Trump, messa in stato d’accusa e scordiamoci ciò che l’ha portato alla Casa Bianca

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di Andrew J. Bacevich –  9 ottobre  2019

C’è sangue nell’acqua e squali frenetici si avvicinano per uccidere. O almeno così pensano.

Dal momento dell’elezione di Donald Trump le élite statunitensi hanno bramato questo momento. Alla fine hanno nell’angolo il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti. In modo tipicamente imbranato Trump ha offerto ai suoi avversari i mezzi stessi per distruggerlo politicamente. Non sprecheranno l’occasione. La messa in stato d’accusa – finalmente, diranno alcuni – è una virtuale certezza.

Indubbiamente ci attendono molte sorprese. Tuttavia i Democratici che controllato la Camera dei Rappresentanti hanno superato il punto di non ritorno. Il tempo delle valutazioni prudenti – il Senato controllato dai Repubblicani non condannerà mai, dunque perché prendersi il fastidio? – è finito per davvero. Far marcia indietro adesso denuncerebbe gli inseguitori del presidente quali vigliacchi senza spina dorsale. The New York Times, The Washington Post, la CNN e MSNBC non perdonerebbero un comportamento così codardo.

Così, come disse, parlando nel 1919, il presidente Woodrow Wilson: “La scena è pronta, il destino svelato. E’ successo senza alcun piano concepito da noi, bensì dalla mano di Dio”. Naturalmente, il problema allora era notevolmente grave: se ratificare il Trattato di Versailles. Che oggi si tratti di un “ricatto in stile mafioso” orchestrato da uno dei successori di Wilson ci dice qualcosa a proposito della traiettoria della politica statunitense nel corso dell’ultimo secolo e non è stata una storia di ascesa.

Donald Trump in campagna elettorale a Phoenix, giugno 2016 (Gage Skidmore, CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons)

Il tentativo di cacciare il presidente dalla carica produrrà certamente uno spettacolo memorabile. Il rancore e il disprezzo che hanno intasato la politica statunitense come una fogna ostruita fin dal giorno dell’elezione di Trump oggi troveranno sollievo. Il Watergate impallidirà al confronto. L’indignazione suscitata dalle “relazioni sessuali” di Bill Clinton saranno nulla in paragone. Una collaborazione de facto tra Trump, quelli che lo disprezzano e quelli che disprezzano i suoi critici non fa che garantire che questa storia sarà la notizia del giorno per mesi a venire.

Mentre si svolge questo processo, quello che i politici amano definire “l’interesse del popolo” finirà essenzialmente trascurato. Così, mentre il Congresso valuta se rimuovere o no Trump dalla carica, la legge sul controllo delle armi languirà, il deterioramento dell’infrastruttura della nazione procederà di buon passo, riforme della sanità saranno rinviate, il complesso militare-industriale sprecherà altri miliardi e il debito nazionale, già a 22 trilioni di dollari – più vasto, cioè, dell’intera economia – continuerà a salire. La minaccia incombente posta dal cambiamento climatico, di cui ultimamente tanto si parla, proseguirà del tutto incontrollata. Per quelli di noi preoccupati del ruolo degli Stati Uniti nel mondo, i presupposti e le abitudini obsolete che sostengono quella che è tuttora chiamata “sicurezza nazionale” continueranno a sottrarsi all’esame. Le nostre guerre infinite resteranno infinite e senza scopo.

A mo’ di compensazione potremmo chiederci quali vantaggi possa forse produrre la messa in stato d’accusa. Rispondere a tale domanda richiede l’esame di quattro scenari che descrivono la gamma di possibilità che attende la nazione.

Il primo e più desiderato (ma meno probabile) è che Trump si stancherà di essere una piñata pubblica e semplicemente se ne andrà. Una volta svanito il brivido di volare sull’Air Force One, essere presidente non può essere un gran divertimento in questi tempi. Perché sopportare altra sofferenza? Molto più divertente per Trump ritirarsi ai margini della politica dove può twittare tempestosamente e indulgere alla sua passione per gli insulti. E pensate agli “accordi” che un ex presidente potrebbe concludere in paesi come Israele, Corea del Nord, Polonia e Arabia Saudita cui ha fatto favori. Oplà! Al momento, tuttavia, il presidente non mostra alcun segno di scegliere la via d’uscita più facile (e più lucrosa).

