Sulle origini della classe professionale-manageriale  

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Barbara Ehrenreich

di Barbara Ehrenreich e Alex Press  – 26 ottobre 2019

La “classe professionale-manageriale” (PMC), un’espressione coniata da Barbara e John Ehrenreich in un saggio del 1977 per Radical America, è recentemente emersa dall’oscurità accademica come una specie di abbreviazione del liberismo tecnocratico, o di elettori Democratici abbienti, o del membro medio dei Socialisti Democratici d’America (DSA, secondo a chi si chiede.

Gli Ehrenreich descrivevano la PMC come una forma distinta dalla vecchia classe media (liberi professionisti, piccoli commercianti, allevatori indipendenti) e dalla classe operaia. Emersa con il capitalismo monopolisti della fine del diciannovesimo secolo, la classe si consolidò entro la metà del ventesimo secolo e formò un nucleo della New Left [Nuova Sinistra]. Nel loro saggio “classe” è sia “un rapporto comune con le fondamenta economiche della società”, sia “effettive relazioni tra gruppi di persone, non relazioni formali tra persone e oggetti”. In altri termini gli autori sentivano che i loro compagni d’un tempo della New Left si relazionavano con la classe operaia in un modo distinto, non semplicemente da compagni lavoratori.

Quando l’operatore sociale affronta il suo clienti, o il dirigente il suo lavoratore, lo fa in un rapporto “oggettivamente antagonistico”. La PMC è costituita da “lavoratori stipendiati della mente che non posseggono i mezzi di produzione e la cui principale funzione nella divisione sociale del lavoro può essere genericamente descritta come la riproduzione della cultura capitalista e delle relazioni di classe capitaliste”.

Questi interessi contraddittori sono un prodotto non solo della collocazione sociale, ma anche della funzione sociale. Classe mediatrice, la PMC esiste solo “in virtù dell’espropriazione delle competenze e della cultura un tempo appartenenti alla classe lavoratrice”: produzione culturale, riproduzione sociale, eccetera. Si relazionano con la classe lavoratrice con un misto di “disprezzo e paternalismo”, mentre i lavoratori interagiscono con loro con “ostilità e deferenza”. Così, pur se le condizioni di lavoro e la remunerazione della PMC si deteriorano, non è certo che i suoi membri si schiereranno dalla parte della classe lavoratrice e ancor meno che una simile coalizione sia priva di tensioni.

Questa era la tesi esposta dagli Ehrenreich nel 1977. Considerata la ritrovata attualità dell’espressione, e l’incoerenza con cui è buttata lì, ho telefonato la settimana scorsa a Barbara Ehrenreich per parlare con lei del passato e del presente della PMC e del contesto in cui lei e John Ehrenreich avevano coniato l’espressione. La conversazione è stata rivista a fini di chiarezza e concisione.

Alex Press: Voi avete coniato l’espressione “PMC” in un paio di saggi del 1977 per Radical America, la cui motivazione era un desiderio di analizzare la traiettoria della New Left. Potresti esporre in parole tue come definisci la classe professionale-manageriale e qual era il contesto del concetto?

Barbara Eherenreich: Noi scrivemmo quel saggio in un modo piuttosto barboso per cercare di non offender i marxisti, e ci includevamo in quella categoria. Ma in larga misura stava emergendo da ciò che stavamo vivendo politicamente a sinistra. John Ehrenreich e io avevamo una sezione del New American Movement (NAM) che si incontrava spesso a casa nostra ed era interessante che c’era una varietà di persone per classe; non, purtroppo, per razza, ma per classe. C’era un gruppo di persone che erano lavoratori di magazzini, che erano coinvolti in una campagna di tesseramento e poi, all’altro estremo, c’erano professore ordinario e sua moglie. E dunque era affascinante e anche spaventoso assistere alle interazioni.

