Economia impoverita?

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di Ingrid Harvold Kvangraven – 19 ottobre 2019

Questa settimana è stato annunciato che Abhijit Banarjee, Esther Duflo e Michael Kremer hanno vinto il Premio Nobel per l’Economia (o, più esattamente, il ‘Premio della Sverige Riksbank per le Scienze Economiche in memoria di Alfred Nobel). Al trio di economisti è stato assegnato il premio per il “loro approccio sperimentale all’alleviamento della povertà globale”.

Sui medi sociali e nei giornali prevalenti c’è stato un eccezionale livello di lodi per i premiati, riflettendo la loro condizione di rockstar nell’economia dello sviluppo. Il Financial Times ha persino affermato che il Nobel “contribuirà a ripristinare la rilevanza della professione”. Tuttavia i diffusi appelli alla celebrazione vanno considerati con un contrappeso cautelativo.

L’approccio sperimentale all’alleviamento della povertà si basa sui cosiddetti esperimenti di controllo casuale (RCT). Ispirato da studi nella medicina, l’approccio realizza interventi specifici in un gruppo scelto a caso (scuole, corsi, madri, eccetera) e poi confronti come risultati specifici cambiano nel gruppo destinatario rispetto a quello che non riceve il trattamento. Poiché si suppone che i gruppi siano altrimenti simili, la differenza nei risultati può essere causalmente attribuita all’intervento.

Quando il mondo sta affrontando un vasta crisi sistemica, perché la professione economica festeggia piccoli aggiustamenti tecnici?

Anche se i premiati hanno inizialmente hanno condotto pionieristicamente questo lavoro in scuole keniote negli anni Novanta, l’approccio è oggi diffusamente considerato il nuovo “tallone aureo” dell’economia dello sviluppo, a volte anche chiamato semplicemente “Nuova Economia”. L’approccio è divenuto enormemente influente presso governi, agenzie e ONG internazionali. Il corpo del lavoro condotto pionieristicamente dai premiati, o casualisti come sono a volte chiamati, è mirato ad alleviare la povertà mediante interventi semplici quali la lotta all’assenteismo degli insegnanti, mediante trasferimenti di contante, e mediante stimoli al pensiero positivo tra le persone che vivono in povertà. Suona bene, sin qui?

Anche se l’approccio dei premiati alla ricerca e alla politica sulla povertà può parere innocuo, se non addirittura lodevole, ci sono molti motivi di preoccupazione. Economisti sia eterodossi sia convenzionali, così come altri studiosi di scienze sociali hanno da tempo proposto una critica generale della svolta agli RCT in economia, su basi filosofiche, epistemologiche, politiche e metodologiche. Le riserve riguardo all’approccio possono essere grosso modo raggruppate in questioni di oggetto, teoria e metodologia.

Oggetto: concentrazione sui sintomi e pensiero in piccolo

L’approccio che viene promosso si interessa della povertà, non dello sviluppo, e dunque fa parte di una tendenza più vasta dell’economia dello sviluppo che sta abbandonando lo sviluppo come trasformazione strutturale a favore dello sviluppo come alleviamento della povertà. Questo movimento in direzione del “pensare in piccolo” fa parte di una tendenza più vasta che ha rimosso questioni relative a istituzioni economiche, commercio, agricoltura, politica industriale fiscale globali e al ruolo delle dinamiche politiche, a favore dei modi migliori per operare interventi tecnici più limitati.

Gli interventi considerati dai premiati con il Nobel tendono a escludere analisi del potere e cambiamenti sociali più vasti. Infatti, il comitato del Nobel lo ha specificamente concesso a Banerjee, Duflo e Kremer, per aver affrontato “questioni più limitate e più gestibili”, anziché grandi idee. Anche se tali piccoli interventi possono generare risultati positivi a livello micro, fanno poco per contestare i sistemi che producono i problemi.

