Come il Venezuela alle Nazioni Unite ha sconfitto il tentativo di colpo di stato di Washington

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di Anya Parampil –  2 ottobre  2019

La vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez il pomeriggio del 27 settembre ha attraversato le porte delle Nazioni Unite a New York City con un vistoso sorriso ai giornalisti in attesa all’ingresso.

Affiancata dal ministro degli esteri Jorge Arreaza e dall’ambasciatore all’ONU Samuel Moncada, la Rodriguez ha sollevato le mani in aria e agitato una fotografia nella sua sinistra prima di scomparire negli ascensori che conducono alla sala dell’Assemblea Generale.

Quella foto mostrava il leader del colpo di stato appoggiato dagli USA Juan Guaidó in posa con membri narco-paramilitari colombiani della banda Los Rastrojos, che è famigerata per rapimenti, contrabbando di droga e assassinii.

Guaidó si era apparentemente affidato a Los Rastrojos per entrare in Colombia prima della sua fallita trovata degli aiuti umanitari il 23 febbraio. Per il leader del colpo di stato e per i suoi sostenitori a Washington le immagini non avrebbero potuto emergere in un momento più scomodo.

La Rodriguez è apparsa fiduciosa mentre si preparava a parlare alla settantaquattresima Assemblea Generale. La squadra venezuelana era entrata nella riunione ansiosa riguardo a piani degli Stati Uniti di intensificare la loro guerra diplomatico contro il paese.

Osservatori attenti si erano attesi che gli Stati Uniti avrebbero tentato di impedire alla Rodriguez di parlare, come parte del loro tentativo di delegittimare il suo governo.

Tuttavia la Rodriguez è alla fine comparsa sul palco per pronunciare una geremiade contro l’interferenza degli Stati Uniti negli affari del suo paese e contro quella che ha definito “violenza capitalista”.

La sua presenza autorevole all’ONU ha sferrato un altro colpo ai tentativi di cambio di regime dell’amministrazione Trump e segnalato che la maggioranza dei paesi del mondo continua a riconoscere l’autorità del governo eletto del Venezuela.

Per mesi, nei corridoi dell’ONU e in capitali di tutto il mondo è stata combattuta una guerra clandestina, mirata a stabilire che avesse il diritto di definire il governo internazionalmente riconosciuto del Venezuela: il popolo venezuelano o l’amministrazione Trump.

Da gennaio gli Stati Uniti hanno esercitato pressioni su paesi per revocare lo status del Venezuela presso le Nazioni Unite, convertendo l’organismo internazionale in un campo di battaglia per la sovranità del paese.

“[Nicolas] Maduro è rimarrà il presidente legittimo del Venezuela in base del sacro diritto del popolo all’autodeterminazione”, ha annunciato la Rodriguez davanti all’Assemblea Generale, momenti dopo il suo arrivo.

Quando la Rodriguez ha preso la parola un modesto gruppo di rappresentanti di paesi alleati degli Stati Uniti ha lasciato la sala, in una dimostrazione di opposizione alla sua presenza. L’uscita ha ricordato scene di incontri diplomatici da Vienna a Ginevra nel mesi seguenti la mossa di Washington a gennaio di riconoscere Guaidó quale presidente del Venezuela.

“E’ stata una chiara vittoria perché quello che hanno cercato di fare non è stato solo uscire dalla sala, o abbandonare il discorso, quello che volevano fare era cercare di impedire di parlare alla vicepresidente, ma non ne hanno avuto la forza, sono stati sconfitti”, ha dichiarato a The Grayzone il viceministro del Venezuela per l’Africa, Yuri Pimentel.

“La sola cosa che hanno potuto fare è stato andarsene”, ha spiegato Pimentel. “Quello non è un problema per noi, la sala era realmente piena di delegazioni e noi non ci abbiamo nemmeno fatto caso quando queste persone sono uscite”.

A nove mesi da quando gli Stati Uniti e 54 paesi hanno ufficialmente riconosciuto Guaidó, la riunione dell’Assemblea Generale sarebbe stata la sede perfetta per dimostrare il successo della politica di cambio di regime di Trump e avrebbe dichiarato la figura dell’opposizione presidente del Venezuela riconosciuto dall’ONU.