Penso, in particolare, di essere stata molto sensibile a queste cose a motivo della mia storia. Mio padre in origine era un minatore del rame e gli altri membri della famiglia erano operai delle ferrovie e altri minatori. Ma io ero andata all’università e avevo conseguito una laurea, dunque ero anche un membro della PMC. Potevo veder crescere le tensioni. Il professore e sua moglie, che divennero molto dominanti nel gruppo, provavano un mucchio di disprezzo per i più lavoratori. Era imbarazzante. Per me era importante che le persone andassero d’accordo. Volevamo un movimento che includesse gli insegnanti universitari e i lavoratori dei magazzini.

Non funzionò. Il professore e sua moglie se ne andarono. Dapprima mi denunciarono personalmente: portarono una copia del libretto rosso di Mao da cui leggevano ad alta voce, solo che ogni volta che Mao denunciava i liberali, loro dicevano “Barbara”. Era semplicemente bizzarro e, allo stesso tempo, era doloroso. Quella riunione culminante ebbe luogo a casa di due dei nostri membri della classe operaia: lui era un fabbro e lei un’assistente infermieristica. Avevano preparato dei piattini da sbocconcellare, dolcetti e torte, perché è questo che fai quando hai ospiti a casa tua, e il professore e sua moglie semplicemente li ignorarono. E non è così che si agisce quando si è a casa di qualcuno. Fu terribile.

Ho visto accadere cose simili in altre parti del paese. Ad esempio, c’erano scontri che scoppiavano in cooperative alimentari: erano chiamati le “guerre delle merendine [Twinkie]”. La gente voleva che la cooperativa alimentare vendesse i cibi fortemente lavorati, indubbiamente dannosi, che potevano comprare al supermercato. I quelli più del genere PMC non lo volevano.

Dunque ci fu un mucchio di dati empirici che finì in quel saggio. C’era una differenza reale tra le persone che lavoravano essenzialmente dicendo ad altri che cosa fare – e vi erano compresi gli insegnanti – e persone che svolgevano il lavoro che altri dicevano loro di fare. Diventa una differenza tra lavoro manuale e mentale, ma porta con sé un fottio di peso; lo vedo in continuazione, il disprezzo specialmente nei confronti di lavoratori bianchi tra le persone di sinistra con un passato universitario.

La reazione generale a quel saggio fu molto negativa dall’interno del NAM. Ad esempio, ricordo un membro del NAM – che successivamente fece strada diventando un guru centrista molto eminente – che, in una riunione nazionale del NAM, mi sussurrò che avevo fatto più di chiunque altro per distruggere la possibilità del socialismo rivoluzionario in questo paese. Piuttosto scioccante: un fardello pesante da portare per il resto della vita.

Press: Che cosa provocò quel livello di reazione negativa?

Ehrenreich: Pareva che il nostro intero senso di integrità come persone di sinistra dipendesse dal fatto che anche noi della classe operaia. Dovevamo essere nello stesso rapporto con il capitale come, diciamo, le tute blu, e io penso semplicemente che non sia vero. Dicevamo: siamo franchi riguardo a questa divisione.

Press: Nella tua riflessione del 2013 sulla PMC scrivi: “Il centro non ha tenuto. Concepita come la ‘classe media’ e il supposto deposito di virtù civica e dedizione occupazionale, la PMC è in rovina”. Aggiungi che “il sogno originale della PMC – una società governata dalla ragione e guidata da professionisti con un spirito pubblico – è stato screditato”. Che cosa è successo alla PMC?

Ehrenreich: Penso realmente che sia stata distrutta. In quell’articolo noi scrivevamo per la Rosa Luxemburg Stiftung. John e io parliamo di professioni tanto fondamentali e apparentemente eterne quanto la legge, ad esempio. Ciò è stato minato: le facoltà di diritto falsificano il numero dei loro laureati che finiscono a lavorare in posti che abbiano un qualche rapporto con il diritto. Tu sai, naturalmente, quello che è successo ai giornalisti; non siamo pagati. L’insegnamento universitario [è stato] totalmente minato da aggiunti essenzialmente a salario minimo. Dunque io direi che quello che era successo alla classe lavoratrice delle tute blu con la deindustrializzazione, sta ora succedendo alla PMC, salvo che per il suo livello dirigenziale di vertice, che continua a passarsela molto bene e che forse costituisce il 20 per cento della popolazione.