Il secondo risultato possibile suona quasi altrettanto positivo ma non meno improbabile: un numero sufficiente di senatori Repubblicani riscopre la propria bussola morale e “fa la cosa giusta”, unendosi ai Democratici per formare la maggioranza di due terzi necessaria per condannare Trump e fargli fare le valige. Nella Washington del classico registra del ventesimo secolo Frank Capra, con le perorazioni di Jimmy Stewart al Senato e una Jean Arthur dagli occhi umidi che fa il tifo per lui dalla galleria, questo avrebbe potuto succedere. Nella Washington reale di “Mitch moscovita” McConnell, state freschi!

Il terzo risultato piuttosto più squallido potrebbe sembrare un briciolo più probabile. Ipotizza che McConnell e vari senatori Repubblicani, in vista della rielezione nel 2020 o nel 2022, calcoleranno che attaccare Trump potrebbe giusto offrir loro un modo per salvarsi la pelle. La lealtà del presidente nei confronti di praticamente chiunque, mogli incluse, è sempre stata fortemente casuale, come dimostrano le persone regolarmente in uscita dalla sua amministrazione. Al momento, tuttavia, sono semplicemente pressoché inesistenti le indicazioni che i leali a Trump nell’entroterra premieranno tali voltagabbana. A meno che la base non fischi, non aspettatevi che i senatori Repubblicani facciano altro che fiasco.

Tutto questo lascia il risultato numero 4, facilmente il più probabile: anche se la Camera metterà in stato d’accusa, il Senato rifiuterà di condannare. Trump, perciò, rimarrà esattamente dov’è, con la faccenda della sua adeguatezza alla carica in effetti rimandata alle elezioni del novembre 2020. Salvo che come fonte di diversivo sadomasochista, l’intera esperienza agonica si dimostrerà, perciò, un colossale spreco di tempo e di chiacchiere.

Inoltre Donald Trump potrebbe ben emergere da questa traversia nazionale con le sue opportunità di rielezione rafforzate. Una tale prospettiva si sta tardivamente insinuando nel dibattito pubblico. Per tale motivo, certi guru anti Trump stanno già mostrando segni di barcollamento, suggerendo, ad esempio, che una censura, anziché una diretta messa in stato d’accusa, potrebbe essere una punizione sufficiente per le varie trasgressioni del presidente. Tuttavia censurare Trump e permettergli contemporaneamente di restare in carica equivarrebbe a prosciogliere Harvey Weinstein con una buona lavata di capo in modo che possa tornare a produrre film. La censura va bene agli smidollati.

Inoltre, mentre Trump conduce una campagna per un secondo mandato, esibirebbe certamente una censura come una medaglia al merito. Si tenga presente che le percentuali di approvazione del Congresso sono considerevolmente inferiori alle sue. Per più di pochi membri del pubblico una macchia assegnata dal Congresso potrebbe apparire come una medaglia d’oro.

Hillary Clinton in campagna per la presidenza a Des Moines, Iowa, nel 2016 (Gage Skidmore, CC BY-SA 2.0, Wikimedia Commons)

Restaurazione, non rimozione

Così, se Trump si trova messo all’angolo, i Democratici non stanno necessariamente in una posizione più favorevole. E questo non è neppure la metà della cosa. Lasciatemi suggerire che, anche se Trump fosse perseguito, sareste voi, miei compatrioti statunitensi, a essere in realtà giocati. Il proposito non detto della messa in stato d’accusa non è la rimozione, bensì la restaurazione. Lo scopo generale non è sostituire Trump con Mike Pence, l’equivalente di scambiare Groucho con Harpo. No, l’obiettivo dell’esercizio è riportare al potere quelli che hanno creato le condizioni che hanno consentito a Trump di conquistare la Casa Bianca, tanto per cominciare.

