società, “ha avuto anche l’effetto di ‘distruggere la legittimità democratica dei governi’”.  Ciò che seguirà, provocherà probabilmente tre possibili risultati: 1) la UE accetta di consentire agli stati membri di ri-sviluppare sub-monete nazionali che possano equilibrare problemi economici; 2) i debiti nazionali delle nazioni UE potrebbero fondersi per produrre un tesoro sovranazionale che sosterrebbe un forte credito; 3) o, in assenza di queste due politiche, l’esitare potrebbe determinare una legittimità indebolita che potrebbe avviare un collasso dello stesso progetto dell’Unione Europea.

Facciamo un passo indietro: fin dall’inizio ci sono stati due problemi correlati nell’eurozona. Uno è il problema della solvibilità (cioè i singoli paesi possono in teoria finire in rovina, persino la Germania, perché sono funzionalmente come una provincia canadese o uno stato USA: utilizzano la moneta ma non la creano). Draghi ha fondamentalmente risolto il problema dell’insolvenza con il suo programma di alleggerimento quantitativo [quantitative easing, QE], poiché da emittente dell’euro la BCE era la sola istituzione che poteva credibilmente sostenere i titoli sovrani e prevenire l’insolvenza. E’ per questo che gli spread sono stati compressi così spettacolarmente e i costi degli indebitamenti nazionali sono precipitati.

Per quanto successo abbia avuto questa misura, essa ha avuto un grande costo. La BCE interveniva a sottoscrivere i titoli e a garantire la solvibilità nazionale solo a condizione che il paese beneficiario attuasse tagli alla spesa. In effetti la mano destra rubava alla mano sinistra, poiché le misure d’austerità hanno semplicemente esacerbato il problema della scarsa domanda di consumatori e imprese e hanno costretto i governi interessati a emettere ancora altro debito nazionale. Per correttezza nei confronti di Draghi, la condizione dell’austerità è stata probabilmente cruciale per garantire l’intervento dei protagonisti economici dell’Europa Centrale in Germania; i dirigenti della Bundesbank erano preoccupati del problema degli “scrocconi”, in cui paesi fino a quel punto dissoluti sarebbero stati premiati con bassi tassi d’interesse, senza avere controlli finanziari solidi. In assenza dell’acquiescenza di Berlino, i mercati avrebbero probabilmente scartato l’impegno di Draghi.

A questo riguardo “Super Mario” ha avuto quasi troppo successo. I suoi interventi hanno creato una specie di azzardo morale incontrollato nei mercati obbligazionari dell’eurozona. L’esempio più vivido di questo fenomeno è il recente fenomeno bizzarro dei rendimenti negativi, in cui certi paesi sovrani, come la Germania, sono stati di fatto pagati dai creditori per il “privilegio” di detenere i loro fondi. Ciò ha creato, a sua volta, grandi pressioni finanziarie tra, ad esempio, istituzioni finanziare tedesche, quali le banche, e fondi previdenziali nazionali. Come possono riconoscere rendimenti ai loro depositanti o versare le pensioni agli iscritti, se queste istituzioni sono costrette a detenere titoli tedeschi che, per legge, devono acquistare? Nelle parole di Ambrose Evans-Pritchard, il redattore finanziario internazionale del Daily Telegraph, Mario Draghi ha creato “il mercato obbligazionario più deforme della storia… [ed] è saltato dalla padella al frigorifero”.

Il problema della domanda è rimasto ancor più problematico: l’eurozona ha avuto a lungo un problema di domanda insufficiente (specialmente nelle nazioni mediterranee a lungo sofferenti, quali Grecia, Italia, Portogallo e Spagna, ma oggi in estensione alla stessa Germania). Questo è un problema fiscale ma, come segnalato in precedenza, non esiste un tesoro degli “Stati Uniti d’Europa” e dunque in singoli paesi dell’eurozona sono tuttora lasciati ai propri meccanismi di decisione di spesa.

Anche se la moneta UE è separata dalle autorità fiscali di ciascun paese membro, tuttavia, ci sono molteplici componenti che creano considerevoli pressioni di austerità di bilancio. Uno è la presenza del Patto di Stabilità e Crescita che arbitrariamente stabilisce limiti di indebitamento e di spesa (con penali finanziarie minacciate a trasgressori seriali che rifiutano persistentemente di rispettare le regole). Il secondo problema è direttamente correlato al bizzarro status sovranazionale dell’euro: accettando di scambiare le proprie monete nazionali con l’euro (una moneta emessa solo dalla BCE, non dalle banche centrali nazionali), tutti i membri della moneta unica hanno ceduto la propria capacità di garantire elevali livelli di occupazione e produzione. Come gli stati statunitensi, questi paesi sono limitati alla tassazione e al collocamento di titoli nella propria capacità di spesa e i mercati possono in effetti far loro chiudere bottega se la loro politica fiscale è considerata finanziariamente insostenibile. I partecipanti al mercato semplicemente smettono di comprare i titoli, i rendimenti salgono alle stelle e la bancarotta diviene una possibilità reale. Questo è precisamente ciò che era successo prima del discorso di Draghi circa “tutto il necessario” sette anni fa e quando la cosiddetta “crisi dei PIIGS” era al suo picco. Il problema della domanda è stato paradossalmente esacerbato dalla “risoluzione” del problema della solvibilità, che ha creato una terza pressione a favore dell’austerità di bilancio. I paesi “salvati” dalla BCE erano come relitti zoppicanti le cui gambe era spezzate ogni volta che cercavano di stare sui loro piedi. Sono sopravvissuti, ma a quale costo?