Press: In quel saggio del 2013, dopo aver descritto la PMC come “in rovina”, tu chiedi: “Dovremmo piangere il destino della PMC o rallegrarci che ci sia un’élite sedicente, compiaciuta in meno a intralciare il percorso a un futuro più ugualitario?” Qual è la tua risposta oggi a quella domanda?

Ehrenreich: E’ una domanda molto difficile. Dobbiamo renderci conto di quale sia sempre stata la raison d’etre della PMC. Esiste un’etica del servizio, che si può tuttora trovare in molti professionisti. C’è anche il solito numero di lacchè dell’industria che farà qualsiasi cosa gli sia chiesta, ma l’etica del servizio è qualcosa che non è apprezzata a sufficienza.

Né gli stessi professionisti si rendono conto di come questa sensazione di fare qualcosa di valido fa parte anche della coscienza delle tute blu. Io ho un amico camionista che ama sottolineare che ogni singola cosa che io acquisto al supermercato è stata consegnata per camion. Nulla funziona senza persone come lui. E anche se sta diventando sempre più difficile essere orgogliosi da lavori simili, mentre sono minuziosamente controllati e sorvegliati, dovremmo essere in grado di edificare su essi e collegarci diffusamente attraverso quella sensazione di orgoglio e professionalità.

Sono sorpresa e sbalordita da quello che apprendo dall’articolo [di Gabriel Winant]. Ne ho ricavato la sensazione che in seno al DSA, ad esempio, “PMC” sia diventata una specie di insulto.

Press: In parte dei media di sinistra, tra cui Jacobin – dove lavoro – penso che l’espressione sia diventata un’abbreviazione per segnalare che gli interessi, diciamo, degli elettori Democratici più abbienti alle primarie non siano identici a quelli della classe operaia. Così ha ottenuto una certa attualità alla luce, in particolare, delle elezioni del 2020. Ma il vostro saggio del 1977 ha anche un certo peso nell’analizzare la composizione del DSA; oggi sta accadendo qualcosa di simile che non è diverso da come voi consideravate la composizione della New Left nel vostro saggio originale.

Ehrenreich: E’ interessante, ma detesto vedere la “PMC” trasformata in un insulto di ultrasinistra. Noi dobbiamo lavorare insieme! Probabilmente anche tu hai un’istruzione universitaria.

Press: Dunque che cosa diresti a chi pensi che i membri della PMC siano più o meno irrilevanti per la sinistra, o perché sono strategicamente inutili rispetto al potere della, diciamo, classe operaia per fermare il capitale o perché sono irrecuperabili, condannati sempre a servire da aggiunti al capitale?

Ehrenreich: Beh [“PMC” come espressione] sta diventando meno importante mentre prosegue questa polarizzazione all’interno delle professioni, come l’insegnamento universitario. I pochi che sono al vertici non accoglieranno prontamente le lotte degli aggiunti, molto meno degli operatori della nettezza urbana nei campus. Quando uscì il mio libro Nickel and Dimed stavo viaggiando in tutto il paese e parlando in campus universitari e cercando di dire agli studenti che la loro istruzione è garantita non solo da amministratori e professori, ma da chiunque altro, comprese le persone che puliscono le aule la notte. E che dovevano guardarsi in giro e fare causa comune con le persone del campus che erano  messe a terra da bassi salari.