Giusto di recente, ad esempio, Hillary Clinton ha dichiarato che Trump è un “presidente illegittimo”.  Implicita nella sua accusa c’è la convinzione – indubbiamente sincera – che persone come Donald Trump non dovrebbero essere presidenti. Persone come Hillary Clinton – in possesso di credenziali come le sue e condividendo i suoi valori – dovrebbero essere le elette. Qui intravediamo il vero significato della legittimità in questo contesto. Indipendentemente dal voto del collegio elettorale, Trump non merita di essere presidente, né mai lo ha meritato.

Per molti dei principali partecipanti a questo melodramma lo scopo reale, ma non dichiarato, della messa in stato d’accusa è correggere questo grande errore e in tal modo ripristinare la storia nel suo percorso consacrato.

In un recente articolo sul The Guardian, il professor Emanuel Moyn spiega il punto essenziale: rimuovere dalla carica un presidente volgare, disonesto e del tutto incompetente non si avvicina neppure da lontano a cogliere che cosa sta succedendo qui. Per le élite più intente a cacciare Trump, molto più importante di qualsiasi cosa egli possa dire o fare è ciò che egli significa. E’ un ripudio che cammina e parla di tutto ciò in cui loro credono e, per estensione, di un futuro che erano arrivate a considerare preordinato.

Moyn descrive queste élite anti Trump “centristi”, membri della corrente principale post-Guerra Fredda che ha consentito ampio spazio a nominalmente conservatori Bush e nominalmente liberali Clinton, lasciando contemporaneamente giusto abbastanza spazio per la promessi di Barack Obama di speranza e (non troppo) cambiamento.

Questi centristi condividono una comune visione del mondo. Credono nell’universalismo della libertà come definita e praticata negli Stati Uniti. Credono nel capitalismo industriale operante su scala planetaria. Credono nel primato statunitense con gli Stati Uniti a presiedere da sola superpotenza a un ordine globale. Credono nella “leadership globale statunitense”, che definiscono principalmente come un’impresa militare. E forse, soprattutto, collezionando lauree da Georgetown, Harvard, Oxford, Wellesley, Università di Chicago e Yale, sono finiti col credere in una cosiddetta meritocrazia quale meccanismo preferito per distribuire ricchezza, potere e privilegi. Tutto questo insieme costituisce la sacra scrittura delle élite statunitensi contemporanee. E se gli antagonisti di Donald Trump l’avranno vinta, la sua deposizione ripristinerà tale sacra scrittura al suo giusto posto di base della politica.

“Nonostante tutti i loro appelli a valori morali duraturi”, scrive Moyn, “i centristi stanno impiegando una strategia trasparenze per tornare al potere”. La distruzione della presidenza Trump è una precondizione necessaria per conseguire tale obiettivo. “I centristi vogliono semplicemente tornare allo status quo interrotto da Trump con le loro reputazioni riverniciate dalla loro coraggiosa opposizione al suo regno mercuriale e le loro politiche riportate alla credibilità”. Precisamente.

 

Gravi delitti e illeciti minori

Il bombardamento statunitense “Shock and Awe” di Baghdad all’inizio della Guerra dell’Iraq trasmesso dalla CNN.

Perché un simile piano abbia successo, tuttavia, limitarsi a riverniciare reputazioni non sarà sufficiente. Ugualmente importante sarà seppellire qualsiasi ricordo delle catastrofi che hanno aperto la strada a una centrista iper-qualificata per perdere contro un novizio politico indiscutibilmente non qualificato e privo di principi nel 2016.

Trattenere assistenza promessa alla sicurezza in ostaggio a meno che un leader straniero accetti di farti favori politici è ovviamente e indiscutibilmente sbagliato. Le pagliacciate di Trump a proposito dell’Ucraina possono addirittura corrispondere a una qualche definizione di criminalità. Tuttavia, tale cattiva condotta come si confronta alle calamità organizzate dai “centristi” che lo hanno preceduto? Si consideri, in particolare, la decisione dell’amministrazione di George W. Bush di invadere l’Iraq nel 2003 (assieme alla guerre derivate che ne sono seguite). Si considerino, anche, le avventate politiche economiche che hanno prodotto la Grande Recessione del 2007-2008. Misurati col metro del danno inflitto al popolo statunitense (e ad altri popoli) i reati per i quali Trump sta per essere incriminato si qualificano quali semplici illeciti minori.