Invece, Washington e i suoi alleati sono stati ridotti a inscenare una simbolica marcia di protesta mentre la comunità internazionale celebrava il trionfo del governo sovrano, eletto del Venezuela contro il tentativo di colpo di stato sostenuto dagli Stati Uniti, il tutto mentre Guaidó e i suoi compari scivolavano ulteriormente nello scandalo, nell’assurdità e nell’irrilevanza.

 

Comincia la battaglia diplomatica

La scena per una drammatica riunione dell’Assemblea Generale dell’ONU era stata preparata mesi prima, il 10 aprile, quando il vicepresidente statunitense Mike Pence aveva convocato una riunione del Consiglio di Sicurezza per lanciare un attacco contro i diplomatici rappresentanti il governo eletto del Venezuela.

“Con tutto il dovuto rispetto, signor ambasciatore, lei non dovrebbe essere qui”, ha tuonato Pence contro l’ambasciatore del Venezuela presso l’ONU Samuel Moncada, rifiutandosi di guardarlo negli occhi. “Lei dovrebbe tornare in Venezuela a dire a Nicolas Maduro che il suo tempo è finito. Per lui è ora di andarsene”.

Moncada, un diplomatico veterano e storico professionale il cui stipendio è stato in effetti congelato a causa delle restrizioni finanziarie statunitensi, ha fatto delle pause dal controllo del so telefono per fissare Pence con aria di sfida, annuendo col capi in sarcastico accordo.

“Questo organismo dovrebbe revocare le credenziali del rappresentante del Venezuela presso le Nazioni Unite, riconoscere il presidente ad interim Juan Guaidó e insediare senza ritardi in questo organo il rappresentante del libero governo venezuelano”, ha proseguito Pence.

Moncada ha risposto ai commenti di Pence nel corso di un’intervista a The Grayzone a New York City poco dopo il dibattito.

“Se [Pence] pensava di arrecare qualche specie di danno a me o al Venezuela o al governo del Venezuela, penso che abbia esagerato”, ha commentato l’ambasciatore, “quella non è diplomazia, è bullismo. ‘La forza è il diritto’ non è il genere di pensiero che ha successo qui alle Nazioni Unite”.

Un giorno prima della visita di Pence all’ONU, l’Organizzazione degli Stati Americani (OAS) aveva votato per riconoscere il rappresentante di Guaidó nel gruppo, sotto pressione degli Stati Uniti.

La mossa, una totale violazione della carta fondativa dell’OAS, ha segnalato la distanza cui Washington è disposta a spingersi al fine di legittimare il regime del colpo di stato di Guaidó a livello internazionale e ha telegrafato la sua strategia nei confronti dell’ONU.

“Per fortuna le Nazioni Unite non sono l’OAS”, ha dichiarato a The Grayzone il viceministro Pimentel dopo la riunione dell’Assemblea Generale. “[Gli USA] non possono fare quello che vogliono alle Nazioni Unite, come hanno fatto con l’OAS”.

Secondo l’articolo 18 della Carta dell’ONU, tutte le decisioni, compresa “la sospensione dei diritti e dei privilegi di appartenenza [o] l’espulsione di membri” devono essere “presa da una maggioranza di due terzi dei membri presenti e votanti” in ogni data occasione.

Nel 2009, tuttavia, all’allora presidente del Madagascar, Andry Rajoelina, è stato impedito di parlare all’Assemblea Generale dell’ONU (UNGA) dopo che una maggioranza semplice delle nazioni presenti e aventi diritto aveva votato per bloccare il suo diritto di parlare.

Il precedente suggeriva che gli USA potevano tentare di punire il Venezuela allo stesso modo, scatenando una gara di numeri tra Caracas e Washington nei mesi precedenti l’Assemblea Generale.

“Si stanno dando da fare per mettere insieme i numeri, e anche noi ci stiamo dando da fare. E la maggioranza del mondo riconosce che se tale procedura funzionasse [con il Venezuela] potrebbe essere applicata anche a chiunque altro”, ha dichiarato Moncada a The Grayzone in aprile.