Press: Oggi ci sono esempi interessanti di quel genere di coalizione. I lavoratori del settore tecnologico – ingegneri remunerati lautamente – si organizzano nelle loro società al fianco di terzisti a basso salario, come il personale delle pulizie o della ristorazione. O prendi gli scioperi degli insegnanti: oggi a Chicago gli insegnanti sono al fianco dei lavoratori dei servizi della Sezione 73 del SEIU [Sindacato Internazionale del Lavoratori dei Servizi].

Ehrenreich: Beh, questo è emozionante. Mi fa molto piacere sentirlo. A volte, come nell’assistenza sanitaria, è molto difficile far sì che le infermiere si alleino con tecnici e persino con personale infermieristico di livello inferiore. E succede perché le stesse infermiere hanno una presa fragile sulla professionalità. Tuttora non sono prese sul serio da medici e amministratori. Posso capirlo, ma queste sono cose su cui i sindacalisti devono darsi da fare passo dopo passo.

Press: Quando scriveste il saggio originale sulla PMC stava emergendo un’analisi a destra, tra i neoconservatori, riguardo alla cosiddetta “Classe Nuova”. Oggi c’è una specie di equivalente, un populismo di destra che attinge a personaggi come James Burnham e che a volte addirittura critica il capitalismo globale a favore di un accento sullo stato-nazione, e sugli statunitensi bianchi in particolare. Ma è fatto in un classico modo truffaldino, offrendo politiche economiche tradizionalmente reazionarie.

Penso a Richard Spencer, Tucker Carlson e Josh Hawley, il senatore Repubblicano del Missouri. Provengono tutti da una storia di PMC. Che cosa pensi di questo ambiente?

Ehrenreich: E’ un argomento doloroso. Ho sempre desiderato un populismo di sinistra che potesse raggiungere lo stesso genere di persone [cui mirano i populisti di destra]. La loro ipocrisia, naturalmente, non conosce limiti: se tu o io dovessimo improvvisamente ricevere un mucchio di attenzione mediatica per le nostre denunce del capitalismo, ci sarebbero tutti addosso per le nostre vite privilegiate, non importa quanto poco privilegiato tu ti possa sentire. Sai: “Perché non vi prendete un gruppo di richiedenti asilo nel vostro appartamento?” e così via. Insistono su un certo tipo di altruismo estremo a sinistra ma non vedono alcuna contraddizione tra quello che loro fanno e gli effetti sui lavoratori di quello che vanno dicendo; non vedono che si applica a loro.

Nel 2016 sono improvvisamente diventata molto popolare presso i media. Ho cominciato a ricevere tutte queste chiamate per spiegare “Che cos’è questa classe lavoratrice bianca? Conosci qualcuno di loro?” L’estremo divario tra i nostri media e la classe lavoratrice a volte mi pare insuperabile. Negli anni Novanta lavoravo presso un editore di una rivista liberale femminile. Volevo scrivere qualcosa riguardo a “perché non sposare una tuta blu?” invece di tutti gli articoli sulla “ricerca di qualcuno che sia più ricco, più alto”. L’editore ascoltò questo discorso e poi disse – riferendosi alla tuta blu – “ma sanno parlare?” Rimasi di sasso. Di fatto ero realmente sposata [con una tuta blu] all’epoca; dopo il mio matrimonio con John ero finita con uno di quei lavoratori dei magazzini che ho citato quando ero nel NAM. E lui è un intellettuale; ha letto molto più Marx di me.

Press: Come riconosciamo le somiglianze tra persone di posizioni di classe differenti, senza nascondere le magagne o appiattire le differenze?

Ehrenreich: Serve una discussione molto seria. Ad esempio, dovremmo chiedere: quali cattive abitudini introduciamo in una situazione mista di classe e quali abitudini buone? Dobbiamo riflettere molto di più su questo. Oggi sono molto preoccupata, pensando a qualcosa come il DSA, che l’impressione della classe lavoratrice sia che noi siamo una manica di brontoloni, che diciamo alle persone che sono razziste, che sono omofobe. E a volte, persino prima che ti esca una parola di bocca, alcuni si fanno piccoli perché pensano che sia questo che dirai loro. Non possiamo organizzarci in quel modo. Ma non conosco le risposte.