Le persone oneste possono differire sull’attribuire la Guerra dell’Iraq a pure e semplici menzogne o a un’arroganza monumentale. Quando si tratta di tirare le somme delle conseguenze, tuttavia, le intenzioni di quelli che hanno spacciato la guerra non contano particolarmente. I risultati includono migliaia di statunitensi uccisi, decine di migliaia feriti, molti gravemente, o lasciati a combattere con la sindrome da stress post-traumatico; centinaia di migliaia di non statunitensi uccisi o feriti; milioni sfollati; trilioni di dollari spesi; gruppi radicali quali l’ISIS rafforzati (e in quel caso addirittura formati all’interno di un carcere statunitense in Iraq); e la regione del Golfo Persico precipitata in un disordine dal quale deve ancora riprendersi. Quale rilievo hanno i reati di Trump rispetto a questi?

La Grande Recessione è stata originata direttamente da politiche economiche messe in atto durante l’amministrazione del presidente Bill Clinton e proseguite dal suo successore. La liberalizzazione del settore bancario era stata progettata per produrre una manna che tutti avrebbero condiviso. Tuttavia, come risultato diretto delle truffe successive, quasi nove milioni di statunitensi hanno perso il lavoro, con la disoccupazione complessiva balzata al 10 per cento.  Circa quattro milioni di statunitensi hanno perso la casa per pignoramento. Il mercato azionario è precipitato e milioni hanno visto svanire i risparmi di una vita. Di nuovo va posta la domanda: come si confrontano questi risultati con le dubbie trattative di Trump con l’Ucraina?

I critici di Trump parlano con una sola voce nel chiedere una chiamata  a rispondere. Tuttavia virtualmente nessuno è stato chiamato a rispondere del dolore, della sofferenza e delle perdite inflitte dagli architetti della Guerra dell’Iraq e della Grande Recessione. Perché? Con l’avvicinarsi di un’altra elezione presidenziale la domanda non solo finisce senza risposta, ma non è neppure posta.

Il senatore Carter Glass (Democratico, Virginia) e il deputato Henry B. Steagall (Democratico, Alabama), co-sponsor della Legge Glass-Steagall che separava le banche d’investimenti da quelle commerciali, revocata nel 1999 (Wikimedia Commons)

Per vincere la rielezione Trump, un truffatore corrotto (fuggito dalla nave dei suoi casinò in bancarotta con i soldi in tasca, lasciando altri col cerino in mano) imbroglierà e mentirà. Tuttavia, nella politica dell’ultimo mezzo secolo, questa non è certo una novità. (In effetti, a parte essere figlio di un vicepresidente statunitense in carica, che cosa ha reso Hunter Biden meritevole di 50.000 dollari al mese da parte di società del gas di proprietà di un oligarca ucraino? Sono curioso.) Che il presidente e i suoi associati siano impegnati in un insabbiamento è indubbiamente vero. Tuttavia un altro insabbiamento procede in piena luce del sole su una scala molto più vasta.  “La presidenza casinista di Trump pare in qualche modo meno sgradevole”, scrive Moyn, considerando il fatto che i suoi critici rifiutano, “che ammettere quanto enormemente la sua elezione ha rappresentato il fallimento delle loro politiche, dalla guerra infinita alla disuguaglianza economica”. Esattamente.

Quali sono i veri crimini? Chi sono i veri criminali? Indipendentemente da ciò che accadrà nei prossimi messi, non aspettatevi che la procedura di messa in stato d’accusa di Trump si approssimi a meno di un miglio dall’affrontare tali domande.

Andrew Bacevich, collaboratore regolare di TomDispatch, è presidente e cofondatore del Quincy Institute for Responsible Statecraft. Il suo nuovo libro, “The Age of Illusions: How America Squandered Its Cold War Victory”, sarà pubblicato a gennaio.

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://consortiumnews.com/2019/10/09/trump-impeachment-forgetting-what-brought-him-to-the-white-house/

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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