“Hanno persino osato mandare il loro vicepresidente ad annunciare l’azione”, ha osservato Moncada. “Nessuno invia quel genere di presenza di alto livello solo a far niente. Lo faranno. E noi ci battiamo. Battersi significa condurre una campagna. Parliamo, persuadiamo, convinciamo tutto il mondo [a sostenerci] e oggi siamo parecchio sicuri che loro [gli USA] non hanno i numeri”.

La campagna diplomatica condotta da Moncada e dalla sua squadra a New York ha ripagato. Sei mesi dopo gli USA e i loro alleati sono stati costretti alla marcia della vergogna fuori dalla sala dell’UNGA, rivelandosi rappresentanti di una minoranza globale.

 

‘Oggi, in questo mondo, il senso della sovranità e il senso dell’indipendenza sono molto forti’

Pimentel ha dichiarato a The Grayzone che la delegazione venezuelana all’ONU era “abituata” a un simile comportamento, “perché per tutto l’anno, in diverse riunioni dell’ONU, quando parla il Venezuela alcuni di questi paesi guidati dagli USA normalmente lasciano la sala”.

“Questo non è un problema; in ogni caso non volevamo che ci fossero”, ha aggiunto Pimentel. “La sconfitta è stata pesante, una sconfitta pesante. Non sono riusciti a ottenere quello che volevano”.

La decisione statunitense di non contestare il diritto della vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez di parlare durante la sessione, ha significato che Washington sapeva che una votazione simile sarebbe stata solo un fallimento, denunciando una volta per tutte la sconfitta internazionale del tentativo di colpo di stato di Trump.

“Chiaramente, hanno sottovalutato tutto il lavoro che i diplomatici del Venezuela sono andati facendo riguardo alla situazione che stiamo affrontando e alla minaccia che stavano tentando di imporci presso le Nazioni Unite”, ha detto Pimentel di Washington e dei suoi alleati.

Ha aggiunto: “Ma la cosa più importante non è stata neppure quella… La maggioranza dei paesi [dell’ONU] comprende chiaramente quello che gli Stati Uniti stanno tentando di fare in Venezuela e non possono appoggiarlo, perché sanno che oggi è il Venezuela e domani può essere chiunque di loro”.

Pimentel ha detto che la sua squadra ha ricevuto informazioni che gli USA e i loro alleati avevano formulato una serie di minacce contro paesi di tutto il mondo al fine di esercitare pressioni su di loro perché appoggiassero i loro sforzi di rimuovere il Venezuela dall’ONU. Gli avvertimenti includevano minacce di ritirare programmi di aiuti o di mettere in atto sanzioni quali punizioni per aver disobbedito agli ordini di Washington.

“Ma non sono riusciti a cambiare nemmeno un voto”, ha detto Pimentel, “perché oggi, in questo mondo, il senso della sovranità e il senso dell’indipendenza sono molto forti. Purtroppo non in molti paesi dell’America Latina, ma in Africa [quei sensi sono] molto forti”.

 

Africa, non piegata

Da viceministro del Venezuela per l’Africa, Yuri Pimentel ha evidenziato l’importanza del sostegno del continente al suo paese sul palcoscenico internazionale.

I paesi africani hanno 54 paesi riconosciuti dall’ONU, circa un terzo dei membri del gruppo.

Anche se gli Stati Uniti vantano il fatto di aver indotto mediante pressioni 54 paesi di tutto il mondo a riconoscere Guaidó, il continente africano è rimasto unito nel suo rifiuto del tentativo di colpo di stato di Washington in Venezuela.

“Le relazioni della Rivoluzione Bolivariana con il continente africano sono molto forti e non è [qualcosa che è cominciato] due giorni fa”, ha sottolineato Pimentel. “Dall’inizio della rivoluzione lo scomparso presidente, il Comandante Hugo Chavez, ci ha sempre detto che dovevamo rafforzare le relazioni con l’Africa”.

“Era solito dirci: ‘L’Africa non è solo un altro continente; l’Africa è la madre Africa, e noi dobbiamo collaborare molto strettamente con loro”, ha detto Pimentel.

Il viceministro del Venezuela per l’Africa con il suo omologo sudafricano durante un recente viaggio nel continente.