Press: Qual è il rapporto della PMC con il Partito Democratico?

Ehrenreich: Il Partito Democratico ha realmente deluso la classe lavoratrice statunitense negli anni Novanta e dopo: Clinton, Obama. La gente ha ragione a essere scettica, anche se le forme che tale scetticismo assume sono troppo spesso razziste. Era chiarissimo quando si era candidata Hillary Clinton, perché lei esemplifica i valori della PMC, l’aspetto tecnocratico, comunque: mettiamo insieme un gruppo di esperti di Harvard e del MIT nella stessa stanza e troveremo una soluzione. E Obama ha fatto lo stesso genere di cosa: quando ha assunto la carica ha convocato riunioni di alto livello, trasmesse in televisione, sull’economia e tutti quelli attorno al tavolo erano uomini d’affari.

Press: Che cosa pensi della spinta emersa attorno alla campagna di Bernie Sanders nel 2016?

Ehrenreich:  E’ magnifica. Ho sostenuto Sanders quattro anni fa. Questa volta non voglio entrarci; mi sono molto arrabbiata alcuni mesi fa per le persone di sinistra che si attaccavano tra loro sui media sociali. Mi preoccupa quando la sinistra pone un accento eccessivo sulla politica elettorale, specialmente sulla politica elettorale nazionale. Questo risale ai miei giorni nel DSA e alle lotte seguite su se il DSA dovesse appoggiare a presidente questo candidato o quello. Dài! Davvero non importa. L’unica volta che per me è importato è quando si era candidato Jesse Jackson. Mike Harrington e i suoi erano contro l’appoggio a Jackson. Non era che appoggiarli avesse fatto grande differenza per Jackson o per chiunque altro, ma io pensavo che sarebbe stato un bel gesto: c’è qualcuno con cui concordi, dovresti sostenerlo.

Ma prevalentemente penso che sia sciocco pensare che l’appoggio di un’organizzazione con 60.000 membri influenzerà grandi elezioni.

Press: Citi il DSA. Dunque il NAM, di cui facevi parte, chiude e tu partecipi alla creazione del DSA. Puoi parlare di quegli anni?

Ehrenreich: Con un po’ di ambivalenza e rammarico.

Io ero contro la fusione di NAM e DSOC [il Comitato Organizzatore Socialista Democratico]. E’ così che il NAM sparì; si fuse con il DSOC per costituire il DSA. Io ero contro per motivi politici. Conoscevo Mike Harrington fondamentalmente per aver discusso con lui ogni sorta di temi. E’ imbarazzante, perché adesso, guardandomi indietro, mi chiedo: perché accettai la co-presidenza [del DSA]? E tutto quel che posso dire è, beh, per vanità! La vanità fu una certa parte della cosa. E l’idea che potessi avere un’influenza. Non mi rendevo conto di che cosa avevo di fronte.

Press: Cosa intendi con questo? Com’erano gli anni di co-presidenza della DSA e di lavorare con Harrington?

Ehrenreich: Beh, questo potrebbe essere un saggio intero, qualcosa che scriverò appena prima di morire. Non fu facile. C’erano grandi persone nel DSA a quel punto: Cornel West e Frances Fox Piven erano miei amici. Ma c’era anche questo nucleo che era arrivato dalla corrente di pensiero del DSOC – era fortemente contrario al socialismo comunista – e noi non eravamo molto influenzati da ciò. Essere antisovietici non significava ed eravamo ossessionati dall’essere anticomunisti.

Press: Durante quel periodo la forza della sinistra socialista è in declino e così quella del lavoro sindacalizzato. Qual era la relazione della sinistra con i sindacati?