Ad esempio, anziché affrontare i tagli ai sistemi scolastici imposti dall’austerità, i casualisti dirigono la nostra attenzione all’assenteismo degli insegnanti, agli effetti dei pasti scolastici e al numero degli insegnanti per classe. Contemporaneamente la loro assenza di attenzione al sistema economico esistente è forse precisamente anche uno dei segreti  dell’attrazione da parte dei media e dei donatori e, alla fine, anche del loro successo.

L’assenza di attenzione alle condizioni che creano la povertà ha indotto molti critici a mettere in discussione in quale misura gli RCT saranno effettivamente in grado di ridurre significativamente la povertà globale. Un’ulteriore conseguenza di questa economia impoverita è che limita il genere di domande che poniamo e ci porta a “immaginare troppo pochi modi per cambiare il mondo”.

Teoria: insiste l’individualismo metodologico

In un discorso del 2017 la Duflo ha notoriamente paragonato gli economisti agli idraulici. Secondo lei il ruolo di un economista consiste nel risolvere problemi del mondo reale in situazioni specifiche. Questa è un’affermazione pericolosa, perché suggerisce che l’”idraulica” che i casualisti stanno attuando è puramente tecnica, e non guidata da teorie o valori. Tuttavia l’approccio dei casualisti all’economia non è oggettivo, neutro quanto ai valori, né pragmatico, ma piuttosto radicato in una particolare cornice e visione del mondo teoretica: teoria microeconomica classica e individualismo metodologico.

Il fondamento degli esperimenti ha implicazioni su come gli esperimenti sono progettati e sui presupposti alla base a proposito del comportamento individuale e collettivo. L’esempio forse più evidente di questo è che i premiati sostengono spesso che aspetti specifici della povertà possono essere risolti correggendo pregiudizi cognitivi. Non sorprendentemente, c’è una forte sovrapposizione tra il lavoro dei casualisti e gli economisti comportamentali prevalenti, tra cui una concentrazione su spintarelle che possono agevolare scelte migliori da parte delle persone che vivono in povertà.

Un altro esempio è l’analisi dell’emancipazione delle donne da parte della Duflo.  Naila Kabee sostiene che impiega un’interpretazione del comportamento umano “influenzato acriticamente dalla teoria microeconomica neoclassica”. Poiché ogni comportamento può, asseritamente, essere spiegato in termini di massimizzazione individuale, altre spiegazioni sono escluse. A causa di ciò la Duflo non comprende una serie di altri fattori importanti relativi all’emancipazione delle donne, quali il ruolo della sostenuta lotta delle organizzazioni femminili per i diritti o la necessità di affrontare la distribuzione iniqua del lavoro non remunerato che limita la capacità delle donne di partecipare alla comunità.

Si noti che non c’è nulla di intrinseco negli RCT che imponga ai casualisti di supporre che gli individui siano degli operatori razionali di ottimizzazione. Questi assunti derivano dalla tradizione economica. Questa, perciò, non è una critica degli RCT per sé, bensì del modo in cui gli RCT sono impiegati nell’opera dei premiati e nella maggior parte dell’economia dominante.

Metodo: in assenza di randomizzazione è realmente sapere?

Anche se comprendere i processi casuali è importante nell’economia dello sviluppo, come in altri discipline delle scienze sociali, gli RCT lo fanno in un modo molto limitato. Il modello causale sottostante gli RCT si concentra su effetti causali più che su meccanismi causali. Non solo gli RCT non ci dicono esattamente quali meccanismi siano interessati quando qualcosa funziona; essi non ci dicono neppure se la politica in questione possa essere affidabilmente essere attuata altrove. Al fine di formulare tale giudizio è inevitabile una valutazione più ampia delle realtà economiche e sociali.