Secondo Pimentel, all’inizio della Rivoluzione Bolivariana del paese, nel 1998, il Venezuela aveva relazioni diplomatiche solo con circa 20 paesi africani; oggi sono 55.

“Parlo con circa 55 [nazioni], anche se una di esse non è riconosciuta dalle Nazioni Unite, perché noi riconosciamo il Sahara Occidentale come un paese indipendente”, ha spiegato.

Tra gli alleati più forti del Venezuela sul continente c’è il Sudafrica, il fulcro industriale della regione. A febbraio la Comunità Sudafricana di Sviluppo (SADC) ha diffuso una dichiarazione “segnalando con preoccupazione i tentativi di leader di alcuni paesi di interferire negli affari e nella sovranità della Repubblica Bolivariana del Venezuela”.

La SADC, che comprende 16 stati membri africani, ha definito i tentativi di riconoscere Guaidó quale presidente del Venezuela “violazioni dei principi della legge internazionale”.

Lo spirito di unità tra il Venezuela e nazioni africani è stato in mostra durante la settantaquattresima riunione dell’UNGA, quando il presidente della Namibia, Hage Geingob, ha persino utilizzato il suo tempo parlando di fronte a dignitari internazionali per offrire sostegno al governo eletto del Venezuela.

“Estendiamo anche la nostra solidarietà al governo e al popolo del Venezuela ed elogiamo gli sforzi di mediazione [intrapresi] dal regno di Norvegia”, ha annunciato il presidente Geingob dopo aver chiesto la fine del blocco economico contro Cuba e delle sanzioni contro lo Zimbabwe.

Molte nazioni africane erano anche presenti quando, parallelamente all’Assemblea Generale, il Venezuela ha diretto la sua ultima riunione da presidente del Movimento dei Non Allineati (NAM), l’organizzazione con il maggior numero di membri dell’ONU.

Circa cento paesi hanno partecipato alla sessione, la prima del genere tenuta dopo che diplomatici di alto livello rappresentanti stati membri del NAM si erano riuniti a Caracas per partecipare alla conferenza ministeriale del gruppo lo scorso luglio.

Come documentato all’epoca da chi scrive, il vertice ministeriale ha visto 120 stati membri del NAM affermare all’unanimità sostegno al governo di Nicolas Maduro, segnalando che il Venezuela avrebbe effettivamente sconfitto i tentativi statunitensi di delegittimarlo nella sala dell’Assemblea Generale dell’ONU.

 

Una spia dell’opposizione nella sala, accreditata da governi alleati degli USA

Durante la sessione del NAM presso l’UNGA, un membro dell’opposizione venezuelana appoggiata dagli Stati Uniti si è materializzato nel retro della sala. Chi scrive lo ha osservato prendere appunti e fotografare delegati mentre parlavano alla sala.

Mentre scattava fotografie di oratori rappresentanti il Sudafrica e l’India, l’uomo è parso controllare la riunione al fine di valutare quante delegazioni avrebbero votato a sostegno del Venezuela se gli USA avessero chiesto un voto sulle credenziali del paese durante il discorso della vicepresidente Rodriguez in programma per il giorno dopo.

L’uomo, successivamente identificatosi come “Claudio”, è stato riconosciuto da chi scrive dopo aver interagito con lei durante un evento a favore dell’opposizione tenuto dal Consiglio Atlantico, uno studio di esperti non ufficiale della NATO di Washington, in precedenza durante la settimana.

Il giorno seguente, durante il discorso del Venezuela di fronte all’UNGA, “Claudio” è stato visto seduto con la delegazione honduregna. Accanto a lui c’era un uomo di nome Diego Arria, un diplomatico dell’era venezuelana prerivoluzionaria che un tempo rappresentava il suo paese alle Nazioni Unite.

Arria nel 2011 aveva formulato accuse presso la Corte Penale Internazionale contro lo scomparso presidente Hugo Chavez per crimini contro l’umanità, un anno dopo che il governo del Venezuela aveva espropriato il suo ranch privato.