Ehrenreich: Il NAM non aveva nessuna relazione formale con i sindacati. Voglio dire: molti dei nostri membri erano tesserati o persino sindacalisti oppure organizzatori di movimenti dissidenti in seno ai sindacati, dunque c’era sicuramente un collegamento, ma non era come il collegamento che aveva il DSOC. Mike coltivava relazioni personali con numerosi leader sindacali, alcuni dei quali erano grandi, come [William] Winpisinger del sindacato dei macchinisti. Tra loro c’erano persone molto in gamba, ma significava anche che il DSOC doveva restare entro i parametri fissati dai leader sindacali, il che significava una preoccupazione per la vecchia classe operaia che all’epoca veniva distrutta. C’era una nuova classe operaia emergente che era costituita più da donne, da persone di colore, tuttavia il politici del DSOC erano ancora attaccati alla vecchia dirigenza.

Non capivo perché dovessimo essere così dannatamente deferenti nei confronti dei leader sindacali.

Press: Rispetto, diciamo, ai lavoratori della base?

Ehrenreich: Esattamente. E offrire solidarietà quando c’erano scioperi e via dicendo. Ma io non potevo semplicemente accettare una guida politica da questi tizi.

Press: Qual è la differenza tra quello che volevate voi e quello che volevano loro?

Ehrenreich: Quando si parla di leader sindacali, si parla di persone che all’epoca guidavano grandi organizzazioni con un mucchio di soldi. E’ una questione culturale, in parte; io provenivo dalla New Left degli anni Sessanta. Eravamo a favore dei sindacati, ma consideravamo i sindacati molto limitati nelle loro aspirazioni.

Dopo aver scritto Nickel and Dimed fui invitata a parlare alla dirigenza della [confederazione sindacale] AFL-CIO. Era una stanza piena, forse cinquanta persone, nel loro grande palazzo di Washington, D.C. E io parlavo della completa assenza di diritti che i lavoratori subiscono al lavoro: di parola, assembla, riservatezza; non hanno nulla. E la reazione fu: “Beh, quando si iscriveranno ai sindacati avranno tutti quei diritti”. Stronzate! Non è qualcosa che i sindacati hanno proposto. I sindacati non avevano combattuto, ad esempio, i controlli antidroga pre-assunzione, il che penso stia divenendo riconosciuto come un grosso problema di riservatezza. Non erano interessati a democratizzare il luogo di lavoro.

Dunque c’è realmente una grande frattura tra il mio genere di politica e quello che ho trovato nella parte DSOC del DSA. Abolirono rapidamente la posizione di co-presidenza [dopo la morte di Michael Harrington] perché erano rimasti solo, beh, con me. Non voglio essere una guastafeste per il DSA qui, ma le persone dovrebbero sapere che è sempre stato insofferente.

Press: Alcune delle tensioni che hai vissuto si stanno riproponendo oggi. C’è una discussione su come le tute blu costruiscano una coalizione con la classe lavoratrice, e la domanda su come le identità di questi lavoratori incidano si presenta molto; può complicare le cose. Certamente parte del motivo per cui tu in origine stavi lottando con il concetto della PMC era a causa del problema della sua anima, o individualismo, cui la classe professionale era attaccata. Dopotutto è la natura della PMC articolare costantemente sé stessa, riflettere su di sé, e così via; è il suo lavoro. Ma può intralciare la costruzione della forza.

Ehrenreich: O la creazione di qualsiasi genere di collegamento con altri. Ti racconterò un altro aneddoto, anche se non riguarda il DSA. Nel 2009 ci fu un evento – parte di una serie internazionale di riunioni socialiste – a Detroit. A quel congresso ci fu un seminario e io avevo invitato un gruppo di lavoratori di Fort Wayne, Indiana, con cui avevo stretto contatti. Circa sei o sette di loro erano arrivati in auto da Fort Wayne a Detroit ed erano prevalentemente lavoratori licenziati di fonderie: bianchi stereotipici, anche se, in realtà, non tutti bianchi. Ero più intima con uno di loro, Tom Lewandowski, che aveva creato un’organizzazione di lavoratori ed era il capo del Comitato Sindacale Centrale dell’area di Fort Wayne. All’evento parlarono di ciò che stavano affrontando nella recessione. E poi una certa donna nella sala, che era una docente aggiunta, dice improvvisamente: “Sono stanca di sentir parlare questi bianchi”.