Supporre che interventi siano validi indipendentemente da geografie e dimensioni, suggerisce che risultati micro siano indipendenti dal loro contesto macroeconomico. Tuttavia, anche se gli “effetti” sugli individui e sulle famiglie non sono separati dalle società in cui esistono , i casualisti dedicano scarso riconoscimento ad altri modi di conoscenza del mondo che potrebbero aiutarci a comprendere meglio motivazioni individuali e situazioni socioeconomiche. Così come è difficile ottenere campioni realmente casuali in comunità umane, forse non è sorprendente che quando gli RCT sono replicati possono produrre risultati sostanzialmente differenti dall’originale.

Non solo gli RCT hanno raramente validità esterna, ma la circostanze specifiche necessarie per comprendere la misura in cui gli esperimenti possono avere validità esterna sono solitamente riferiti inadeguatamente. Questo ha indotto persino critici appartenenti alla tradizione a sostenere che si sono malintesi riguardo a ciò che gli RCT sono in grado di realizzare. Una critica epistemologica più profonda riguarda il problematico presupposto di base che ci sia uno specifico impatto reale che possa essere scoperto mediante esperimenti.

Una Ricerca recente ha scoperto che tentativi alternativi di valutare il successo di programmi che trasferiscono risorse a donne in povertà estrema in Bengala Ovest e nella provincia del Sindh [Pakistan] sono stati molto superiori agli RCT, che offrono spiegazioni molto limitate degli schemi dei risultati osservati. La ricerca conclude che è molto improbabile che gli RCT siano in grado di riconoscere il ruolo centrale dell’agire umano nel successo del progetto se si limitano a soli metodi quantitativi.

Sono in gioco anche seri problemi etici. Tra questi ci sono problemi quali le menzogne, la strumentalizzazione delle persone, il ruolo del consenso, la responsabilità e l’intervento straniero, oltre alla scelta di chi è sottoposto a trattamento. Anche se preoccupazioni etiche relative al danno potenziale causato ai gruppi sono discusse estesamente nella letteratura medica, esse ricevono minore attenzione in economia, nonostante i molti studi sperimentali eticamente dubbi (ad esempio consentire alle persone mazzette per ottenere la patente di guida in India o incentivi agli studenti universitari di Hong Kong a partecipare a protesta antiautoritarie). Infine,  non possono essere ignorate le dimensioni coloniali dei ricercatori con sede negli Stati Uniti che intervengono a valutare cosa sia meglio per la gente del Sud Globale.

Perché è importante: limiti alla conoscenza e alle leggi

Ci saranno sempre ricerche più o meno rilevanti per lo sviluppo, dunque perché è importante ciò che fanno i casualisti? Beh, come ha affermato il Comitato del Nobel, i loro “metodi di ricerca sperimentale oggi dominano interamente l’economia dello sviluppo”. Un serio problema epistemologico sorge quando la definizione di ciò che significano rigore e prova finisce ridotta a un unico approccio che ha tante limitazioni.  Questa svolta ha avuto luogo nell’ultimo paio di decenni nell’economia dello sviluppo ed è ora rafforzata dal Premio Nobel. Come hanno riconosciuto sia Banerjee sia Duflo in interviste dopo l’annuncio del Nobel, questo non è solo un premio per loro, bensì un premio per un interno movimento.

La disciplina non è stata sempre così. La storia del pensiero sull’economia dello sviluppo è ricca di dibattiti riguardo a come l’accumulazione del capitale differisce nello spazio, al ruolo delle istituzioni nel modellare il comportamento e lo sviluppo economico, alle eredità del colonialismo e dell’imperialismo, agli scambi asimmetrici, al governo globale della tecnologia, al ruolo della politica fiscale e al rapporto tra agricoltura e industria. Le domande più vasta sono state da allora cacciate dalla disciplina a favore di dibattiti su interventi minori.