“Claudio”, Arria e altri membri dell’opposizione venezuelana sostenuta dagli Stati Uniti, compreso l’inviato di Guaidó negli Stati Uniti, Carlos Vecchio, avevano ottenuto credenziali per il vertice dell’UNGA di quest’anno da paesi alleati degli USA quali Honduras, Colombia e Brasile, una mossa che Pimentel afferma dovrebbe inquietare le popolazioni di quei paesi.

“Questo è davvero incredibile, come alcuni paesi, su istruzioni degli Stati Uniti, abbiano accettato di accreditare alcuni membri dell’opposizione venezuelana nelle loro delegazioni”, ha osservato Pimentel.

Ha detto che le loro decisioni hanno dimostrato “la cospirazione contro il popolo del Venezuela”, aggiungendo: “Non rispettano nessuna regola, non rispettano nessuna legge”.

Un membro della delegazione venezuelana, Gessy Gonzales, ha twittato una foto di Arria e Claudio seduti dietro il contrassegno dell’”Honduras”, giustapposta a un’immagine della vicepresidente venezuelana Delcy Rodriguez, dell’ambasciatore all’ONU Samuel Moncada e del ministro degli esteri Jorge Arreaza sorridenti orgogliosamente nella postazione del Venezuela.

“Per quelli che avessero dubbi su chi rappresenti il Venezuela, ecco la sua vera delegazione all’UNGA, mentre sull’altro lato vediamo lacchè dell’opposizione che svergognano le postazioni di altri paesi”, ha commentato la Gonzales.

“Vagabondano come fantasmi alle Nazioni Unite”, ha detto il ministro degli esteri Arreaza delle figure dell’opposizione, parlando con giornalisti. “Vagabondano in giro con credenziali attraverso le missioni di altri paesi. E’ la cosa più assurda. Una disperazione assoluta”.

Tuttavia, ha affermato Pimentel, “la sola rappresentanza reale del Venezuela, ed era chiaro per la maggioranza dei paesi delle Nazioni Unite, era la delegazione inviata dal presidente Nicolas Maduro. Siamo molto felici di questo; è stata una sconfitta totale per gli USA e le loro marionette nella regione latino-americana”.

Persino canali convenzionali quali The Atlantic hanno ammesso che il tentativo USA era fallito. La rivista normalmente a favore dell’opposizione ha scritto: “in seno alle Nazioni Unite, dove mantiene il seggio del Venezuela, il governo Maduro ha collezionato vittorie”.

The Atlantic ha descritto il ministro degli esteri Arreaza come “impettito attraverso le sale, abbracciando amichevolmente dignitari e contemporaneamente stroncando l’approccio ipocrita di Trump e il ‘governo parallelo’ che ‘nessuno ha invitato’ in giro per l’ONU.

Uno dei momenti più memorabili dell’UNGA è arrivato quando hanno cominciato a circolare sui media sociali foto della delegata venezuelana Daniela Rodriguez seduta nel corso dell’intera tirata del presidente statunitense Donald Trump contro il suo governo, con gli occhi fermamente fissi su una biografia del liberatore anticoloniale  latino-americano Simon Bolivar.

“Leggere Bolivar mentre Trump tiene il suo discorso xenofobo e fascista”, ha scritto la Rodriguez sul suo profilo Instagram personale. “Viva il Venezuela antimperialista!”

Persino canali mediatici industriali fedelmente anti Maduro hanno dovuto prestare attenzione. “Una delegata venezuelana accigliata legge un libro durante il discorso di Trump all’ONU”, ha detto un titolo sull’Huffington Post.

Nonostante il bullismo e le spacconate di Washington, l’ONU ha dimostrato la sua continua indipendenza difendendo la sovranità di uno stato membro sotto feroce attacco da parte di una superpotenza globale.

Nel frattempo la delegazione del Venezuela ha mostrato la sua creatività rubando i riflettori a Trump per usare un forum come piattaforma per promuovere i propri valori antimperialisti.

Anya Parampil

Anya Parampil è una giornalista residente a Washington, DC. Ha prodotto e scritto numerosi documentari, compresi servizi sul campo dalla penisola coreana, dalla Palestina, Venezuela e Honduras.

 

Da Znetitaly – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:  https://thegrayzone.com/2019/10/02/how-venezuela-defeated-washingtons-coup-at-the-united-nations/#more-15174

 

Traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2019 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.

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