Rimasi completamente sbigottita. Naturalmente fu una brutta botta per i miei amici di Fort Wayne, che rimasero umiliati. Consigliai a Tom di non partecipare di nuovo  a contesti in cui sarebbe stato sottoposto a una cosa simile. Deve esserci un modo per dire a questa gente, guardate, sappiamo che probabilmente non ve la passate alla grande da aggiunti, ma abbiate un po’ di rispetto per il lavoro e l’esperienza di altri e riconoscete che sono differenti da voi in qualche modo. Ho semplicemente avuto troppi incontri come quello, che sono un po’ da spezzare il cuore.

Vedi quel genere di cosa?

Press: Sì, certo. Penso sia relativo a quello che intendevo con una interpretazione particolarmente individualista dell’identità, che pare essere un ostacolo.

Ehrenreich: Giusto, sì. Perché non possiamo fare di meglio che questo litigio? Ogni volta che metto in discussione la politica identitaria qualche femminista amica mia finisce col saltarmi addosso.

Press: Penso realmente che sia possibile farlo, ma sì, il tuo punto, può essere difficile essere critici essendo anche molto chiari che la critica non deriva dall’essere contro il femminismo, o contro l’antirazzismo, bensì esattamente da quegli stessi impegni e da una valutazione di quello che è necessario per costruire un movimento di massa.

Ehrenreich: Il che significa mettere insieme un nuovo tipo di classe da alcune delle parti di quella vecchia. Non vogliamo trasformare la classe semplicemente in un’altra dimensione identitaria, poiché la classe è sempre una questione di aspirazione, nel senso di cercare di collegare persone che non erano state collegate in precedenza, anche se hanno lo stesso genere di lavoro.

Press: Che cosa intendi?

Ehrenreich: Beh, la classe ha elementi di identità. Se mi fermassi semplicemente all’introspezione, direi che, sì, una certa parte della mia identità deriva in effetti dalla vecchia classe operaia industriale, una questione di famiglia. Un’altra parte deriva dall’essere donna, e così via. Ma stiamo cercando di superare quei limiti, e anche alcune di queste divisioni, e questa è la sfida.

Penso che ciò che è richiesto alla PMC, innanzitutto, sia un po’ di umiltà. Ascoltare le persone. Quella dannata docente aggiunta avrebbe dovuto pensare a che cos’è che fanno tutto il giorno i lavoratori di fonderia e usarlo come esperienza di apprendimento, se non altro. E’ un problema, è l’ho visto anche tra i sindacalisti; non un disprezzo manifesto per i loro membri, ma una volontà di usare i “lavoratori comuni” come una specie di esibizione: “OK, adesso tizio parlerà della sua esperienza nel cercare di avere un po’ di controllo sul suo orario”, ma dopo di ciò li zittiscono. Mi ricorda una volta in cui davvero mi arrabbiai con una sindacalista e le dissi: “Ehi, loro sono quelli che guideranno questo movimento. Tu puoi contribuire, ma questo è tutto”.

Alex Press è una viceredattrice presso Jacobin. I suoi scritti sono apparsi su Washington Post, The Nation e n+1, tra gli altri.

Barbara Ehrenreich è autrice di più di una dozzina di libri, tra cui il bestseller del New York Times ‘Nickel and Dimed’. Vive in Virginia.

 

 

 

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/on-the-origins-of-the-professional-managerial-class/

Originale: Dissent

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

 

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