L’ascesa dei casualisti è importante anche perché i casualisti sono impegnati a provocare risultati, non solo a offrire un’interpretazione delle situazioni in cui si trovano le persone che vivono in povertà. In effetti uno dei loro obiettivi dichiarati consiste nel produrre “un’integrazione migliore tra teoria e pratica empirica”. Un argomento chiave dei casualisti è che “troppo spesso la politica dello sviluppo è basata su mode e valutazioni casuali potrebbero consentirle di essere basata su prove”.

Tuttavia la limitatezza degli esperimenti casuali non è pratica per la maggior parte delle forme delle politiche. Mentre gli RCT tendono a verificare al massimo un paio di variazioni di una politica, nel mondo reale dello sviluppo gli interventi si sovrappongono e sono sinergici. Questa realtà ha indotto recentemente 15 economisti di spicco a sollecitare una “valutazione di intere politiche pubbliche”, piuttosto che valutare “impatti a breve termine di microprogetti”, considerato che ciò che è necessario è un pensiero a livello di sistemi per affrontare la dimensione di crisi che si sovrappongono. Inoltre, non andrebbe trascurato il valore della sperimentazione nella produzione legislativa, anziché promuovere politiche prescritte in anticipo.

L’idea della “politica basata su prove” associata ai casualisti va smontata. E’ importante notare che le politiche sono influenzate da riflessioni su valori e obiettivi, riguardo ai quali gli economisti non sono necessariamente bene attrezzati per intervenire. Naturalmente le prove dovrebbero far parte del processo legislativo, ma il perseguimento di politiche inefficaci è spesso mosso da priorità politiche, piuttosto che dall’assenza di prove.

Anche se i casualisti potrebbero rispondere a questo sostenendo che i loro esperimenti sono precisamente intesi a depoliticizzare la politica pubblica, questo non è necessariamente un passo desiderabile. Le decisioni delle politiche sono politiche per natura e sottrarre questi giudizi di valore all’esame e al dibattito pubblico fa poco per rafforzare il processo decisionale democratico. Suggerire che la produzione legislativa possa essere depoliticizzata è pericoloso e sminuisce il protagonismo e la partecipazione del popolo al processo decisionale. Dopotutto, perché una politica che si è dimostrata efficace mediante un RCT dovrebbe avere un peso maggiore, per esempio, di politiche mosse da richieste popolari e da mobilitazioni politiche e sociali?

Anche se il Premio Nobel lascia ansiosi quelli di noi preoccupati per le sfide più vasta di politica economica del mondo, non è tutto nero. Innanzitutto il Nobel attira l’attenzione sulla persistenza della povertà nel mondo e sulla necessità di fare qualcosa al riguardo. Quello che noi economisti critici dello sviluppo dobbiamo ora fare è contrastare il fatto che il Premio legittimi anche una visione prescrittiva di come trovare soluzioni a problemi globali.

In secondo luogo, il fatto che a una donna e a una persona di colore sia stato assegnato un premio che solitamente è riservato a bianchi è un passo avanti per un campo più aperto e inclusivo. La stessa Duflo riconosce che lo squilibrio di genere tra i vincitori del Premio Nobel riflette un problema “strutturale” nella professione economica e che la sua professione manca di diversità etnica.

Tuttavia, è evidente che per contrastare razzismo, sessismo ed eurocentrismo non è sufficiente essere semplicemente inclusivi di donne e persone di colore fermamente piazzate al vertice della limitata corrente eurocentrica prevalente. Per realizzare davvero una scienza più aperta e democratica è necessario premere per un campo che accolga una pluralità di punti di vista, metodologie, cornici teoriche, forme di conoscenza e prospettive.

Questa è una grande sfida, ma la crisi sistemica globale che affrontiamo richiede un vasto impegno interdisciplinare in dibattiti su possibili soluzioni.

Grazie a Carolina Alves, Devika Dutt, Minna Lehtinen e Farwa Sial per utili discussioni su questi problemi e per commenti su una bozza precedente.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://zcomm.org/znetarticle/impoverished-economics/

Originale: openDemocracy

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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