E’ vero che la decisione di tali paesi di scambiare le loro monete nazionali con l’euro ha avuto luogo prima che Draghi occupassi il posto di vertice alla BCE, anche se egli aveva certamente avuto un ruolo attivo nei primi anni Novanta presso il Tesoro italiano al fine di assicurare che Roma cedesse alla rigide condizioni di ingresso. Come riferito da Market Watch, secondo gli storici dell’Unione Europea Kenneth Dyson e Kevin Featherstone, “Mario Draghi, attualmente presidente della Banca Centrale Europea e allora direttore del Tesoro italiano, ‘credeva fino in fondo’ che l’euro avrebbe imposto la disciplina di cui i governi italiani avevano bisogno”.

Quella che per uno è disciplina, per un altro è inutile ossessione per l’austerità. “Super Mario” considerava l’euro come un mezzo per liberare il paese dalla sua cosiddetta dipendenza dalla dissolutezza fiscale, che è un modo economico per descrivere l’autonomia nazionale. Durante il suo mandato al Tesoro italiano, erano sorte domande circa il ruolo di Draghi in un misterioso swap valutario che aveva avuto luogo tra l’Italia e la JP Morgan, appena prima che il paese entrasse nell’Unione Economica e Monetaria dell’Unione Europea. Lo swap avrebbe aiutato il governo italiano a prendere segretamente a prestito miliardi e in tal modo lo aveva messo in grado di manipolare i suoi conti prima dell’ingresso formale nell’eurozona. E’ precisamente questo approccio altezzoso alla legalità che ha a lungo caratterizzato la cultura economica della BCE (in effetti dell’Unione Europea nel suo complesso), nonostante la sua ripetuta (e spesso ipocrita) insistenza sull’adesione a un ordine basato su regole da parte da parte di paesi ribelli. Il mandato di Draghi di presidente della BCE ha fatto molto per ampliare la competenza della banca centrale in attività legalmente discutibili.

E a quale costo? Gran parte del continente è segnato da una generazione persa di giovani che non hanno  mai sperimentato qualcosa di lontanamente simile a una sicurezza economica o a un’occupazione sicura a tempo pieno. La disoccupazione a due cifre è tuttora diffusa in molte parti della UE, parallelamente a una crescente disuguaglianza, a montanti conflitti politici e a una rinascita di tensioni nazionaliste, l’eliminazione delle quali doveva essere il principale scopo politico dell’”ideale europeo”, quando la comunità fu inizialmente immaginata dopo la Seconda guerra mondiale. Così ridotta è la fiducia tra gli stati membri dell’eurozona che non esiste virtualmente alcuna brama di un passaggio totale a un’autorità fiscale di “Stati Uniti d’Europa”, se l’ascesa di partiti intensamente nazionalisti populisti in Francia, Italia, Belgio, Ungheria e Polonia è qualcosa da superare. In passato ho paragonato lo scenario attuale alla Jugoslavia prima del suo scioglimento nei primi anni Novanta:

“Le repubbliche relativamente ricche della Jugoslavia (Slovenia e Croazia) non sopportavano politiche che trasferivano ricchezza a repubbliche relativamente povere, come Serbia, Macedonia, Montenegro o la regione autonoma del Kosovo. Uno volta scomparso il genio organizzativo di Tito, i legami che tenevano insieme il paese divennero sfilacciati e alla fine si spezzarono con il manifestarsi di vecchie vertenze in forme più nuove. Lo stesso tipo di evoluzione potrebbe aver luogo nell’Unione Europea se subisse un’unione fiscale sovranazionale, in cui i paesi ricchi sentano di essere gravati ingiustamente, l’inizio della qual cosa è già evidente”.

Avrebbe potuto creare un considerevole scompiglio finanziario (oltre a cacciarlo dal posto) ma certamente un’opzione migliore per Draghi sarebbe stata ammettere che le unioni monetarie, in assenza di un’unione fiscale accompagnatoria, non hanno mai potuto funzionare. Quella è stata certamente l’esperienza storica della fase iniziale dell’indipendenza nazionale statunitense sotto gli Articoli della Confederazione, un’unione caratterizzata da un’autorità fiscale centrale debole e da litigi paragonabili tra le tredici colonie originali riguardo alla soluzione di debiti nazionali e contrasti sulle rivendicazioni di terre. Invece di costruire su tale debole struttura, gli interi articoli furono alla fine stracciati alla Convenzione Costituzionale, durante la quale fu creata una nuova Costituzione che previde un governo federale molto più forte, creando un forte ramo esecutivo, tribunali nazionali e poteri fiscali centralizzati.

In un mondo ideale, Draghi e altri avrebbero sostenuto la tesi di un’azione coordinata per reintrodurre monete nazionali e richiedere immediatamente che tutte le tasse e gli altri obblighi contrattuali pubblici in seno alla nazione fossero denominati in quella moneta, in modo da creare domanda di tali monete. Il problema, naturalmente, è che alla fin fine Draghi è stato prigioniero dell’illusione dell’austerità contro la quale si è scagliato nelle ultime ore da presidente della BCE, comprendendo tardivamente che la politica monetaria e finita ormai in un vicolo cieco. Alla fine Mario-Non-Tanto-Super è stato ingannato dall’illusione dell’austerità… e un uomo disposto a darsi alle necessarie politiche sprezzanti di un banchiere incaricato di generare un cordone ombelicale alla UE per colmare un grande vuoto istituzionale che, tanto per cominciare, non era suo compito

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Originale: https://www.nakedcapitalism.com/2019/10/why-the-world-will-remember-departing-ecb-president-as-the-not-so-super-mario-draghi.html

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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